Archivio

DIGGER [mercoledì 7 ottobre]

2026-10-08T07:25:04+02:006 Ottobre 2026|Archivio|

 

Proiezioni

Mercoledì 7 ottobre: ore 21:00

Titolo originale: Digger
Nazione: U.S.A.
Anno: 2026
Genere: Commedia, satira
Durata: 2 ora 8 min
Regia: Alejandro González Iñárritu
Cast: Tom Cruise, Jesse Plemons, Sandra Hüller, Riz Ahmed, Sophie Wilde, Emma D’Arcy, Robert John Burke, Burn Gorman, John Goodman
Produzione: Legendary Pictures, TC Productions, M Productions
Distribuzione: Warner Bros. Italia

 

 

 

 

 

 

 

Trama

Su richiesta del Presidente degli Stati Uniti, il magnate del petrolio Digger Rockwell deve salvare la Terra da un disastro ambientale causato accidentalmente dalla sua stessa azienda…

Trailer

 

Recensione

Digger, il nuovo film del premio Oscar Alejandro Iñárritu, offre lo sguardo all’incredibile trasformazione di Tom Cruise in quello che si preannuncia come uno dei ruoli più insoliti e ambiziosi della sua carriera.

In Digger, Cruise interpreta Digger Rockwell, un ex magnate petrolifero texano, trasformato in un uomo corpulento, con capelli radi, un marcato accento del Sud degli Stati Uniti e un pesante trucco prostetico che lo rende quasi irriconoscibile. È probabilmente il ruolo meno “tomcruisiano” dai tempi dell’indimenticabile Les Grossman di Tropic Thunder.

La trama segue l’uomo più potente del mondo, convinto di essere l’unico in grado di salvare l’umanità dopo aver provocato lui stesso una devastante catastrofe ecologica globale. Quando il disastro minaccia di distruggere il pianeta, Rockwell viene incaricato di trovare una soluzione impossibile, trasformando la propria ossessione salvifica in una missione disperata.
Il trailer conferma le indiscrezioni circolate negli ultimi mesi e lascia intuire una miscela di satira politica, commedia nera e disaster movie, con un tono che richiama inevitabilmente Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick. Le immagini, caratterizzate da una composizione fortemente simmetrica e da un’estetica volutamente eccentrica, ricordano inoltre il cinema di Roy Andersson.

Tra le sorprese spicca anche John Goodman, che interpreta il Presidente degli Stati Uniti, descritto come un comandante in capo che si addormenta nei momenti meno opportuni e affida proprio a Digger il compito di salvare il mondo.
Durante la presentazione del trailer, Tom Cruise ha commentato con una frase destinata a far discutere: “Mi ci sono voluti 40 anni per diventare questo personaggio.” Un’affermazione che sembra già alimentare le prime speculazioni su una possibile corsa agli Oscar per un’interpretazione completamente agli antipodi rispetto ai ruoli action che hanno reso celebre l’attore.
Il film è scritto da Alejandro Iñárritu insieme ai premi Oscar Alexander Dinelaris e Nicolás Giacobone, oltre a Sabina Berman, sulla base di una storia sviluppata dallo stesso regista con la scrittrice messicana.

Dietro la macchina da presa torna anche gran parte della squadra creativa che ha accompagnato Iñárritu nei suoi lavori più celebrati: il tre volte premio Oscar Emmanuel Lubezki firma la fotografia, realizzata interamente in VistaVision (formato cinematografico introdotto negli anni 50, con pellicola in 35 mm a scorrimento orizzontale, da non confondere con l’IMAX in 65 mm, ndr), mentre il trucco su Tom Cruise è affidato all’altro premio Oscar Kazu Hiro.

Secondo le prime impressioni, Digger potrebbe rivelarsi tanto un capolavoro quanto un clamoroso azzardo creativo, ma una cosa appare già certa: sarà uno dei film più discussi della stagione cinematografica autunnale.

Stella Delmattino – ilcineocchio.it

“Non c’è niente di meglio che trovarsi fisicamente e metaforicamente sull’orlo di un precipizio e dire: ‘Facciamolo’”, ha dichiarato Tom Cruise, parlando con un gruppo di giornalisti internazionali durante l’evento stampa di presentazione del trailer ufficiale di Digger. “Mi fido di te, e qualunque cosa faremo, so che sarà un’esperienza incredibile. Uniamoci e facciamolo. Facciamolo tutti insieme.”
“Non ho mai avuto qualcosa che potesse mettermi alla prova in questo modo”, spiega. “E nemmeno Alejandro quando abbiamo iniziato, mai. Quando vedrete questo film, vi renderete conto che è totalmente originale.”

Matteo Regoli – cinema.everyeye.it

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_ il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura Area Metropolitana di Bologna
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

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SANTIAGO [mercoledì 30/09]

2026-09-30T21:13:11+02:0026 Settembre 2026|Archivio|

 

Proiezioni


Mercoledì 30 settembre: ore 21:00

Titolo originale: Compostelle
Nazione: Francia
Anno: 2026
Genere: Drammatico, commedia
Durata: 1 ora 42 min
Regia: Yann Samuell
Cast: Alexandra Lamy, Julien Le Berre, Maëlle Vidou, Eric Métayer, Malik Amraoui
Produzione: Eveya Productions, Page Films, Apollo Films, France 3 Cinéma, Auvergne-Rhône-Alpes Cinéma,
Distribuzione: Officine UBU

 

 

 

 

 

 

Trama

Santiago – Un Cammino per Ricominciare, il film diretto da Yann Samuell, vede protagonista della storia Adam (Julien Le Berre), un adolescente allo sbando, intrappolato in una rabbia che non riesce a controllare e in un profondo senso di abbandono.
Quando un giudice gli impone una scelta inaspettata – percorrere 800 chilometri del Cammino di Santiago per riflettere sul proprio futuro – il ragazzo si ritrova costretto a partire. Al suo fianco c’è Fred (Alexandra Lamy), una donna forte, diretta e segnata da un passato che tenta disperatamente di lasciarsi alle spalle. I due non si conoscono e si incontrano grazie a un’associazione che li accompagna in questo insolito pellegrinaggio verso Santiago de Compostela. Lei cerca una forma di guarigione, lui un modo per dare un senso alla propria rabbia.
Lungo il cammino, tra fatica, scontri, silenzi e inattesi momenti di pace, nasce un legame fragile ma autentico. Chilometro dopo chilometro, attraverso gli incontri e le tappe del viaggio, Fred e Adam scoprono una forza interiore che non credevano di possedere. Ma il Cammino, oltre a essere una sfida fisica, diventa soprattutto una prova emotiva e spirituale.
Ma sarà sufficiente per permettere a entrambi di cambiare davvero e raggiungere i propri obiettivi?

