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LA PICCOLA AMELIE [da martedì 6 gennaio – 16:30]

2026-01-13T18:54:21+01:0029 Dicembre 2025|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 6 gennaio: ore 16:30

Domenica 11 gennaio: ore 16:30

 

Titolo originale: Amélie ou la métaphysique des tubes
Nazione: Francia
Anno: 2025
Genere: Animazione
Durata: 1 h 15 min
Regia: Liane-Cho Han Jin Kuang, Mailys Vallade
Produzione: Maybe Movies, Ikki Films
Distribuzione: Lucky Red

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Trama

All’età di due anni, il mondo per Amélie è un mistero, ma la scoperta del cioccolato bianco accende i colori di ciò che la circonda e nasce in lei una sfrenata curiosità verso le persone che riempiono le sue giornate, a partire da Nishio-san, la sua tata. Grazie al profondo legame che si instaura tra le due, Amélie inizia a scoprire le meraviglie dell’universo…

Una fiaba straordinaria ambientata in Giappone, che cattura lo stupore dell’infanzia tra tradizioni, piccoli rituali quotidiani e magia nascosta nei gesti più semplici.

Adattamento del bestseller Metafisica dei tubi della scrittrice belga Amélie Nothomb, un film divertente e commovente, scritto e diretto ad altezza bambino.

Un viaggio nella magica dimensione della prima infanzia raccontata attraverso lo sguardo innocente, poetico e profondamente attento di una bambina di tre anni.

Il film ha ottenuto 1 candidatura a Golden Globes, 2 candidature agli European Film Awards…

Trailer

Recensione

Forte e coloratissimo, un adattamento animato della biografia creativa di Amélie Nothomb.

In principio era il nulla. E Dio vide che questo era un bene: il nulla lo appagava totalmente e Dio non sentiva il bisogno di muoversi né di comunicare.

Dio, altrimenti detto “il tubo”, per il modo in cui cibo e liquidi attraversano il suo corpo senza impedimenti, altri non è che la piccola, piccolissima Amélie, nei giorni della sua prima infanzia in Giappone. La sua vera nascita, intesa come l’uscita dallo stadio vegetale e da un’invidiabile stato di atarassia, avviene alla benemerita età di due anni e mezzo, nel 1970, grazie all’assaggio di un pezzetto di cioccolato bianco belga, portato nel paese del Sol Levante dalla nonna materna. Il piacere che ne deriva conferisce alla bambina la motivazione per vivere e per sviluppare una memoria delle cose: quella memoria che, anni dopo, l’Amélie adulta metterà per iscritto nel libro “Metafisica dei tubi”.

La piccola Amélie è la trasposizione fedele di quei ricordi colorati e sformati dalle iperbole, dalle metafore e dai paradossi che caratterizzano lo stile e la verve dei libri di Amélie Nothomb.

Le uniche libertà che il copione del film si prende rispetto all’autobiografia creativa dell’autrice sono motivate dalla necessità di impostare un minimo conflitto drammaturgico (attorno al personaggio della seconda governante, Kashima-san che qui diventa la padrona di casa) e di dare coerenza alla centralità del punto di vista dell’infante Amélie, orchestrando un racconto dedicato totalmente alla stagione dei primi tre anni di vita, lasciando dunque fuori gli episodi di cui è protagonista il padre o i commenti col senno di poi. Ma la rimodulazione è minima.

L’amore per la devota Nishio-san, la certezza del bébé di essere giapponese, la convinzione che il suo Paese d’elezione abbia scelto la carpa come simbolo del mese di maggio, dedicato ai ragazzi, perché emblema della bruttezza del loro genere sessuale: tutto il meglio dell’ironia del libro è trasfuso nel film, che fa infatti un uso massiccio e giustificato della voice over, e diventa un inno tragicomico ad una stagione pre consapevole della vita, in cui ci si muove sulla Terra e tra i parenti come extraterrestri curiosi, ancora sprovvisti di un manuale di istruzione.

