Proiezioni

Mercoledì 13 marzo: ore 21,00

Titolo originale: DUNE part two
Nazione: USA
Anno: 2024
Genere: Drammatico, Fantascienza, Avventura, Azione
Durata: 2 ora 46 minuti
Regia: Denis Villeneuve
Cast: Timothée Chalamet, Zendaya, Rebecca Ferguson, Josh Brolin, Austin Butler, Florence Pugh, Dave Bautista, Christopher Walken, Tim Blake Nelson, Stephen McKinley Henderson, Léa Seydoux, Stellan Skarsgård, Charlotte Rampling, Javier Bardem
Musiche: Hans Zimmer
Produzione: Legendary Pictures, Villeneuve Films, Warner Bros.
Distribuzione: Warner Bros. Pictures

 

Trama

Dune parte 2 inizia esattamente dove termina il film antecedente: dopo la fuga di Paul Atreides nel deserto di Arrakis insieme a sua madre Lady Jessica e ai Fremen in seguito alla morte del duca Leto Atreides e la riconquista di Dune da parte degli Harkonnen, l’intento del nuovo giovane duca è di tramare la sua vendetta e di organizzare la guerra contro il malvagio barone Vladimir Harkonnen e di conseguenza contro l’imperatore Shaddam IV della casa Corrino che ha ordito il piano insieme al barone per distruggere casa Atreides…

Le recensioni della stampa internazionale

Empire Magazine – Denis Villeneuve ci offre ancora una volta un’epopea di fantascienza straordinaria che trasporterà gli appassionati in paradiso, nonostante possa risultare una dose di Spezia eccessiva da assorbire in un’unica visione.

Inverse – Un’epopea di fantascienza per i secoli a venire: una tragedia imponente di proporzioni mitiche, un racconto ammonitore sui pericoli del fanatismo. È un’impresa maestosa del cinema di fantascienza che porrà Dune: Parte Due in lizza per il pantheon dei più grandi sequel di sempre.

Variety – Una scommessa enorme in un periodo di ridotto interesse per il cinema, l’adattamento multipartitico del romanzo di Frank Herbert da parte di Warner Bros. e Legendary evolve dai brividi del worldbuilding dell’originale del 2021 a una narrazione corposa e onnicomprensiva.

USA Today – La Parte Due raddrizza la nave da battaglia cosmica con un’abbondanza di immagini sbalorditive, tutti i giganteschi vermi della sabbia che si potrebbero desiderare, oltre a un’esplorazione tematica più approfondita del potere, del colonialismo e della religione.

New York Times – Villeneuve ha realizzato un’opera seria e maestosa, e sebbene non abbia una vena pop nel suo essere, sa come mettere in scena uno spettacolo mentre alimenta un dibattito attuale su chi ha il diritto di interpretare l’eroe ora.