Trailer

 

Recensione

Il racconto di un viaggio interiore. Da una prospettiva laica e con due ottimi attori.

Fred è un’insegnante sospesa dal lavoro per aver dato uno schiaffo a una studentessa. Il marito medico le ha chiesto il divorzio e sua figlia Nina è sempre più distante. Grazie a un’amica scopre l’esistenza di un’associazione che si occupa di ragazze e ragazzi con problemi, organizzando anche cammini definiti marce di rottura. Nonostante qualche timore da parte di un dirigente dell’associazione, Fred ottiene l’autorizzazione ad accompagnare il pluridenunciato Adam in un viaggio di tre mesi sul cammino per Santiago scelto dal ragazzo in alternativa alla detenzione. Il rapporto tra i due non si presenta come facile e non lo sarà.

Yann Samuell prende spunto da progetti di reinserimento attivi in Francia per raccontare una vicenda con due protagonisti che sanno come tenersi reciprocamente testa.

Non fatevi suggestionare negativamente dalla musica, decisamente enfatica, che accompagna i titoli di testa. Si tratta di uno dei pochi e veniali peccati di un film il cui regista (che nel corso della carriera ha affrontato generi diversi e ha saputo raccontare le tensioni dei più giovani nel remake de La guerra dei bottoni) ha dichiarato che ogni generazione ha la responsabilità di quella successiva e anche di quella precedente. Se la prima parte dell’affermazione può risultare chiara, la seconda trova una sua spiegazione in questo film. Perché i figli possono confermare, portandone su di sé le tracce, gli errori dei genitori oppure trasformarli con fatica in positività.

In una prospettiva laica il viaggio verso una meta è cammino di introspezione e di conoscenza, occasione di revisione critica, di riflessione sui propri comportamenti. Ed è con questo obiettivo che l’associazione “Seuil” (che significa soglia) opera favorendo il cammino di transizione verso Santiago da parte di giovani che hanno carichi pendenti o comunque situazioni di grave disagio sulle spalle.

È quanto affrontano l’insegnante Fred e il quasi maggiorenne Adam, entrambi con problemi che nel ragazzo si manifestano con aggressività e rifiuto delle regole. Samuel, grazie alle più che efficaci interpretazioni della rodata Alexandra Lamy e del giovane Julien Le Berre, riesce ad offrire, con grande aderenza alla realtà, l’alternarsi di fasi di avvicinamento tra le due personalità con altre in cui ogni possibile tentativo di rapporto sembra destinato già in partenza al fallimento.

Un personaggio che appare attorno a metà film esprime con questa battuta il proprio punto di vista sul ragazzo: “Molti sono compassionevoli per qualche minuto e poi se ne vanno. Adam non ha nessuna compassione ma resta”. Potrebbe cambiare il ‘non ha’ con ‘sembra non avere’. Perché Il ragazzo ha subito troppe frustrazioni gravi per poter ammettere con se stesso di avere bisogno di aiuto mostrando il suo lato debole. Le reazioni di Fred sono quelle dell’insegnante che sa riconoscere queste debolezze ma non sempre riesce a sopportarne l’impatto.

Tutto ciò seguendo il percorso di quel camino che Zalone ha fatto diventare buen per il box office e che qui viene proposto in una luce totalmente diversa; che affronta il versante religioso mettendone in luce l’occasione di crescita personale che può offrire anche a chi vi partecipa con spirito laico non prevenuto. Il rap, Schubert e il canto gregoriano possono convivere.

Giancarlo Zappoli – www.mymovies.it

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DIO RIDE [anteprima – 04/10 ore 16:00]

2026-10-06T21:49:34+02:0022 Settembre 2026|Archivio|

 

ANTEPRIMA NAZIONALE

ore 16:00 saluto in diretta Youtube

Domenica 27 ottobre: ore 16:03

dalle 18:00 alle 18:45 live in diretta da Lucca con Pierfrancesco Favino e Giovanni Veronesi.

 

Titolo originale: Dio ride
Nazione: Italia
Anno: 2026
Genere: Drammatico, commedia
Durata: 1 ora 54 min
Regia: Giovanni Veronesi
Cast: Pierfrancesco Favino, Silvio Orlando, Alma Noce, Francesco Gheghi, Maurizio Lombardi, Paolo Rossi, Carlo Cecchi
Produzione: Indiana Production, PiperFilm, Ogi Film
Distribuzione: Piper Film

 

 

 

 

Il film è stato scelto come film di chiusura, fuori concorso, dell’83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

 

Trama

Nel cuore del ‘600 c’è un uomo che parla di Dio come nessuno aveva fatto prima di lui: Parla di un Dio vicino agli uomini capace anche di ridere insieme a loro ma questo clamore arriva fino a Roma e l’eco di quella voce ha un suono pericoloso. “Dio ride” è una storia agro dolce per conoscere un personaggio storico che ha vissuto la fede come atto di gioia da condividere…

Trailer

 

Recensione

Il film più ambizioso e riuscito di Giovanni Veronesi.

Nel cuore del ‘600 c’è un uomo che parla di Dio come nessuno aveva fatto prima di lui: è Frate Leopoldo da Casamacchia che racconta il Vangelo con una gioia contagiosa portando, a chi lo ascolta, sollievo e speranza. Il suo messaggio si diffonde di villaggio in villaggio, conquistando il cuore di migliaia di persone che iniziano a seguirlo ovunque. Un clamore che porta il Papa ad affidare il caso al cardinale Maculani, il più autorevole inquisitore del suo tempo. Quello che nasce come un processo si trasforma in un confronto inatteso, destinato a mettere in discussione convinzioni che sembravano incrollabili. Mentre il destino di Leopoldo sembra ormai segnato, quello di Maculani e di chi come lui è stato colto dal dubbio prende direzioni inattese.

