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RIABBRACCIARE PARIGI [da venerdì 10 novembre]

2023-11-15T23:16:33+01:0014 Novembre 2023|Archivio|

Proiezioni

Venerdì 10 novembre: ore 21,00
Sabato 11 novembre: ore 21,00
Domenica 12 novembre: ore 16,30 – 18,30 – 21,00
Mercoledì 15 novembre: ore 21,00

Titolo originale: Revoir Paris
Nazione: Francia
Anno: 2022
Genere: Drammatico
Durata: 1 ore 45 minuti
Regia: Alice Winocour
Cast: Virginie Efira, Benoît Magimel, Grégoire Colin, Maya Sansa
Produzione: Movies Inspired
Distribuzione: Dharamsala, Darius Films

 

 

Premio César 2023

Premio migliore attrice a Virginie Efira

Trama

Traduttrice dal russo, Mia vive a Parigi con il fidanzato medico Vincent. La sera del 13 novembre 2015, Mia decide di fermarsi in un locale del centro: sarà una delle centinaia di persone ferite ma sopravvissute agli attentati terroristici di quella sera. Per reazione allo shock, nei mesi successivi l’attentato Mia dimentica tutto e nel tentativo di recuperare i ricordi di quella sera e di ridare un senso alla sua vita comincia a ricostruire ciò che ha vissuto, cercando in particolare la persona con la quale ha passato quei tragici momenti. Per Mia sarà l’inizio di un cammino doloroso.

Trailer

Recensione

FESTIVAL DI CANNES 2022 – QUINZAINES DES RÉALISATEURS/AL CINEMA

Una affascinante donna quarantacinquenne di nome Mia, sopravvissuta per miracolo a uno dei devastanti attentati terroristici che insanguinarono la capitale francese nel 2015, si sforza di tornare a girare da sola per le vie parigine.

La sua missione è la ricerca di qualche testimone e vittima come lei, che possa aiutarla a ricordare i molti particolari rimossi a seguito di quel brutale attentato occorso in un locale pubblico, da cui miracolosamente è riuscita a sopravvivere.

Un evento tragico e violento da cui la donna è uscita gravata da una serie ferite non solo nel corpo: lo shock subito è una devastazione da cui risulta ancora più difficile riprendersi, e la donna ci prova elaborando poco per volta e costruttivamente il tragico episodio.

Grazie alla frequentazione dei luoghi dell’attentato, grazie ad aver individuato, proprio in una sala adiacente al bar ove avvenne il massacro, un gruppo di recupero per sopravvissuti, Mia riuscirà a ritrovare l’uomo con cui scambiò qualche occhiata di intesa nei momenti immediatamente precedenti alla strage che le avrebbe per sempre segnato l’esistenza.

Un incontro fondamentale, utile oltre ogni altro pur lodevole intervento di psicologi e sostegno di esperti, che le permetterà finalmente di rielaborare l’evento, uscendo da quel limbo sospeso con una prospettiva di vita più chiara e consapevole. Finalmente libera da quella sorta di senso di colpa instillatole dall’atteggiamento immaturo, pur se comprensibile, di un’altra vittima, pronta a testimoniare un particolare totalmente infondato, a carico della protagonista.

Alice Winocour, che ha vissuto quasi in prima linea la tragedia degli attentati parigini del 2015, con un fratello intrappolato nel Bataclan, sopravvissuto alla furia omicida degli attentatori, ha inteso con questo film rivivere e ricostruire quei momenti disperati per chi ha avuto la fortuna di sopravvivere, seguendo le emozioni che ha immaginato potessero trapelare.

E la Winocour, in questo suo racconto introspettivo molto intimo e delicato, ha saputo trovare nella dolcezza espressiva e materna di Virginie Efira, la trasfigurazione più opportuna e credibile per descrivere il desiderio affannoso di una donna nel cercare di venire a capo di un puzzle che la disgrazia ha disgregato in mille frammenti, tutti da ricomporre secondo un ordine logico che pare perduto per sempre.

Affiancano la bella e brava attrice Benoit Magimel, nei panni dell’affascinante uomo d’affari pure egli coinvolto nell’attentato, e fondamentale per aiutare la protagonista a rientrare in possesso dei particolari omessi dalla sua memoria stravolta.

Ma pure Grégoire Colin, marito solo apparentemente premuroso e affettuoso, in realtà proiettato su distanze abissali e su interessi che lo spingono ben al di fuori dal poter costituire una presenza fondamentale per la protagonista.

Infine, in un ruolo di contorno, ma importante, la nostra Maya Sansa interpreta la dolce e comprensiva responsabile del gruppo di recupero a cui viene affidata Mia.

Al suo quarto lungometraggio dopo Augustine (2012), Disorder (2015) e il futuristico Proxima (2019), Alice Winocour dimostra, con questo suo intenso Riabbravviare Parigi (in originale Paris Memories), di saper sondare con delicatezza e intensità i turbamenti psicologici e le emozioni più intime che la mente elabora quando sottoposta a uno stress eccessivo.

In un film che, pur sbilanciandosi quasi esclusivamente nel contesto della complessa rielaborazione del dramma, non rinuncia a rappresentare gli effetti più crudi e violenti di una ostentazione di odio razziale e culturale che non può non lasciare impietriti e devastati.