Trailer

Curiosità

  • La prima mondiale è avvenuta a Londra il 15 febbraio 2024.[13] Inizialmente il film doveva essere distribuito nei cinema americani dal 3 novembre 2023 e in Italia il 1º novembre,[14] ma a causa dello sciopero degli sceneggiatori e degli attori a Hollywood la Warner Bros. ha annunciato lo slittamento dell’uscita del film al 14 marzo 2024, poi anticipata al 1º marzo e quella italiana al 28 febbraio.
  • Villeneuve aveva già espresso interesse a realizzare un terzo film basato su Messia di Dune, il secondo romanzo della serie, aggiungendo che la possibilità per il film dipende dall’eventuale successo del secondo capitolo. Anche Spaihts aveva ribadito nel marzo 2022 che Villeneuve aveva in programma un terzo film e una serie televisiva spin-off.
  • Volete calarvi nelle atmosfere di Dune? Lo potete fare grazie al FAI Fondo per l’Ambente Italiano.
    Memoriale Brion | Scopri il capolavoro di Carlo Scarpa | Bene FAI di Altivole (TV)
    Fondoambiente.it – Memoriale Brion
    Diverse scene sono infatti girate in Italia. Location chiave del secondo capitolo della saga è infatti la celebre Tomba Brion, capolavoro dell’architetto e designer Carlo Scarpa (Venezia, 1906 – Sendai, 1978). Il monumento funebre è effettivamente molto in linea con il concept immaginato da Villeneuve per portare sul grande schermo il romanzo di Frank Herbert, soprattutto grazie alle sue linee essenziali e geometriche. Realizzato tra 1970 e il 1978 (anno della morte dell’architetto in Giappone), il complesso funerario era stato commissionato da Onorina Tomasin-Brion per celebrare la memoria del defunto marito Giuseppe Brion, fondatore e proprietario della compagnia di elettronica Brionvega. Il sito – oggetto fino al 2021 di un restauro durato tre anni, basato interamente sulla documentazione d’archivio e curato dall’architetto Guido Pietropoli, già collaboratore di Scarpa nella costruzione del memoriale – si estende su un’area di circa duemila mq, delimitata da un muro inclinato con vista sul trevigiano e appartata rispetto al resto del cimitero. Il complesso, a forma di ‘L’ rovesciata, è realizzato principalmente in cemento armato e composto da quattro edifici: oltre l’ingresso, tra specchi d’acqua per la meditazione e il verde dei prati, spicca l’arcosolio, un ponte ad arco in cemento rivestito da tessere di vetro con retrostante foglia di alloro che protegge i sarcofagi inclinati degli sposi. Tra le opere più complesse e originali di Scarpa, il memoriale è anche caratterizzato da un fitto apparato iconografico ispirato a culture diverse, dal mondo paleocristiano a quello nipponico, in completa armonia con il paesaggio circostante.
    Sono stati i figli della coppia, Ennio e Donatella Brion, a donare al Fondo per l’Ambiente Italiano il monumento, che è così diventato il 70esimo bene della fondazione. Visitata ogni anno da migliaia di persone per la sua straordinaria struttura – particolarmente famosi sono gli anelli incrociati nel propileo, per alcuni simbolo dell’unione dei coniugi anche oltre la vita, per altri connessi al Liber Figurarum di Gioacchino da Fiore

Recensione EveryEye

DUNE 2 RECENSIONE: DENIS VILLENEUVE FA LA STORIA DEL CINEMA SCI-FI
La nostra recensione dello spettacolare kolossal sci-fi di Denis Villeneuve, che con Dune – Parte 2 confeziona un film a dir poco epocale.

Si esce disorientati dalla visione di Dune Parte 2. Storditi dalla quantità di informazioni che il sequel firmato da Denis Villeneuve, dopo un primo capitolo comunque denso ma più contenuto, riversa addosso in quasi tre ore di durata. Ma ci si sente anche travolti da un’esperienza cinematografica unica, potente, importante.

Perché Dune Parte 2 è il blockbuster per antonomasia che in realtà non vuole essere un blockbuster. Ed è un conflitto interiore che il film porta su di sé per tutto il tempo, senza mai rifiutarlo. Anzi, abbracciandolo. E il risultato è un’opera semplicemente stratosferica: autoriale, gigantesca, che rimane – anzi, rimarrà – cristallizzata nel tempo.

Un sequel speculare

L’elemento straordinario di questo sequel sta nella sua estrema coerenza – narrativa, stilistica, di tono – con il primo capitolo. Una continuità quasi reverenziale, nel segno di una solennità imponente e di un ritmo che rimane giustamente compassato per larga parte del racconto.

Non che rispetto al suo predecessore questo Dune Parte 2 non ingrani, soprattutto nell’ultimo atto. Il secondo capitolo è, a conti fatti, un prodotto dal taglio molto più action, che tuttavia mantiene gli stessi compromessi del primo Dune in termini di approccio allo storytelling. Una direzione necessaria, sia per preparare il terreno in vista del finale, sia per mantenere quell’aura fortemente sacrale che Villeneuve abbraccia con fierezza e idee uniche. Con una filologia assoluta anche nei confronti del romanzo di Frank Herbert, rispetto al quale il film con protagonista Timothée Chalamet deve opportunamente fare delle rinunce che non snaturano in alcun modo la qualità e la coesione della trama.

Dune 2 è un film orgogliosamente speculare al primo. Soprattutto nel riprendere spunti e situazioni anticipati in passato fino a dargli un senso pienamente compiuto, simbolico. Un cerchio che si chiude: così coerente, per l’appunto, da sembrare girato per davvero back to back. E che conferma quanto, effettivamente, la Parte 1 non fosse che un lunghissimo prologo, un atto necessario per delineare il worldbuilding, un terreno di preparazione in attesa che il suo autore riversasse genio, stile e anima nella lunga e sofferta trasformazione di Paul Atreides in Muad’dib, plasmato da uno Chalamet perfetto e a tratti stupefacente.

