redazione

About redazione

This author has not yet filled in any details.
So far redazione has created 169 blog entries.

PRISCILLA [da venerdì 5 aprile – ore 21]

2024-04-09T21:52:15+02:0025 Marzo 2024|Archivio|

Proiezioni

Venerdì 5 aprile: ore 21,00
Sabato 6 aprile: ore 21,00
Domenica 7 aprile: ore 18,30
Domenica 7 aprile: ore 21,00
in lingua originale con sottotitoli italiani

Titolo originale: Priscilla
Nazione: USA
Anno: 2023
Genere: Drammatico, sentimentale, musicale
Durata: 1 ora 53 minuti
Regia: Sofia Coppola
Cast: Jacob Elordi, Cailee Spaeny, Emily Mitchell, Jorja Cadence, Tim Post, Ari Cohen, Josette Halpert, Deanna Jarvis, Luke Humphrey, R Austin Ball, Rodrigo Fernandez-Stoll, Tonia Venneri
Produzione: The Apartment, American Zoetrope, Standalone Pictures
Distribuzione: Vision Distribution

 

Trama

Quando l’adolescente Priscilla Beaulieu incontra Elvis Presley a una festa lui, lui che è già una superstar del rock’n’roll, si rivela a lei come un uomo completamente diverso. Sarà un colpo di fulmine, ma anche un uomo capace di essere un alleato nella solitudine di questa ragazza, un migliore amico vulnerabile. Attraverso gli occhi di Priscilla, Sofia Coppola ci racconta il lato nascosto di un grande mito americano, attraverso un lungo corteggiamento e un matrimonio turbolento. Una storia iniziata in una base dell’esercito tedesco e proseguita nella sua tenuta da sogno a Graceland. Una storia d’amore fatta di amore, sogni e fama…

Trailer

Recensione

Tratto dalla autobiografia “Elvis and Me”, la regista americana dirige un lungometraggio che racconta la relazione amorosa tra  Priscilla Ann Wagner Beaulieu e il re del Rock and Roll . Protagonisti Cailee Spaeny (premiata con la Coppa Volpi a Venezia) e Jacob Elordi. 

È affascinante e parimenti  complesso, vivere all’ombra di un gigante. Lo sa benissimo Priscilla Ann Wagner Beaulieu che nel 1959 conobbe Elvis Presley nella base militare americana di Wiesbaden, in Germania. Successivamente sposò il re del rock’n’ roll il primo maggio del 1967, partorì Lisa Marie, nove mesi dopo e, infine, divorziò dal King nell’ottobre del 1973. E in fondo anche Sofia Coppola, con modalità e grado parentale completamente differente, ha vissuto con una figura artistica assai importante, un titano del grande schermo, ovvero suo padre Francis Ford, uno dei più importanti registi della storia del cinema. E forse per questo la talentuosa cineasta ha deciso di firmare un biopic su una delle love story più note e discusse in ambito musicale e non solo. Un lungometraggio che arriva nelle sale cinematografiche italian da mercolefì 27 marzo, dopo essere stato presentato in concorso alla 80.ma edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

In Priscilla, Sofia Coppola gioca per sottrazione. Opta per la sineddoche, la parte per raccontare il tutto. Si parte con un florilegio glamour e stilosissimo di dettagli. Piedini accuratamente smaltati che calpestano una coloratissima moquette, ciglia lunghissime applicate con la dovuta perizia, un’epifania di bigodini, lacca spruzzata come se non ci fosse un domani, rossetto lucido  sulle labbra e profumo Chanel numero 5, a impreziosire la forma, da sempre contenuto, soprattutto negli anni Sessanta. Poi il film parte con la cronaca. Priscilla Ann Wagner Beauli, nata a New  York, il 24 maggio del 1945, ha 14 anni e si annoia moltissimo. Il suo padre biologico, il pilota James Wagner, è  deceduto in un incidente aereo quando la ragazza aveva sei mesi. La madre, Anna Lillian Iversen (di origini norvegesi), si è sposata con Paul Beaulieu, un ufficiale della United States Air Force. La famiglia vive nella base di Wiesbaden città extracircondariale della Germania centro-occidentale. La ragazza si sente triste e sola. Ma quando Priscilla incontra a una festa Elvis Presley, l’uomo, che è già una superstar del rock’n’roll, le cose cambiano radicalmente. Nella sfera privata, il cantante  si rivela come qualcuno di completamente diverso: un amore travolgente, un alleato nella solitudine e un amico vulnerabile. Attraverso lo sguardo di Priscilla, la regista illustra il lato meno noto di un iconico mito americano. Una storia iniziata tra le uniformi militari e proseguita nella famosissima tenuta da sogno a Graceland. Una storia fatta di amore, sogni e fama.

La venticinquenne Cailee Spaeny (che  prossimamente vedremo nellì’atteso Civil War di Alex Garland e in Alien Romolus) si cala con il giusto piglio nei panni di Priscilla. Tra sguardi, gesti e acconciature, l’attrice restituisce sullo schermo, con la dovuta grazia, tutte le fasi dell’innamoramento, della passione, della delusione, sino alla fine di un amore che entrambi i protagonisti credevano eterno. Non a caso l’attrrice, grazie a questa performance, l’attrice ha vinto la  Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile.

Di contro per Jacob Elordi, la sfida si preannunciava assai ardua, soprattutto a causa del biopic firmato da Baz Luhrmann con cui Austin Butler si era portato a casa una nomination all’Oscar. Eppure, l’attore, ottimo nella parte di Nate Jacobs nella serie Euphoria, se la cava egregiamente nel ruolo di Elvis. In un film che ci mostra soprattutto il lato più fragile e meno carismatico del grande artista, Jacob funziona sia quando chiama l’amata con il vezzeggiativo “Cilla”, sia quando mostra la sua dipendenza da anfetamine e sonniferi. Insomma, ci si commuove davanti a questa accurata rappresentazione di una love story che non a caso termina con I Will Always Love You, cantata da Dolly Parton, si finisce per convincersi che certi amori, in fondo non finiscono mai. Almeno al cinema.

tg24.sky.it

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50
BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00

_ BAMBINI da 4 a 12 anni
_ ADULTI oltre 60 anni
_ PORTATORI DI HANDICAP
_ GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
_ MILITARI
_ TITOLARI tessera ANEC – UNITA (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo)
_ il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
_ il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura del comune di Imola
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

BIGLIETTO OMAGGIO

ACCOMPAGNATORE DI PORTATORE DI HANDICAP
BAMBINI fino a 3 anni
POSSESSORI DI TESSERA DEGLI ESERCENTI SALA CINEMATOGRAFICA (AGIS-ACEC, AGIS-ANEC, ANEM..)
POSSESSORI DI TESSERA ‘EUROPA CINEMAS’

MARY E LO SPIRITO DI MEZZANOTTE [sabato 27 aprile – 15:30]

2024-04-29T21:19:27+02:0022 Marzo 2024|Archivio|

Proiezioni

Sabato 27 aprile: ore 15,30

– EVENTO SPECIALE –
dopo il film la proiezione esclusiva di
una lezione d’animazione del regista Enzo D’Alò

In regalo a tutti i bimbini presenti:
stampe dei frame del film da colorare e una piccola dolce merenda! 

Titolo originale: Mary e lo spirito di mezzanotte
Nazione: Irlanda, Italia, Germania, Lettonia, Lussemurgo, Regno Unito, Estonia
Anno: 2024
Genere: Animazione
Durata: 1 ora 25 minuti
Regia: Enzo D’Alò
Produzione: Jam Media, Paul Thiltges Distributions, Aliante, Rija Films, Amrion Production, Fish Blowing Bubbles
Distribuzione: Bim Distribuzione

 

 

 

 

 

 

 

Trama

Mary è una bambina di 11 anni che ama cucinare e spera di entrare nella prestigiosa scuola locale, ma sua madre Scarlett, presa da vari impegni, non ha né il tempo né l’abilità di seguirla in cucina e, anzi, tenta di limitare il suo carattere impulsivo impedendole di allenarsi in questo campo. Chi la sostiene è la nonna Emer, che però finisce in ospedale per un improvviso malore, dai dottori dichiarato come incurabile. Per allenarsi e rendere il suo soggiorno in ospedale più piacevole, Mary decide comunque di cucinarle qualcosa, prendendo spunto da un vecchio ricettario di famiglia e facendosi aiutare da Tansey, una misteriosa ragazza che sembra conoscere molto bene la nonna…

Trailer

Recensione

UNA STORIA UNIVERSALE D’AMORE E AMICIZIA CHE CI REGALA UN NUOVO PERSONAGGIO DA RICORDARE

Mary è una bambina di undici anni appassionata alla cucina. La nonna la sostiene sempre, anche quando esaminatori saccenti non apprezzano i suoi piatti. Ma la nonna è anziana e subisce un ricovero in ospedale. Mary ne è addolorata ed aumenta nei suoi confronti le attenzioni da nipote affezionata, sostenuta in questo da una misteriosa giovane donna che è comparsa all’improvviso sul suo cammino.

Dal più irlandese degli scrittori contemporanei D’Alò trae una storia universale.

Il romanzo “La gita di mezzanotte” di Roddy Doyle, autore del famosissimo “The Commitments”, è stato recensito dal Guardian in questi termini: “Una storia deliziosa in cui amore e amicizia, allegria e serietà si fondono alla perfezione. Incanta sin dalla prima frase.” Chi, se non Enzo D’Alò, poteva accettare la sfida di immettere nello stesso film questa molteplicità di sentimenti e stati d’animo facendoli emergere con misura e consentendo ad un pubblico di bambini e di adulti di poterne percepire ed apprezzare anche le sfumature?

Il suo confronto con quelli che erano già dei classici della letteratura attraversa la sua filmografia. La freccia azzurra da Rodari, Momo da Ende passando per Pinocchio per finire con La gabbianella e il gatto da Sepulveda sono lì a testimoniarlo e non hanno sentito il passare degli anni.

In ognuna di queste occasioni D’Alò ha saputo cogliere l’originalità del testo letterario traducendola in immagini per lo schermo che si avvalgono di una semplicità che è frutto dell’approfondimento della pagina scritta.