È il film più ambizioso e riuscito del regista Giovanni Veronesi con Pierfrancesco Favino in uno dei vertici della sua carriera insieme a Silvio Orlando che, con il personaggio del cardinale Maculani, aggiunge un tassello ai suoi sempre più convincenti ruoli ecclesiastici.

Già dall’incipit risulta chiaro che Giovanni Veronesi, nella lunga sequenza in cui Fra Leopoldo si carica letteralmente sulle spalle il suo priore malato (un commovente Paolo Rossi) per le campagne toscane, abbia lavorato su una regia molto studiata che, oltre all’utilizzo della macchina da presa a spalla che li pedina, è alla ricerca della luce naturale giusta, immergendoci da subito proprio nell’ambiente che tanta importanza avrà nel proseguo del racconto per la sua funzione narrativa.

Infatti Fra Leopoldo che, più che predicare, mette in scena dei racconti orali da attore consumato davanti a un pubblico che inizia a seguirlo sempre più numeroso, lo fa sempre all’aperto. La sua caratteristica di ridurre all’essenza le vicende delle Scritture, con l’aggiunta di una nota ironica che arriva diretta a tutto il suo pubblico che è molto largo, dai bambini agli anziani, lo porta a farsi capire in maniera diretta e naturale.

Questi momenti sono tutti sempre in esterni, in mezzo alla natura appunto, che sia un lago o una radura o lo spazio di una cava dove lui trova riparo in una grotta. La natura, più vicina agli uomini semplici, è volutamente contrapposta alla Chiesa ufficiale con gli spazi non certo angusti ma chiusi dei palazzi sfarzosi in cui si muove il cardinale Maculani, il tribunale della Santa Inquisizione e naturalmente il Papa Innocenzo X interpretato con la solita forza incisiva da Carlo Cecchi nella sua ultima grande apparizione al cinema.

Questa dicotomia rispecchia anche la cesura ideologica tra una Chiesa, quella francescana del frate più vicina alla povera gente (il film si chiude non a caso con una citazione di Papa Francesco: «Si può ridere anche di Dio? Certo, non è una bestemmia questa, come si gioca e si scherza con le persone che amiamo») e quella appunto chiusa nei palazzi e nelle chiese dove la liturgia veniva celebrata in latino. Fra Leopoldo invece parla come gli viene – è pure analfabeta – in una sorta di volgare italiano (Favino in questo è strepitoso perché ha un dono nel rendere in maniera molto originale i diversi parlati) che conquista non solo il suo pubblico (e noi spettatori), ma anche un altro personaggio del film, quello della giovane nobile Isabella (Alma Noce che conferma la sua serietà attoriale) sposata e vessata da un proprietario terriero violento.

La donna trova proprio nell’ascolto di Fra Leopoldo la forza per uscire, fisicamente, prima dalle grandi stanze del suo palazzo, e poi dalla sua condizione di sottomissione. Apparente gracile e indifesa, come l’attrice stessa, Isabella esce fuori come un personaggio forte e proiettato nel futuro, insomma una protofemminista.

La sceneggiatura, scritta a dieci mani, vuole ovviamente inserire la vicenda ambientata nel ‘600 all’interno di tematiche che risuonino anche oggi. Per farlo Veronesi abbandona gli stilemi della sua amata commedia all’italiana e del suo maestro Mario Monicelli per coniugare un racconto che ha il respiro del cinema popolare insieme a una tensione storica, religiosa ma anche civile, che arriva diretta allo spettatore.

Pedro Armocida – www.mymovies.it

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THE ECHO CHAMBER [mercoledì 23/09]

2026-09-30T21:14:47+02:0021 Settembre 2026|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 23 settembre: ore 21:00

Titolo originale: The echo chamber
Nazione: Italia, Belgio
Anno: 2026
Genere: Drammatico
Durata: 1 ora 40 min
Regia: Andrea Pallaoro
Cast: Luca Marinelli, Alicia Vikander, Susan Sarandon
Produzione: Indigo Film
Distribuzione: 01 Distribution

 

Trama

Leo fa il produttore musicale e vive a Londra. Il suo progetto più importante lo vede collaborare con Ava, cantante e icona che si era ritirata dalle scene ma che lui ha saputo convincere a tornare per un nuovo album, sul quale i due lavorano dall’appartamento dell’uomo. A fargli visita c’è spesso anche Anne, infermiera a domicilio a cui si è rivolto per un mal di schiena debilitante. La frequentazione con la ragazza diventa però sentimentale oltre che professionale, e tra i due si fa strada un rapporto ambiguo che è ulteriormente complicato dal bisogno che Leo sviluppa per i farmaci antidolorifici prescritti da Anne….

Trailer

 

Recensione

“The Echo Chamber “di Andrea Pallaoro concentra pressoché l’intera vicenda nell’appartamento di Leo (Luca Marinelli), affermato produttore musicale segnato da un dolore fisico persistente e da una dipendenza farmacologica. Del mondo esterno rimangono poche tracce: un cortile intravisto dalla finestra, qualche passaggio, presenze percepite più che realmente incontrate. La città esiste, ma sembra essersi ritirata ai margini dell’inquadratura.

È in questo spazio chiuso che entra Anne (Alicia Vikander), fisioterapista chiamata a curarlo a domicilio. La relazione nasce dunque attraverso il corpo dolente di Leo e all’interno di una funzione di cura che progressivamente perde i propri confini. Anne gli procura farmaci senza prescrizione, diventa sua amante e partecipa a un legame nel quale attrazione, bisogno, accudimento e dipendenza diventano difficilmente separabili.

Su un altro versante compare Ava May (Susan Sarandon), cantante ritiratasi dalle scene che Leo cerca di riportare alla musica. Ava introduce nel film un’altra forma di presenza: quella della voce, capace di attraversare le stanze e il tempo, di permanere anche quando il corpo che l’ha prodotta è assente. La narrazione procede così meno per concatenazione di eventi che attraverso ritorni, avvicinamenti, separazioni e risonanze.

