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UNA BATTAGLIA DOPO L’ALTRA [venerdì 27 marzo]

2026-03-29T14:10:23+02:0028 Febbraio 2026|Archivio|

 

Proiezioni


Venerdì 27 marzo: ore 21:00

Titolo originale: One Battle After Another
Nazione: U.S.A.
Anno: 2025
Genere: Drammatico, Thriller d’azione, Avventura
Durata: 2 h 42 min
Regia: Paul Thomas Anderson
Cast: Leonardo DiCaprio, Sean Penn, Benicio Del Toro, Regina Hall, Teyana Taylor
Produzione: Warner Bros. Pictures, Ghoulardi Film Company
Distribuzione:  Warner Bros Italia

 

 

 

 

 

 

 

 

Non servivano certo gli Oscar per farcelo capire, ma quando un premio è meritato fa sempre e comunque piacere commentarlo: Una battaglia dopo l’altra è il film dell’anno, anche per gli Academy Awards, che gli hanno tributato la statuetta più importante di questa 98esima edizione. E stavolta siamo pienamente d’accordo con la Academy!

Paul Thomas Anderson, vincitore anche degli Oscar per la miglior regia e per la miglior sceneggiatura non originale, che da ormai tanti anni è uno dei più grandi autori in attività: Una battaglia dopo l’altra è infatti l’ennesimo tassello di quello straordinario mosaico che è la sua filmografia, composta da altri titoli portentosi come Magnolia, Il petroliere, The Master, Il filo nascosto o Licorice Pizza.

Girato in pellicola, il film è una vera e propria esperienza audiovisiva, dotata di un ritmo altissimo per l’intera durata (circa 160 minuti), valorizzata da una fotografia precisissima e dalla battente musica di Jonny Greenwoord, compositore geniale e membro dei Radiohead, il cui costante tappeto sonoro contribuisce al coinvolgimento che il film offre dalla prima all’ultima sequenza.

– 12 candidature e 6 Premi Oscar,
– 8 candidature e  4 Golden Globes
– 13 candidature e 6 premi BAFTA
– 1 candidatura Cesar
– premiato al National Board
– 13 candidature e  3 premi Critics Choice Award
– 1 candidatura Writers Guild Awards
– 1 premio Directors Guild,
– 1 candidatura CDG Awards,
– 1 candidatura Producers Guild
– 1 candidatura AFI Award, 6 candidature a The Actor Awards

Trama

Bob è un rivoluzionario fallito che vive in uno stato di paranoia, sopravvivendo isolato con la figlia Willa. Quando la sua nemesi riemerge e Willa scompare, l’uomo si affanna per ritrovarla, mentre combatte le conseguenze del suo passato.

Trailer

Recensione

Anderson fa il suo ‘grande romanzo americano’. Un film corrosivo sulle rivoluzioni familiari, politiche, sociali.

Bob Ferguson, rivoluzionario in pensione, ha esploso tutti i suoi colpi nella giovinezza, sognando un mondo migliore al confine tra Messico e USA. Appeso al chiodo l’artiglieria e il nome di battaglia, Ghetto Pat, fa il padre a tempo pieno di Willa, adolescente esperta di arti marziali. Tra una canna e un rimorso prova a proteggerla dal suo passato che puntualmente bussa alla porta e chiede il conto. Dall’ombra riemerge un vecchio nemico, il colonnello Lockjaw, che più di ogni altra cosa vuole integrare un movimento suprematista devoto a San Nicola. Ma Bob e Willa sono un ostacolo alla sua ambizione. Lockjaw rapisce Willa e Bob riprende il fucile.

Paul Thomas Anderson è l’immagine del suo Paese: un ego smisurato alimentato da un’immaginazione senza limiti. Un genio che torna tenacemente alla misteriosa fonte che lo distingue dalla maggioranza dei suoi colleghi: l’ispirazione.

E a ispirarlo è di nuovo una delle grandi leggende invisibili della letteratura americana (l’altra è Salinger), il più inadattabile tra gli inadattabili, Thomas Pynchon e il suo romanzo, “Vineland”. Adattamento libero perché dopo Vizio di forma, Anderson sa bene che è impossibile restituirlo, restituire un’opera letteraria indefinibile, considerata una delle più importanti del XX secolo e oggetto di una moltitudine di studi che ha imbarcato gli scaffali delle biblioteche americane.

Cercare di analizzare l’opera di Pynchon è come indossare una vestaglia al contrario, è quello che fa uno dei suoi personaggi. Figuriamoci tradurla in immagini, ridurre a dimensione ragionevole le teorie, i riferimenti scientifici, la manipolazione romanzesca della storia, le riflessioni sulla decadenza, le singolarità erotiche, la genealogia, l’erudizione vertiginosa, le invenzioni deliranti, i discorsi anticapitalisti… Ci ha messo almeno quattro anni Anderson per farne il suo ‘grande romanzo americano’, un film corrosivo che affronta l’utopia libertaria e la rivoluzione conservatrice attraverso il viaggio del suo eroe anti-establishment: un padre paranoico e smarrito che intraprende una ricerca personale cercando la figlia rapita.

Se il materiale originale va e viene tra la rielezione di Ronald Reagan e gli anni Sessanta/Settanta, Una battaglia dopo l’altra avanza fino agli anni Venti, sotto una probabile presidenza Trump anche se il suo nome non viene mai menzionato. In questo senso, Una battaglia dopo l’altra porta bene il suo titolo: non è un film ‘moderno’ e forse nemmeno ‘attuale’, è un film sulle rivoluzioni familiari, politiche, sociali. Anderson mette in evidenza un cambiamento di paradigma generazionale e identitario in un mondo sull’orlo del baratro e in un Paese sempre più autoritario, ma dove continuano a rinascere proteste salutari, necessarie e vitali. Inventa una visione poetica della storia degli Stati Uniti, un cortocircuito temporale che mescola passato e presente, La battaglia di Algeri e Black Lives Matter…

In questa commedia poliedrica, che oscilla tra dramma intimista e action movie senza interruzioni, i personaggi sono innumerevoli. Appaiono, scompaiono e ricompaiono, passandosi il testimone, urtandosi lungo il percorso, mescolandosi costantemente, contaminandosi a vicenda, in una storia frammentata e allucinata, posta sotto il segno del tradimento. Un cocktail esplosivo preparato da Anderson, bombarolo come Ferguson, con umorismo terribile per far emergere le componenti più folli di un’umanità che si sta perdendo in tutto lo spazio che lo schermo gli concede (VistaVision). Un formato scelto per contenere tutte le idee dell’autore. Questo fracasso narrativo, questa intelligente decostruzione del linguaggio e della sintassi, non è priva di effetti collaterali: trame e storie si intrecciano, si sovrappongono, si scontrano, lasciando lo spettatore stordito, come dopo un montante di Sonny Liston.