La rossa Mary, che ha una vitalità estremamente consona al colore delle sue chiome e alle sue origini irlandesi, diventa così un nuovo personaggio da ricordare nella galleria di un regista da sempre attento a coniugare forma e contenuto. Questa volta si consente anche delle variazioni sul piano della grafica quando realizza dei flashback che danno conto di alcune reazioni nel presente altrimenti inspiegabili. Ma ciò che più conta, in questa delicata storia, è l’attenzione nell’affrontare un tema non facile da trattare come quello della malattia di una persona anziana con il conseguente distacco.

Bisogna saperlo fare con i toni giusti, recepibili anche da un bambino, conservando una sostanziale leggerezza all’intero contesto non trascurando anche momenti di decisa allegria. Tutto ciò poi grazie alla presenza di quattro generazioni al femminile che finiranno con l’unirsi per un on the road che non segna una fine ma un vero e proprio nuovo inizio. A cui poi si aggiunge, e non proprio in secondo piano, un riferimento agli innumerevoli game televisivi a base culinaria che sono impostati sulla competizione accesa e, spesso, su preparazioni di piatti così creativi da dimenticare che la tradizione, per essere superata, va conosciuta a fondo.

È nel passaggio di testimone tra nonna e nipote su questo versante che troviamo un ulteriore messaggio non retorico ma anche troppo spesso non tenuto nella dovuta attenzione. Si tratta del rapporto tra giovani e anziani che rischia di essere travolto da un solipsismo digitale che li esclude sia sul piano pratico che su quello comunicativo dal mondo delle nuove generazioni. Mary e la nonna si avvalgono di un passaggio di conoscenze dettato dall’amore per la cucina e dall’affetto che le unisce.

Giancarlo Zappoli – mymovies.it

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50
BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00

_ BAMBINI da 4 a 12 anni
_ ADULTI oltre 60 anni
_ PORTATORI DI HANDICAP
_ GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
_ MILITARI
_ TITOLARI tessera ANEC – UNITA (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo)
_ il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
_ il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura del comune di Imola
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

BIGLIETTO OMAGGIO

ACCOMPAGNATORE DI PORTATORE DI HANDICAP
BAMBINI fino a 3 anni
POSSESSORI DI TESSERA DEGLI ESERCENTI SALA CINEMATOGRAFICA (AGIS-ACEC, AGIS-ANEC, ANEM..)
POSSESSORI DI TESSERA ‘EUROPA CINEMAS’

PAST LIVES [mercoledì 28 febbraio – ore 21]

2024-02-28T21:42:36+01:0026 Febbraio 2024|Archivio|

Proiezioni


Mercoledì 28 febbraio: ore 21,00

 

Titolo originale: Past lives
Nazione: USA
Anno: 2023
Genere: Drammatico
Durata: 1 ora 46 minuti
Regia: Celine Song
Cast: Greta Lee, Teo Yoo, John Magaro, Seung-ah Moon, Seung Min Yim
Produzione: CJ ENM, Killer Films,2AM, A24
Distribuzione: Lucky Red

 

 

 

 

 

 

2024 – Premio Oscar
Candidatura al miglior film
Candidatura alla miglior sceneggiatura originale a Celine Song

2024 – Golden Globe
Candidatura al miglior film drammatico
Candidatura alla miglior regista per Celine Song
Candidatura alla miglior attrice in un film drammatico per Greta Lee
Candidatura alla miglior sceneggiatura per Celine Song
Candidatura al miglior film in lingua straniera

Trama

Na-young e Hang-seo sono fidanzatini alle scuole medie, ma i genitori di Na Young devono trasferirsi da Seoul a New York. Da questa dolorosa separazione trascorrono dodici anni, dopo i quali Na-young, che ora si chiama Nora, e Hang-seo riescono a ritrovarsi e a comunicare via Skype. Di fronte all’impossibilità di incontrarsi nello stesso luogo, Nora sceglie di interrompere la relazione a distanza e concentrarsi sulla propria carriera di scrittrice a New York. Dopo altri dodici anni, Hang-seo vola a New York per vedere Nora…

Trailer

 

Recensione

IL MÉLO CLASSICO VIENE ATTUALIZZATO IN UN’OPERA RAFFINATA CHE REGALA SUGGESTIONI NON SOLO AGLI IRRECUPERABILI SENTIMENTALI

Na-young e Hang-seo sono fidanzatini alle scuole medie, ma i genitori di Na Young devono trasferirsi da Seoul a New York. Da questa dolorosa separazione trascorrono dodici anni, dopo i quali Na-young, che ora si chiama Nora, e Hang-seo riescono a ritrovarsi e a comunicare via Skype. Di fronte all’impossibilità di incontrarsi nello stesso luogo, Nora sceglie di interrompere la relazione a distanza e concentrarsi sulla propria carriera di scrittrice a New York. Dopo altri dodici anni, Hang-seo vola a New York per vedere Nora.

Da Breve incontro in poi cinema e romanticismo, con quest’ultimo idealizzato, o meglio ancora tormentato e irrealizzabile, sono un connubio perfetto. Ne sa qualcosa Wong Kar-wai, ne sa qualcosa Richard Linklater.

Come rendere la materia più antica e apparentemente distante dal pragmatismo odierno viva e pulsante? Come farla parlare alla generazione del terzo millennio? Quesito che Celine Song non sembra porsi, trovando la più semplice delle soluzioni possibili, ossia un racconto in parte autobiografico e in parte romanzesco, a cui fornire una struttura narrativa insolita.

Lo si intuisce già dall’incipit di Past Lives, che non è solo una suggestiva introduzione alla storia, ne è anche chiave interpretativa. Le voci fuoricampo di ipotetici avventori del bar in cui si svolge la scena si interrogano sulla natura dei rapporti tra tre persone: un americano, un coreano e una coreano-americana. I punti di vista degli osservatori sono differenti e contrastanti, come lo sono per il trio in questione, in un film che prova a rendere conto delle diverse angolazioni da cui si può osservare questa ronde à trois, senza verità certe. L’amore è anche un incontro di punti di vista, e nella sua forma più pura è raro almeno quanto la concordanza di questi ultimi.

Quella di Celine Song, drammaturga al debutto nel lungometraggio, è una riflessione a tutto tondo sul relativismo dell’amore e su come questo sia inevitabilmente condizionato dal caso e dal destino, da avvenimenti anche ordinari o da coincidenze imprevedibili. La sorte ha in serbo per noi più di un bivio esistenziale: possono trattarsi di biforcazioni figurate oppure concrete e materiali, come i viottoli su cui si sofferma la macchina da presa per sottolineare la forza del primo distacco fisico tra Hang-seo e Na-young, in procinto di abbandonare Seoul.

Contenuti tutt’altro che nuovi, si dirà, memori della trilogia Before firmata Richard Linklater, ma se è evidente l’amore cinefilo di Song per il mélo classico e moderno, è altrettanto chiara, e tutt’altro che ovvia, la sua rielaborazione in forma contemporanea. Un’attualizzazione che attraversa linguaggio e contenuti e che tiene conto dei cambiamenti radicali sopraggiunti durante l’arco temporale della vicenda.

Sono tre i piani temporali intervallati da ellissi: gli anni Novanta dell’infanzia in Corea; il nuovo incontro grazie alla tecnologia, attraverso social e videochiamate Skype; l’inatteso viaggio di Hang-seo, che spezza l’equilibrio e destabilizza la vita newyorchese ormai consolidata di Nora. Il trittico misterioso che ne scaturisce è un triangolo amoroso scaleno, dai lati diseguali tra loro, in cui i molti se e ma su come avrebbero potuto andare le cose rimangono sospesi nell’aria che divide i personaggi, nella tensione invisibile che li avvicina e li allontana.

Il richiamo allo in-yuan, fatalismo amoroso della tradizione coreana legato alla reincarnazione, è suggestivo, come la potenza affabulatoria dell’amore inespresso e incompiuto: è quasi una storia d’amore, per citare un grande film di Peter Chan – Comrades: Almost a Love Story – che ha di certo lasciato un marchio nell’immaginario di Celine Song (alcune sequenze, come quella intorno alla statua della libertà, e il tema dell’immigrazione che unisce e insieme divide sembrano richiami espliciti al film).

Ma il personaggio di Nora, benché scosso da dubbi e rimpianti, ha la forza di dissacrare l’elemento romance e tornare alla realtà, definendo lo in-yuan come “pretesto per una tecnica coreana di seduzione”. È significativo che sia Nora, alter ego di Song, il personaggio proattivo e pragmatico, di fronte a due uomini confusi e smarriti, fragili e inclini a solidarizzare tra loro, anziché sfidarsi in una singolar tenzone di gelosia. Qui sta l’elemento più contemporaneo, che rende Past Lives qualcosa di più di un romantico mélo sull’amore platonico: il ribaltamento del ruolo tradizionalmente attribuito all’elemento maschile della coppia – un tempo trainante e oggi timido e passivo – e a quello femminile – Nora è una donna sicura di sé, avviata a una carriera promettente e disposta anche a sacrificare legami sentimentali pur di poterla perseguire.

Se la prima visione di Past Lives induce soprattutto alla speranza e alla curiosità per l’epilogo, sono quelle successive a rivelare come nessuna inquadratura avvenga per caso e il raffinato lavoro di Song evidenzi la concettualità che sorregge un lavoro pregevole. Non solo per irrecuperabili sentimentali, quindi: per godere di Past Lives è sufficiente essere umani, consapevoli innanzitutto della propria vulnerabilità.