L’appartamento assume progressivamente la consistenza di uno spazio psichico. Leo vi si è ritirato insieme al proprio corpo sofferente, quasi restringendo il mondo alla misura del proprio disagio. Ma il dolore fisico sembra essere soltanto la parte più immediatamente nominabile di una sofferenza più diffusa. Sotto di esso affiora una rabbia scarsamente contenuta, che cerca differenti vie di scarica o sedazione: nella masturbazione, nell’uso di sostanze, nei rapporti sessuali con Anne, in esplosioni di violenza che gli procurano delle lesioni. Modi diversi di abbassare una tensione interna che sembra faticare a diventare esperienza pensabile.

Il concetto di ritiro psichico elaborato da John Steiner (1993) offre qui una possibile chiave di lettura. Nei Psychic Retreats il soggetto costruisce un rifugio mentale che lo protegge da angosce vissute come intollerabili, ma il prezzo della protezione è una progressiva sottrazione al contatto con la realtà interna ed esterna. L’appartamento di Leo sembra assumere precisamente questa ambivalenza: riparo e prigione, protezione dal mondo e spazio nel quale ciò da cui egli tenta di difendersi viene custodito e amplificato. Il fuori, intravisto dalla finestra, rimane visibile ma difficilmente raggiungibile.

E tuttavia Leo, dentro quelle stesse stanze, continua a lavorare alla musica: ascolta, compone, interviene sui suoni. Se il corpo cerca il sollievo immediato dalla tensione, la musica sembra conservare un’altra possibilità: trasformare, dare forma, rendere rappresentabile qualcosa dell’esperienza interna. Pallaoro costruisce così una topografia quasi psichica: un interno saturo di corpi, oggetti, suoni e tensioni e un esterno dal quale il soggetto sembra essersi ritirato.

Anne e Ava raggiungono Leo lungo due vie differenti: Anne attraverso il corpo, Ava attraverso la voce. La prima tocca il luogo del dolore ed entra progressivamente nel circuito della sua sedazione; la seconda appartiene al registro della musica e introduce la possibilità che qualcosa possa essere presente anche nell’assenza.

È forse qui che la “camera dell’eco” del titolo acquista la sua risonanza più profonda. L’eco presuppone infatti una distanza: perché una voce possa ritornare, deve essersi allontanata dalla propria fonte. Ma nell’universo di Leo proprio la distanza sembra difficile da tollerare. Il farmaco deve agire sul dolore, il corpo dell’altra deve essere disponibile, la voce deve poter essere trattenuta e riprodotta. La separazione viene continuamente contrastata dalla necessità di mantenere l’oggetto presente.

Si apre così la questione che Freud  (1917) pone in Lutto e melanconia: come può l’Io riconoscere la perdita dell’oggetto senza perdersi con esso? The Echo Chamber sembra sostare proprio sulla soglia di questo lavoro, là dove l’assenza non è ancora pienamente rappresentabile e l’oggetto deve continuare, in qualche modo, a essere presente.

Ma la voce possiede una qualità singolare: può sopravvivere alla presenza concreta dell’oggetto senza coincidere con esso. Registrata, riascoltata, trasformata dalla musica, può diventare traccia invece che sostituzione, memoria invece che possesso.

Non è forse casuale che l’ultima sceneggiatura alla quale Bernardo Bertolucci lavorò, insieme a Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi, sia diventata, dopo la sua morte, il film di un altro regista. Pallaoro ha trasformato in immagini le parole lasciate da un autore assente. Così, in un film che interroga la possibilità di tollerare la distanza dall’oggetto, risuona anche la voce di chi non c’è più.

Forse è questa l’eco più profonda del film: non cancellare l’assenza, ma riuscire ad ascoltare ciò che può restare di una presenza.

Riferimenti bibliografici

Freud S. (1917). Lutto e Melanconia, O.S.F., 8.

Steiner J. (1993).  I Rifugi della Mente. Torino, Boringhieri, 1996

Leonardo Resele– www.spiweb.it

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TONY- Diario di un giovane cuoco

2026-09-17T19:05:32+02:007 Settembre 2026|Archivio|

 

Proiezioni

Venerdì 11 settembre: ore 21:00
Sabato 12 settembre: ore 21:00
Domenica 13 settembre: ore 16:30 – 18:30
Domenica 13 settembre: ore 21:00
(versione originale sottotitolata in italiano)
Mercoledì 16 settembre: ore 21:00

Titolo originale: Tony
Nazione: USA
Anno: 2026
Genere: Biografico, drammatico, commedia
Durata: 1 ora 46 min
Regia: Matthew Johnson
Cast: Dominic Sessa, Antonio Banderas, Emila Jones
Produzione: A24, Star Thrower Entertainment, Zapruder Films
Distribuzione: I Wonder Pictures

 

 

 

 

Trama

La pellicola è incentrata sulla vita dello chef Anthony Bourdain agli albori della sua carriera e raccontata all’interno della sua autobiografia Kitchen Confidential. Avventure gastronomiche a New York.

La storia è ambientata a cavallo tra la prima e la seconda metà degli anni 70 e segue le vicende di Anthony Bourdain, un giovane ragazzo con forti ambizioni da aspirante scrittore, ma quando troverà un lavoro part-time in un ristorante a Cape Cod, tutto cambierà radicalmente nella sua vita….

Trailer

 

Recensione

Un coming of age ironico e anticonvenzionale. Un’ode stravagante a tutte le persone fuori dal comune.

1975. Tony è uno studente diciannovenne iscritto al Vassar College che sogna di diventare uno scrittore e concorre per una borsa di studio che finanzi lo sviluppo di un suo primo, ipotetico romanzo. È convinto di avere in tasca quella borsa grazie alla sua parlantina, e ci tiene soprattutto a convincere sua madre di non essere il cialtrone che lei crede. È anche innamorato di una compagna di scuola, Nancy, e per farsi bello con lei le assicura di avere già vinto quel riconoscimento.

Quando scopre che invece è andato a un’altra studentessa decide di partire per Provincetown, la cittadina balneare di Cape Cod dove Nancy si è trasferita per l’estate, convinto di poterla conquistare. A Provincetown Tony trova lavoro come lavapiatti presso un fast food di pesce capitanato da Ciro, un individuo latinoamericano bizzarro ma generoso, e popolato da uno staff sui generis fra cui spicca Sal, tanto carismatico quanto collerico e ingestibile. Sarà questa la sua improbabile introduzione al mondo dell’alta cucina che lo renderà celebre nel mondo.