Convinto da sempre che la politica non si può filmare, Anderson ragiona magnificamente in termini di divertissement. L’umorismo fa parte della natura di Pynchon, l’umorismo serve a tenerci coinvolti, perché Una battaglia dopo l’altra non è un compito in sala sulla storia americana o sul fallimento di tutte le rivoluzioni. Chi vorrebbe vedere un dramma su questo soggetto? E allora l’autore dà fondo alla sua prodigiosa abilità romanzesca e formale per abbattere muri con la fantasia di Bugs Bunny e l’idealismo di Don Quichotte. Soffiando sulla rivalità dei suoi protagonisti, lo aveva già fatto con Il petroliere e The Master, organizza un incontro di box tra due padri (della nazione) che hanno tanto da guadagnare e da perdere. Il risultato è sontuoso, una commedia d’azione lanciata sui battiti accentati di Jonny Greenwood e sui dossi di un tratto stradale da qualche parte tra California e Arizona.

È su quella “river of hills” che culmina e termina il percorso dei suoi eroi stonati, è su quell’asfalto bruciato dal sole che Anderson reinventa quello che William Friedkin considerava la forma cinematografica più pura: l’inseguimento. Meticolosamente coreografata, la corsa tra due e poi tre vetture stupisce per la leggibilità dell’azione. Anderson piega il bitume come sole implacabile, infilando folgoranti via di fuga e invadendo tutto lo spazio, grande tema della letteratura americana. Ma anche qui dobbiamo concordare sui termini, perché a questo giro PTA distorce le topografie. Agrimensore indocile, misura nuovi territori, apre botole, esplora reti sotterranee, spalanca conventi e chiese, sale sui tetti, striscia sulla sabbia, deflagra i confini dove aleggiano le chimere politiche e le cospirazioni. La sua traiettoria è coerente – i suoi film tracciano una coscienza della storia degli Stati Uniti – e prosegue il viaggio in un Paese diviso tra ingegnosità e spazzatura. Anderson non ama i grandi momenti di celebrazione o i film biografici, The Master, atteso come il biopic sul fondatore di Scientology L. Ron Hubbard, non lo è davvero. È nella sua trilogia informale (Il petroliere, The Master, Vizio di forma), a cui sommiamo Una battaglia dopo l’altra, che l’autore cattura sistematicamente e in epoche diverse le nevrosi dell’individuo (individualista), dell’americano tipo, attraverso coppie di personaggi in ritardo o in sintonia coi tempi, legati inesorabilmente da una relazione paterna (Bob -Willa) o sadomasochista (Bob- Lockjaw).

Se ogni fine dei tempi chiama il suo messia, lo stupefacente Bob (Leonardo DiCaprio) non può impedire alla giovane Willa (Chase Infiniti) di riaccendere la fiamma della rivoluzione per distruggere il vecchio mondo e magari autodistruggersi. Sul versante ‘cattivi padri della nazione’, il post hippy deve invece fare i conti col colonnello di Sean Penn e la sua ‘eredità’, divenuta sinistra, cavillosa, corrotta. Lo zenith di Bob è passato, la luce non risplende più, è alterata, ridotta dagli occhiali da sole che DiCaprio infila come all’indomani di una notte difficile. Dentro una vecchia vestaglia da ‘drugo’ cerca di costruire qualcosa a pezzi, affiancato da un maestro di sopravvivenza, un Benicio del Toro lunare e in equilibrio zen come nel cinema dell’altro Anderson. Il divo ha perso la sua innocenza e compone con la sua brillante decadenza, quasi stupito di essere l’eroe del film. L’ex “re del mondo” ha lasciato la prua per il divano, soltanto una canna lo separa ormai dalla violenza e dall’assurdità del mondo che non ha cambiato. La potenza espressiva di Anderson è interamente al servizio dell’umanità dei suoi personaggi, osservati ancora una volta dalla sua California, dalla regione delle foreste di sequoie secolari e dei campi di marijuana, dal rifugio di ex hippie fumatori di marijuana, boscaioli anarcosindacalisti e pescatori di gamberi.

La forma, qui più offensiva e meno rotonda di Licorice Pizza, sposa comunque l’amore e si getta completamente nella vita. Per questo Una battaglia dopo l’altra è un grande film politico e un grande coup de coeur. È l’arte di diventare padre, integrando il passato per prepararsi meglio al futuro. Ma è pure il suo contrario, l’arte di fare la guerra ai propri figli in un clima di ansia e di collera balorda, incarnata da Sean Penn che trova col ‘passo’ la centratura del suo personaggio e l’illogica superiorità della razza bianca. La sua performance sfida ogni spiegazione razionale per raggiungere una forma di distanziamento satirico. Il brutale scontro tra i processi formali di interiorizzazione e la recitazione enfatica e (volontariamente) tronfia rende problematico qualsiasi tentativo di identificazione con lui. Tra Penn e DiCaprio, Infiniti è l’America da reinventare, la figura travolgente, la figlia a prova di test, la nipote di utopistici combattenti che promettevano un mondo migliore. Ma Anderson non coltiva la nostalgia e concentra il precipitato di un Paese marcio e inebetito. Un terreno fertile per il sogno di Willa, sulla soglia della porta e di un’epoca. Malgrado tutto sarebbe bello avere sedici anni.