Emanuele Sacchi – www.mymovies.it

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50
BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00

• BAMBINI da 4 a 12 anni
• ADULTI oltre 60 anni
• PORTATORI DI HANDICAP
• GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
• MILITARI
• il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
• il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura del comune di Imola
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

BIGLIETTO OMAGGIO

ACCOMPAGNATORE DI PORTATORE DI HANDICAP
BAMBINI fino a 3 anni
POSSESSORI DI TESSERA DEGLI ESERCENTI SALA CINEMATOGRAFICA (AGIS-ACEC, AGIS-ANEC, ANEM..)
POSSESSORI DI TESSERA ‘EUROPA CINEMAS’

DUNE – Parte DUE [mercoledì 13 marzo]

2024-03-13T22:24:51+01:0026 Febbraio 2024|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 13 marzo: ore 21,00

Titolo originale: DUNE part two
Nazione: USA
Anno: 2024
Genere: Drammatico, Fantascienza, Avventura, Azione
Durata: 2 ora 46 minuti
Regia: Denis Villeneuve
Cast: Timothée Chalamet, Zendaya, Rebecca Ferguson, Josh Brolin, Austin Butler, Florence Pugh, Dave Bautista, Christopher Walken, Tim Blake Nelson, Stephen McKinley Henderson, Léa Seydoux, Stellan Skarsgård, Charlotte Rampling, Javier Bardem
Musiche: Hans Zimmer
Produzione: Legendary Pictures, Villeneuve Films, Warner Bros.
Distribuzione: Warner Bros. Pictures

 

Trama

Dune parte 2 inizia esattamente dove termina il film antecedente: dopo la fuga di Paul Atreides nel deserto di Arrakis insieme a sua madre Lady Jessica e ai Fremen in seguito alla morte del duca Leto Atreides e la riconquista di Dune da parte degli Harkonnen, l’intento del nuovo giovane duca è di tramare la sua vendetta e di organizzare la guerra contro il malvagio barone Vladimir Harkonnen e di conseguenza contro l’imperatore Shaddam IV della casa Corrino che ha ordito il piano insieme al barone per distruggere casa Atreides…

Le recensioni della stampa internazionale

Empire Magazine – Denis Villeneuve ci offre ancora una volta un’epopea di fantascienza straordinaria che trasporterà gli appassionati in paradiso, nonostante possa risultare una dose di Spezia eccessiva da assorbire in un’unica visione.

Inverse – Un’epopea di fantascienza per i secoli a venire: una tragedia imponente di proporzioni mitiche, un racconto ammonitore sui pericoli del fanatismo. È un’impresa maestosa del cinema di fantascienza che porrà Dune: Parte Due in lizza per il pantheon dei più grandi sequel di sempre.

Variety – Una scommessa enorme in un periodo di ridotto interesse per il cinema, l’adattamento multipartitico del romanzo di Frank Herbert da parte di Warner Bros. e Legendary evolve dai brividi del worldbuilding dell’originale del 2021 a una narrazione corposa e onnicomprensiva.

USA Today – La Parte Due raddrizza la nave da battaglia cosmica con un’abbondanza di immagini sbalorditive, tutti i giganteschi vermi della sabbia che si potrebbero desiderare, oltre a un’esplorazione tematica più approfondita del potere, del colonialismo e della religione.

New York Times – Villeneuve ha realizzato un’opera seria e maestosa, e sebbene non abbia una vena pop nel suo essere, sa come mettere in scena uno spettacolo mentre alimenta un dibattito attuale su chi ha il diritto di interpretare l’eroe ora.

Trailer

Curiosità

  • La prima mondiale è avvenuta a Londra il 15 febbraio 2024.[13] Inizialmente il film doveva essere distribuito nei cinema americani dal 3 novembre 2023 e in Italia il 1º novembre,[14] ma a causa dello sciopero degli sceneggiatori e degli attori a Hollywood la Warner Bros. ha annunciato lo slittamento dell’uscita del film al 14 marzo 2024, poi anticipata al 1º marzo e quella italiana al 28 febbraio.
  • Villeneuve aveva già espresso interesse a realizzare un terzo film basato su Messia di Dune, il secondo romanzo della serie, aggiungendo che la possibilità per il film dipende dall’eventuale successo del secondo capitolo. Anche Spaihts aveva ribadito nel marzo 2022 che Villeneuve aveva in programma un terzo film e una serie televisiva spin-off.
  • Volete calarvi nelle atmosfere di Dune? Lo potete fare grazie al FAI Fondo per l’Ambente Italiano.
    Memoriale Brion | Scopri il capolavoro di Carlo Scarpa | Bene FAI di Altivole (TV)
    Fondoambiente.it – Memoriale Brion
    Diverse scene sono infatti girate in Italia. Location chiave del secondo capitolo della saga è infatti la celebre Tomba Brion, capolavoro dell’architetto e designer Carlo Scarpa (Venezia, 1906 – Sendai, 1978). Il monumento funebre è effettivamente molto in linea con il concept immaginato da Villeneuve per portare sul grande schermo il romanzo di Frank Herbert, soprattutto grazie alle sue linee essenziali e geometriche. Realizzato tra 1970 e il 1978 (anno della morte dell’architetto in Giappone), il complesso funerario era stato commissionato da Onorina Tomasin-Brion per celebrare la memoria del defunto marito Giuseppe Brion, fondatore e proprietario della compagnia di elettronica Brionvega. Il sito – oggetto fino al 2021 di un restauro durato tre anni, basato interamente sulla documentazione d’archivio e curato dall’architetto Guido Pietropoli, già collaboratore di Scarpa nella costruzione del memoriale – si estende su un’area di circa duemila mq, delimitata da un muro inclinato con vista sul trevigiano e appartata rispetto al resto del cimitero. Il complesso, a forma di ‘L’ rovesciata, è realizzato principalmente in cemento armato e composto da quattro edifici: oltre l’ingresso, tra specchi d’acqua per la meditazione e il verde dei prati, spicca l’arcosolio, un ponte ad arco in cemento rivestito da tessere di vetro con retrostante foglia di alloro che protegge i sarcofagi inclinati degli sposi. Tra le opere più complesse e originali di Scarpa, il memoriale è anche caratterizzato da un fitto apparato iconografico ispirato a culture diverse, dal mondo paleocristiano a quello nipponico, in completa armonia con il paesaggio circostante.
    Sono stati i figli della coppia, Ennio e Donatella Brion, a donare al Fondo per l’Ambiente Italiano il monumento, che è così diventato il 70esimo bene della fondazione. Visitata ogni anno da migliaia di persone per la sua straordinaria struttura – particolarmente famosi sono gli anelli incrociati nel propileo, per alcuni simbolo dell’unione dei coniugi anche oltre la vita, per altri connessi al Liber Figurarum di Gioacchino da Fiore

Recensione EveryEye

DUNE 2 RECENSIONE: DENIS VILLENEUVE FA LA STORIA DEL CINEMA SCI-FI
La nostra recensione dello spettacolare kolossal sci-fi di Denis Villeneuve, che con Dune – Parte 2 confeziona un film a dir poco epocale.

Si esce disorientati dalla visione di Dune Parte 2. Storditi dalla quantità di informazioni che il sequel firmato da Denis Villeneuve, dopo un primo capitolo comunque denso ma più contenuto, riversa addosso in quasi tre ore di durata. Ma ci si sente anche travolti da un’esperienza cinematografica unica, potente, importante.

Perché Dune Parte 2 è il blockbuster per antonomasia che in realtà non vuole essere un blockbuster. Ed è un conflitto interiore che il film porta su di sé per tutto il tempo, senza mai rifiutarlo. Anzi, abbracciandolo. E il risultato è un’opera semplicemente stratosferica: autoriale, gigantesca, che rimane – anzi, rimarrà – cristallizzata nel tempo.

Un sequel speculare

L’elemento straordinario di questo sequel sta nella sua estrema coerenza – narrativa, stilistica, di tono – con il primo capitolo. Una continuità quasi reverenziale, nel segno di una solennità imponente e di un ritmo che rimane giustamente compassato per larga parte del racconto.

Non che rispetto al suo predecessore questo Dune Parte 2 non ingrani, soprattutto nell’ultimo atto. Il secondo capitolo è, a conti fatti, un prodotto dal taglio molto più action, che tuttavia mantiene gli stessi compromessi del primo Dune in termini di approccio allo storytelling. Una direzione necessaria, sia per preparare il terreno in vista del finale, sia per mantenere quell’aura fortemente sacrale che Villeneuve abbraccia con fierezza e idee uniche. Con una filologia assoluta anche nei confronti del romanzo di Frank Herbert, rispetto al quale il film con protagonista Timothée Chalamet deve opportunamente fare delle rinunce che non snaturano in alcun modo la qualità e la coesione della trama.

Dune 2 è un film orgogliosamente speculare al primo. Soprattutto nel riprendere spunti e situazioni anticipati in passato fino a dargli un senso pienamente compiuto, simbolico. Un cerchio che si chiude: così coerente, per l’appunto, da sembrare girato per davvero back to back. E che conferma quanto, effettivamente, la Parte 1 non fosse che un lunghissimo prologo, un atto necessario per delineare il worldbuilding, un terreno di preparazione in attesa che il suo autore riversasse genio, stile e anima nella lunga e sofferta trasformazione di Paul Atreides in Muad’dib, plasmato da uno Chalamet perfetto e a tratti stupefacente.

Un film potente e visionario

Dune Parte 2 è unico anche perché mette in campo un’epica fantascientifica desueta, addirittura in controtendenza rispetto ai canoni del cinema commerciale. Si prende tutto il tempo necessario per costruire l’ascesa-discesa del suo protagonista, è tanto esasperato quanto ammaliante nel suo tono religioso. Demolisce, frammenta e poi riunisce le molteplici sottotrame. Lo fa sacrificando indubbiamente qualcosa: non concede moltissimo spazio ai comprimari, lascia solo qualche briciola alle moltissime (e iper prestigiose) comparse, ma delinea un cast di personaggi di assoluto valore e immenso spessore. Tra i quali, ancora una volta, spicca il peso delle figure femminili, guidate da una Rebecca Ferguson divina ed eterea, assurte a deus ex machina e perfettamente funzionali nella concezione biblica e mitologica del racconto e dei personaggi.

Forse serviva più tempo per gli antagonisti, un po’ sacrificati da un finale che mette in scena un conflitto che non ha il respiro delle grandi battaglie formato colossal. Anzi, per i canoni del genere potrebbe persino risultare frettoloso. Ma è tutto al posto giusto, perché rimane concreto. Fedele, anzi, al suo spirito anti-eroico e al messaggio finale dell’opera, ancora così tremendamente attuale e realista.

Questo Dune è un’opera le cui parti si completano perfettamente grazie alla maestosa potenza visionaria di Denis Villeneuve (non a caso ci sono diverse opere di fantascienza tra i film preferiti di Denis Villeneuve). Ancor più del suo predecessore, Parte 2 sfodera un’impalcatura visiva totalizzante, di una forza mistica e travolgente. Da guardare rigorosamente sullo schermo più grande possibile affinché il gigantismo della sua messinscena lasci davvero senza fiato. Perché il linguaggio cinematografico di Villeneuve colpisca con il suo tipico piglio autoriale, espressione di un’anti-epica che urla silenzio: è quando tutto si ferma, quando gli sconfinati orizzonti sabbiosi di Arrakis si stagliano sull’immensità del cosmo, che la calma di Dune diventa davvero assordante. Così tanto che quella sabbia la senti penetrarti le ossa, marchiarti a fuoco la pelle. E ti rimane addosso, ti resta dentro. È quello che ti lascia Dune, è quello che Dune regala al cinema.