Tony, diretto dal regista indipendente Matt Johnson e scritto da Todd Bartels e Lou Howe, narra gli inizi della vita professionale del celebre cuoco, scrittore e personalità televisiva Anthony Bourdain, attingendo liberamente ad alcuni episodi narrati nel memoir “Kitchen Confidential”.

È il ritratto affettuoso di una personalità complessa e originale, ma anche di un ragazzo minato da una profonda insicurezza, confuso e scombinato, in cerca della propria identità e in balia dei propri desideri scomposti.

Johnson sceglie di uscire dai canoni standard del biopic agiografico e racconta il suo protagonista attraverso una costruzione altrettanto (deliberatamente) sconclusionata e caotica, come se il film stesso fosse in preda allo sturm und drang e alla confusone esistenziale di Tony. Gli altri personaggi del film, in particolare Sal, ma anche i suoi compagni di lavoro e il capo Ciro, sono personalità altrettanto anomale e imprevedibili, e questo rende il racconto divertente e la messa in scena originale e convincente proprio nella sua eccentricità. Tony è un bugiardo compulsivo non tanto perché voglia ingannare il prossimo, quanto perché cerca disperatamente di inventarsi un’identità più interessante della propria e di attribuirsi un talento che teme di non possedere.

A incarnare il giovane Bourdain è uno degli attori giovani più promettenti della scena cinematografica indipendente americana, Dominic Sessa, che abbiamo visto tenere testa a Paul Giamatti in The Holdovers – Lezioni di vita ed esibirsi come mago truffatore in Now You See Me Now You Don’t. Ma il vero mattatore del film è Ciro, il cuoco interpretato da Antonio Banderas con un mix di bonomia e follia che è profondamente nelle corde dell’attore spagnolo. Completano il cast Leo Woodall nei panni del vulcanico Sal, Emilia Jones in quelli di Nancy e il comico e podcaster Stavros Halkias, visto recentemente in Bugonia, nel ruolo dell’aiuto cuoco Stavros.

Tony è più un coming of age che un biopic, nel senso che non è facile, e del resto non è così importante, riconoscere nel protagonista l’Anthony Bourdain curioso e socievole (ma anche supercool) che abbiamo apprezzato attraverso le sue trasmissioni televisive (e la sua storia con Asia Argento), perché la trama funziona lo stesso, anche se illuminare la follia e la fragilità, nonché il desiderio di accettazione, del protagonista da giovane gettano una luce particolare sul suicidio del celebre cuoco, avvenuto nel 2018 a 61 anni. Johnson fa di Bourdain una sorta di Martin Eden, e del suo film un’ode stravagante a tutte le persone fuori dal comune, nonché al bisogno di ognuno di noi di essere visto e riconosciuto nella propria irrinunciabile individualità.

Paola Casella – www.mymovies.it

Prezzi

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BIGLIETTO UNICO € 3,50 (nei giorni Cinema in Festa) 

BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00 (tranne nei giorni Cinema in Festa)
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d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

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HEN – Storia di una gallina [mercoledì 17 giugno]

2026-06-18T09:38:06+02:0010 Giugno 2026|Archivio|

 

Proiezioni

Mercoledì 17 giugno: ore 21:00 (Cinema in Festa: ingresso € 3,50)

Titolo originale: Kota
Nazione: Germania, Grecia, Ungheria
Anno: 2025
Genere: Drammatico, Commedia, Drammatico
Durata: 1 ora 36 min
Regia:György Pálfi
Cast: Yannis Kokiasmenos, Maria Diakopanayotou, Argyris Pantazaras, Machmout Bamerni
Produzione: Pallas Film, View Master Films, Twenty Twenty Vision
Distribuzione: Officine UBU

 

 

 

 

 

 

 

 

Trama

Vista con gli occhi di una gallina, Hen segue una fuggitiva in un ristorante greco in rovina sul mare, proteggendo le sue uova e osservando la complessità delle vite umane…

Trailer

 

Recensione

Coming of age ma anche thriller, particolarmente riuscito nelle percezioni sonore della gallina.

Hen è l’unico pulcino nero nato in mezzo a tantissimi gialli nato in un allevamento industriale. Si trova dentro un tir e sembra destinata a morte sicura quando riesce a scappare durante una sosta in una stazione di servizio. Neanche il tempo di godersi la libertà che la sua vita è di nuovo in pericolo. Una volpe l’ha avvistata e le sta dando la caccia ma riesce a sventare anche questo attacco. Poi si ritrova in un mercato affollato e in mezzo a una manifestazione fino a quando viene catturata da un cane, Titan, che la porta dal suo padrone Ioannis, proprietario dell’ex-ristorante Panorama che vive lì assieme alla figlia e al fidanzato di lei, un trafficante senza scrupoli. Hen così viene catturata e rinchiusa poi in un pollaio assieme alle altre galline. Ma anche in quella situazione di estrema difficoltà, trova il modo di reagire tentando di nuovo la fuga.

La vita ad altezza di gallina. La libertà, il vagabondaggio, la cattura. Non c’è la disperazione o la ricerca di una possibile felicità dell’asino di EO di Skolimowski. La protagonista di Hen è puro istinto, segnata dalla sua diversità sin dalla nascita ma anche da un’identità che si costruisce e poi si afferma nel corso del film, fino a trovarsi quasi in una posizione di potere nel finale dopo le continue sofferenze, con un percorso e una metamorfosi simile a quella di Malik ne Il profeta di Audiard.

Ma che cos’è Hen. Storia di una gallina? Ha la struttura del coming of age ma anche il respiro di un thriller, che caratterizza tutta la seconda parte del film, forse non controllata del tutto fino in fondo anche se c’è un momento particolarmente riuscito, quello in cui due criminali irrompono nel ristorante e dicono ai clienti di andarsene.
Il cineasta ungherese György Pálfi si era fatto conoscere soprattutto con Taxidermia, presentato vent’anni fa al Festival di Cannes nella sezione Un certain regard. Con quel film Hen. Storia di una gallina condivide la costante presenza della morte. Dallo stile disturbante di Taxidermia, il regista si confronta con una sorta di ‘favola nera’, che si apre con un intenzionale inganno documentarista (l’uovo che esce dalla gallina) per poi passare alle atmosfere più che alle scomposizioni di matrice surrealista, evidente in tutta l’incalzante sequenza nella stazione di servizio dove Hen è sempre sul punto di soccombere ma poi invece trova un incredibile istinto di sopravvivenza.