Alan Smithee – www.filmtv.it

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a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura del comune di Imola
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

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KILLERS OF THE FLOWER MOON [da venerdì 20 ottobre]

2023-11-06T20:53:32+01:0018 Ottobre 2023|Archivio|

Proiezioni

Martedì 31 ottobre: ore 20,30
Mercoledì 1 novembre: ore 16,30
Venerdì 3 novembre: ore 20,30
Sabato 4 novembre: ore 20,30
Domenica 5 novembre: ore 16,30

Titolo originale: Killers of the Flower Moon
Nazione: U.S.A.
Anno: 2023
Genere: Poliziesco, thriller, storico, drammatico, giallo, western
Durata: 3 ore 23 minuti
Regia: Martin Scorsese
Cast: Leonardo DiCaprio, Martin Scorsese, Dan Friedkin, Bradley Thomas, Daniel Lupi
Produzione: Appian Way, Apple TV+, Imperative Entertainment, Sikelia Productions, Paramount Pictures
Distribuzione: 01 Distribution

 

 

Trama

Nuovo attesissimo film del premio Oscar Martin Scorsese tratto dall’omonimo best seller di David Grann. Un cast stellare con i premi Oscar® Robert De Niro e Leonardo DiCaprio e con Lily Gladstone, Jesse Plemons e Brendan Fraser.

Stati Uniti, Oklaoma, inizio del XX secolo, la scoperta del petrolio trasformò l’esistenza della tribù indiana degli Osage che diventò da un giorno all’altro immensamente ricca.
L’improvviso benessere di questi nativi attirò l’interesse dei bianchi che iniziarono a manipolare, estorcere e sottrarre con l’inganno i beni degli Osage fino a ricorrere all’omicidio.
Una storia d’amore e tradimenti, delitti e misteri in un intrigo avvincente per la scoperta della verità.

Il primo caso importante risolto dall’FBI.

Trailer

Approfondimento

Scorsese difende la durata del film: “Bisogna dimostrare un po’ di rispetto al cinema

Recensione

Killers of the Flower Moon e la durata sempre maggiore dei film. È veramente necessario?

[In un panorama cinematografico sempre più dispendioso di tempo, ci si trova sempre di più di fronte a film fiume. La durata di tre ore si sta quasi normalizzando, non fa più scandalo nemmeno quando bisogna indossare degli occhiali 3D. Se la percezione è quella di una durata sempre più lunga dei film, bisogna ricordare che le opere interminabili sono sempre esistite, anche quando il costo della produzione di una copia di film veniva misurata in metri di pellicola.

Il kolossal è lungo. Non è un precetto del genere, ma poco ci manca. Le quattro ore di Via col vento sono parte del suo status leggendario. Idem per C’era una volta in America, la cui extended director’s cut portata al cinema nel 2012, di 251 minuti, è stata praticamente un rito di iniziazione cinefila. Lawrence d’Arabia, Ben Hur, Spartacus, Apocalypse Now, ma anche le saghe del Signore degli anelli e del Padrino sono considerati esempi di cinema alla massima potenza. In questo rientra inevitabilmente anche il superamento dei 180 minuti. 

Si parla tanto di cinema-esperienza, di formati di visione premium (quasi ad associare schermi enormi per film lunghissimi). Studi di settore hanno spiegato che c’è una maggiore propensione a scegliere di acquistare un biglietto se l’esperienza in sala è percepita come un evento. Un film come questo, che copre la durata di due film “normali”, girato da un maestro del cinema, è il perfetto modello per la trasformazione “premium” della sala. Questo dal punto di vista del mercato. Per lo spettatore, invece, la domanda è diversa, meno sofisticata e più concreta: ce n’era veramente bisogno?

La risposta è “non sempre”.]

Nel caso di Killers of the Flower Moon è: “Sì”

Il film è strutturato in tre atti dalla durata molto diversa. Per le prime due ore Martin Scorsese esplora la convivenza tra la popolazione Osage e i bianchi giunti lì per il petrolio. C’è una stazione e un treno che porta i lavoratori. Ci sono strade ricche di comparse, vivissime in ogni angolo dell’inquadratura.

William Hale, interpretato da Robert De Niro, gestisce tutti gli affari della città. Mette la sua faccia un po’ ovunque, aiuta le famiglie in difficoltà, conosce tutto. Il punto di vista in questa fase è però quello di Ernest Burkhart (Leonardo DiCaprio) di ritorno dalla guerra. Arriva in Oklahoma e deve rimettere insieme i pezzi della sua vita. Trovare casa, una donna, un lavoro. L’idea, imposta dallo zio, è di inseguire il sogno americano attraverso il petrolio e muovendosi in parallelo con una scalata al sistema di famiglie Osage. Attraverso di lui Scorsese fa in modo che ci si senta portati per mano da Hale a scoprire ogni angolo che serve come palcoscenico della storia.

Ci sono una serie di morti sospette, sotto gli occhi di tutti, che vanno a crepare la convivenza tra i due popoli. È una lunga sezione esplorativa, che lavora in maniera subliminale. È piena di non detti, di personaggi che non conosciamo mai appieno: quanto sanno? Quanto non dicono? Quanto sono complici?

C’è un punto di svolta nella seconda parte, che dura poco meno di un’ora. È segnata dall’arrivo dell’FBI che si interessa di quello che sta accadendo in quel territorio lontano dalla legge dell’America più civile e urbanizzata. In quel momento Martin Scorsese prende le redini del film e inizia a farlo correre nella direzione più vicina al suo cinema. È come se la sceneggiatura arrivata a quel punto rimbalzasse e tornasse indietro velocissima. Si ripercorre la strada fatta fino ad ora al contrario. Arrivano dettagli, soluzioni, piccole verità, che compongono i pezzi di tanti puzzle quasi completi, a cui mancavano solo uno o due pezzi. Ovvero la vera natura dei personaggi.

La sezione finale è quella della resa dei conti morale. Si tirano le conclusioni nei temi pienamente scorsesiani: la colpa, la codardia, la corruzione e l’avidità. C’è possibilità di redenzione all’ultimo secondo? Gli uomini possono cambiare la propria natura? È la parte più breve del film, ma quella che dà senso a tutto. Arriva nell’ultima mezz’ora. Quella che prima di entrare in sala sembrava di troppo (un pregiudizio) e che a fine visione risulta fondamentale.

Perché Martin Scorsese ha bisogno di tutto questo tempo?