Dune Parte 2 è tra i migliori film di fantascienza di sempre. Lima i difetti del primo capitolo ma ne rispetta canoni, toni e atmosfere con una coerenza impressionante, tanto da sembrare girato senza soluzione di continuità. Denis Villeneuve venera il romanzo di Frank Herbert con un amore filologico e non tradisce la sua idea di cinema, creando “il blockbuster che non è davvero un blockbuster”. Perché Dune 2 è un grande colossal per la sua immensa portata produttiva, ma rimane fedele allo stile autoriale del suo regista. Il quale, questa volta, bilancia meglio il ritmo del racconto con un’opera dal taglio indubbiamente più action, ma sempre concreta e senza fronzoli. Che riesce comunque a togliere il fiato per la sua potenza visionaria semplicemente fuori scala. Un film che è qui per restare, cristallizzato nell’Olimpo del cinema di genere.

Gabriele Laurino- cinema.everyeye.it

Recensione IGN Italia

“Passato, presente e futuro visti con un occhio solo, come se il tempo fosse diventato spazio”.

Le storie sono permeabili: parlano tra loro, si nutrono le une delle altre, si influenzano a vicenda, si interrogano, sviluppano una sorta di interdipendenza. E viaggiano. Nel tempo e nello spazio, di bocca in bocca, di pagina in pagina, di schermo in schermo. Si trasformano, cambiano finalità e struttura, si adattano e diventano il vettore di credenze, conoscenze, tendenze, idee diverse, mutando in modo radicale. Capita spesso che di alcune narrazioni, quelle in qualche modo fondative, facciamo un’esperienza destrutturata, incontrandone frammenti in tante altre, quelli che poi riconosciamo come motivi narrativi e che entrano nel nostro bagaglio culturale. Riecheggiano, ma non come un’eco, come un riverbero, che altera il suono di ritorno e che allo stesso tempo può rinforzare l’intensità della sorgente. E in questo riverbero, se si presta attenzione, si possono avvertire voci dal passato, dal presente e dal futuro, che vivono in una dimensione sospesa, contemporaneamente, su più livelli di significato. Le storie, tutte, anche quelle spiccatamente contemporanee, si appoggiano sulle narrazioni precedenti e creano ponti verso quelle future, parlando fondamentalmente a noi di noi: chi eravamo, cosa facciamo, dove stiamo andando.

Ne è un esempio perfetto Dune, il romanzo di fantascienza di Frank Herbert del 1965, uno dei più influenti di sempre, capostipite di un ciclo strutturato e densissimo attraverso cui lo scrittore statunitense continuerà a ridare forma alla sua storia, a guardare in entrambe le direzioni, verso il passato e il futuro. La vicenda della Casa Atreides è influenzata dall’epos antico, ma il lavoro mitopoietico di Herbert ha la particolarità di riplasmare sé stesso, svelare livelli di senso in maniera graduale, attraverso la progressione degli eventi. Dune, il primo romanzo, è un libro tanto chiaro nel definire la propria materia narrativa, il proprio intento, cioè indagare sulla natura e i meccanismi del potere coloniale, imperialista, gerarchico, occidentale, quanto criptico nel portare avanti quella che – si capirà senza alcuna possibilità di fraintendimento nei romanzi successivi e, in particolare, nel secondo, Messia di Dune – è una critica spietata, innestata su strutture preesistenti, riconosciute come fondative.

La grande intuizione di Herbert, quello che ha reso Dune tanto rilevante, è averlo fatto partendo da una figura apparentemente eroica – Paul, il giovane nobile, di nascita e inclinazione, che intraprende un viaggio di crescita lasciando, perché costretto dalle circostanze, la casa paterna per capire chi è in realtà – e decostruendola pezzo per pezzo. Di fatto, la struttura del viaggio dell’eroe, cioè quel monomito teorizzato da Joseph Campbell, modello comune di un’ampia categoria di narrazioni, che tanto piace a chi scrive le sceneggiature, ma che presenta problematicità consistenti a livello metodologico, è, in modo dichiarato, oggetto della critica di Herbert.

C’è dell’ironia nel fatto che proprio l’opera che ha fatto dell’adesione al monomito una ragion d’essere, Star Wars di George Lucas, dichiaratamente influenzata da Dune e probabilmente tra quelle attraverso cui il romanzo di Herbert ha riecheggiato di più nella tradizione popolare, sia un racconto fiabesco lineare, funzionale e manicheo, e finisca per essere quasi un anti-Dune. Lo scrivo, naturalmente, senza voler dare giudizi qualitativi, perché la grande forza di Star Wars è proprio quella di aver capito il potenziale, anche mitico, di un racconto esemplare.

Dune, però, costituisce un tipo differente di narrazione, che non guarda alla fiaba ma all’epica. È esemplare in quanto diventata modello, ma è nella sua stessa natura guardare agli archetipi che usa con diffidenza e occhio critico, e oggi ci arriva carica di esperienze diverse, di altre storie che da questo romanzo hanno attinto come si attinge dal mito o dai racconti popolari. Questa storia, raccontata di nuovo oggi, per giunta attraverso un mezzo espressivo diverso, quindi non è e non può essere il Dune di Frank Herbert. E infatti, è quello di Denis Villeneuve.

A più di due anni dal primo capitolo, Dune – Parte due, che vede tornare Timothée Chalamet nel ruolo di Paul Atreides, arriva carico di aspettative, le nostre nei confronti di una storia composita e tanto rilevante per il nostro immaginario, e di responsabilità, quelle del regista e sceneggiatore canadese e di Jon Spaihts, con cui ha firmato la sceneggiatura. Perché, come scrivevo nella recensione della prima parte, che per forza di cose rappresenta l’incipit di questa, l’adattamento di Villeneuve poneva le basi per reggere un racconto complesso, ma adatto al mezzo cinematografico e soprattutto a un pubblico più largo possibile. Lo faceva rimanendo fedele all’intreccio di Herbert, ma enfatizzando gli elementi tipici della poetica del regista e prendendo, per forza di cose, delle decisioni volte alla semplificazione, come quella di relegare il contesto – il ruolo del Bene Gesserit nel pianificare le linee genetiche di successione e quello della Gilda spaziale che detiene il monopolio dei viaggi interstellari – sullo sfondo. Dune – Parte due si avventura sulla strada indicata dal primo film, ma, da questo punto di vista, fa scelte più radicali, interessanti per riflettere sulla natura stessa degli adattamenti.

Potere sulla spezia significa potere su tutto
Il racconto inizia lì dove si era interrotto quello del film precedente: l’attacco Harkonnen per distruggere la casa Atreides, subentrata su ordine dell’imperatore per gestire l’estrazione della spezia melange che permette i viaggi interstellari, è andato a buon fine. Scampati alla morte, Paul e Lady Jessica (Rebecca Ferguson) trovano asilo presso il sietch fremen guidato da Stilgar (Javier Bardem), dove il giovane Atreides conosce e instaura un profondo legame con la guerriera fremen che da tempo popola i suoi sogni profetici, Chani (Zendaya). Tra la popolazione nativa è forte la convinzione di trovarsi di fronte al Lisan Al-Gaib, “La voce dal mondo esterno”, detto anche Mahdi, il messia che secondo le antiche profezie, non autoctone ma diffuse sul pianeta proprio dalle Bene Gesserit, guiderà il popolo verso il Paradiso. Ne è convinta anche Jessica, che in realtà si sta preparando a questo da tutta la vita, nel tentativo di generare il Kwisatz Haderach, una figura messianica capace di servirsi e trascendere i poteri Bene Gesserit.

In questa seconda parte emerge tutto il lato più strategico e politico del personaggio di Jessica.
Come scrivevo, il primo film stupisce per lo sforzo, non da poco, nel tradurre in suggestioni visive e sonore il ricco e articolato impianto testuale del romanzo, fatto di un flusso costante di pensieri a commento degli eventi, di estratti da testi storiografici e religiosi, di appendici fondamentali per delineare il contesto e, di fatto, dare forma compiuta a un intero mondo. Le parole, con la loro valenza sacrale, scelte con cura, sono il cuore del libro di Herbert.

Villeneuve fa lo stesso, ma con il linguaggio, sia parlato che corporeo, che per tutti i personaggi sono uno strumento per interpretare il mondo. Questo linguaggio comprende gesti, sguardi e, cosa molto in linea con il romanzo, anche i silenzi. Sono proprio i silenzi, alternati al frastuono del deserto, delle battaglie, della roboante colonna sonora di Hans Zimmer, che colpiscono in questo Dune – Parte due. Sono silenzi parlanti, densi, che riempiono lo spazio, lo saturano come un gas, attraverso cui si pianificano le sorti di Arrakis e dell’intero universo.

Anche nella conclusione di questo dittico, Villeneuve sceglie di lavorare sul piano della messa in scena, delinea i personaggi e i rapporti tra loro, tracciando quella che potrei definire una geografia umana costruita sulla prossemica, la comunicazione non verbale e il modo in cui occupano gli spazi. In questo senso, le splendide scenografie realizzate da Patrice Vermette e i curatissimi costumi ideati da Jacqueline West e Bob Morgan non vanno solo ad arricchire una bella confezione, impreziosire la resa estetica di un film indubbiamente molto bello da guardare, ma hanno un ruolo centrale: definiscono, con notevole precisione, dove debba cadere lo sguardo del pubblico, a sottolineare i rapporti di potere e creare una narrazione all’interno della narrazione.

È interessante che in un film in cui emerge in modo deciso l’impianto visivo, votato all’azione molto più che l’opera precedente, che era più meditativa e solenne, la dimensione del rito, abbia un ruolo centrale: non solo su Arrakis, ma ovunque nell’universo di Dune, ogni gesto è compiuto in modo rituale e persino la camminata asincrona utilizzata per attraversare il deserto senza attirare gli Shai Hulud, i vermi delle sabbie, si trasforma in una danza ammantata di sacralità. Allo stesso tempo ognuno di questi rituali nasce da una necessità pratica. Villeneuve, ancora una volta, si mostra capace di dare forma a un’idea di misticismo pragmatico e sincretico fortemente radicato nelle pagine di Herbert attraverso le immagini e i gesti.