Un film potente e visionario

Dune Parte 2 è unico anche perché mette in campo un’epica fantascientifica desueta, addirittura in controtendenza rispetto ai canoni del cinema commerciale. Si prende tutto il tempo necessario per costruire l’ascesa-discesa del suo protagonista, è tanto esasperato quanto ammaliante nel suo tono religioso. Demolisce, frammenta e poi riunisce le molteplici sottotrame. Lo fa sacrificando indubbiamente qualcosa: non concede moltissimo spazio ai comprimari, lascia solo qualche briciola alle moltissime (e iper prestigiose) comparse, ma delinea un cast di personaggi di assoluto valore e immenso spessore. Tra i quali, ancora una volta, spicca il peso delle figure femminili, guidate da una Rebecca Ferguson divina ed eterea, assurte a deus ex machina e perfettamente funzionali nella concezione biblica e mitologica del racconto e dei personaggi.

Forse serviva più tempo per gli antagonisti, un po’ sacrificati da un finale che mette in scena un conflitto che non ha il respiro delle grandi battaglie formato colossal. Anzi, per i canoni del genere potrebbe persino risultare frettoloso. Ma è tutto al posto giusto, perché rimane concreto. Fedele, anzi, al suo spirito anti-eroico e al messaggio finale dell’opera, ancora così tremendamente attuale e realista.

Questo Dune è un’opera le cui parti si completano perfettamente grazie alla maestosa potenza visionaria di Denis Villeneuve (non a caso ci sono diverse opere di fantascienza tra i film preferiti di Denis Villeneuve). Ancor più del suo predecessore, Parte 2 sfodera un’impalcatura visiva totalizzante, di una forza mistica e travolgente. Da guardare rigorosamente sullo schermo più grande possibile affinché il gigantismo della sua messinscena lasci davvero senza fiato. Perché il linguaggio cinematografico di Villeneuve colpisca con il suo tipico piglio autoriale, espressione di un’anti-epica che urla silenzio: è quando tutto si ferma, quando gli sconfinati orizzonti sabbiosi di Arrakis si stagliano sull’immensità del cosmo, che la calma di Dune diventa davvero assordante. Così tanto che quella sabbia la senti penetrarti le ossa, marchiarti a fuoco la pelle. E ti rimane addosso, ti resta dentro. È quello che ti lascia Dune, è quello che Dune regala al cinema.

Dune Parte 2 è tra i migliori film di fantascienza di sempre. Lima i difetti del primo capitolo ma ne rispetta canoni, toni e atmosfere con una coerenza impressionante, tanto da sembrare girato senza soluzione di continuità. Denis Villeneuve venera il romanzo di Frank Herbert con un amore filologico e non tradisce la sua idea di cinema, creando “il blockbuster che non è davvero un blockbuster”. Perché Dune 2 è un grande colossal per la sua immensa portata produttiva, ma rimane fedele allo stile autoriale del suo regista. Il quale, questa volta, bilancia meglio il ritmo del racconto con un’opera dal taglio indubbiamente più action, ma sempre concreta e senza fronzoli. Che riesce comunque a togliere il fiato per la sua potenza visionaria semplicemente fuori scala. Un film che è qui per restare, cristallizzato nell’Olimpo del cinema di genere.

Gabriele Laurino- cinema.everyeye.it

Recensione IGN Italia

“Passato, presente e futuro visti con un occhio solo, come se il tempo fosse diventato spazio”.

Le storie sono permeabili: parlano tra loro, si nutrono le une delle altre, si influenzano a vicenda, si interrogano, sviluppano una sorta di interdipendenza. E viaggiano. Nel tempo e nello spazio, di bocca in bocca, di pagina in pagina, di schermo in schermo. Si trasformano, cambiano finalità e struttura, si adattano e diventano il vettore di credenze, conoscenze, tendenze, idee diverse, mutando in modo radicale. Capita spesso che di alcune narrazioni, quelle in qualche modo fondative, facciamo un’esperienza destrutturata, incontrandone frammenti in tante altre, quelli che poi riconosciamo come motivi narrativi e che entrano nel nostro bagaglio culturale. Riecheggiano, ma non come un’eco, come un riverbero, che altera il suono di ritorno e che allo stesso tempo può rinforzare l’intensità della sorgente. E in questo riverbero, se si presta attenzione, si possono avvertire voci dal passato, dal presente e dal futuro, che vivono in una dimensione sospesa, contemporaneamente, su più livelli di significato. Le storie, tutte, anche quelle spiccatamente contemporanee, si appoggiano sulle narrazioni precedenti e creano ponti verso quelle future, parlando fondamentalmente a noi di noi: chi eravamo, cosa facciamo, dove stiamo andando.