Il tempo è una sua ossessione. L’ha detto di recente nelle interviste promozionali. Un regista a fine carriera per ovvi motivi anagrafici fa i conti con lo spazio ristretto della vita. Vorrebbe avere tempo per raccontare altre cose, ma persino rivedere i suoi film per controllare il missaggio diventa un’operazione che lo costringe a rinunciare all’accudimento della moglie o agli altri affetti. Vi invitiamo a leggere qui per saperne di più.

Fatto sta che quando un regista si sente così stretto nel tempo… non ha tempo da perdere. Anche in tre ore e mezza di film. Così Killers of the Flower Moon è un film che nasce da un’esigenza, in cui ogni scena è ripresa con ciò che ritiene necessario. Nulla in più, nulla in meno, mancano le energie per sperimentare, manca il tempo per sbagliare.

Se è un cinema essenziale e misurato, perché strabordare in questo modo?

La risposta viene dalla lente con cui viene letta questa storia di crimini, omicidi e ricchezze. Killers of the Flower Moon è un film che non nega mai di essere girato dal futuro guardando indietro. Si parte dalle strade (come sempre) per cercare le cause e i volti che hanno costruito una nazione. Chi ha lasciato il proprio sangue, o addirittura la vita, su quell’erba. Chi ha combattuto perché le cose cambiassero.

Per fare questo a Martin Scorsese serve tempo. Serve che chi guarda più che percepire i personaggi come persone vere (non è necessario, anzi, è quasi dannoso) si immerga sentendosi uno di loro. Per le prime due ore la regia ci porta all’interno della logica di quel mondo. Per ogni personaggio che esce di scena ne entra un altro. Si fatica a seguire gli intrecci di parentela ma poi, appena si prende la mano, si viaggia nel film conoscendo anche gli angoli della città, avendo ben chiare le distanze, osservando i fatti dalle finestre.

Per raccontare le due parti contrapposte, che fingono di essere ben unite in rapporti di pacifica convivenza tra “vicini” di casa, interessano i rispettivi riti. Non a caso Killers of the Flower Moon è un film pieno di cerimonie, sia religiose che laiche come un invito a cena o un’assemblea per decidere e votare. La durata di ognuno di questi momenti è significativa. Se un’analisi su un luogo del delitto è breve, comunica un significato diverso rispetto a un’indagine che prende molto tempo (ovvero il sostanziale disinteresse delle autorità). Allo stesso modo la potentissima scena in silenzio, ad ascoltare la tempesta, è un momento di sospensione e di attenzione focalizzata che risuonerà in tutte le sequenze successive in cui i personaggi sembreranno proprio incapaci di ascoltare e vedere la cruda realtà.

Killers of the Flower Moon può essere visto come una serie TV?

“Non si interrompe un’emozione” diceva una celebre campagna contro la pubblicità in TV. Killers of the Flower Moon è prodotto da Apple TV+. Sarebbe dovuto arrivare direttamente in piattaforma, prima della decisione di distribuirlo al cinema. Per lo streaming i tempi sono ben diversi, siamo abituati a vedere cose brevi (le puntate di 50 minuti di una serie) per molto tempo (magari guardando mezze stagioni in un’unica sessione).

Così il film di Martin Scorsese può essere visto anche in un ambiente domestico, senza che si perda granché, a patto che l’impianto sia decente. La spettacolarità, la potenza travolgente degli effetti speciali, non è la sua prerogativa. Quello che cambia è il livello di immersione e di concentrazione. È un film che richiede una partecipazione attiva. Non seduce chi non vuole seguirlo, conquista chi fa lo sforzo di agganciarsi alla sua storia. Bloccare il film, fare altro, e riprendere come se si guardasse una serie inficerà l’esperienza di visione.

Il buio della sala aiuta a fare questo passo, a dedicare tre ore e trenta esclusive allo schermo. Più difficile, ma non impossibile, fare lo stesso con una visione casalinga, con il citofono che suona e il cellulare acceso accanto. In ogni caso, a differenza di 4 episodi di serie TV in binge watching, Killers of the Flower Moon ha una struttura da film. Il tempo manipolato da Martin Scorsese è una corrente che trascina e a cui bisogna abbandonarsi senza opporre resistenza. Dall’inizio alla fine, possibilmente senza interruzioni. Verrete ripagati.

Gabriele Lingiardi – www.badtaste.it

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LA VERITA’ SECONDO MAUREEN K. [mercoledì 18 otttobre]

2023-10-18T21:26:03+02:0011 Ottobre 2023|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 18 ottobre: ore 21,00

Titolo originale: La syndicaliste
Nazione: Francia
Anno: 2022
Genere: Thriller
Durata: 122 min
Regia: Jean-Paul Salomé
Cast: Isabelle Huppert, Alexandra Maria Lara, Yvan Attal, Benoît Magimel, Marina Foïs, Grégory Gadebois, Pierre Deladonchamps, Geno Lechner, Gilles Cohen, François-Xavier Demaison, Yves Heck
Produzione: Heimatfilm, Le Bureau
Distribuzione: I Wonder Pictures

 

 

 

Trama

Maureen Kearney (Isabelle Huppert), sindacalista del CFDT (Confederazione francese democratica del lavoro), viene rinvenuta nella sua casa con una “A” incisa sul suo ventre e il manico di un coltello inserito nelle parti intime. La donna, completamente sconvolta, non ha memoria dell’aggressione.
Data la gravità di quanto accaduto, le indagini si fanno sempre più serrate, alla ricerca di ulteriori dettagli. Mentre vengono a galla sempre più nuovi elementi per la ricostruzione dei fatti, gli inquirenti iniziano a sospettare che Maureen non sia la vittima…

Trailer

Recensione

LA VERITÀ SECONDO MAUREEN K., SALOMÉ RITROVA HUPPERT E SI CONFERMA REGISTA NUOVO E PIÙ CONSAPEVOLE

Con le sue vicende che sanno di reale, di scandali politici e di dura intimidazione, La verità secondo Maureen K. appare lontano anni luce dai giochi letterari divertiti e leggeri de La padrina, il precedente film di Jean-Paul Salomé. Eppure nella loro diversità – l’unico trait d’union che il regista si regala è un’altra collaborazione con la diva Isabelle Huppert – raccontano una storia più coesa di quanto appaia a prima vista.