La grafica morbida, variopinta e antinaturalistica dell’animazione firmata Maylus Vallade e Han Liane-Cho, le campiture di colori piatti e accesi, che richiamano esplicitamente il primitivismo e il giapponismo sul fronte estetico, rendono l’esperienza edenica della bambina in Giappone qualcosa di visivamente intenso, e trasformano il giardino di casa in un paese delle meraviglie, mentre il character design della piccola Amélie, con gli occhi verdi rotondi e sgranati produce il giusto effetto comico associato allo spirito caustico del monologo della scrittrice di culto.

Dedicato al tempo della prima infanzia, è però da una prospettiva adulta che questo racconto esistenziale e irriverente, venato di profonda nostalgia, si fa apprezzare al suo meglio.

Marianna Cappi https://www.mymovies.it

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50

BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00
_ BAMBINI e RAGAZZI da 4 a 24 anni
_ ADULTI da 65 anni in su
_ ACCOMPAGNATORI PORTATORI DI HANDICAP
_ GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
_ MILITARI
_ TITOLARI tessera ANEC – UNITA (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo)
_ il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
_ il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura Area Metropolitana di Bologna
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

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BAMBINI fino a 3 anni
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C’ERA UNA VOLTA MIA MADRE [mercoledì 17 dicembre]

2025-12-18T00:09:48+01:009 Dicembre 2025|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 17 dicembre: ore 21:00

Titolo originale: Ma mère, Dieu et Sylvie Vartan
Nazione: Francia, Canada
Anno: 2025
Genere: Commedia, Drammatico, Fiction
Durata: 1 h 42 min
Regia: Ken Scott
Cast: Leïla Bekhti, Jonathan Cohen, Joséphine Japy, Sylvie Vartan, Jeanne Balibar
Produzione: Egérie Productions, Gaumont, Christal Films
Distribuzione: BIM Distribuzione

 

 

 

 

 

 

 

Trama

Nel 1963, l’eccentrica, irresistibile e generosa Esther (Leïla Bekhti) dà alla luce Roland. Il piccolo nasce con un piede torto che gli impedisce di stare in piedi. Contro il parere di tutti, Esther gli promette che camminerà come gli altri e che avrà una vita favolosa. Da quel momento in poi, questa madre inarrestabile non smetterà mai di fare tutto il possibile per mantenere la sua promessa. Dal romanzo autobiografico di Roland Perez, un ritratto divertente, tenero e travolgente di una donna incredibilmente autentica e fuori dagli schemi. Nel cast di altissimo livello Jonathan Cohen, Naïm Naji e Sylvie Vartan nel ruolo di se stessa…

Trailer

Recensione

Un romanzo famigliare dai toni scherzosi, che racconta la storia vera di una donna sola contro tutti.

Parigi, anni ’60. Esther, madre di una numerosissima famiglia marocchina da poco immigrata, dà alla luce il suo ultimo figlio, Roland. Il piccolo nasce con un piede torto che gli impedisce di stare in piedi, ma questo non scoraggia Esther dal combattere perché Roland un giorno possa camminare con le sue gambe. Contro il parere dei medici e del marito, che suggeriscono l’uso delle stampelle, Esther sacrifica tutto per realizzare il suo obiettivo e alla fine vince la sua battaglia: Roland imparerà a camminare, si iscriverà a un corso di danza, farà l’attore prima e l’avvocato poi, si sposerà e avrà dei figli e fra le altre cose lavorerà per la cantante Sylvie Vartan, in gioventù idolo di tutta la famiglia.

La storia è quella del vero Roland Perez, avvocato e giornalista radiotelevisivo francese: la sua autobiografia pubblicata nel 2021 ha lo stesso titolo del film nella versione originale, Ma mère, Dieu et Sylvie Vartan.

I tre protagonisti del libro – la madre Esther, il dio della tradizione ebraica (Perez viene da una famiglia di ebrei marocchini) e Sylvie Vartan, stella della musica pop francese nei primi anni ’60 – sono gli stessi del film, con naturalmente in più l’io narrante dell’autore, da adulto interpretato dal celebre attore francese Jonathan Cohen.