Davide Zazzini – www.mymovies.it

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50

BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00
_ BAMBINI e RAGAZZI da 4 a 24 anni
_ ADULTI da 65 anni in su
_ ACCOMPAGNATORI PORTATORI DI HANDICAP
_ GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
_ MILITARI
_ TITOLARI tessera ANEC – UNITA (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo)
_ il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
_ il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura Area Metropolitana di Bologna
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

BIGLIETTO OMAGGIO

PORTATORI DI HANDICAP
BAMBINI fino a 3 anni
POSSESSORI DI TESSERA DEGLI ESERCENTI SALA CINEMATOGRAFICA (AGIS-ACEC, AGIS-ANEC, ANEM..)
POSSESSORI DI TESSERA ‘EUROPA CINEMAS’

K2 – La grande controversia [martedì 31 marzo – ore 20:30]

2026-04-01T21:08:26+02:0028 Febbraio 2026|Archivio|

 

Proiezioni

Martedì 31 marzo: ore 20:30

Titolo originale: K2 – La grande controversia
Nazione: Italia
Anno: 2025
Genere: Documentario
Durata: 1 h 7 min
Regia: Reinhold Messner
Produzione: Reinhold Messner Film GmbH
Distribuzione:  Mescalito Film

 

 

 

 

 

Nel suo primo documentario destinato al grande schermo, l’icona dell’alpinismo Reinhold Messner affronta con coraggio uno dei capitoli più controversi della storia dell’alpinismo italiano: la spedizione al K2 del 1954.

Attraverso immagini d’archivio suggestive e una narrazione intensa, Messner ricostruisce gli eventi che portarono alla conquista della seconda vetta più alta del mondo, mettendo in luce le tensioni e le polemiche che seguirono.


IN COLLABORAZIONE CON


Il film si concentra in particolare sulla figura di Walter Bonatti, giovane alpinista coinvolto nella spedizione, che per anni fu al centro di accuse e controversie. Messner offre una rilettura degli eventi, sottolineando come la solidarietà tra compagni di cordata possa trasformarsi in conflitto e come la verità possa essere offuscata da interessi e rivalità.

K2 – La Grande Controversia non è solo un documentario sull’alpinismo, ma una riflessione profonda sulla natura umana, sull’onore e sulla ricerca della verità. Un’opera che invita lo spettatore a interrogarsi sul significato dell’eroismo e sulla complessità delle relazioni umane in situazioni estreme.

Trailer

 

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,00

BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00
solo soci CAI

HERMANN BUHL – Oltre ogni cima [martedì 7 aprile – ore 20:30]

2026-04-07T23:00:21+02:0027 Febbraio 2026|Archivio|

 

Proiezioni

Martedì 7 aprile: ore 20:30

Titolo originale: Hermann Buhl – Oltre ogni cima
Nazione: Italia
Anno: 2025
Genere: Documentario
Durata: 1 h
Regia: Werner Bertolan
Produzione: Albolina Film
Distribuzione:  Mescalito Film

 

 

 

 

 

Il 3 luglio 1953, Hermann Buhl compie una delle imprese più straordinarie nella storia dell’alpinismo: la prima ascensione solitaria e senza ossigeno del Nanga Parbat, la nona montagna più alta del mondo. In 41 ore di traversata, Buhl sfida l’ignoto, la fatica estrema e la solitudine, segnando un punto di svolta nell’alpinismo moderno.


IN COLLABORAZIONE CON


Attraverso immagini d’archivio, testimonianze e rievocazioni emozionanti, il documentario prodotto da Albolina Film e diretto da Werner Bertolan ripercorre le tappe fondamentali della vita di Buhl, esplorando non solo le sue imprese alpinistiche, ma anche gli aspetti personali che lo hanno reso una figura unica e indimenticabile.

Hermann Buhl: Oltre ogni cima è un omaggio a un uomo che ha vissuto la montagna con passione, coraggio e determinazione, spingendosi oltre ogni limite e lasciando un’impronta indelebile nella storia dell’alpinismo.

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Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,00

BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00
solo soci CAI

LADY NAZCA (La signora delle linee) [da domenica 29 marzo]

2026-04-01T21:14:49+02:0027 Febbraio 2026|Archivio|

 

Proiezioni


Domenica 29 marzo: ore 16:30
Domenica 29 marzo: ore 21:00
proiezione in lingua originale con sottotitoli italiani
Mercoledì 1 aprile: ore 21:00

Titolo originale: Lady Nazca
Nazione: Germania, Francia
Anno: 2025
Genere: Drammatico, Avventura, Storico
Durata: 1 h 39 min
Regia: Damien Dorsaz
Cast: Devrim Lingnau, Guillaume Gallienne, Olivia Ross, Javier Valdés, François Vallaeys
Produzione: Octopolis, 27 Films Production e Memento Films Production
Distribuzione:  Officine Ubu

 

 

 

 

 

Trama

Il film ispirato alla straordinaria storia vera di Maria Reiche, matematica, archeologa e traduttrice tedesca – naturalizzata peruviana – che ha dedicato tutta la sua vita allo studio e alla salvaguardia delle misteriose Linee di Nazca…

Trailer

Recensione

Un biopic che illumina il lavoro di Maria Reiche, la donna che ha studiato e protetto uno dei luoghi più misteriosi e affascinanti del pianeta.

1936. Maria Reiche è una giovane insegnante tedesca che insegna matematica a Lima. Accettando di seguire come traduttrice di documenti in tedesco l’archeologo francese Paul D’Harcourt raggiunge l’area di Nazca. Qui viene colpita da linee e figure enormi tracciate nel deserto da una civiltà scomparsa da cinquecento anni. Lascia tutto per dedicarsi allo studio di quella manifestazione dell’attività dell’uomo. Dovrà superare ostacoli apparentemente insormontabili.

Biopic su una donna che ha consentito la scoperta e lo studio delle linee e delle figure di Nazca.