Ne è un esempio perfetto Dune, il romanzo di fantascienza di Frank Herbert del 1965, uno dei più influenti di sempre, capostipite di un ciclo strutturato e densissimo attraverso cui lo scrittore statunitense continuerà a ridare forma alla sua storia, a guardare in entrambe le direzioni, verso il passato e il futuro. La vicenda della Casa Atreides è influenzata dall’epos antico, ma il lavoro mitopoietico di Herbert ha la particolarità di riplasmare sé stesso, svelare livelli di senso in maniera graduale, attraverso la progressione degli eventi. Dune, il primo romanzo, è un libro tanto chiaro nel definire la propria materia narrativa, il proprio intento, cioè indagare sulla natura e i meccanismi del potere coloniale, imperialista, gerarchico, occidentale, quanto criptico nel portare avanti quella che – si capirà senza alcuna possibilità di fraintendimento nei romanzi successivi e, in particolare, nel secondo, Messia di Dune – è una critica spietata, innestata su strutture preesistenti, riconosciute come fondative.

La grande intuizione di Herbert, quello che ha reso Dune tanto rilevante, è averlo fatto partendo da una figura apparentemente eroica – Paul, il giovane nobile, di nascita e inclinazione, che intraprende un viaggio di crescita lasciando, perché costretto dalle circostanze, la casa paterna per capire chi è in realtà – e decostruendola pezzo per pezzo. Di fatto, la struttura del viaggio dell’eroe, cioè quel monomito teorizzato da Joseph Campbell, modello comune di un’ampia categoria di narrazioni, che tanto piace a chi scrive le sceneggiature, ma che presenta problematicità consistenti a livello metodologico, è, in modo dichiarato, oggetto della critica di Herbert.

C’è dell’ironia nel fatto che proprio l’opera che ha fatto dell’adesione al monomito una ragion d’essere, Star Wars di George Lucas, dichiaratamente influenzata da Dune e probabilmente tra quelle attraverso cui il romanzo di Herbert ha riecheggiato di più nella tradizione popolare, sia un racconto fiabesco lineare, funzionale e manicheo, e finisca per essere quasi un anti-Dune. Lo scrivo, naturalmente, senza voler dare giudizi qualitativi, perché la grande forza di Star Wars è proprio quella di aver capito il potenziale, anche mitico, di un racconto esemplare.

Dune, però, costituisce un tipo differente di narrazione, che non guarda alla fiaba ma all’epica. È esemplare in quanto diventata modello, ma è nella sua stessa natura guardare agli archetipi che usa con diffidenza e occhio critico, e oggi ci arriva carica di esperienze diverse, di altre storie che da questo romanzo hanno attinto come si attinge dal mito o dai racconti popolari. Questa storia, raccontata di nuovo oggi, per giunta attraverso un mezzo espressivo diverso, quindi non è e non può essere il Dune di Frank Herbert. E infatti, è quello di Denis Villeneuve.

A più di due anni dal primo capitolo, Dune – Parte due, che vede tornare Timothée Chalamet nel ruolo di Paul Atreides, arriva carico di aspettative, le nostre nei confronti di una storia composita e tanto rilevante per il nostro immaginario, e di responsabilità, quelle del regista e sceneggiatore canadese e di Jon Spaihts, con cui ha firmato la sceneggiatura. Perché, come scrivevo nella recensione della prima parte, che per forza di cose rappresenta l’incipit di questa, l’adattamento di Villeneuve poneva le basi per reggere un racconto complesso, ma adatto al mezzo cinematografico e soprattutto a un pubblico più largo possibile. Lo faceva rimanendo fedele all’intreccio di Herbert, ma enfatizzando gli elementi tipici della poetica del regista e prendendo, per forza di cose, delle decisioni volte alla semplificazione, come quella di relegare il contesto – il ruolo del Bene Gesserit nel pianificare le linee genetiche di successione e quello della Gilda spaziale che detiene il monopolio dei viaggi interstellari – sullo sfondo. Dune – Parte due si avventura sulla strada indicata dal primo film, ma, da questo punto di vista, fa scelte più radicali, interessanti per riflettere sulla natura stessa degli adattamenti.