La madre è l’oggetto costante dei pensieri del figlio (la cornice del racconto è data proprio dall’inizio del suo lavoro di scrittura autobiografica) e il centro piuttosto ingombrante della sua vita. Nella prima parte la vulcanica Esther (a cui Leïla Bekhti offre anche da anziana la sua presenza energica) domina ogni immagine e accompagna col suo fare travolgente il tono da commedia scherzosa del film, evidente sia nel ritmo del montaggio (aiutato dal ricorso continuo a canzoni d’epoca) sia nelle atmosfere palesemente artificiose. Il piccolo Roland non prende quasi mai voce ed è una pura emanazione della madre, quasi il film sposasse un po’ ambiguamente il netto diniego dell’handicap da parte della donna.

Seguendo la tenace e un po’ ottusa battaglia di Esther (che vuole l’emancipazione del figlio in quanto lotta identitaria e non come conquista di un diritto, tant’è che rifiuta di mandarlo a scuola scontrandosi per questo con l’assistente sociale interpretata da Jeanne Balibar), il film abbraccia il modello narrativo della donna sola contro tutti (in particolare contro medici e intellettuali), finendo per esaltare la figura di una guaritrice (Anne Le Ny) che rifiuta di farsi chiamare dottoressa ma che cura il figlio…

Inevitabilmente, C’era una volta mia madre incarna un modello di società individualista, svelando le origini canadesi del suo regista Ken Scott (in passato sceneggiatore di successi come La grande seduzione) e scegliendo la via un po’ facile dell’identificazione immediata dello spettatore.

Al tempo stesso, è proprio la presenza soffocante della madre a dare vita a Roland come individuo e a soffocarlo con il suo amore. Per quanto ci provi, anche da sano e da adulto l’uomo non sfugge al fantasma della madre, non a caso idealmente replicato nella moglie (che è una donna indipendente e forte, ma pure lei in qualche modo forgiata da Esther) e nella stessa Sylvie Vartan, di cui Roland è stato effettivamente collaboratore e amico e che nel film interpreta se stessa.

Nel momento del traumatico distacco fra figlio e madre (che arriva, anche se un po’ tardi), è proprio la figura dell’artista a fare da spartiacque: prima conquista personale di Roland, quando da bambino ne scopre le canzoni grazie alla sorella, Sylvie diventa “sua” e non “di sua madre” sancendo una inevitabile rottura. Sylvie è il discrimine tra Roland come creazione di Esther e Roland come uomo indipendente: due identità che nel tempo troveranno una convivenza, senza però arrivare a una vera sintesi.

In fondo, quello di Roland ed Esther è un classico romanzo familiare. Lui, il figlio, cerca la libertà; lei, la madre, vuole il meglio per il suo bambino. Il resto è quasi un accidente nelle vite di entrambi. Non è un caso, che il vero Roland Perez abbia fatto della sua mamma il fulcro della propria autobiografia, scegliendo di congedarsi dal pubblico (nel libro come nel film) con un’elegia verso la donna che dimostra l’inflessibilità quasi patologica di un amore.

Roberto Manassero https://www.mymovies.it

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UN INVERNO IN COREA [da sabato 13 dicembre]

2025-12-15T21:36:53+01:008 Dicembre 2025|Archivio|

Proiezioni

Sabato 13 dicembre: ore 21:00
Domenica 14 dicembre: ore 16:30
Domenica 14 dicembre: ore 20:30
in lingua originale con sottotitoli italiani

Titolo originale: Hiver a Sokco
Nazione: Francia, Corea del sud
Anno: 2024
Genere: Drammatico
Durata: 1 h 44 min
Regia: Koya Kamura
Cast: Bella Kim, Roschdy Zem, Mi-hyeon Park, Ryu Tae-ho, Gong Do-yu
Produzione: Keystone Films, Offshore
Distribuzione: Wanted

 

 

 

 

 

Trama

L’incontro, nel cuore gelido della costa coreana, tra Soo-Ha (Bella Kim), una giovane donna franco-coreana, e Yan Kerrand (Roschdy Zem), illustratore francese in cerca d’ispirazione…

Trailer

Recensione

Un esordio promettente su una storia d’amore al confine tra la Corea del Nord e del Sud.