Una visione, quella del romanziere, che indugia in una rappresentazione che a volte ricade in un orientalismo a tratti stereotipato, figlio del suo tempo ma contemporaneamente portante per narrazione e da cui, forse proprio per questo motivo, neanche Villeneuve riesce a emanciparsi, nonostante la sua interessante e riuscita opera di attualizzazione.

Austin Butler fa un lavoro notevolissimo e, francamente, inaspettato portando sullo schermo un Feyd-Rautha davvero spaventoso.
L’aspetto più teorico della religiosità in Dune, così come lo strutturato contesto politico e socio-economico, anche in questo secondo film, sono elementi tratteggiati ed esplicitati solo quanto serve: questo, naturalmente, semplifica di molto il contesto, ma, d’altro canto, quella di prediligere il minimalismo narrativo, contrapposto alla sovrabbondanza visiva, concentrandosi sugli aspetti utili alla comprensione della vicenda, è una scelta che trovo comprensibile, in un film destinato a un pubblico vasto che necessita anche immediatezza di fruizione. Il ruolo della Missionaria Protectiva, la sorellanza responsabile della propaganda Bene Gesserit, non viene delineato con la precisione di un’appendice storico religiosa? Nessuno spiega perché non vengano usate le intelligenze artificiali, in seguito all’evento chiamato Jihad Butleriano, una rivolta contro le macchine? Non importa. Nonostante siano dettagli che rendono il romanzo una costruzione complessa capace di resistere nel tempo, sono elementi che Villeneuve sceglie di scarificare in funzione di una lettura più agile del testo filmico. Personalmente, trovo questa soluzione accettabile, considerando che opera originale e adattamento cinematografico non sono fatti per sovrapporsi, ma per affiancarsi, trovare nuovi pubblici e fare da ponte l’uno verso l’altro.

Questo è il Dune di Villeneuve

Sono altre le scelte che forse faranno discutere, ma che io ho apprezzato: quelle di modificare la caratterizzazione di alcuni dei personaggi femminili principali, in particolare Chani e Jessica, che in qualche modo acquistano capacità di azione all’interno di una società di forte stampo patriarcale, nonostante il ruolo preminente del clero Bene Gesserit (che però amministra il potere, nel film come nel libro, proprio aderendo alle strutture dominanti maschili). Jessica, che nell’ultima parte del romanzo rimane un po’ in disparte, qui non solo ha un ruolo centrale, ma è fondamentale per raccontare a chi non conosce il romanzo come agisce una delle forme di potere più rilevanti in questa narrazione, un potere che arriva dal dominio religioso e dalla propaganda di una religione istituzionalizzata. Rebecca Ferguson, dimostrando un ottimo controllo del personaggio, porta in scena una Lady Jessica nettamente trasformata: quella del primo film, in qualche modo divisa tra responsabilità verso la sua casa e verso il suo ordine, lascia qui lo spazio alla stratega politica Bene Gesserit.

Chani, invece, attraverso una convincente prova di Zendaya, diventa un personaggio contemporaneo che diverge fortemente da quello del romanzo, l’unico che si è concesso Villeneuve. Io interpreto questa scelta come il tentativo di dare nuova significatività a una narrazione figlia dei propri tempi, metterla in dialogo con il presente. D’altronde, le storie, dicevo, non solo sono permeabili ma sono malleabili, sono fatte per essere abitate nel presente. Questo vale persino quelle che sono ammantate da una sacralità intoccabile come, per esempio, Dune di Frank Herbert.

In questa nuova ottica, Chani ci permette di fare nostro il suo sguardo, cosa che ha chiaramente anche una funziona pratica: darci una chiave di lettura di questa storia, avvicinarsi il più possibile alla critica verso le figure messianiche e i leader carismatici che sono al centro del lavoro di Herbert. Facendo questo, Villeneuve anticipa alcuni temi che sono sviluppati più concretamente nel secondo romanzo, Messia di Dune, capaci di far emergere la complessità etica e filosofica del primo libro.

Chani ci fornisce uno sguardo interno e ed esterno sul racconto.
Dune – Parte due, in qualche modo, è un film fatto di compromessi, per portare sul grande schermo un libro considerato impossibile da adattare, ma forse, semplicemente, non traducibile nella sua forma originale, come d’altronde lo sono tutte le opere letterarie. C’è però un elemento in questa trasposizione che mi causa non poche perplessità, ed è la gestione del tempo: laddove la prima parte era molto dilatata e meditativa, adatta al racconto di una crisi, dello smarrimento, di morte rituale e rinascita di Paul, questa seconda è invece eccessivamente compressa, tanto da rompere il ritmo del “rito”. Nel mio pezzo precedente scrivevo che non era ancora il tempo per l’epica, ma speravo sarebbe arrivata. Beh, Dune – Parte due abbraccia certamente l’epica, anche attraverso sequenze grandiose nella messa in scena, di grande impatto, come quella del rituale in cui Paul è chiamato a domare lo Shai-Hulud per diventare a tutti gli effetti fremen. Tuttavia, l’impalcatura diventa meno solenne perché non ha tempo di svilupparsi in una narrazione di ampio respiro, che avrebbe avuto bisogno non di più minutaggio, ma forse di una più chiara scansione degli eventi, di più tempo all’interno della narrazione.

D’altronde, è così anche per il mito e l’epica: il tempo è sospeso, vive al di fuori del tempo storico, ma è dilatato verso l’infinito, in modo da aumentare la portata della narrazione. Invece, al contrario del romanzo che sviluppa gli eventi della seconda e terza parte in svariati anni, nel film di Villeneuve non si percepisce il passaggio del tempo e l’arco narrativo di Paul, anzi gli archi narrativi, perché si tratta di un personaggio estremamente strutturato che ne contiene diversi, semplicemente accadono senza che la narrazione abbia dato il giusto peso a tali cambiamenti, nonostante Timothée Chalamet si impegni molto nel trasformare lo smarrimento iniziale del suo personaggio in autorità. Ed è questo, in fondo, Dune: una riflessione su come le forme di potere, tutte, senza eccezioni, siano prigioni e di come siano profondamente connesse alla sofferenza umana.

Verdetto

Difficile giudicare solo la metà di una storia, perché se il primo film ci dà la direzione, il secondo conclude il viaggio e apre nuovi scenari. In ogni caso, il Dune – Parte due si conferma eccezionale a livello visivo e formale, riproponendo l’austera grandiosità estetica che mi aveva colpito nel primo capitolo, anche attraverso delle soluzioni cromatiche che si confermano particolarmente d’effetto, contrapponendo l’arancione intenso del deserto a una fotografia a tratti completamente desaturata, opera di Greig Fraser. A livello narrativo mi aveva forse convinto di più la prima parte, più ariosa e solenne. In ogni caso, non si può dire che il film non sia efficace, soprattutto perché riesce nell’impresa di raccontare questa storia complessa con una chiarezza e una coerenza interna che altri adattamenti, compreso quello tanto affascinante quando confuso di David Lynch del 1984, non possono vantare. Rimane la sensazione che, dopo due film e poco meno di sei ore di visione, il tempo nostro tempo su Arrakis sia stato comunque poco. Forse sarebbe stato meglio mantenere la scansione in tre parti, come nel romanzo, ma il cinema non è fatto di “se” e di “ma”. Questo è il Dune di Villeneuve che, come le profezie di Paul Muad’Dib Usul, contiene passato, presente e futuro (quest’ultimo nei chiari echi a Messia di Dune, che a questo punto spero arriverà) di questa storia. Una narrazione che in quasi sessant’anni ha cambiato il volto della fantascienza, e in qualche modo del mito contemporaneo, e ci è arrivata in altre forme, veicolata da altre storie. Tutto questo si riesce a percepire, nel film di Villeneuve, mentre ci si gode il viaggio. Il merito più grande di Dune, alla fine, nella somma delle parti, è quello di aver costruito un ponte tra l’opera originale, figlia del suo tempo e della sua natura di epopea letteraria, e la contemporaneità.

Cristina Resa – it.ign.com

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50
BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00

• BAMBINI da 4 a 12 anni
• ADULTI oltre 60 anni
• PORTATORI DI HANDICAP
• GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
• MILITARI
• il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
• il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura del comune di Imola
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

BIGLIETTO OMAGGIO

ACCOMPAGNATORE DI PORTATORE DI HANDICAP
BAMBINI fino a 3 anni
POSSESSORI DI TESSERA DEGLI ESERCENTI SALA CINEMATOGRAFICA (AGIS-ACEC, AGIS-ANEC, ANEM..)
POSSESSORI DI TESSERA ‘EUROPA CINEMAS’

SOUND OF FREEDOM [sabato 9 marzo ore 18:00]

2024-03-11T20:37:04+01:0025 Febbraio 2024|Archivio|

Proiezioni

Continua il successo di SOUND OF FREEDOM.
Spiacenti per chi non è riuscito ad entrare in sala nelle scorse proiezioni, abbiamo ritenuto opportuno aggiungere altre 2 date.

Sabato 9 marzo: ore 18,00

Titolo originale: Sound of freedom
Nazione: USA
Anno: 2023
Genere: Drammatico
Durata: 2 ora 11 minuti
Regia: Alejandro Monteverde
Cast: Jim Caviezel, Mira Sorvino, Bill Camp, José Zúñiga, Kurt Fuller, Eduardo Verástegui, Gerardo Taracena, Scott Haze, Ariel Sierra, Gary Basaraba, Manny Perez, Javier Godino, James Quattrochi, Gustavo Sánchez Parra
Produzione: Santa Fe Films
Distribuzione: Dominus Production

 

 

 

 

 

 

 

Trama

Sound of Freedom – Il Canto della Libertà, film basato su un’incredibile storia vera, punta i riflettori su uno degli argomenti più bui della nostra società. Dopo aver salvato un ragazzino da spietati trafficanti di bambini, un agente federale scopre che la sorellina è ancora prigioniera e decide di imbarcarsi in una pericolosa missione per salvarla. Con il tempo che stringe e fronteggiando numerosi ostacoli, lascia il lavoro e si addentra nella giungla colombiana, mettendo a rischio la sua stessa vita pur di liberarla da un destino peggiore della morte…

Trailer

 

Recensione

Rivelatosi come un inaspettato grande successo al box office americano, Sound of Freedom – Il canto della libertà esce in Italia per portare consapevolezza sulla pedofilia con un approccio stilistico che insegue un alto valore artistico.