Potere sulla spezia significa potere su tutto
Il racconto inizia lì dove si era interrotto quello del film precedente: l’attacco Harkonnen per distruggere la casa Atreides, subentrata su ordine dell’imperatore per gestire l’estrazione della spezia melange che permette i viaggi interstellari, è andato a buon fine. Scampati alla morte, Paul e Lady Jessica (Rebecca Ferguson) trovano asilo presso il sietch fremen guidato da Stilgar (Javier Bardem), dove il giovane Atreides conosce e instaura un profondo legame con la guerriera fremen che da tempo popola i suoi sogni profetici, Chani (Zendaya). Tra la popolazione nativa è forte la convinzione di trovarsi di fronte al Lisan Al-Gaib, “La voce dal mondo esterno”, detto anche Mahdi, il messia che secondo le antiche profezie, non autoctone ma diffuse sul pianeta proprio dalle Bene Gesserit, guiderà il popolo verso il Paradiso. Ne è convinta anche Jessica, che in realtà si sta preparando a questo da tutta la vita, nel tentativo di generare il Kwisatz Haderach, una figura messianica capace di servirsi e trascendere i poteri Bene Gesserit.

In questa seconda parte emerge tutto il lato più strategico e politico del personaggio di Jessica.
Come scrivevo, il primo film stupisce per lo sforzo, non da poco, nel tradurre in suggestioni visive e sonore il ricco e articolato impianto testuale del romanzo, fatto di un flusso costante di pensieri a commento degli eventi, di estratti da testi storiografici e religiosi, di appendici fondamentali per delineare il contesto e, di fatto, dare forma compiuta a un intero mondo. Le parole, con la loro valenza sacrale, scelte con cura, sono il cuore del libro di Herbert.

Villeneuve fa lo stesso, ma con il linguaggio, sia parlato che corporeo, che per tutti i personaggi sono uno strumento per interpretare il mondo. Questo linguaggio comprende gesti, sguardi e, cosa molto in linea con il romanzo, anche i silenzi. Sono proprio i silenzi, alternati al frastuono del deserto, delle battaglie, della roboante colonna sonora di Hans Zimmer, che colpiscono in questo Dune – Parte due. Sono silenzi parlanti, densi, che riempiono lo spazio, lo saturano come un gas, attraverso cui si pianificano le sorti di Arrakis e dell’intero universo.

Anche nella conclusione di questo dittico, Villeneuve sceglie di lavorare sul piano della messa in scena, delinea i personaggi e i rapporti tra loro, tracciando quella che potrei definire una geografia umana costruita sulla prossemica, la comunicazione non verbale e il modo in cui occupano gli spazi. In questo senso, le splendide scenografie realizzate da Patrice Vermette e i curatissimi costumi ideati da Jacqueline West e Bob Morgan non vanno solo ad arricchire una bella confezione, impreziosire la resa estetica di un film indubbiamente molto bello da guardare, ma hanno un ruolo centrale: definiscono, con notevole precisione, dove debba cadere lo sguardo del pubblico, a sottolineare i rapporti di potere e creare una narrazione all’interno della narrazione.

È interessante che in un film in cui emerge in modo deciso l’impianto visivo, votato all’azione molto più che l’opera precedente, che era più meditativa e solenne, la dimensione del rito, abbia un ruolo centrale: non solo su Arrakis, ma ovunque nell’universo di Dune, ogni gesto è compiuto in modo rituale e persino la camminata asincrona utilizzata per attraversare il deserto senza attirare gli Shai Hulud, i vermi delle sabbie, si trasforma in una danza ammantata di sacralità. Allo stesso tempo ognuno di questi rituali nasce da una necessità pratica. Villeneuve, ancora una volta, si mostra capace di dare forma a un’idea di misticismo pragmatico e sincretico fortemente radicato nelle pagine di Herbert attraverso le immagini e i gesti.