A Sokcho, cittadina di pescatori vicina al confine settentrionale della Corea del Sud, la giovane Soo-ha lavora in una piccola pensione. È franco-coreana, ma non ha mai lasciato il Paese: il mondo le arriva solo attraverso i racconti degli altri. Quando alla pensione arriva Yan Kerrand, illustratore francese alla ricerca di ispirazione per il suo nuovo graphic novel, tra i due nasce un rapporto sottile, fatto di silenzi, piccoli gesti, attrazioni trattenute. Mentre l’artista tenta di superare un blocco creativo, Soo-ha si ritrova a rivivere, senza volerlo, le dinamiche sentimentali della madre, risucchiata in un ciclo di desideri e delusioni.

Tratto dal romanzo pluripremiato di Elisa Shua Dusapin, Un inverno in Corea è il racconto di una relazione che si realizza più nel non detto e nelle sfumature che nell’interazione tra i suoi personaggi.

Soo-ha è incuriosita e poi attratta da Yan perché francese come il padre che non ha mai conosciuto, perché artista come lei non è mai stata, perché viaggiatore solitario, agli antipodi di una vita vissuta tra la cucina e il desk di una pensioncina. Eppure Soo-ha ha coltivato la speranza di un momento come questo negli anni, imparando il francese e sognando una vita più soddisfacente.

L’attrazione tra Soo-ha e Kerrand assume connotati quasi edipici, perché la ragazza sembra ripercorrere consapevolmente le orme sentimentali della madre. È un loop affettivo che la condanna al mal d’amore, a un romanticismo introverso e doloroso, amplificato dal confronto con la relazione “giusta” che la famiglia vorrebbe imporle: quella con il giovane connazionale, un ragazzo superficiale e privo dell’aura misteriosa dell’artista francese.

Ma Soo-ha ha bisogno di rivivere gli “errori” materni – errori che peraltro le hanno permesso di nascere – per conoscere se stessa e trovare, forse, la forza di affrontare la vita. La società che circonda Soo-ha di lei non comprende nulla: non capisce perché non segua a Seoul il suo ragazzo né il suo rifiuto di ricorrere alla chirurgia estetica, visto ormai come un passaggio obbligato in una Corea ossessionata dal look e dalle mode occidentali.

Le emozioni più profonde vissute da Soo-ha e le sue insicurezze si manifestano attraverso la relazione con il cibo e la sua meticolosa preparazione di piatti a base di pesce – tra cui il pericoloso fugu, o pesce palla – ma sono in particolare le sequenze di animazione di Agnès Patron a tradurre visivamente i turbamenti dell’animo e il desiderio di libertà di una ragazza bloccata dalle circostanze e dalle menzogne impartitele, seppur a fin di bene, sin dalla più tenera età. Brevi lampi, tracciati con un inchiostro che riprende lo stile impressionista del personaggio di Kerrand, che esprimono la vera essenza di Soo-ha, sepolta sotto abiti dimessi e occhiali dalla montatura ordinaria e rifugiatasi nell’ovatta di una dimensione famigliare e protettiva.

La cittadina invernale di Sochko, sospesa tra mare e frontiera, diviene così una metafora perfetta dello stato d’animo di Soo-ha: un luogo dove tutto sembra immobile, e sotto la superficie invece ribollono desideri, ferite, mitologie personali. Bella Kim dà vita a un personaggio complesso e sfaccettato, che trova un perfetto contraltare in Roschdy Zem (I figli degli altri).

Il regista Koya Kamura, al suo debutto, gira con mano ferma l’interazione tra i due protagonisti, superando, a tratti, i limiti di un cinema d’autore midcult, pensato chiaramente come prodotto da esportazione: i riferimenti alla zona demilitarizzata e alla guerra di Corea restano didascalici almeno quanto i cliché gastronomici e caratteriali che inquadrano la “francesità”, ma sono fragilità perdonabili nel contesto di un coming of age che ha le qualità di un promettente esordio.