Il più alto valore sociale che offre Sound of Freedom – Il canto della libertà è sensibilizzare sul tema portante della trama. La tratta dei minori ha radici lontane nella storia dell’umanità ed è agghiacciante pensare quanto sia ancora oggi una realtà in alcune zone del mondo. Il film solleva consapevolezza al riguardo, spingendo indirettamente l’interesse degli spettatori verso i rapporti dell’Unicef per la responsabilità e il dovere di esserne informati. I trafficanti trattano i bambini come merce qualsiasi, una merce proficua che trasportano da un paese all’altro, quando non da un continente all’altro, per venderla. Schiavitù e prostituzione è ciò che li aspetta, con una prospettiva di vita aberrante, lontana dai genitori che non vedranno mai più.

Sound of Freedom racconta questa sconcertante attualità, la pedofilia non solo come deviazione perversa, ma come business strutturato e redditizio. Il terreno fertile per entrare in affari in questo settore sono sempre quelle zone del mondo culturalmente ed economicamente povere, spesso sovraffollate, con governi vacillanti e democrazie corrotte, in cui le false promesse verso vite migliori traggono in inganno i genitori e i loro figli. Le indagini dell’agente Tim Ballard, interpretato da Jim Caviezel, riflettono la realtà ricordandoci che una delle vie del traffico dei minori collega il Sudamerica con il Sud-est asiatico. L’azione nel film si concentra sul viaggio in Colombia che Ballard intraprende inizialmente per il governo americano e successivamente per conto proprio, nel tentativo di andare alla fonte del traffico di minori e trovare una propria pace interiore, dopo anni di indagini e crudeltà di cui è stato testimone e che lo ossessionano.

Il più alto valore artistico, invece, è il lavoro sulla luce. Alejandro Gomez Monteverde insegue l’epica in questa storia tratta da una storia vera, come recita la didascalia all’inizio. Insieme al direttore della fotografia Gorka Gómez Andreu, il regista di Sound of Freedom si dedica con estrema cura all’estetica del film, incorniciando gli ambienti e mettendone in risalto i chiaroscuri, con movimenti di camera lenti e molte figure in silhouette. Nel ritmo dilatato degli eventi, Monteverde insiste più sull’intima missione del protagonista, cercando un’aura angelica intorno a Caviezel, biondo e con occhi azzurri spesso in lacrime.

Proprio la dilatazione dei tempi rischia di non essere giustificata in una narrazione lunga due ore e mezzo, nonostante possa essere un vanto rispetto all’esiguo budget di 15 milioni di dollari per la realizzazione e l’evidentente entusiamo del pubblico statunitense che lo ha eletto uno dei più redditizzi film indipendenti al box office, con 250 milioni di dollari di incasso. A dispetto di una reputazione che il film porta con sé, relativa alle voci che lo vogliono affiancare ai complottisti americani, o al fatto che sia prodotto dalla società Angel Studios specializzata in film su base religiosa, Sound of Freedom non è manipolatorio e può essere serenamente giudicato sull’aspetto artistico e sul messaggio che vuole dare. Proprio come qualunque altro film.

Antonio Bracco – www.comingsoon.it

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50
BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00

• BAMBINI da 4 a 12 anni
• ADULTI oltre 60 anni
• PORTATORI DI HANDICAP
• GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
• MILITARI
• il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
• il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura del comune di Imola
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

BIGLIETTO OMAGGIO

ACCOMPAGNATORE DI PORTATORE DI HANDICAP
BAMBINI fino a 3 anni
POSSESSORI DI TESSERA DEGLI ESERCENTI SALA CINEMATOGRAFICA (AGIS-ACEC, AGIS-ANEC, ANEM..)
POSSESSORI DI TESSERA ‘EUROPA CINEMAS’

DIECI MINUTI [mercoledì 7 febbraio – ore 21]

2024-02-08T07:24:03+01:006 Febbraio 2024|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 7 febbraio: ore 21,00

Nazione: Italia
Anno: 2024
Genere: Drammatico
Durata: 1 ora 42 minuti
Regia: Maria Sole Tognazzi
Cast:  Barbara Ronchi, Fotinì Peluso, Margherita Buy, Alessandro Tedeschi, Anna Ferruzzo
Produzione: Indiana Production e Vision Distribution
Distribuzione: Vision Distribution

 

 

 

 

 

 

Trama

Dieci Minuti racconta come anche soltanto dieci semplici minuti al giorno possano cambiare totalmente il corso dell’intera giornata. Trascorrere questi pochi minuti a fare qualcosa del tutto nuovo e mai fatto nella vita, può davvero cambiare il corso di un’intera esistenza. È questo quello che Bianca imparerà durante una crisi esistenziale.
Fare nuove conoscenze, scoprire legami speciali e ascoltare chi da sempre le vuole bene sembra poco, ma può permettere a una persona, in questo caso Bianca, di ricominciare e di rinascere.

Trailer

 

Recensione

UN FILM MORBIDO E GENTILE CHE ACCOMPAGNA LO SPETTATORE CON ACCORATA TENEREZZA. DAL ROMANZO DI CHIARA GAMBERALE.
Quando Niccolò lascia la moglie Bianca, dopo 18 anni di matrimonio, lei cade dalle nuvole: non si era accorta di nulla, né dell’infelicità del suo compagno di vita, né della sua relazione con un’altra donna. Da quel momento Bianca precipita in uno stato depressivo dal quale cerca di tirarla fuori una psicologa burbera dal cognome importante (si chiama Braibanti, come la vittima di un agghiacciante caso giudiziario), intenta a riportare la sua paziente ad un metro di realtà. Perché Bianca ha attraversato la vita, non solo il suo matrimonio, con eccessiva cautela verso se stessa, con la paura di confrontarsi con le cose che non si ritiene capace di tentare. Così la psicologa le propone un esercizio: fare per dieci minuti una serie di esperienze nuove e così addentrarsi in territori sconosciuti. Bianca, dopo essere stata sospesa dal giornale per cui collaborava, si mette alla prova: al funerale di uno sconosciuto, facendo l’autostop o un po’ di sesso occasionale, persino taccheggiare. Ma l’attende la sfida più grande di tutte: cominciare a fare ciò che non ha mai osato.

Dieci minuti, diretto da Maria Sole Tognazzi e da lei cosceneggiato insieme a Francesca Archibugi, è liberamente ispirato al romanzo “Per dieci minuti” di Chiara Gamberale, di cui conserva la componente fortemente autobiografica.

Inizialmente percepiamo il mondo attraverso il punto di vista soggettivo di Bianca, che “non vede e non ascolta”, poi a poco a poco allarghiamo lo sguardo a contemplare la complessità della sua realtà, e soprattutto dei suoi rapporti famigliari: con Niccolò, ma anche con i genitori, con l’amico di sempre e con la sorellastra.

Il film fa riferimento nei dialoghi ad alcune grandi scrittrici – Elsa Morante e Natalia Ginzburg – ma quella di cui è lontano parente potrebbe essere Elena Ferrante, un fantasma ingombrante con il suo “I giorni dell’abbandono” (già diventato un film di Roberto Faenza, con protagonista proprio quella Margherita Buy che qui interpreta la psicologa Braibanti).

Ma della scrittura della Ferrante (o anche della Morante e della Ginzburg) Dieci minuti purtroppo non ha la spietatezza, assestandosi su una corda morbida e gentile: paradossalmente lo strazio della separazione si coglie soprattutto sul volto di Alessandro Tedeschi, che ben interpreta il ruolo di Niccolò.

Barbara Ronchi aggiunge fragilità e dolcezza alla sua Bianca, ma non le è permesso tagliare fino in fondo attraverso il suo dolore, e anche la durezza della psicologa viene contraddetta da una scena finale che di fatto, annulla quello che era stato fino a quel momento un personaggio nuovo: un medico (donna) che affronta i pazienti con piglio quasi aggressivo. E le musiche di Andrea Farri sottolineano troppo incessantemente ogni emozione, come se la regia avesse paura del silenzio che accompagna la solitudine, soprattutto quella non scelta.

Tuttavia Dieci minuti può contare su un cast corale e coeso che lavora in armonia, e susciterà commozione in chi è più portato alla lettura soft del dolore. Tognazzi ha una bella mano di regia, e insieme ad Archibugi ha orchestrato una serie di interessanti slittamenti temporali che rendono la narrazione una sorta di detection, sfruttando proprio lo sfasamento percettivo della protagonista che siamo inizialmente chiamati a condividere.

Dieci minuti dunque si lascia vedere e accompagna lo spettatore con accorata tenerezza: ma un po’ di mordente in più l’avrebbe reso un’opera che ha il coraggio di entrare nel cuore di tenebra della vita – precisamente quello che è sempre mancato a Bianca.

Paola Casella – www.mymovies.it

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50
BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00

• BAMBINI da 4 a 12 anni
• ADULTI oltre 60 anni
• PORTATORI DI HANDICAP
• GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
• MILITARI
• il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
• il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura del comune di Imola
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

BIGLIETTO OMAGGIO

ACCOMPAGNATORE DI PORTATORE DI HANDICAP
BAMBINI fino a 3 anni
POSSESSORI DI TESSERA DEGLI ESERCENTI SALA CINEMATOGRAFICA (AGIS-ACEC, AGIS-ANEC, ANEM..)
POSSESSORI DI TESSERA ‘EUROPA CINEMAS’

GREEN BORDER [da venerdì 9 febbraio]

2024-02-14T21:28:46+01:006 Febbraio 2024|Archivio|

Proiezioni

Venerdì 9 febbraio: ore 21,00
Sabato 10 febbraio: ore 21,00
Domenica 11  febbraio: ore 15,30 – 18,15
Domenica 11  febbraio: ore 21,00 in lingua originale con sottotitoli in italiano 
Mercoledì 14 febbraio: ore 21,00

 

Titolo originale: Zielona granica
Nazione: Polonia, Germania, Francia, Belgio
Anno: 2023
Genere: Drammatico
Durata: 2 ora 27 minuti
Regia: Agnieszka Holland
Cast: Behi Djanati Atai, Agata Kulesza, Maja Ostaszewska, Tomasz Wlosok, Piotr Stramowski
Produzione: Metro Films, Blick Productions, Marlene Film Production, Beluga Tree, Canal+ Polska
Distribuzione: Movies Inspired

 

 

 

 

Mostra Cinematografica di Venezia 2023 –

Premio speciale della giuria

 

 

Trama

Nelle gelide foreste che ricoprono il confine tra la Bielorussia e la Polonia, teatro dal 2021 della crisi migratoria istigata dal governo bielorusso, si incrociano le vicende di una famiglia di rifugiati siriani che lotta per attraversare il confine, della loro compagna di viaggio afghana, di una giovane guardia di frontiera polacca che sta per avere un bambino e di un gruppo di attivisti che aiuta i migranti respinti al confine.
Il film è stato premiato al Festival di Venezia, ha ottenuto 2 candidature agli European Film Awards.