Chi era giovane tra la fine degli Anni Sessanta e il decennio successivo e si interessava all’archeologia non può non essersi imbattuto in un libro che divenne un best seller vincendo anche il premio Bancarella: “Non è terrestre” di Peter Kolosimo. Vi erano esposte teorie che verranno poi definite come legate a una nuova area del pensiero umano: la fantarcheologia. Kolosimo, tra i vari siti che prendeva in esame, si occupava anche di Nazca giungendo alla conclusione che disegni così immensi e così precisi non potevano che essere stati supervisionati dall’alto e quindi dagli alieni.

Questo film di Damien Dorsaz non si spinge fino a questo punto volendo restare ancorato alla fase del primo studio del sito da parte di Maria Reiche (la quale poi gli dedicò l’intera esistenza morendo a Lima all’età di 95 anni). Ci mostra però come anche in questo campo, come in moltissimi altri che concernono l’avanzamento delle conoscenze dell’umanità, sia stata necessaria la pervicace insistenza di una donna per condurre ad importanti risultati.

Non ci sono particolari colpi di scena in un film che procede valorizzando fondamentalmente la personalità della protagonista e gli spazi in cui si attua la sua indagine sul passato remoto. Si mostra il legame con la sua compagna che però, a differenza di quanto accaduto realmente, qui esce di scena dopo una situazione di profonda crisi. Mentre invece Amy Meredith le è stata poi al fianco fino alla fine.

Quello che viene messo in evidenza è quanto una donna ritenuta “la pazza che spazza il deserto” si sia potuta avvalere delle sue conoscenze in ambito matematico per, metaforicamente, ‘spazzare via’ indifferenze e diritti di proprietà sul territorio che avrebbero portato alla completa cancellazione di queste tracce dell’antichità. In quella fase della narrazione viene da pensare che se la stessa (il)logica fosse stata applicata a Stonehenge forse oggi non ci sarebbe più.

Anche se la sua chiave di lettura delle linee di Nazca ha suscitato dibattiti che hanno portato a conclusioni diverse dalle sue, a Maria Reiche va il merito di averle studiate e a Dorsaz di avere posto in rilievo il suo fondamentale contributo, portando alla luce l’ennesima figura di donna non sufficientemente supportata (ai tempi delle sue scoperte ma anche dopo) dal mondo accademico in cui gli uomini dominavano e dominano.

Giancarlo Zappoli – www.mymovies.it

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50

BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00
_ BAMBINI e RAGAZZI da 4 a 24 anni
_ ADULTI da 65 anni in su
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_ GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
_ MILITARI
_ TITOLARI tessera ANEC – UNITA (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo)
_ il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
_ il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura Area Metropolitana di Bologna
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

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FUTURA [giovedì 9 aprile – ore 21:00]

2026-04-14T21:25:49+02:0027 Febbraio 2026|Archivio|

Proiezione

Giovedì 9 aprile: ore 21:00

Titolo originale: FUTURA
Nazione: Italia
Anno: 2021
Genere: Documentario
Durata: 1 h 45 min
Regia: Pietro Marcello, Francesco Munzi, Alice Rohrwacher
Produzione: Avventurosa, Rai Cinema, Ministero della Cultura (MiC)
Distribuzione:  Cinecittà Luce

 

L’Italia vista attraverso gli occhi di un gruppo di adolescenti. Un documento prezioso da cui partire, ricco di suggestioni che meritano di essere approfondite.

Ne parleremo con la dott.ssa Emanuela Cenni, psicologa e psicoterapeuta.

Nell’ambito della RASSEGNA “Ti chiamerò futuro”.

Trailer

Recensione

Un documento prezioso da cui partire, ricco di suggestioni che meritano di essere approfondite.

All’inizio del 2020 tre registi hanno intrapreso un grande giro per l’Italia, domandando ai ragazzi e alle ragazze di tutta la Penisola quale fosse la loro idea di futuro: Alice Rohrwacher, Francesco Munzi e Pietro Marcello hanno attraversato lo stivale fermandosi sia nelle grandi città – Milano, Genova, Roma, Napoli, Palermo – sia nelle campagne e nei piccoli centri, incontrando giovani che appartengono a scuole e atenei, corsi professionali, circoli sportivi, cori, manifestazioni di piazza, luoghi di lavoro. Le testimonianze raccolte formano l’affresco di un Paese che non presta abbastanza ascolto e attenzione ai ragazzi, e dedica loro ben poche risorse economiche e organizzative.

L’intento sembra quello dei grandi reportage attraverso l’Italia realizzati da Sergio Zavoli, Pier Paolo Pasolini o Liliana Cavani, e Futura cita esplicitamente brani delle inchieste di Mario Soldati, Luigi Comencini e Gianfranco Mingozzi.

I ragazzi, per i tre registi, sono “divenenti”, vite al confine dell’età adulta sul punto di trasformarsi, come “creature sovrannaturali”. La loro percezione è che non ci sia futuro in Italia, dove non riescono a “lasciare un segno” e si sentono continuamente “giudicati”. “Qua la felicità non ce la vedo”, concludono, immaginando di trasferirsi in un El Dorado straniero.

Il sentimento dominante è la paura del domani, soprattutto in termini lavorativi: anche perché molti vorrebbero fare il calciatore o la performer, puntando a sogni poco realistici. Molti percepiscono che l’istruzione non è più una garanzia di stabilità economica e hanno già le idee molto chiare sul precariato e lo sfruttamento che probabilmente li aspetta. Ma si preoccupano anche dei loro genitori, che vedono “fare i salti mortali”. A tanti manca la capacità di contestualizzare e attingere alla Storia – anche quella recente, come la mattanza del G8. E tuttavia questi ragazzi spaventati sono capaci di grande saggezza: ad esempio uno descrive l’istruzione come un mezzo per “non avere paura dell’ignoto” e afferma che “i maestri fanno dell’errore il loro primo valore e della condivisione il secondo”.