Il suo sguardo corrisponde spesso con quello del cineasta. A volte è in simbiosi, altre in contrasto. Le sue visioni soggettive possono essere più accentuate dalla scatola o del cane. E il simbolismo a volte troppo scoperto, come nella scena i cui vede il cartoon su un pulcino che esce dall’uovo. Però diventano contagiose soprattutto le sue percezioni sensoriali ed è qui che Hen. Storia di una gallina risulta comunque originale. Si passa dalla paura all’incoscienza e alla ricerca della fiducia nel mondo. Per questo la sua solitudine e quella di Ioannis riescono alla fine a trovare un punto d’incontro. Ma soprattutto si potrebbero sentire i suoni e le parole attraverso il suo udito. Non conosce il senso dei dialoghi ma riesce a capire quello che avviene, soprattutto in tutto il racconto criminale. Nel modo in cui è mostrato il traffico d’immigranti irregolari Pálfi forza un po’ la mano perché si ha l’impressione che voglia trasformare il film in una metafora politica su un Europa che sembra sempre più orientata a chiudere i propri confini. Però sono sempre le percezioni di Hen che possono rendere quelle immagini drammatiche o sfuggenti.

Con una maggiore leggerezza poteva aspirare a Babe. Maialino coraggioso, con cui condivide i temi della tenacia, del pregiudizio e l’empatia. Non sempre serve mostrare tutto ed Hen. Storia di una gallina l’ha capito solo in parte. Perché i momenti più riusciti sono quelli in cui il nostro passo è lo stesso di Hen.

Simone Emiliani – www.mymovies.it

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50

BIGLIETTO UNICO € 3,50 (nei giorni Cinema in Festa) 

BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00 (tranne nei giorni Cinema in Festa)
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_ TITOLARI tessera ANEC – UNITA (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo)
_ il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
_ il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
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TOY STORY 5 [da venerdì 19 giugno]

2026-07-01T08:08:35+02:009 Giugno 2026|Archivio|

 

Proiezioni

Mercoledì 24 giugno: ore 21:00
Venerdì 26 giugno: ore 21:00
Sabato 27 giugno: ore 21:00
Domenica 28 giugno: ore 18:00 – 20:30

Titolo originale: Toy Story 5

Nazione: USA
Anno: 2026
Genere: Animazione, Azione, Avventura
Durata: 1 ora 42 min
Regia: Andrew Stanton, Kenna Harris
Produzione: Pixar Animation Studios, Walt Disney Pictures
Distribuzione: Walt Disney Studios Motion Pictures

 

 

 

 

 

Trama

Da quando lo Sceriffo Woody ha lasciato Bonnie per aiutare i giocattoli abbandonati a ritrovare i loro proprietari, Jessie ha preso il comando nella stanza della bambina insieme a Buzz Lightyear.
Dopo aver ricevuto un tablet di nome Lilypad come regalo, Bonnie ne diventa però succube, accantonando così i giocattoli…

Trailer

 

Recensione

Toy Story 5, le reazioni dopo la premiere sono entusiaste! ‘Il franchise al suo meglio’

Il timore di deludere le aspettative quando si dà vita al nuovo capitolo di un franchise del calibro di Toy Story è ovviamente altissimo (in questo caso, d’altronde, c’è anche il precedente di tante recensioni poco entusiaste del quarto film). Ma come sarà andato, dunque, questo nuovo esame?

Il primo momento della verità è arrivato ieri, giorno della premiere losangelina di Toy Story 5… E le prime reazioni sono state quelle in cui Pixar sperava: “Un nuovo capitolo fantastico per il franchise. Jessie ha finalmente la storia che meritava! È emozionante, divertente, perfetto in ogni modo. Ho amato i nuovi personaggi. Ho riso e pianto per quanto è meraviglioso questo Toy Story 5. La canzone di Taylor Swift è perfetta” si legge nel commento di Jazz Tangcay di Variety.

Drew Taylor di TheWrap, dal canto suo, ha descritto Toy Story 5 come “un successo assoluto e la prova che questo sia il più grande franchise d’animazione di sempre. Sorprendente, pieno di cuore, dinamico e tanto, tanto divertente. Che questi film non finiscano mai”.

“È Toy Story al suo meglio, è la sua storia più importante finora!” si legge nel commento di Shahbaz Siddiqui di The Movie Podcast, mentre il suo collega Daniel Baptista aggiunge: “È esattamente la storia di cui abbiamo bisogno adesso”. Ce n’è abbastanza, insomma, per essere ottimisti! Tom Hanks, intanto, ha spiegato perché ha detto sì a Toy Story 5.

Ivan Marra – cinema.everyeye.it

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50

BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00
_ BAMBINI e RAGAZZI da 4 a 24 anni
_ ADULTI da 65 anni in su
_ ACCOMPAGNATORI PORTATORI DI HANDICAP
_ GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
_ MILITARI
_ TITOLARI tessera ANEC – UNITA (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo)
_ il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
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IL SILENZIO DEGLI ALTRI [mercoledì 3 giugno]

2026-06-03T21:38:00+02:002 Giugno 2026|Archivio|

 

Proiezioni

Mercoledì 3 giugno: ore 21:00

Titolo originale: Sorda
Nazione: Spagna
Anno: 2025
Genere: Drammatico
Durata: 1 ora 39 min
Regia: Eva Libertad
Cast: Álvaro Cervantes, Elena Irureta, Joaquín Notario, Miriam Garlo
Produzione: Nexus Creafilms, A Contracorriente Films, Distinto Films
Distribuzione: Lucky Red

Il film ha ottenuto 7 candidature e vinto 3 premi Goya,

 

 

 

 

 

Trama

Ángela, una donna sorda, aspetta un bambino dal suo compagno udente, Héctor. L’arrivo del bambino provoca una crisi nella loro relazione, costringendo Ángela ad affrontare le sfide di crescere sua figlia in un mondo che non è fatto per lei…

Trailer

 

Recensione

Il silenzio degli altri (Sorda) è un film spagnolo scritto e diretto da Eva Libertad. Presentato alla 75ª edizione del Festival di Berlino, nella sezione Panorama, il film ha ottenuto numerosi premi di prestigio e riconoscimenti, tra i tanti, il Premio del Pubblico LUX, il premio per il Miglior Film al Málaga Spanish Film Festival e con il riconoscimento italiano anche al Bari International Film Festival, dove ha vinto il Premio Meridiana per il Miglior Film.