Partiamo da Salomé, onesto mestierante del cinema d’oltralpe che però sembra aver cambiato registro da qualche anno a questa parte. Lo spartiacque con la prima fase della sua carriera (popolata di tanto genere e storie in costume, da Belfagor – Il fantasma del Louvre a un adattamento di Arsenio Lupin fino alla seconda guerra mondiale di Female agents) è rappresentato dalla pausa del 2013, periodo in cui lascia la macchina da presa per sedersi alla direzione di Unifrance in due mandati. È peraltro la prima volta che l’incarico viene assegnato a un regista, testimonianza del suo impegno anche politico e organizzativo nel settore.

Il ritorno sulla scena artistica lo trova rinvigorito, e dà presto alla luce La padrina, opera sicuramente più ispirata delle precedenti, obliqua e multiforme nella sensibilità di scrittura. Merito della freschezza del romanzo omonimo di Hannelore Cayre, all’epoca appena uscito, e certamente della partecipazione di Isabelle Huppert come protagonista, che in Francia non può non rappresentare un istantaneo sigillo di qualità. Seppur messo in ombra in sala dai periodi complicati della pandemia, il risultato è positivo soprattutto per il peculiare melange di toni tra la commedia e l’esistenziale – e allora Salomé decide di replicare la formula.

Huppert si fa attrarre ancora una volta da un ruolo di donna complesso, e il regista pesca di nuovo a piene mani dal contemporaneo, stavolta con un occhio all’attualità piuttosto che alla finzione. Caroline Michel-Aguirre, giornalista de L’obs, aveva pubblicato nel 2019 il suo libro-inchiesta “La syndicaliste” facendo un certo scalpore in Francia.

Una storia torbida di poteri forti e invisibili, di whistleblower perseguitati fino alla violenza personale con spinose indagini dagli esiti che invertono vittime e colpevoli: lo si è definito un “Erin Brockovich alla francese”, e senza dubbio coglie quel senso di ingiustizia che provoca indignazione. Ma c’è molto di specifico e di francese, affondando nel settore dell’energia nucleare e nelle lotte sindacali per i lavoratori che oggi come allora (gli eventi risalgono al 2012) sono un tema centrale per il paese.

Un altro ritorno è lo stile registico di Salomé che è all’insegna della semplicità, dell’uso dei luoghi (come faceva per l’ambientazione “di quartiere” a Barbès ne La padrina) come scorciatoie di senso, simboli che sono essi stessi codici del thriller politico. Rispetto al tono barocco dei film precedenti, il regista è diventato più diretto e forse consapevole che ciò che conta è mettere tutta l’attenzione su Huppert.

Per reinventarsi regina del crimine, la diva si nascondeva il volto sotto occhiali, veli, livelli di mascheramento culturale; nel nuovo film non è diverso, visto che la sua Maureen Kearney utilizza il trucco, l’acconciatura immacolata e la vistosa montatura degli occhiali come un’armatura “corporate” che dice del suo successo fino a che il personaggio non viene attaccato nel privato. È qui che Huppert riesce a scavare oltre gli stereotipi, giocando sul contrasto tra interiore ed esteriore, vulnerabilità, ansia e determinazione, in un ritratto che si nutre dell’esperienza fatta con Verhoeven in Elle ma trovandogli chiavi molto diverse.

Tommaso Tocci – it.wikipedia.org

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A PASSO D’UOMO [da mercoledì 1 novembre]

2023-11-09T07:30:00+01:0010 Ottobre 2023|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 8 novembre: ore 21,00

Titolo originale: Sur les Chemins Noirs
Nazione: Francia
Anno: 2023
Genere: Drammatico
Durata: 1 ora 35 minuti
Regia: Denis Imbert
Cast: Jean Dujardin, Joséphine Japy, Izïa Higelin, Anny Duperey, Jonathan Zaccaï
Produzione: Radar Films in coproduzione con TF1 Studio, La Production Dujardin – JD Prod, Apollo Films, Echo Studio, France 3 Cinéma, Auvergne Rhône Alpes Cinéma
Distribuzione: Wanted

 

 

Trama

Tratto dal #libro autobiografico best seller dello scrittore francese Sylvain Tesson, “Sentieri Neri”, racconta di Pierre, famoso esploratore e scrittore, spesso in viaggio intorno al mondo in cerca di avventure. A seguito di un brutto incidente che lo riduce in fin di vita, Pierre decide, al suo risveglio dal coma, di attraversare la Francia a piedi, lungo sentieri minori e poco frequentati. Un viaggio unico e fuori dal tempo in cui il protagonista s’immerge nella natura incontaminata per ritrovare sé stesso.

Trailer

Recensione

UN PERCORSO FOLLE CON JEAN DUJARDIN CHE DIMOSTRA ANCORA UNA VOLTA IL SUO GRANDE ECLETTISMO

Pierre è uno scrittore che nei suoi libri ha descritto spesso considerazioni sui suoi viaggi. Una grave caduta lo blocca a lungo in un letto d’ospedale da cui si ripromette, qualora ne uscisse ancora in grado di deambulare, di compiere un’impresa. Intende camminare per circa 1300 chilometri attraversando la Francia percorrendo vie e sentieri poco o per nulla praticati.

Jean Dujardin fa propri gli abiti e le riflessioni di Sylvain Tesson, già noto al pubblico italiano.