Trailer

 

Recensione

AGNIESZKA HOLLAND TORNA IN PATRIA CON UNA FOTOGRAFIA BRUTALE DELLA CRISI DEI RIFUGIATI AL CONFINE POLACCO

2021. Una famiglia siriana atterra a Minsk per cercare di raggiungere il confine tra Bielorussia e Polonia e, una volta entrata nell’Unione Europea, raggiungere dei parenti in Svezia. Ma la foresta che separa i due paesi è ormai teatro di una guerra di sopravvivenza per i rifugiati, presi in mezzo tra la propaganda del presidente bielorusso Lukashenko, che li attira nel paese per sovraccaricare il confine e destabilizzare i governi occidentali, e la violenta repressione da parte della polizia di frontiera polacca, che su ordini del governo Duda cerca di ricacciarli indietro senza alcun riguardo.

Il cinema di denuncia sociale e politica di Agnieszka Holland non poteva non interessarsi alle turbolenze del presente che interessano in maniera diretta la sua patria, la Polonia, già in un tumulto interno per le politiche del governo e messa in una situazione ancor più delicata prima e durante l’invasione russa dell’Ucraina.

Proprio in Ucraina Holland aveva appena ambientato Mr. Jones nel 2019, ricordando la carestia di matrice sovietica che distrusse il paese negli anni trenta. Prima ancora, la regista si è occupata a più riprese dell’Olocausto, come nel suo film forse più celebre, Europa Europa, nel 1991.

Naturale quindi che uno dei nomi di spicco del cinema polacco moderno abbia deciso di mettere in scena il travaglio umano delle migliaia di persone coinvolte in un sadico gioco di rappresaglia politica tra paesi e tra blocchi globali, in un corposo dramma in bianco e nero che vuole offrire molteplici punti di vista sulla vicenda.

Lo fa in quel modo diretto, senza fronzoli e contundente che abbiamo imparato ad aspettarci da lei, autrice guidata dal principio – non privo di un certo didatticismo – che certe cose vadano semplicemente portate alla luce: The Green Border è pieno di sofferenza e angherie, non lesina negli appelli diretti alla pietà spettatoriale, cerca emozioni forti costruendo una storia di abusi vergognosi su donne, anziani e bambini.

Il fatto che sia storia recente, e anzi decisamente ancora in corso, impone una certa precisione documentaria seppur nei contorni della finzione. Holland in questo è diligente e cerca di non fare buoni e cattivi, mettendo in chiaro quanto i destini delle persone innocenti siano effetti diretti di propagande incrociate, che letteralmente si rimpallano corpi sopra una rete di filo spinato in un assurdo gioco senza fine.

Anche la struttura vuole coprire tutte le basi, concentrandosi non solo sulla famiglia di protagonisti ma sugli attivisti polacchi che offrono soccorso volontario lungo il confine, sulla singola guardia che sceglie di non bersi le istruzioni del superiore che equipara persone alle pallottole, e su una donna “civile” che scopre l’impegno quando viene messa di fronte alle atrocità.

Di particolare interesse per il pubblico italiano che è protagonista di un fronte diverso per quanto riguarda le emergenze migratorie, e che forse nello specchio di un’altra frontiera potrà mettere in prospettiva qualcuna delle impellenti questioni nostrane, il film non rinuncia poi a un’altra riflessione scomoda, arrivando a includere lo scoppio della guerra in Ucraina con conseguente afflusso di rifugiati diretti verso la Polonia, e conseguente ricordo dell’ipocrisia eurocentrica nei modi in cui classifichiamo “l’altro”.

Tommaso Tocci – www.mymovies.it

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50
BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00

• BAMBINI da 4 a 12 anni
• ADULTI oltre 60 anni
• PORTATORI DI HANDICAP
• GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
• MILITARI
• il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
• il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura del comune di Imola
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

BIGLIETTO OMAGGIO

ACCOMPAGNATORE DI PORTATORE DI HANDICAP
BAMBINI fino a 3 anni
POSSESSORI DI TESSERA DEGLI ESERCENTI SALA CINEMATOGRAFICA (AGIS-ACEC, AGIS-ANEC, ANEM..)
POSSESSORI DI TESSERA ‘EUROPA CINEMAS’

IL RAGAZZO E L’AIRONE [domenica 21 e mercoledì 24 gennaio]

2024-01-25T07:41:23+01:0021 Gennaio 2024|Archivio|

Proiezioni

Domenica 21 gennaio: ore 18,30
Mercoledì 24 gennaio: ore 21,00

 

Nazione: Giappone
Anno: 2023
Genere: Animazione, Avventura, Drammatico
Durata: 2 ore 5 minuti
Regia: Hayao Miyazaki
Produzione: Studio Ghibli, Toho, Studio Ponoc
Distribuzione: Lucky Red

 

 

 

 

Trama

Spinto dal desiderio di rivedere sua madre, Mahito decide di avventurarsi in un regno abitato da creature incredibili e affascinantii; un luogo dove la morte finisce e la vita sembra trovare un nuovo inizio. Il ragazzo e l’airone è una storia sul mistero dell’esistenza e della creazione, un omaggio all’amicizia partorito dalla mente di uno dei più grandi maestri dell’animazione mondiale, Hayao Miyazaki.

Trailer

 

Recensione

A distanza di dieci anni dall’ultimo lungometraggio – Si alza il vento (2013) – il celebre regista d’animazione giapponese Hayao Miyazaki porta sul grande schermo la sua ultima fatica, che con ogni probabilità sarà anche l’ultima della sua lunga carriera artistica, come affermato da lui stesso. Dopo ben sette anni di lavorazione e dei costi di produzioni piuttosto elevati, lo Studio Ghibli – in collaborazione con Toho e Studio Ponoc – presenta al grande pubblico un’opera che prende spunto dall’infanzia dello stesso regista e dal romanzo E voi come vivrete?, opera del 1937 scritta da Genzabur? Yoshino.

Sebbene nella versione originale il film è intitolato proprio come il romanzo suddetto, la storia non ne riprende affatto la trama, ma bensì le sue tematiche. La colonna sonora è stata realizzata dal compositore giapponese Joe Hisaishi, che segna così la sua undicesima collaborazione con Hayao Miyazaki: sono note le sue musiche per Il mio vicino Totoro (1988) e Il castello errante di Howl (2004).

L’uscita in Giappone del film non è stata preceduta da alcun tipo di campagna promozionale: nonostante ciò l’opera ha riscosso un successo incredibile fra il pubblico, incassando oltre settanta milioni di dollari. Il ragazzo e l’airone è stato scelto come film d’apertura al Toronto International Film Festival 2023, dove è stato preceduto da un’introduzione di Guillermo del Toro.

Hayao Miyazaki ha cambiato idea, è tornato dalla pensione per donare a suo nipote e a noi Il ragazzo e l’airone. La nostra recensione e le nostre riflessioni sul nuovo anime dello Studio Ghibli.

In Giappone nella fine degli anni Trenta, il giovanissimo Mahito ha perso sua madre durante la guerra e ha lasciato Tokyo per la provincia rurale, in compagnia di suo padre, che sta per sposare la sorella della defunta. Esplorando i dintorni, Mahito scopre una torre misteriosa che è un portale verso un altro mondo, con più di un legame tuttavia con la realtà, compresa la sua.

Dopo Si alza il vento, che doveva essere nel 2013 il suo commiato dal cinema, Hayao Miyazaki non ha resistito molto da pensionato forzato: lo ritroviamo oggi insieme al suo Studio Ghibli, a 82 anni, forse per salutarci definitivamente con questo Il ragazzo e l’airone. Sarebbe lecito a questo punto non credergli fino in fondo, però ci sono buoni motivi adesso per riconoscere un reale sipario in questo anime, che sintetizza la gran parte delle caratteristiche del suo cinema, in particolare quelle più visionarie e immaginifiche.

Il controllo formale del film è finalizzato, come spesso è accaduto con Miyazaki, a favorire una vera abitabilità dell’esperienza cinematografica: lo spazio dell’inquadratura diventa ospitale, indugiando quanto basta sui fondali acquerellati che definiscono un mondo, ora con dettagli storicamente meticolosi (si osservino gli interni), ora con suggerimenti al limite dell’impressionismo negli esterni.
Ossessiva, nel ritmo di montaggio non convenzionale che sfida il rischio di tempi morti (non sempre evitandoli: un prezzo da pagare), è l’attenzione al sonoro che dà tangibilità a queste ambientazioni: tutto l’incipit del film è praticamente narrato dai movimenti di Mahito su diverse superfici e attraverso diversi ambienti, quasi ritrovassimo nell’eco di quei passi, di quegli inciampi, di quell’acqua, di quel materasso, la nostra esplorazione fisica di questo mondo alternativo. Al decollo della fantasia, la colonna sonora di Joe Hisaishi le dà ancora una volta voce, per andare lì dove i dialoghi e i rumori del reale non possono arrivare.

Insomma, chi cerchi l’Hayao Miyazaki classico in Il ragazzo e l’airone lo troverà, con tutti i suoi sprazzi grotteschi che hanno radici fiabesche lontane (le sette governanti sono un evidente omaggio ai sette nani, icone che immediatamente confermano l’affacciarsi del fantastico nella dura esistenza di Mahito).
Ma questa volta c’è qualcos’altro.