Prima di parlare della pellicola, una curiosità: il film è la versione lungometraggio dell’omonimo cortometraggio Sorda del 2021, diretto sempre da Eva Libertad e interpretato dalla stessa attrice protagonista, Miriam Garlo. Una pellicola che ha avuto altrettanti riconoscimenti ai festival del cinema e che ha agevolato gli interessi verso Sorda del 2026.

Il silenzio degli altri è un’opera cinematografica pregevole e capace di emozionare; una perla del cinema spagnolo e un piccolo tesoro del cinema internazionale. È un film in cui si percepisce chiaramente che sono stati messi anima e cuore per raccontare qualcosa di vero, intimo e vissuto. La pellicola non si limita a sensibilizzare sul tema della sordità, ma va oltre, raccontando le difficoltà dell’amare, del crescere e del sentirsi parte di un mondo che spesso non si ferma mai davvero per ascoltare gli altri. È un film sulla vita stessa, sul bisogno di essere capiti, amati e riconosciuti, dagli altri ma anche da noi stessi.

È una pellicola che ritrae la vita nella sua forma più autentica , dove tutti, chi più e chi meno, vorremmo esserne protagonisti e, in fondo, lo siamo. Ma tra sentirci protagonisti ed essere percepiti come tali dagli altri, e soprattutto da noi stessi, passa “l’abisso”. Il film racconta la voglia di vivere la vita al pieno della sua essenza, delle sue opportunità e delle nostre capacità al di là di una condizione limitate come può essere la sordità.

Il film parla a chi vive la sordità, ma anche a chi porta con sé altri disagi o, pur non avendone, si è sentito almeno una volta diverso. Parla a quelle persone che cercano di trarre il massimo dai rapporti umani e di imparare a convivere con la complessità e la varietà dell’animo umano.

Molti non udenti, come gli amici della protagonista, hanno costruito la propria vita accanto ad altri non udenti e il film questo lo mostra più volte. Ángela, invece, sceglie di esporsi al mondo degli udenti, vivendo la propria diversità senza nasconderla. Un gesto che nel 2026 può sembrare normale, ma che in realtà non è ancora scontato: si parla molto di inclusione e diversità, ma chi le vive davvero alla luce del sole resta ancora una minoranza.

Il silenzio degli altri riesce dove molte pellicole hanno fallito: é capace di farci immedesimare in entrambi i protagonisti con naturalezza, nonostante la complessità delle emozioni dietro i momenti delicati del vissuto quotidiano; e lo fa senza mai senza mai stancare, ma soprattutto è un film che riesce a commuovere.

Il film racconta la storia di Ángela, interpretata da Miriam Garlo, una donna non udente, e Héctor, interpretato da Álvaro Cervantes, un uomo udente. I due hanno vissuto per tre anni un amore profondo e totalizzante, ma la nascita della loro bambina, Ona, cambia inevitabilmente gli equilibri della coppia. L’amore non finisce, ma è costretto a evolversi.

Ángela, che con Héctor sembrava aver trovato il suo posto nel mondo, si ritrova improvvisamente a sentirsi di nuovo sola. Sua figlia sente, mentre lei no. Questo fa nascere in lei una paura profonda: quella di non riuscire a comunicare davvero con Ona, di non essere capita e di perdere quel centro emotivo che Héctor rappresentava per lei.

Uno degli aspetti più determinati per la riuscita del film è proprio la sua credibilità, dovuta al fatto che Eva Libertad dirige la sorella Miriam Garlo, attrice non udente, e questo è quello che rende il racconto ancora più vero e consapevole. Miriam porta in scena una parte di sé stessa e riesce a trasmettere ogni minima sfumatura del sentirsi diversa, osservata, a volte anche più sola degli altri. Lo fa nei piccoli momenti quotidiani, così come nelle scene più intense, come quella del parto.

Álvaro Cervantes è altrettanto naturale e convincente. Il suo Héctor mostra perfettamente l’amore che prova per Ángela e per Ona, ma anche la difficoltà di dover cambiare. Dopo la nascita della figlia, non può più dedicare tutto il suo mondo ad Ángela: non potrà più comunicare solo con lei in un modo “tutto loro” per assecondare ogni momento la sua condizione , poiché ora c’è Ona che e’ udente. Non la ama di meno Ángela, ma il suo amore deve allargarsi e questo porta a meno attenzione ai certi dettagli che prima Héctor non sottovalutava mai. Altrettanto azzeccato e ben diretto è il parterre di attori secondari, che sebben facciano da sfondo alla pellicola, sono essenziali a non perdere la credibilità della trama principale e dei suoi protagonisti.

Il cuore del film che delinea gli eventi sta nel conflitto interiore di Ángela, che aveva trovato in Héctor la sua pace, il suo amore, il suo rifugio. Ma con Ona riaffiorano ferite antiche: il rapporto con i genitori, il bisogno di sentirsi normale, l’imbarazzo per gli apparecchi uditivi, la sensazione di essere una sorda in un mondo di udenti. Ángela non ha mai visto i suoi genitori cosi gentili e sereni e all’apparenza più felice con la loro nipote che con loro figlia di un tempo. Probabilmente quando Ángela nacque, erano nuovi alla sua malattia e Ángela sebbene molto piccola lo percepiva, però il loro merito è stato di averle insegnato a non vergognarsi degli altri, e quindi di se stessa.

Il film non giudica Ángela, e questa è una delle sue qualità migliori, mostrandola fragile, spaventata, a tratti ingiusta, ma sempre profondamente umana. Possiamo vederlo nel gesto delle cuffie antirumore messe alla bambina che è uno dei momenti più potenti del film. È un gesto semplice, ma pieno di significato. Da una parte c’è l’egoismo, dall’altra l’innocenza; da una parte la paura, dall’altra il desiderio disperato di avvicinare la figlia al proprio mondo, di poter “parlare” con lei. Il finale non cerca una complessità artificiale. Arriva diretto, semplice, e si racchiude in un piccolo gesto, in una scena in cui ci sono speranza, amore e leggerezza.