Chi, anche se non ne ha letto i libri, ha visto Il leopardo delle nevi conosce infatti Tesson per averlo visto, in compagnia del co-regista e fotografo naturalista Vincent Munier riflettere e osservare con rispetto l’ambiente naturale a 5000 metri d’altezza sull’altopiano tibetano in inverno. Già in quel documentario si poteva notare come la parola, scritta e detta, fosse affidata a lui che elaborava un diario di quell’esperienza. Anche in questo caso sono le riflessioni a costruire il percorso narrativo del film. Il quale, va riconosciuto quando accade perché non è così consueto, ha un titolo italiano che è decisamente più significativo e soprattutto efficace di quello originale. Se Sur le Chemins Noir si limitava ad offrire un’informazione logistica (per i francesi che sanno a cosa si fa riferimento), quello italiano coglie l’essenza dell’esperienza.

Perché è proprio l’uomo che Pierre (alter ego di Sylvain) sta cercando di ritrovare in questo percorso ‘folle’ che qualsiasi medico gli sconsiglierebbe. Sta cercando quell’uomo che si era nascosto dietro l’immagine dello scrittore di successo e dotato di fascino, capace di sedurre una giovane donna con una sola frase ma, al contempo, incapace di non affogare nell’alcol tensioni interiori originate nell’infanzia.

Con 20 fratture distribuite in varie parti del corpo in seguito a una bravata realizzata dopo una serata alcolica, bloccato per due mesi in un letto, Tesson si è detto, come afferma in un’intervista “Come ho potuto buttare via il mio tempo? Non devo dimenticare che ci sono il sole e il vento. Non devo dimenticare di vivere”. Ecco allora che Denis Imbert trova in Jean Dujardin l’interprete giusto per fare proprio da tutti i punti di vista questo bisogno che cerca una concretizzazione.

L’attore francese dimostra ancora una volta il proprio consapevole eclettismo consegnandoci un essere umano in cammino che, tappa dopo tappa (ognuna delle quali definite da una sovrascritta), mentre procede con passi a volte stentati e con dolori che si riacutizzano per poi comunque venir dominati dalla volontà, compie anche un percorso nel passato. Rivede infatti il se stesso di prima scoprendone anche i lati meno piacevoli mentre intanto compie incontri ognuno dei quali gli lascia una sensazione in più. Se la giovane donna in un alpeggio disposta ad ospitarlo gli fa pensare per un attimo (si tratta di uno sguardo) di poter essere ancora un seduttore, un monaco, mostrandogli una scultura in pietra, gli trasmette l’idea che materia e spiritualità non debbono essere necessariamente considerate in contrasto. Viene così evidenziato il fil rouge del film: un corpo segnato dal dolore che cerca le ragioni profonde dell’esistere attraverso un contatto con la Natura che la cosiddetta ‘civiltà’ sta rendendo sempre meno presente.

Giancarlo Zappoli – www.mymovies.it

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BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00

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IO CAPITANO [da venerdì 29 settembre]

2023-10-11T23:10:24+02:0010 Ottobre 2023|Archivio|

Proiezioni

Film in lingua straniera sottotitolato in italiano

Mercoledì 4 ottobre: ore 21,00
Venerdì 6 ottobre: ore 21,00
Sabato 7 ottobre: ore 21,00
Domenica 8 ottobre: ore 16,15 – 18,30 – 21,00
Mercoledì 11 ottobre: ore 21,00

Titolo originale: Wolof
Nazione: Italia, Belgio
Anno: 2023
Genere: Drammatico
Durata: 121 min
Regia: Matteo Garrone
Cast: Seydou Sarr, Moustapha Fall, Issaka Sawagodo, Hichem Yacoubi
Produzione: Archimede, Rai Cinema, Tarantula, Pathé, Logical Content Ventures, RTBF, VOO, BeTV, Proximus, Shelter Prod
Distribuzione: 01 Distribution

 

Trama

Una fiaba omerica che racconta il viaggio avventuroso di due giovani, Seydou e Moussa, che lasciano Dakar per raggiungere l’Europa. Un’Odissea contemporanea attraverso le insidie del deserto, i pericoli del mare e le ambiguità dell’essere umano…

Trailer

Critica

Guy Lodge di Variety ha riflettuto sul tema del film riportando che, rispetto ad altri progetti cinematografici europei che trattano l’emigrazione africana verso l’Europa, questa venga vista «non come ambientazione ma come obiettivo quasi mitico». Lodge afferma che il regista si dimostri «più robusto e appagante» rispetto ai precedenti progetti, e che sebbene il film in alcune scene presenti «l’estetica e gli istinti narrativi occidentali», risulti «difficile non lasciarsi coinvolgere dalla grande portata emotiva del film» supportata dalla capacità dell’attore Seydou Sarr. Leslie Felperin, recensendo il film per The Hollywood Reporter, scrive che nonostante la presenza di «paesaggi abbaglianti» il film «mantiene sempre l’attenzione sugli esseri umani», percependo una «tensione tra il mondo quotidiano e la dimensione spirituale, una sfocatura che è spesso una caratteristica del cinema dell’Africa occidentale», dovuto al fatto che «Garrone ci tiene a farci riflettere fino all’ultimo momento del film». Il giornalista di Deadline Damon Wise definisce «impeccabile» la tecnica cinematografica adottata per il film, scrivendo che il direttore alla fotografia Paolo Carnera è stato in grado di trasmettere «un’immediatezza sorprendente e coinvolgente». Wise inoltre afferma che «il più grande merito del film» sia stato il cast degli attori che sono in grado di rendere il progetto «autentico in ogni fase del suo audace viaggio».