C’è chi descrive un “futuro immateriale”, chi denuncia “il dominio dei social network”, chi teme di essere rimpiazzato da una macchina sul posto di lavoro. Vogliono “provare a fare di più per gli immigrati che aiutarli solo a sopravvivere”, definiscono il razzismo e la violenza sulle donne “roba da vecchi” – anche se poi i maschi continuano a dominare le conversazioni, a meno che il gruppo intervistato non sia tutto femminile. E ad un certo punto delle riprese arriva l’irruzione della pandemia, lo sguardo in macchina degli intervistati si colora di una paura nuova, e Futura diventa “il diario di uno stato d’animo contagiato”.

L’affresco è più interessante che cinematograficamente riuscito, più ricco di suggestioni che di approfondimento. Anche la pluralità di sguardi dietro la cinepresa contribuisce alla disomogeneità del risultato, che non riesce a prendere una direzione chiara. Ma in questo è anche lo specchio dei ragazzi che racconta, e resta un documento prezioso da cui partire per scavare più a fondo e dare nuovo spazio e ascolto ai “divenenti”.

Paola Casella – www.mymovies.it

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,00

BIGLIETTO RIDOTTO € 5,00
solo Under 25

RASSEGNA “Ti chiamerò FUTURO” [dal 09/04]

2026-04-28T17:31:46+02:0025 Febbraio 2026|Archivio|

Eccoci, l’abbiamo partorita!

Quest’anno il focus della rassegna sarà sui GIOVANI.

L’idea che avevamo in testa era di andare oltre i luoghi comuni e le definizioni, di aprire il nostro sguardo.

Infatti non sappiamo quanti giovani parteciperanno tuttavia l’obiettivo che ci siamo dati è cercare di entrare in relazione non attraverso etichette, ma ascoltandoli autenticamente e ascoltando chi gli sta accanto.

Perché i giovani potranno essere il ‘nostro’ e soprattutto il ‘loro’ futuro solo se li accogliamo qui e ora nel loro presente.

Finché non sarà più necessario utilizzare ‘noi’ e ‘loro’.

I documentari saranno i seguenti:

– FUTURA – giovedì 09/04/2026 – ore 21:00
– NOI E LA GRANDE AMBIZIONE – giovedì 16/04/2026 – ore 21:00
– DOSO – LA SCUOLA DELLA CURA – giovedì 23/04/2026 – ore 21:00

Biglietto intero € 7,00
Biglietto ridotto (Under 25) € 5,00

Vi aspettiamo,

don Daniele, Antonella, Eleonora, Irene, Paola P e Paola R

LAVOREREMO DA GRANDI [da venerdì 20 febbraio]

2026-03-05T20:14:00+01:0016 Febbraio 2026|Archivio|

 

Proiezioni

Mercoledì 4 febbraio: ore 21:00

Titolo originale: Lavoreremo da grandi
Nazione: Italia
Anno: 2026
Genere: Commedia
Durata: 1 h 32 min
Regia: Antonio Albanese
Cast: Antonio Albanese, Giuseppe Battiston, Nicola Rignanese, Niccolò Ferrero
Produzione: Palomar, PiperFilm
Distribuzione: Netflix

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Trama

Tre amici, Beppe, Umberto e Gigi, attendono l’arrivo del giovane Toni per festeggiare la sua ritrovata libertà. Dopo una notte di forte consumo di alcol, l’auto con cui stanno per tornare a casa urta qualcosa, o meglio, qualcuno…

Trailer

Recensione

Antonio Albanese e una commedia tutta in una notte.

C’è una frase che aleggia su Lavoreremo da grandi come una promessa mai mantenuta, come una bugia detta troppe volte per continuare a crederci davvero. È una frase che tutti abbiamo pronunciato almeno una volta, spesso senza ironia, spesso come anestetico: poi sistemiamo tutto. Il nuovo film scritto, diretto e interpretato da Antonio Albanese prende quella promessa, la mette sotto formalina e la osserva per una notte intera, lasciando che sia il tempo — e non la morale — a giudicarla.

Dopo il rigore amaro, quasi feroce,  di Cento domeniche, Albanese cambia registro ma non sguardo. Lavoreremo da grandi è una commedia, sì, ma di quelle che non chiedono permesso e non offrono redenzione. È, a tutti gli effetti, una sorta di tutto in una notte, popolato da losers, lunatici e funamboli in equilibrio precario tra due possibilità opposte: che le cose possano andare sorprendentemente bene oppure irrimediabilmente malissimo.
Il film si svolge quasi interamente in una notte e quasi interamente in un luogo chiuso — una casa affacciata sul lago d’Orta — e proprio per questo assume una forma da esperimento, da camera di decompressione emotiva. Una tragicommedia da interno, dove la provincia non è sfondo ma condizione mentale

I protagonisti sono quattro uomini che la vita ha lasciato a metà: Umberto (Antonio Albanese), musicista fallito e padre irrisolto; Beppe (Giuseppe Battiston), idraulico devoto e figlio prigioniero di una madre ingombrante; Gigi (Nicola Rignanese), diseredato e costantemente alticcio, corpo comico dolente e imprevedibile; Toni (Niccolò Ferrero), figlio di Umberto, giovane e già esperto di carcere, troppo sveglio per credere ancora a qualcosa. Non sono antieroi: sono uomini che hanno smesso di competere, che hanno fatto pace con il proprio statuto di sconfitti.

Gigi è forse il personaggio più emblematico di questa sconfitta surreale: viveva con la zia, che alla sua morte ha lasciato tutto il patrimonio in eredità alla Chiesa, concedendogli come unica reliquia domestica una parrucca rosa e un trucco vistoso che lui indossa come una divisa grottesca, un gesto di protesta muta, infantile e struggente insieme. Un travestimento che non ha nulla di identitario o militante, ma che diventa il segno esteriore di una perdita irreversibile.