Una visione, quella del romanziere, che indugia in una rappresentazione che a volte ricade in un orientalismo a tratti stereotipato, figlio del suo tempo ma contemporaneamente portante per narrazione e da cui, forse proprio per questo motivo, neanche Villeneuve riesce a emanciparsi, nonostante la sua interessante e riuscita opera di attualizzazione.

Austin Butler fa un lavoro notevolissimo e, francamente, inaspettato portando sullo schermo un Feyd-Rautha davvero spaventoso.
L’aspetto più teorico della religiosità in Dune, così come lo strutturato contesto politico e socio-economico, anche in questo secondo film, sono elementi tratteggiati ed esplicitati solo quanto serve: questo, naturalmente, semplifica di molto il contesto, ma, d’altro canto, quella di prediligere il minimalismo narrativo, contrapposto alla sovrabbondanza visiva, concentrandosi sugli aspetti utili alla comprensione della vicenda, è una scelta che trovo comprensibile, in un film destinato a un pubblico vasto che necessita anche immediatezza di fruizione. Il ruolo della Missionaria Protectiva, la sorellanza responsabile della propaganda Bene Gesserit, non viene delineato con la precisione di un’appendice storico religiosa? Nessuno spiega perché non vengano usate le intelligenze artificiali, in seguito all’evento chiamato Jihad Butleriano, una rivolta contro le macchine? Non importa. Nonostante siano dettagli che rendono il romanzo una costruzione complessa capace di resistere nel tempo, sono elementi che Villeneuve sceglie di scarificare in funzione di una lettura più agile del testo filmico. Personalmente, trovo questa soluzione accettabile, considerando che opera originale e adattamento cinematografico non sono fatti per sovrapporsi, ma per affiancarsi, trovare nuovi pubblici e fare da ponte l’uno verso l’altro.

Questo è il Dune di Villeneuve

Sono altre le scelte che forse faranno discutere, ma che io ho apprezzato: quelle di modificare la caratterizzazione di alcuni dei personaggi femminili principali, in particolare Chani e Jessica, che in qualche modo acquistano capacità di azione all’interno di una società di forte stampo patriarcale, nonostante il ruolo preminente del clero Bene Gesserit (che però amministra il potere, nel film come nel libro, proprio aderendo alle strutture dominanti maschili). Jessica, che nell’ultima parte del romanzo rimane un po’ in disparte, qui non solo ha un ruolo centrale, ma è fondamentale per raccontare a chi non conosce il romanzo come agisce una delle forme di potere più rilevanti in questa narrazione, un potere che arriva dal dominio religioso e dalla propaganda di una religione istituzionalizzata. Rebecca Ferguson, dimostrando un ottimo controllo del personaggio, porta in scena una Lady Jessica nettamente trasformata: quella del primo film, in qualche modo divisa tra responsabilità verso la sua casa e verso il suo ordine, lascia qui lo spazio alla stratega politica Bene Gesserit.

Chani, invece, attraverso una convincente prova di Zendaya, diventa un personaggio contemporaneo che diverge fortemente da quello del romanzo, l’unico che si è concesso Villeneuve. Io interpreto questa scelta come il tentativo di dare nuova significatività a una narrazione figlia dei propri tempi, metterla in dialogo con il presente. D’altronde, le storie, dicevo, non solo sono permeabili ma sono malleabili, sono fatte per essere abitate nel presente. Questo vale persino quelle che sono ammantate da una sacralità intoccabile come, per esempio, Dune di Frank Herbert.

In questa nuova ottica, Chani ci permette di fare nostro il suo sguardo, cosa che ha chiaramente anche una funziona pratica: darci una chiave di lettura di questa storia, avvicinarsi il più possibile alla critica verso le figure messianiche e i leader carismatici che sono al centro del lavoro di Herbert. Facendo questo, Villeneuve anticipa alcuni temi che sono sviluppati più concretamente nel secondo romanzo, Messia di Dune, capaci di far emergere la complessità etica e filosofica del primo libro.