Per la critica cinematografica italiana Mattia Pasquini di Ciak ha assegnato al film quattro stelle su cinque, scrivendo che il fattore più importante sia «l’onestà intellettuale e progettuale» in cui la regia compie «la scelta di limitare la propria autorialità». Il giornalista riporta che sebbene il film eluda alcune «possibilità drammatiche» e presenti in alcune scene una narrativa «meccanica», il risultato finale si costituisce di «scelte legittime e non criticabili, che rendono il film inattaccabile ideologicamente». Davide Turrini de Il Fatto Quotidiano afferma che nel film «il rimando strutturale immediato è all’Odissea» in cui «la fragile e molle innocenza dei due protagonisti» sono «impossibilitati ad essere comunità solidale». Paolo Mereghetti, recensendo il film per Il Corriere della Sera , scrive che il film sia in grado di «restare sempre ad altezza protagonisti, identificandosi con il loro sguardo, evitando qualsiasi atteggiamento predicatorio» trasfigurando «la tragedia attraverso la forza della fantasia e della favola». Teresa Monaco, nella recensione pubblicata su Cinematographe.it, ha elogiato Io capitano dandogli una votazione di 4.8 su 5, definendolo “uno dei migliori film di realtà di Matteo Garrone: una lettera potente che sa raccontare con meravigliosa leggerezza la drammaticità, spingendoci gloriosamente dentro i panni dell’altro per farci capire quanto starebbero stretti anche a noi. Un film che non ci umilia né ci spinge a compassione bensì ci induce verso la comprensione viscerale di un tragitto che talvolta sappiamo ma che preferiamo ignorare.”

it.wikipedia.org

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c) card Cultura del comune di Imola
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ASSASSINIO A VENEZIA [da venerdì 15 settembre]

2023-09-28T07:41:59+02:0023 Settembre 2023|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 20 settembre: ore 21,00
(CINEMA IN FESTA – Prezzo unico € 3,50)
Venerdì 22 settembre: ore 21,00
Sabato 23 settembre: ore 21,00
Domenica 24 settembre: ore 16,30 – 18,30 – 21,00
Mercoledì 27 settembre: ore 21,00

Titolo originale: A Haunting in Venice
Nazione: U.S.A.
Anno: 2023
Genere: Thriller, giallo
Durata: 103 min
Regia: Kenneth Branagh
Cast: Kenneth Branagh, Kyle Allen, Camille Cottin, Jamie Dornan, Tina Fey, Jude Hill, Ali Khan, Emma Laird, Kelly Reilly, Riccardo Scamarcio, Michelle Yeoh, Amir El-Masry
Produzione: 20th Century Studios
Distribuzione: The Walt Disney Company Italia

 

 

Trama

Venezia, secondo Dopoguerra, vigilia di Ognissanti. L’investigatore Hercule Poirot (Kenneth Branagh) è in pensione ed esilio volontario a Venezia.
Poirot prende parte, seppur riluttante, a una seduta spiritica, che si tiene in un palazzo spettrale, ma quando uno degli ospiti viene trovato morto, il detective dovrà mettersi all’opera per scovare l’assassino in un inquietante mondo pieno di ombre e segreti…

Trailer

Recensione

Il film, in sala dal 14 settembre, è un adattamento del libro Poirot e la strage degli innocenti di Agatha Christie. A differenza dei primi due capitoli della saga, sono numerosi i cambiamenti apportati rispetto all’opera originale, a partire dal titolo e dall’ambientazione.

Branagh prende leggermente le distanze sia dal materiale di Agatha Christie che dal genere giallo. Assassinio a Venezia risente, infatti, di forti influenze del genere horror, che a tratti prevalgono sul lato investigativo. Che la saga possa aver trovato così la sua formula vincente?

È la Venezia del secondo dopoguerra a fare da sfondo alla quotidianità di Hercule Poirot. Un detective ormai in pensione, che ha messo da parte una vita di delitti, assassini e indagini. Tutto cambia la notte di Halloween.

Quella notte, la cantante lirica Rowena Drake (Kelly Reilly) avrebbe ospitato, presso il suo palazzo spettrale, una seduta spiritica tenuta dalla sensitiva Mrs Reynolds (Michelle Yeoh).

Ariadne Oliver (Tina Fey), amica di Poirot e celebre scrittrice di gialli, invita il detective a prendere parte alla seduta. Lo scopo? Dimostrarne l’infondatezza. Ma come sempre, il crimine è dietro l’angolo. Un omicidio sconvolge i piani di Poirot, che ancora una volta si ritrova ad investigare su un delitto in grado di mettere a dura prova la sua visione razionale del mondo.

Ed è in una di queste abitazioni che si sviluppa quasi interamente Assassinio a Venezia. Un ambiente chiuso, all’interno del quale facciamo la conoscenza di nuovi personaggi, tra i quali si nasconde un assassino. Fin qui niente di nuovo, si ripete lo schema classico dei primi due film. In questo caso però il luogo è in tutti i sensi parte integrante della storia e delle indagini. Si avverte un senso di claustrofobia che travolge lo stesso Poirot, mai apparso così in difficoltà (almeno fino ad un certo punto).

I colori caldi del Nilo lasciano il posto a quelli freddi di Venezia. Una città spettrale, travolta da una tempesta incessante e dalle leggende. Quelle sui fantasmi, che infestano vecchi palazzi (non) abbandonati.

Come detto, infatti, il suo modus operandi, la sua visione logica e razionale, viene messo in dubbio. E se esistesse davvero un’anima? Qualcosa che va oltre la morte, quella che Poirot ha visto così tante volte da vicino. Lui che più di qualunque sensitivo ha fatto da tramite fra defunti e vivi. Un messaggero capace di dar voce e fare giustizia a chi non c’è più. Ma che ha anche perso la fede. Troppa oscurità nel mondo per poter credere nell’esistenza di un Dio o in una vita oltre la morte. Solo un caso sovrannaturale e terrificante come quello veneziano è capace di farlo riflettere sulla realtà.

La vendetta è al centro del primo film, la passione del secondo, mentre la fede è il nucleo tematico di questo nuovo capitolo. Quello concettualmente più interessante da trattare per una figura enigmatica come quella di Poirot. Purtroppo però il film non si spinge abbastanza oltre e ne vediamo solo la punta dell’iceberg.