È qui che il film compie il suo gesto più politico — e paradossalmente più tenero. Albanese non li giudica, non li corregge, non li salva. Li osserva mentre accumulano alibi, mentre trasformano ogni fallimento in una colpa esterna, mentre si raccontano che “andrà meglio” senza crederci davvero. Come ha dichiarato lo stesso regista, sono “cacciatori di alibi”, una generazione che ha fallito senza neppure chiedersi perché, e che per questo vive in una sospensione perenne tra rassegnazione e infantilismo. Chi cerca personaggi che migliorano, qui troverà solo uomini che restano.
Restano dentro le loro contraddizioni, nei fallimenti che non hanno più la forza di correggere, in un presente che non promette nulla ma che va comunque attraversato fino in fondo.

La struttura del film è quella della notte sbagliata: una bevuta di troppo, un incidente, una fuga, una serie di decisioni prese per paura e mai per responsabilità. Tra scivolate, eccessi di buon cuore e sbronze sistematiche, le bottiglie di vodka diventano strumenti per dimenticare il presente e, soprattutto, per offuscare il futuro, che non è più quello di una volta, che non assomiglia minimamente a come lo si era immaginato. Ma Lavoreremo da grandi non è un thriller morale, né una commedia degli equivoci nel senso classico. È piuttosto un film che lascia deflagrare i rapporti, che costringe i personaggi a restare insieme quando sarebbe più comodo scappare.

La casa diventa una trappola emotiva, un luogo dove il non detto viene urlato, dove il ridicolo convive con una malinconia ostinata, dove ogni ingresso aggiunge disordine e ogni uscita sembra impossibile. Ma l’altro vero centro gravitazionale del film è il bar del paese, luogo di ritrovo, di eccessi e di confessioni sbilenche, di proprietà di Bebo, interpretato dal grandissimo Bebo Storti.

È lui il dispensatore instancabile di consigli non richiesti, figura bonaria e invasiva, accompagnato da una moglie che gli dà sempre ragione. Intorno a questo epicentro orbitano personaggi laterali altrettanto fuori asse: Pink (Marianna Folli), escort di buon cuore che attraversa il film come una presenza inattesa e surreale e Mario Mario (Alessandro Egger), rapper dal look pletorico e dall’eloquio smozzicato, , fidanzato della volitiva e ribelle Giulia (Claudia Stecher), la figlia di Umberto, con cui ha appena litigato. Un’umanità che rende il mondo del film sempre più sgangherato, più distorto e dissonante di qualsiasi armonia possibile. Un caos vibrante che nemmeno l’inflessibile e puntigliosa  vigiilessa Sabrina (Erica Del Bianco) può rimettere in ordine.

Visivamente, Albanese lavora per contrasto: il lago d’Orta, con la sua bellezza immobile, diventa il controcampo ironico di una vicenda che di armonico non ha nulla. La fotografia di Italo Petriccione evita qualsiasi estetizzazione consolatoria, preferendo una luce notturna sporca, domestica, che restituisce ai corpi il loro peso, la loro stanchezza. Anche la musica di Giovanni Sollima accompagna senza commentare, lasciando che siano i dialoghi — spesso taglienti, spesso volutamente scomposti — a portare il carico emotivo.

Ma il vero colpo di coda del film arriva sui titoli di coda, quando entra Gli sbandati hanno perso, la canzone di Marracash e Zef. Non è una semplice scelta musicale: è una dichiarazione poetica. Il testo elenca vite sbagliate, sogni mancati, ruoli che imprigionano, guerre già perse prima ancora di cominciare. “Avevamo solamente il sogno di una vita diversa”, canta Marracash. Ed è come se, all’improvviso, il film trovasse la sua epigrafe definitiva.

Il film si conclude all’alba. Ma non è la solitudine all’alba del celebre quadro di Füssli, non c’è alcuna epifania romantica né una promessa di rinascita. È piuttosto un’aurora spoglia, stanca, che non apre a nuovi inizi ma a una forma più sottile e forse più onesta di accettazione. In fondo, sembra dirci Albanese, anche il tramonto può risultare accogliente e confortevole, se smettiamo di pretendere che ogni giorno debba per forza ricominciare da capo.

In quel momento, Lavoreremo da grandi smette di essere solo la storia di quattro uomini di provincia e diventa il ritratto di una stanchezza collettiva, di una mascolinità fragile che non si traduce in violenza ma in rinuncia, di un’umanità più distorta e dissonante della musica dodecafonica tanto amata e suonata dal personaggio interpretato da Albanese.

Certo, Umberto non è Arnold Schönberg e le sue composizioni risultano spesso parecchio cacofoniche. Ma proprio in quella disarmonia sta il senso profondo del film. Albanese parla di “mascolinità tenera e dolce”, ed è una definizione precisa: questi uomini non dominano, non competono, non vincono. Resistono. Si tengono in piedi l’uno con l’altro, anche quando non sanno più perché.

Il film non cerca soluzioni né catarsi. Non c’è un arco di trasformazione classico, non c’è una lezione finale da portare a casa. C’è piuttosto un atto di affezione verso chi resta indietro, verso chi non ha talento, verso chi ha smesso di credere nel mito del successo. È impossibile non amare questi personaggi così fallaci e imperfetti, ma proprio per questo così vicini alle nostre vite, così lontane — almeno per la maggior parte degli esseri umani — da come le avevamo sognate.

Se Lavoreremo da grandi fosse un cocktail, sarebbe un drink notturno, torbido, apparentemente sbagliato, ma sorprendentemente sincero. Lo chiameremmo “Tutto in una notte”. Nel bicchiere entrano vodka (abbondante, come le bottiglie che servono a stordire il presente), un vermouth rosso un po’ ossidato (la provincia che sa di abitudine e rimpianto), qualche goccia di amaro alle erbe (gli alibi, l’autocommiserazione, le occasioni mancate) e una spruzzata finale di limone stanco, non per rinfrescare ma per ricordare che un tempo c’era voglia di futuro. Si beve lentamente, meglio se all’alba, quando non promette rinascite ma concede qualcosa di più raro: l’accettazione. Un cocktail che non consola, ma scalda. E che, come il film di Albanese, non ti dice che andrà tutto bene — solo che puoi restare seduto ancora un po’, senza fingere di voler andare da qualche parte.