Emanuele Sacchi www.mymovies.it

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BREVE STORIA D’AMORE [da venerdì 28 novembre]

2025-12-10T20:00:49+01:002 Dicembre 2025|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 3 dicembre: ore 21:00
Domenica 7 dicembre: ore 18:30
Lunedì 8 dicembre: ore 18:30

Titolo originale: Breve Storia d’Amore
Nazione: Italia
Anno: 2025
Genere: Commedia
Durata: 1 h 38 min
Regia: Ludovica Rampoldi
Cast: Pilar Fogliati, Adriano Giannini, Andrea Carpenzano, Valeria Golino, Massimo De Lorenzo.
Produzione: HT Film, Indigo Film, Rai Cinema
Distribuzione: 01 Distribution

 

 

 

 

 

 

 

 

Trama

Lea e Rocco, amanti segreti, vedono la loro relazione prendere una piega oscura quando Lea diventa ossessiva, cercando di inserirsi nella vita quotidiana di Rocco…

Trailer

Recensione

Un esordio che guarda alle relazioni senza falsi moralismi e segna la nascita di un’autrice curiosa e coraggiosa

Lea è una giornalista e ha scritto “un inutile libro sull’amore”, ha un marito attore, una figlia piccola e un pesce morto nell’acquario. Quando si sente triste – di recente quasi sempre – va nel primo posto che trova su Google Maps per chiacchierare con quegli sconosciuti con cui è gentile, “come tutti”. Rocco da 19 anni ha una moglie psicologa e ogni venerdì sera si sfoga su un ring, alternando le botte date e prese alle partite di scacchi, che conclude con “matto al terzo round”.

Lea e Rocco si incontrano in un bar, di quelli scelti “random” da lei, e lui finisce per accompagnarla a casa in macchina. Si baciano, ed è l’inizio di un’avventura che potrebbe essere casuale, oppure no. La loro storia seguirà una serie di capitoli più (o meno) prevedibili, che riguardano la sete di avventura, i limiti oltre i quali una storia di sesso diventa una relazione, e certe scelte molto sbagliate, che però forse sono anche salvifiche, se rimettono in moto il cuore. Del resto, cosa c’è di più importante dell’amore?

La sceneggiatrice Ludovica Rampoldi, che ha cofirmato, fra gli altri, i film Il traditore e Falcon di Marco Bellocchio, e le serie 1992 (e seguiti), Gomorra, In Treatment, Esterno notte e The Bad Guy, debutta alla regia con Breve storia d’amore, da lei scritto e diretto: ed è un debutto interessante, perché tratta temi scivolosi di cui Rampoldi riproduce l’ambiguità, al netto di imbarazzanti voyeurismi.

La storia è piena di improbabilità, dalla casa sontuosa in cui vivono una giornalista precaria e un attore, alle abitudini del venerdì di Rocco, all’apparente carenza di deontologia professionale della psicologa (la professione più bistrattata dal cinema italiano recente), alle frequentazioni del poligono di tiro.

Ma sottotraccia c’è un desiderio reale di guardare alle relazioni senza falsi moralismi, e di farlo da un punto di vista femminile, utilizzando i meccanismi del thriller per scoperchiare il vaso di Pandora dei non detti e degli inganni che accomunano molte coppie in una sorta di imbrigliamento delle rispettive pulsioni vitali. Questa “breve storia d’amore” potrebbe svolgersi tutta nella mente di Lea, o di Rocco, la cui vita “va bene così” quando invece non va bene per niente, e “l’architettura del pensiero” di entrambi è quella che ci getta “in mezzo alla tempesta” senza saperlo (ma non senza volerlo).

Rampoldi adotta uno sguardo da entomologa (non a caso al centro della vicenda c’è un formicaio) e un commento musicale (di Fabio Massimo Capogrosso) da “Pierino e il lupo” per raccontare un quartetto di esseri umani che ritengono di “meritarsi un’altra vita, più giusta e libera se vuoi”, seguendo il loro muoversi impazzito in cerca di una via d’uscita, con la paura di perdere definitivamente se stessi, prima che i rispettivi compagni.

Breve storia d’amore non ha la raffinatezza sospesa né la crudeltà sottile dei tanti film francesi che hanno parlato della volontà di “spaccare tutto” in famiglia pur di ritrovarsi (dall’inarrivabile Gli amanti di Louis Malle fino al recente L’ultima estate di Catherine Breillat), ed è un esordio più interessante che riuscito, ma segnala un’autrice (di film suoi) in divenire, curiosa, vitale e apprezzabilmente coraggiosa.