Di Assassinio a Venezia premiamo l’intenzione. Dopo i due flop precedenti era giusto provare a cambiare. Mescolare giallo e horror poteva essere la soluzione migliore possibile, peccato che il risultato finale sia un film che non eccelle né sul lato investigativo né su quello dell’orrore.

A tratti l’idea del film gotico funziona, i toni sono ottimi per il delitto da mettere in scena. Ma non è in grado di trasmettere la minima emozione. Senza l’impianto sonoro del cinema, la resa delle scene più spaventose, se così vogliamo definirle, sarebbe probabilmente nulla. Il lato horror si avverte più da un punto di vista stilistico che nella volontà di terrorizzare lo spettatore. Quindi sì, stiamo parlando di un giallo ben diverso dal solito e che in alcune fasi soccombe alla atmosfere cupe e spettrali da casa infestata, ma non presentatevi in sala con l’idea di guardare un film horror.

Per il resto rimane in tutto e per tutto un giallo. Che si risolve però con una banalità disarmante, sia per la risoluzione finale, che ad eccezione di qualche dettaglio non risulta particolarmente imprevedibile, ma soprattutto per il tempismo. Quando la storia sembra farsi più interessante ed il ritmo si alza, ecco il solito spiegone di Poirot, che sembra una liberazione tanto per il detective quanto per lo spettatore.

Gli aspetti tecnici sono quelli che colpiscono maggiormente. Niente di clamoroso, ma la regia di Kenneth Branagh appare più ispirata del solito, con qualche spunto interessante. Meno la fotografia, che punta perlopiù sull’apparenza ma è comunque apprezzabile per questo tipo di film.

Se non altro, Assassinio a Venezia é un passo avanti ad Assassinio sul Nilo sotto tutti i punti di vista. Primo fra tutti, la scelta di fare meno affidamento sulla CGI e dare un’estetica ben precisa alla pellicola. La scenografia è ben curata nello spaziare fra gli ambienti veneziani e concentrarsi ovviamente sul palazzo infestato.

Per quanto riguarda il cast di supporto, meno star power attorno a Branagh ma diversi nomi ben assemblati fra loro. In primis l’attrice premio Oscar Michelle Yeoh (Everything Everywhere All At Once), ma anche Camille Cottin, Riccardo Scamarcio, Kelly Reilly e Tina Fay. Branagh ha voluto coinvolgere inoltre i protagonisti del suo Belfast, Jamie Dornan e Jude Hill. I due interpretano ancora una volta padre e figlio, e sono anche gli unici personaggi ad avere un briciolo di approfondimento psicologico.

Le forzature non mancano, tuttavia, neppure nella gestione e nei rapporti fra i personaggi. Tante decisioni narrative che lasciano qualche dubbio. Nel complesso, dunque, fin troppi difetti sul quale diventa difficile chiudere un occhio.

Possiamo però scommettere che Assassinio a Venezia raccoglierà diversi consensi fra gli spettatori. Un film che riesce nonostante tutto ad intrattenere, ideale per prepararsi al prossimo Halloween. Assassinio a Venezia è totalmente scollegato dagli altri capitoli della saga, resta dunque apprezzabile anche senza aver visto i due film precedenti. In attesa di scoprire se Branagh avrà un’altra occasione di adattare sul grande schermo le storie di Poirot.

Francesco Schinea – www.hynerd.it

 

Prezzi

Mercoledì 20 settembre
(CINEMA IN FESTA – Prezzo unico € 3,50)

Gli altri giorni:
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DINOSAURI [ giovedì 28 settembre ore 21 ]

2023-09-29T10:01:29+02:0022 Settembre 2023|Archivio|

Nell’ambito del Festival calanchi argille azzurre 2023
Curatori: Matteo Zauli con Consuelo Battiston, Luigi Cicognani e Donato D’Antonio
Organizzazione: Museo Carlo Zauli

DINOSAURI. Due amici, molte strade, una sfida tra i calanchi”
Cortometraggio di Gianni Farina e Riccardo Calamandrei
da un’idea di Massimo Solaroli e Matteo Zauli
Sceneggiatura Andrea Zauli
Con: Massimo Solaroli, Matteo Zauli, Paolo Banzola, Irene Dal Pozzo, Marco D’Ambrosio, Ilena Drei, Giorgia Erani, Silvio Focaccia, Gian Maria Manuzzi, Stefano Pini, Andrea Salvatori, Tania Zoffoli.
Riccardo Calamandrei, videomaker
Andrea Zauli, sceneggiatore
Produzione KAKIFilm

Info
www.museozauli.it
museocarlozauli@gmail.com
“Finanziato nell’ambito del progetto Atmosfere Faentine 2023 da Regione Emilia-Romagna e Unione della Romagna Faentina”
Mostra meno

 

 

 

LA SIRENETTA [fino a mercoledì 24 maggio]

2023-06-14T21:55:40+02:009 Giugno 2023|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 7 giugno: ore 21,00
Venerdì 9 giugno: ore 21,00
Sabato 10 giugno: ore 21,00
Domenica 11 giugno: ore 17,30 – 21,00
(CINEMA IN FESTA – Prezzo unico  3,50)
Mercoledì 14 giugno: ore 21,00
(CINEMA IN FESTA – Prezzo unico  3,50)

Titolo originale: The Little Mermaid
Nazione: U.S.A.
Anno: 2023
Genere: Avventura, fantasy, musicale
Durata: 135 min
Regia: Rob Marshall
Cast: Halle Bailey, Jonah Hauer-King, Daveed Diggs, Jacob Tremblay, Melissa McCarthy, Javier Bardem, Awkwafina, Jude Akuwudike, Noma Dumezweni, Kajsa Mohammar, Lorena Andrea
Produzione: Lucamar Productions, Marc Platt Productions, Walt Disney Pictures, 5000 Broadway Productions
Distribuzione: Walt Disney Italia

 