Paolo Nizza – tg24.sky.it

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50

BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00
_ BAMBINI e RAGAZZI da 4 a 24 anni
_ ADULTI da 65 anni in su
_ ACCOMPAGNATORI PORTATORI DI HANDICAP
_ GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
_ MILITARI
_ TITOLARI tessera ANEC – UNITA (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo)
_ il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
_ il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura Area Metropolitana di Bologna
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

BIGLIETTO OMAGGIO

PORTATORI DI HANDICAP
BAMBINI fino a 3 anni
POSSESSORI DI TESSERA DEGLI ESERCENTI SALA CINEMATOGRAFICA (AGIS-ACEC, AGIS-ANEC, ANEM..)
POSSESSORI DI TESSERA ‘EUROPA CINEMAS’

IL FILO DEL RICATTO – Dead man’s wire [da sabato 28 febbraio]

2026-03-02T20:27:18+01:0015 Febbraio 2026|Archivio|

 

Proiezioni

Sabato 28 febbraio: ore 21:00
Domenica 1 marzo: ore 18:15
Domenica 1 marzo: ore 20:30
proiezione in lingua originale con sottotitoli italiani

Titolo originale: Dead man’s wire
Nazione: U.S.A.
Anno: 2025
Genere: Drammatico, storico
Durata: 1 h 45 min
Regia: Gus Van Sant
Cast: Bill Skarsgard, Dacre Montgomery, Al Pacino, Colman Domingo, Myha’la Herrold
Produzione: Pressman Film, Elevated Films, RNA Pictures, Balcony 9 Productions
Distribuzione: Bim Distribuzione

 

 

Trama

Tratto da una storia vera.

La mattina dell’8 febbraio 1977 Anthony G. “Tony” Kiritsis (Bill Skarsgård) entra nell’ufficio di M. L. Hall (Al Pacino), presidente della Meridian Mortgage Company) e prende in ostaggio il figlio Richard (Dacre Montgomery). Tony gli punta alla testa un fucile a canne mozze con una particolarità, collegato al grilletto c’è un dispositivo che, stretto al collo come un cappio, se sfiorato, ucciderà all’istante l’ostaggio. Le richieste di Tony sono chiare: 5 milioni di dollari, immunità e soprattutto scuse personali…

Trailer

Recensione

Un film teso come un cavo, sul confine tra vittime e carnefici e sui risvolti nascosti della cronaca che nutre i tabloid.

La mattina dell’8 febbraio del 1977, nello stato dell’Indiana, Anthony Kiritsis, detto Tony, quarantaquattro anni, entra nell’ufficio del presidente della Meridian Mortgage Company e, in sua assenza, prende in ostaggio il figlio e socio in affari, Richard O. Hall, legandogli al collo un cavo teso collegato al grilletto di un fucile a canne mozze calibro 12 (il “dead man’s wire” del titolo). Chiede cinque milioni di dollari, come risarcimento per essere stato ingannato dall’agenzia e derubato del profitto che avrebbe fatto vendendo il suo terreno se la Meridian Mortgage non lo avesse deliberatamente ostacolato; chiede di non essere accusato né processato; esige delle scuse personali da parte di Hall senior, che ritiene il diretto responsabile della sua disgrazia.
Il lungo negoziato telefonico tra rapitore e forze dell’ordine attrae come un magnete altre vite e altre storie: quella del conduttore radiofonico afroamericano Fred Temple, “the voice of Indianapolis”, che parla con Tony in diretta, e di una giovane giornalista televisiva in cerca dell’occasione giusta per essere lanciata in prime time. Il cavo del telefono, della radio e della televisione, dunque, come emblema di ciò che connette, nella diversità di sorti ed esistenze.

Gus Van Sant torna dunque ai personaggi dall’ego sperduto dei suoi primi film, quei loser che il tempo attuale – un tempo di difficoltà economiche e relazionali, un tempo di strumenti “wireless”- richiama prepotentemente in scena.

Lo fa a partire da una sceneggiatura preesistente rispetto al suo coinvolgimento, nella quale deve aver intravisto la possibilità di fare proprio il racconto della bizzarra vicenda di cronaca alla base, sfruttandone tanto la tensione interna (del cavo e della narrazione), perfetta per il cinema, che la qualità a suo distorto modo eroica della crociata contro la ferocia del capitale di Kiritsis, che ha saputo evitare un epilogo scontato e brutale.

Nella sua corsia drammatica, il film spinge apertamente a domandarsi chi sia più pazzo tra l’uomo che tiene un fucile puntato contro un altro uomo (e delle cariche di esplosivo lungo tutto il perimetro della stanza) e l’uomo che gli rifiuta le scuse, anteponendo i principi degli affari alla vita del suo stesso figlio. Nella corsia invece più scomoda e divertente, da commedia nera, mette in luce l’ironia involontaria nel rapporto che Toni intrattiene con la sua vittima e in generale con molti dei suoi interlocutori: una relazione amicale, ingenua, fatta di accortezze inaspettate e sincerità assoluta, totalmente fuori registro rispetto alle circostanze da lui stesso poste in essere. Nella visione del fattaccio secondo Van Sant, cioè, permane in Tony un nucleo irriducibile di umanità, per quanto disperata e folle (specie nella recitazione sopra le righe di Skarsgård), che nell’imprenditore strozzino, interpretato da Al Pacino, non esiste affatto.
Dead man’s wire, infine, è anche il pretesto per raccontare un luogo e un tempo, il Midwest di fine Settanta, attraverso la musica, protagonista assoluta, che dà voce alla lotta e alla nostalgia .