Chani ci fornisce uno sguardo interno e ed esterno sul racconto.
Dune – Parte due, in qualche modo, è un film fatto di compromessi, per portare sul grande schermo un libro considerato impossibile da adattare, ma forse, semplicemente, non traducibile nella sua forma originale, come d’altronde lo sono tutte le opere letterarie. C’è però un elemento in questa trasposizione che mi causa non poche perplessità, ed è la gestione del tempo: laddove la prima parte era molto dilatata e meditativa, adatta al racconto di una crisi, dello smarrimento, di morte rituale e rinascita di Paul, questa seconda è invece eccessivamente compressa, tanto da rompere il ritmo del “rito”. Nel mio pezzo precedente scrivevo che non era ancora il tempo per l’epica, ma speravo sarebbe arrivata. Beh, Dune – Parte due abbraccia certamente l’epica, anche attraverso sequenze grandiose nella messa in scena, di grande impatto, come quella del rituale in cui Paul è chiamato a domare lo Shai-Hulud per diventare a tutti gli effetti fremen. Tuttavia, l’impalcatura diventa meno solenne perché non ha tempo di svilupparsi in una narrazione di ampio respiro, che avrebbe avuto bisogno non di più minutaggio, ma forse di una più chiara scansione degli eventi, di più tempo all’interno della narrazione.

D’altronde, è così anche per il mito e l’epica: il tempo è sospeso, vive al di fuori del tempo storico, ma è dilatato verso l’infinito, in modo da aumentare la portata della narrazione. Invece, al contrario del romanzo che sviluppa gli eventi della seconda e terza parte in svariati anni, nel film di Villeneuve non si percepisce il passaggio del tempo e l’arco narrativo di Paul, anzi gli archi narrativi, perché si tratta di un personaggio estremamente strutturato che ne contiene diversi, semplicemente accadono senza che la narrazione abbia dato il giusto peso a tali cambiamenti, nonostante Timothée Chalamet si impegni molto nel trasformare lo smarrimento iniziale del suo personaggio in autorità. Ed è questo, in fondo, Dune: una riflessione su come le forme di potere, tutte, senza eccezioni, siano prigioni e di come siano profondamente connesse alla sofferenza umana.

Verdetto

Difficile giudicare solo la metà di una storia, perché se il primo film ci dà la direzione, il secondo conclude il viaggio e apre nuovi scenari. In ogni caso, il Dune – Parte due si conferma eccezionale a livello visivo e formale, riproponendo l’austera grandiosità estetica che mi aveva colpito nel primo capitolo, anche attraverso delle soluzioni cromatiche che si confermano particolarmente d’effetto, contrapponendo l’arancione intenso del deserto a una fotografia a tratti completamente desaturata, opera di Greig Fraser. A livello narrativo mi aveva forse convinto di più la prima parte, più ariosa e solenne. In ogni caso, non si può dire che il film non sia efficace, soprattutto perché riesce nell’impresa di raccontare questa storia complessa con una chiarezza e una coerenza interna che altri adattamenti, compreso quello tanto affascinante quando confuso di David Lynch del 1984, non possono vantare. Rimane la sensazione che, dopo due film e poco meno di sei ore di visione, il tempo nostro tempo su Arrakis sia stato comunque poco. Forse sarebbe stato meglio mantenere la scansione in tre parti, come nel romanzo, ma il cinema non è fatto di “se” e di “ma”. Questo è il Dune di Villeneuve che, come le profezie di Paul Muad’Dib Usul, contiene passato, presente e futuro (quest’ultimo nei chiari echi a Messia di Dune, che a questo punto spero arriverà) di questa storia. Una narrazione che in quasi sessant’anni ha cambiato il volto della fantascienza, e in qualche modo del mito contemporaneo, e ci è arrivata in altre forme, veicolata da altre storie. Tutto questo si riesce a percepire, nel film di Villeneuve, mentre ci si gode il viaggio. Il merito più grande di Dune, alla fine, nella somma delle parti, è quello di aver costruito un ponte tra l’opera originale, figlia del suo tempo e della sua natura di epopea letteraria, e la contemporaneità.

Cristina Resait.ign.com

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50
BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00

• BAMBINI da 4 a 12 anni
• ADULTI oltre 60 anni
• PORTATORI DI HANDICAP
• GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
• MILITARI
• il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
• il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura del comune di Imola
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

BIGLIETTO OMAGGIO

ACCOMPAGNATORE DI PORTATORE DI HANDICAP
BAMBINI fino a 3 anni
POSSESSORI DI TESSERA DEGLI ESERCENTI SALA CINEMATOGRAFICA (AGIS-ACEC, AGIS-ANEC, ANEM..)
POSSESSORI DI TESSERA ‘EUROPA CINEMAS’