Trama

La Sirenetta, film diretto da Rob Marshall, è la trasposizione in live-action del classico d’animazione Disney del 1989 e ispirato alla fiaba di Hans Christian Andersen. Racconta la storia di una sirena di nome Ariel (Halle Bailey), dotata di una bellissima e melodiosa voce. La ragazza è figlia più giovane di Re Tritone (Javier Bardem), nonché la più ribelle; infatti è incantata dal mondo terrestre e nutre un forte desiderio di scoprire cosa c’è al di là dell’acqua. Questa sua voglia di conoscenza della vita in superficie aumenta quando, durante una delle sue esplorazioni, si imbatte in un principe, Eric (Jonah Hauer-King), da cui rimane completamente affascinata.
Nonostante alle sirene sia proibito avere contatti con gli umani, Ariel spera di realizzare il suo sogno e di conquistare il suo amato. È così che la sirena stringe un patto con la strega del mare Ursula (Melissa McCarthy): scambierà la sua voce in cambio di un paio di gambe umane. La possibilità di sperimentare la vita sulla terraferma, però, metterà in pericolo la vita della stessa Ariel e la corona di suo padre…

Trailer

Recensione

Rob Marshall riporta sul grande schermo un classico del mondo Disney, la Sirenetta (1989), e lo definisce il “film più impegnativo che abbia mai girato”. E detto dal regista di Chicago (2002), Nine (2009) e Pirati dei Caraibi – Oltre i confini del mare (2011), non è affatto cosa da poco. “Non penso che qualcuno abbia mai fatto un musical sott’acqua prima d’ora. È stato necessario coreografare con largo anticipo ogni singola parte del film. Le attrezzature con cui abbiamo lavorato sono incredibili. Grazie a Dio abbiamo avuto tempo per fare delle prove” – ha spiegato. Ci sono voluti quasi cinque anni per realizzare il live-action, con l’utilizzo di tecniche complesse e strumenti all’avanguardia, come le diapason e le altalene. Anche la fase di post-produzione non è stata affatto facile, perché tutto doveva risultare credibile.

Halle Bailey è Ariel, al centro di numerose polemiche perché secondo i fan più fedeli il suo personaggio non rispecchierebbe quello del film originale. L’attrice, una volta uscito il trailer, ha rivelato che non era stupita di leggere commenti negativi: “Da persona nera, te li aspetti semplicemente. Non è neanche più uno shock. In tutta onestà, quando è uscito il primo teaser, ero alla D23 Expo ed ero incredibilmente felice. Non ho visto tutta questa negatività”. Al di là delle critiche, il ruolo l’ha resa particolarmente felice perché la star ha potuto conciliare le sue due più grandi passioni: il canto e la recitazione. E il suo entusiasmo si è tradotto in commozione subito dopo aver visto alcune scene montate: “Ho pianto per tutto il tempo. È stato molto strano guardarmi. Mi emoziono solo a pensarci” – ha aggiunto. Completano il cast del film Melissa McCarthy (Ursula), Daveed Diggs (Sebastian), Jonah Hauer-King (Eric) e Javier Bardem (Re Tritone).

La colonna sonora ripropone i brani del classico Disney, e si impreziosisce di alcuni inediti composti appositamente da Alan Menken e da Lin-Manuel Miranda (quest’ultimo ha già lavorato con Marshall ne Il ritorno di Mary Poppins).

Non penso che qualcuno abbia mai fatto un musical sott’acqua prima d’ora. È stato necessario coreografare con largo anticipo ogni singola parte del film (Rob Marshall).

www.comingsoon.it

Curiosità

È il remake in live-action de La Sirenetta (1989).

Le riprese esterne, ovvero quelle “fuori dall’acqua”, si sono svolte in Italia.

Durante le riprese, Halle Bailey ha trascorso fino a 13 ore al giorno in acqua.

L’attrice protagonista ha rivelato che l’interpretazione di Ariel l’ha aiutata a crescere, perché si è messa alla prova come mai fatto prima.

Il film introduce nuovi personaggi originali, non presenti ne La sirenetta del 1989, tra questi spicca la regina Selina, interpretata da Noma Dumezweni.

A differenza del film d’animazione, Sebastian ha il numero corretto di gambe, ovvero 10 (incluse due chele); il Sebastian animato, invece, ne aveva 8 (incluse le chele), perché all’epoca era molto più facile da animare.

Focus su La Sirenetta

Era il 1994 quando per la prima volta un cartone animato della Disney veniva trasformato in un live action: si tratta di Mowgli – Il libro della giungla, diretto da Stephen Sommers e interpretato da Jason Scott Lee. Due anni dopo esce un altro grande classico, La carica dei 101 – Questa volta la magia è vera (1996) di Stephen Herek, con un cast d’eccellenza: Glenn Close nei panni di Crudelia, Jeff Daniels e Joely Richardson nei ruoli di Rudy e Anita, con Joan Plowright nella parte di Nilla. Sebbene ci sia stata inizialmente qualche ostilità nel confronto con l’originale, la pellicola può essere considerata il remake di maggior successo di sempre. Per questo nel 2000 viene realizzato il sequel, La carica dei 102 – Un nuovo colpo di coda, diretto da Kevin Lima con l’aggiunta tra gli attori di Gérard Depardieu.

Nel 2010 è la volta di Alice in Wonderland, per la regia di Tim Burton, che nel 2019 realizza anche Dumbo, con Colin Farrell, Michael Keaton, Danny DeVito ed Eva Green. In quello stesso anno escono nelle sale Aladdin di Guy Ritchie, Il re leone di Jon Favreau, e Maleficent – Signora del male di Joachim Rønning. Recentissimi sono Mulan (2020) di Niki Caro, Crudelia (2021) di Craig Gillespi e Pinocchio (2022) di Robert Zemeckis. Dopo La Sirenetta (2023) diretto da Rob Marshall, sono previsti altri riadattamenti, tra cui Peter pan, Biancaneve e Mufasa.

 

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