Marianna Cappi – www.mymovies.it

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50

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LE COSE NON DETTE [da venerdì 30 gennaio]

2026-02-23T17:44:16+01:0025 Gennaio 2026|Archivio|

Proiezioni

Domenica 22 febbraio: ore 18:15

Titolo originale: Le cose non dette
Nazione: Italia
Anno: 2026
Genere: Drammatico
Durata: 1 h 54 min
Regia: Gabriele Muccino
Cast: Stefano Accorsi, Miriam Leone, Claudio Santamaria, Carolina Crescentini
Produzione: Lotus Production, Rai Cinema
Distribuzione: 01 Distribution

 

 

 

 

 

 

Trama

Carlo ed Elisa, coppia affermata e brillante, vivono a Roma tra successi, abitudini e un amore che, forse, non è più quello di una volta. Lui è un professore universitario e scrittore in crisi creativa, lei una giornalista brillante e stimata anche all’estero.
In cerca di nuovi stimoli, partono per il Marocco insieme ai loro amici di sempre, Anna e Paolo, e alla loro figlia adolescente, Vittoria.

Tra dinamiche irrisolte, segreti e sguardi che confondono i confini e mettono in discussione certezze acquisite, il gruppo si trova a fare i conti con ciò che nessuno avrebbe mai voluto affrontare…

Trailer

Recensione

Una summa dello stile e dei temi di Muccino. Il ritratto tragicomico di una generazione perduta.

Carlo Ristuccia è un docente universitario, autore di un unico libro di successo. Sua moglie Elisa è una giornalista di Vanity Fair Italia i cui articoli vengono ripresi oltreoceano, ma al momento è in crisi creativa, e il suo direttore (interpretato dal vero direttore di Vanity) le consiglia di “staccare” e di partire per una vacanza che le regali un nuovo punto di vista. Come coppia, Carlo ed Elisa sono in fase di stallo, e cercano di metabolizzare il dolore per non essere riusciti a diventare genitori.

Decidono dunque per una puntata a Tangeri, insieme a un’altra coppia: Paolo, il migliore amico di Carlo, ristoratore stakanovista e padre assente, e sua moglie Anna, iperansiosa e prepotente. Con loro però c’è anche la figlia tredicenne Vittoria, che ha una particolare simpatia per Carlo. Peccato che in vacanza si presenti a sorpresa Blu, la giovanissima amante del professore, sua studentessa nonché cameriera nel locale dove i quattro amici sono soliti cenare insieme. Le cose non dette è l’adattamento del romanzo “Siracusa” di Delia Ephron, sorella della celebre sceneggiatrice Nora e qui cosceneggiatrice di Gabriele Muccino, che dirige facendo di questo film una summa di tutta la sua produzione cinematografica precedente. In primis L’ultimo bacio del quale riprende buona parte della trama: ovvero il tradimento di un narciso insicuro nei confronti di una compagna perfetta che lo mette in soggezione. Il fedifrago al centro della storia è di nuovo interpretato da Stefano Accorsi, e c’è un libro che Carlo e Blu si passano l’un l’altro: ricordate il “Siddharta” ne L’ultimo bacio?

Ritroviamo qui tutti i topos di Muccino: la regia ansiogena, la recitazione concitata, le litigate furiose, l’infantilismo maschile, l’immancabile arpia (in questo caso Anna) che sottrae i figli al padre depotenziandone l’autorità. Ma, complice forse l’ossatura narrativa di Ephron, questi topos stavolta sono al servizio del ritratto tragicomico di una generazione perduta, e in particolare di maschi che hanno smarrito la propria direzione. L’inserimento delle figure di Blu e Vittoria serve poi a costruire la sottotrama più interessante del film, ovvero il tradimento, molto più profondo e letale di qualsiasi scappatella, perpetrato dalla generazione dei cinquantenni (o giù di lì) nei confronti tanto della generazione dei ventenni (studenti e precari) incarnati da Blu, quanto di quella dei preadolescenti incarnata da Vittoria.

In questo gioco delle maschere Accorsi è un maschio (teoricamente) alfa ossessionato dal fitness e frustrato nelle ambizioni di maitre a penser (tanto come insegnante di filosofia morale – ! – quanto come scrittore) e Claudio Santamaria un maschio beta costantemente svilito dalle femmine di casa. Entrambi si muovono a casaccio, come burattini senza fili in un mondo in cui la loro virilità è messa sotto scacco come in un labirinto del quale non trovano l’uscita. Per contro Carolina Crescentini interpreta Anna come una virago comica sopra le righe e Miriam Leone trasforma Elisa in una Madonnina infilzata: ma tutto questo fa il gioco della danza macabra dei pupi messa in scena da Muccino, con tanto di commento musicale che alterna arie d’opera all’eccellente tappeto sonoro di Paolo Buonvino, per poi sfociare nella “Tuta gold” di Mahmood, canzone simbolo di un cinismo acquisito.

Il punto debole (non per mancanza di abilità recitativa della sua interprete, Beatrice Savignani) è il ritratto di Blu, che non rende giustizia alla complessità umana di una ventenne di oggi; il punto di forza, e il centro di gravità della storia, è invece Vittoria, nell’ottima interpretazione di Margherita Pantaleo, che non sbaglia un’espressione e mantiene l’onestà di fondo necessaria ad inchiodare tutti gli adulti in scena. Il suo personaggio è intenzionalmente opaco, ma l’interpretazione di Margherita rimane trasparente, ed è lei la cartina di tornasole dell’intera vicenda.

La regia di Muccino rincorre trafelata i suoi personaggi stalkerizzandone il peregrinare senza meta, intercetta il loro battito del cuore nell’istante aritmico e il ritmo scivoloso dell’azione, che più che lineare è ritorta su se stessa. Muccino si autocita (il messaggio dell’amante in bagno come in Ricordati di me, i due protagonisti che “si erano tanto amati” come in Gli anni più belli) battendosi il petto in un mea culpa a tutto tondo. Ed è implacabile con chi non ha il coraggio di scegliere e si lascia rotolare, senza capire mai quando fermarsi: cioè quegli uomini eternamente bambini, destinati a rimanere soli come nella canzone dei Pooh.

Paola Casella – www.mymovies.it

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50

BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00
_ BAMBINI e RAGAZZI da 4 a 24 anni
_ ADULTI da 65 anni in su
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_ il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
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