Il silenzio degli altri è un film credibile perché nasce da qualcosa di vero in grado di sensibilizzare sul tema della sordità e diversità in generale ma non solo, é capace di far sentire compresi chi nella vita almeno una volta compreso non si è mai sentito del tutto. È commovente perché non forza mai l’emozione, ma la costruisce attraverso i silenzi pensierosi, gli sguardi, i dialoghi semplici ed efficaci, le fragilità e le contraddizioni dei suoi personaggi.

Luciano Juergen Dell’Anna – www.popcornepodcast.it

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STAR WARS – THE MANDALORIAN AND GROGU [dal 23 maggio]

2026-06-08T19:32:28+02:001 Giugno 2026|Archivio|

 

Proiezioni

Venerdì 5 giugno: ore 21:00
Domenica 7 giugno: ore 18:30

Titolo originale: Star Wars – The Mandalorian and Grogu
Nazione: USA
Anno: 2026
Genere: Fantascienza, Azione, Avventura, Fantasy
Durata: 2 ora 12 min
Regia: Jon Favreau
Cast: Pedro Pascal, Martin Scorsese (voce), Sigourney Weaver, Jeremy Allen White
Produzione: Lucasfilm
Distribuzione: Walt Disney

 

 

 

 

 

 

Trama

Il Mandaloriano e Grogu intraprendono la loro missione più avvincente in “Star Wars: Il Mandaloriano e Grogu” di Lucasfilm, una nuovissima avventura di Star Wars in uscita esclusivamente al cinema il 22 maggio 2026. Il malvagio Impero è caduto e i signori della guerra imperiali sono sparsi per la galassia. La neonata Nuova Repubblica lavora per proteggere tutto ciò per cui la Ribellione ha combattuto e si è assicurata l’aiuto del leggendario cacciatore di taglie mandaloriano Din Djarin (Pedro Pascal) e del suo giovane apprendista Grogu…

Trailer

 

Recensione

Chicche per i fan, un adorabile Grogu e un trionfo di marionette animatronic. Un’opera che funziona.

Il mandaloriano Din Djarin è al lavoro per la Nuova Repubblica e dà la caccia agli uomini dell’Impero rifugiatisi sull’orlo più esterno della Galassia. Al suo fianco c’è il piccolo Grogu, il bambino appartenente alla stessa specie dell’anziano Yoda e già capace di usare la forza ma non ancora di parlare. Dopo una prima missione andata rocambolescamente a buon fine, ma senza aver riportato un prigioniero da interrogare, al mandaloriano viene affidato un incarico insidioso: aiutare due gemelli Hutt a recuperare il figlio di Jabba, ostaggio su un pianeta dove i gladiatori si battono nelle arene. Se riuscirà nell’impresa, al mandolariano saranno rivelati il nascondiglio e la vera identità di un pericoloso latitante dell’impero, ma ci si può davvero fidare dei malavitosi Hutt?

Star Wars – The Mandalorian and Grogu è come un lungo episodio della prima stagione della serie The Mandalorian, dove invece la brevità era un punto di forza. Ci sono però molte chicche per i fan e Grogu rimane una delle creature più adorabili dello schermo, grande o piccolo che sia.

È sua infatti la sezione più magica del film, quella in cui non ci sono umani nei paraggi e Grogu se la deve cavare da solo tra le creature della palude, in un trionfo di marionette animatronic. Gli effetti speciali vecchia scuola, al posto della più moderna computer grafica, sono da sempre l’arma vincente di “baby Yoda” e qui vengono magnificati con molte altre creature tutte più o meno realizzate in modo analogico. Persino alcuni grandi droidi, che il mandaloriano dovrà inevitabilmente combattere, sono realizzati con questa tecnica dal sapore d’altri tempi. Se questa sorta di versione Star Wars di Dark Crystal è deliziosa, non è però l’unico punto di forza del film. È come se Jon Favreau fosse conscio dei limiti narrativi del progetto e abbia fatto del suo meglio per inserire molti altri momenti memorabili.

Così anche se l’intreccio, steso sulla durata di un lungometraggio, diventa più prevedibile che appassionante, c’è sempre qualcosa a tenere vivo l’interesse. Che sia un nuovo arrangiamento con sintetizzatori del celebre tema musicale della serie, firmato ancora una volta da Ludwig Göransson, o il piccolo ruolo della mitica Sigourney Weaver.

Inoltre c’è un Hutt come non ne abbiamo mai visti, una quantità di mostri da far invidia a un manuale di Dungeons & Dragons (tra l’altro ripresi della mitica partita a scacchi olografici di Guerre Stellari), e pure un assassino quasi memorabile come Cad Bane, il misterioso Embo apparso per la prima volta nella serie animata Star Wars: The Clone Wars. E non è un caso: a scrivere la sceneggiatura ha collaborato anche Dave Filoni, che da The Clone Wars è arrivato a capo dello sviluppo dell’intero franchise. Il personaggio di Embo nella serie animata aveva proprio la voce di Filoni, che qui invece partecipa con un cameo in carne e ossa nel ruolo di uno dei piloti di X-Wing.

Due creature hanno poi voci molto celebri: Rotta the Hutt quella di Jeremy Allen-White, il cuoco palestrato di The Bear e recentemente protagonista di Springsteen – Liberami dal nulla, mentre il leggendario regista Martin Scorsese che fa da voice actor per una sorta di venditore di kebab con quattro braccia e simile a un primate.Se non bastasse la loro partecipazione a invogliare a vedere il film in lingua originale, ci si metta che chi ha visto la serie in versione inglese semplicemente non riconoscerà il mandaloriano, dato che il suo volto è quasi sempre coperto da un elmo e quindi è caratterizzato soprattutto dalla voce. Alla domanda se Mandalorian and Grogu possa essere il punto di ripartenza della saga di Star Wars la risposta sarà necessariamente un no, ma non importa. Il film è soprattutto un omaggio e un coronamento alla serie Tv che, nella prima stagione in particolare, è stata una delle cose migliori del franchise in tempi recenti.

Andrea Fornasiero – www.mymovies.it

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