Abbiamo avuto modo spesso negli anni di notare, tramite interviste o resoconti di terzi, come Miyazaki non si sia mai risparmiato severità verso se stesso, suo figlio Goro o l’arte dell’animazione in generale, vissuta con meticolosità e rigore. Un atteggiamento perfettamente coerente con quella necessità di annunciare il proprio ritiro, azzerando ogni tipo di autoindulgenza.

L’esistenza stessa di Il ragazzo e l’airone a questo punto suonerebbe come una contraddizione, perché sembra andare contro questa volontà di risolvere il proprio rapporto con l’arte e con il pubblico. In realtà, dopo aver visto il film, si tocca con mano il motivo del dietrofront: era molto più coerente affidare questa risoluzione, questo commiato, a un film, piuttosto che a interviste o agenzie di stampa. Qualcosa era rimasto in sospeso: a salutarci doveva essere una storia, che per una volta non è abitata solo dal pubblico, ma dallo stesso autore. Sì, perché è difficile non pensare che l’anziano antenato di Mahito della storia, rimasto prigioniero di questo mondo alternativo, suo demiurgo, sia a tutti gli effetti proprio Hayao: c’è qualcosa di molto intimo nel modo in cui confida la sua sempre più faticosa difficoltà con cui lo tiene in piedi, ansioso di trasmettere un’eredità… che forse è intrasmettibile.

Il ragazzo e l’airone innalza l’arte (grafica, cinematografica, letteraria) a origine di tutto, della stessa vita, in un corto circuito tra procreazione e creazione artistica, in un annullamento – seppure provvisorio – delle distanze che il tempo impone a genitori e figli, a nuove e vecchie generazioni. Un messaggio potente quello che Hayao ha detto di voler dedicare a suo nipote, ma anche una considerazione saggia. Perché l’innalzamento, con dolcezza struggente, è tutt’altro che granitico, anzi: è destinato a lasciare spazio non solo a nuovi immaginari, nuove vite e nuove creazioni, ma anche alla natura stessa che da sempre era stata fonte d’ispirazione di quell’arte, e che ora merita di riavere indietro le sue creature.

Nella complessa stratificazione di rimandi e significati di Il ragazzo e l’airone ci si può perdere, ci si può anche annoiare occasionalmente per una struttura slegata di stampo carrolliano (non è sacrilego ammetterlo), ma non si perde mai la riconoscenza per essere stimolati nella nostra curiosità. Hayao Miyazaki non è solo un autore che si prende sul serio, ma pretende che prendiamo sul serio noi stessi, nel ruolo di spettatori e spettatrici.

Ci mancherà.

Domenico Misciagna – www.comingsoon.it

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50
BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00

• BAMBINI da 4 a 12 anni
• ADULTI oltre 60 anni
• PORTATORI DI HANDICAP
• GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
• MILITARI
• il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
• il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura del comune di Imola
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

BIGLIETTO OMAGGIO

ACCOMPAGNATORE DI PORTATORE DI HANDICAP
BAMBINI fino a 3 anni
POSSESSORI DI TESSERA DEGLI ESERCENTI SALA CINEMATOGRAFICA (AGIS-ACEC, AGIS-ANEC, ANEM..)
POSSESSORI DI TESSERA ‘EUROPA CINEMAS’

XXIV rassegna dialettale Don Romano Fiorentini

2024-03-07T21:36:03+01:0019 Gennaio 2024|Archivio|

 

XXIV RASSEGNA TEATRO AMATORIALE DIALETTALE

DON ROMANO FIORENTINI

Torna al donfiorentini, nel periodo gennaio – marzo 2024 con una singola serata (lunedì), la Rassegna dialettale Don Romano Fiorentini. Siamo giunti alla XXIV edizione! Le Compagnie, con le consuete passione e verve, porteranno sul palco i loro testi per mantenere vivo il dialetto romagnolo che, con la sua espressività ed immediatezza nel descrivere le situazioni quotidiane, porterà sicuramente le persone a sorridere!


Ingresso € 8,00
La Rassegna verrà effettuata nella sola serata del Lunedì.

Sarà possibile la prenotazione dei posti nelle sole serate della Rassegna previo pagamento del costo del biglietto e successivamente a partire dall’8 gennaio 2024 (dalle ore 20.00) presso la biglietteria del Cinema -Teatro. Sarà altresì possibile l’acquisto dei biglietti in prevendita online tramite il sito www.donfiorentini.it o direttamente su www.liveticket.it/donfiorentini a decorrere dal 3 gennaio 2024
(sull’acquisto online viene applicata la commissione del 10%).


PERFECT DAYS [prosegue da mercoledì 17 gennaio]

2024-01-23T20:49:19+01:0031 Dicembre 2023|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 17 gennaio: ore 21,00
Venerdì 19 gennaio: ore 21,00
Sabato 20 gennaio: ore 21,00
Domenica 21 gennaio: ore 16,00
Domenica 21 gennaio: ore 21,00 (in lingua originale sottotitolato in italiano)

Nazione: Giappone, Germania
Anno: 2023
Genere: Drammatico
Durata: 2 ore 5 minuti
Regia: Wim Wenders
Cast:  Kôji Yakusho, Tokio Emoto, Arisa Nakano, Aoi Yamada
Produzione: Master Mind
Distribuzione: Lucky Red

 

 

 

 


Palma d’oro 2023 al Festival di Cannes
per il migliore attore protagonista

 


Candidato nipponico all’Oscar 2024

Trama

Hirayama conduce una vita semplice scandita da una routine perfetta. Si dedica con cura e passione a tutte le attività della sua giornata, dal lavoro come addetto alle pulizie dei bagni pubblici di Tokyo all’amore per i libri, le piante, la musica che specialmente lo accompagna, attraverso la diffusione di audiocassette, mentre guida per andare e tornare dal lavoro, alla fotografia e a tutte le piccole cose a cui si può dedicare un sorriso. Nel ripetersi del quotidiano una serie di incontri inaspettati riveleranno qualcosa di più sul suo passato. Il film è stato premiato al Festival di Cannes, ha ottenuto 1 candidatura a Critics Choice Award ed è il candidato nipponico nella corsa agli Oscar 2024.

Trailer

 

Recensione n°1

IL RITRATTO DELLA SERENA E COMPOSTA SOLITUDINE DI UN UOMO CHE HA FATTO PACE CON I SUOI ERRORI DEL PASSATO

Tokyo, oggi. Hirayama è un sessantenne giapponese che pulisce i bagni pubblici della città con attenzione meticolosa ai dettagli e dedizione certosina al suo lavoro. Ogni giorno segue la stessa routine: un’attenta pulizia personale prima e dopo quella dei bagni altrui, un’innaffiata alle piante che ha salvato dalla disattenzione cittadina, un panino al parco all’ora di pranzo. Lungo il suo percorso talvolta si ferma a osservare le piante che lo sovrastano scattando foto alle chiome, o fa uno spuntino presso qualche tavola calda. E ogni tanto fa qualche incontro: con Takashi, il ragazzo che rileva il turno pomeridiano di pulizia dei bagni, con una ragazza al parco, con un senzatetto scollato dalla realtà, con la proprietaria di un ristorante che gli riserva piccoli trattamenti di favore. E quando sale a bordo del suo furgone ascolta Lou Reed (con e senza i Velvet Underground) e Patti Smith, The Animals e Van Morrison, Otis Redding a Nina Simone, così come quando è a casa legge William Faulkner e Patricia Highsmith, ma anche la “sottovalutata” Aya Koda.

Perfect Days racconta le “giornate perfette” di Hirayama come una quieta affermazione di dignità quotidiana.

L’uomo svolge il suo lavoro con gesti precisi ed essenziali, accogliendo l’occasionale contatto umano (anche nella forma anonima di una partita a tris proposta su un foglietto) con generosità e rispetto. Tutto in lui è rimasto analogico, come le musicassette che ascolta o la macchina fotografica i cui rullini vanno fatti sviluppare, e le fotografie vengono collezionate in scatole numerate che archiviano la nostalgia del tempo che passa.

Wim Wenders, in veste di regista e sceneggiatore (con Takuma Takasaki), mette a frutto la sua grande familiarità con il documentario per creare un film di finzione che segue le giornate del suo protagonista come una camera nascosta, e poi però racconta i sogni di Hirayama come un’elaborazione artistica del giorno appena vissuto.

La concezione architettonica di Wenders incastona la figura umana in spazi ben squadrati e confinanti (a cominciare dal formato 4:3 che ad un certo punto diventa quello ancora più ristretto dell’inquadratura da cellulare), e in una Tokyo in cui il sole sorge (non a caso siamo nel Paese del Sol Levante”) accompagnato dalla canzone perfetta (The House of the Rising Sun). La fotografia nitida e precisa di Franz Lustig accompagna il ritratto della serena e composta solitudine di un uomo che sa di appartenere ad un’altra epoca e che ha fatto pace con i suoi errori del passato.

Koji Yakuso, che alcuni ricorderanno in Babel di Alejandro Inarritu ma anche ne Il terzo omicidio di Hirokazu Kore’eda o The Eel di Imamura Shohei, è lo straordinario interprete di questo film quasi muto che si snoda in purezza attraverso uno sguardo contemplativo ma mai artefatto.

Il suo Hirayama è il baluardo di un passato recente che è già modernariato, e conserva un afflato poetico persino attraverso il lavaggio di bagni frequentati da persone per cui è invisibile. Hirayama continua la sua metodica affermazione di sé all’interno di un universo per molti versi indifferente, consapevole che “il mondo è fatto di molti mondi” e solo alcuni sono connessi, ricordandoci che esiste un “ora” che va rispettato in quanto tale senza correre dietro al futuro, perché “il futuro succederà la prossima volta”.

Paola Casella – www.mymovies.it

Recensione n°2 – L’OSSERVATORE ROMANO

Recensione n°3 – AVVENIRE


Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50
BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00

• BAMBINI da 4 a 12 anni
• ADULTI oltre 60 anni
• PORTATORI DI HANDICAP
• GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
• MILITARI
• il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
• il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura del comune di Imola
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

BIGLIETTO OMAGGIO

ACCOMPAGNATORE DI PORTATORE DI HANDICAP
BAMBINI fino a 3 anni
POSSESSORI DI TESSERA DEGLI ESERCENTI SALA CINEMATOGRAFICA (AGIS-ACEC, AGIS-ANEC, ANEM..)
POSSESSORI DI TESSERA ‘EUROPA CINEMAS’

Go to Top