Paola Casella www.mymovies.it

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GIOVANI MADRI [mercoledì 26 novembre]

2025-11-26T22:01:15+01:0024 Novembre 2025|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 26 novembre: ore 21:00

Titolo originale: Jeunes mères
Nazione: Belgio, Francia
Anno: 2025
Genere: Drammatico
Durata: 1 h 44 min
Regia: Jean-Pierre e Luc Dardenne
Cast: Babette Verbeek, Elsa Houben, Janaina Halloy, Jef Jacobs, Günter Duret
Produzione: Les Films du Fleuve, Archipel 35, The Reunion
Distribuzione: Lucky Red, BIM Distribuzione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2025 – Festival di Cannes – Premio migliore sceneggiatura ai fratelli Dardenne

 

Trama

Jessica, Perla, Julie, Arianne e Naïma sono cinque adolescenti che hanno trovato rifugio ed assistenza, ognuna per motivi diversi, in una casa rifugio per ragazze madri. Se ne seguono i percorsi che le vedono rischiare di arrendersi o cercare di superare le difficoltà che stanno alla base della loro scelta di dare alla luce una creatura…

Curiosità

Il film trae origine da un’indagine che i due registi hanno compiuto in una ‘maison maternelle’ nella zona di Liegi avendo in mente di realizzare un film con al centro una sola giovane madre. Le storie che hanno potuto ascoltare nel corso di quella visita li hanno spinti a scrivere una sceneggiatura in cui si seguono cinque storie tenendo sempre come punto di riferimento il centro di assistenza al quale le giovanissime protagoniste finiscono con il fare ritorno. I Dardenne si sono imposti, in questa occasione, di lasciare qualche spazio all’imperfezione in favore di una maggiore leggerezza.

Trailer

Recensione

I fratelli Dardenne, scavando nell’umanità delle proprie protagoniste, offrono uno spazio a una speranza. 

 Jessica, Perla, Julie, Arianne e Naïma sono cinque adolescenti che hanno trovato rifugio ed assistenza, ognuna per motivi diversi, in una casa rifugio per ragazze madri. Se ne seguono i percorsi che le vedono rischiare di arrendersi o cercare di superare le difficoltà che stanno alla base della loro scelta di dare alla luce una creatura. I

fratelli Dardenne, dopo aver lasciato prevalere la dura realtà nel film precedente, offrono qui uno spazio a una speranza che non si traduce in un happy end retorico. Il film trae origine da un’indagine che i due registi hanno compiuto in una ‘maison maternelle’ nella zona di Liegi avendo in mente di realizzare un film con al centro una sola giovane madre. Le storie che hanno potuto ascoltare nel corso di quella visita li hanno spinti a scrivere una sceneggiatura in cui si seguono cinque storie tenendo sempre come punto di riferimento il centro di assistenza al quale le giovanissime protagoniste finiscono con il fare ritorno.

Non si tratta, è bene chiarirlo, del classico film ‘corale’. Ognuna di loro segue ed è seguita nel suo percorso individuale in cui fare emergere le più differenti situazioni di crisi. C’è chi sta diventando madre senza aver ancora trovato una risposta al quesito fondamentale su perché sia stata abbandonata alla nascita. C’è chi vede scomparire dall’orizzonte il padre del nascituro o chi sente di dover dare al neonato un futuro di sicurezza economica ed affettiva che non ha avuto oppure chi, nonostante la forza di volontà, teme di non riuscire a stare per sempre lontana dall’attrazione della tossicodipendenza. C’è poi chi sviluppa un percorso meno complesso ma non per questo non importante.

I Dardenne si sono imposti, in questa occasione, di lasciare qualche spazio all’imperfezione in favore di una maggiore leggerezza. L’esito è quello di uno scavo nell’umanità delle proprie protagoniste colte sia nei momenti di crisi che in quelli in cui una luce in fondo al tunnel sembra potersi cogliere.

Sempre con quella vicinanza che, anche se non è più quella di una camera che pedinava da vicino la ”Rosetta” di una lontana Palma d’oro, fa sentire quanto l’umanesimo dardenniano si nutra dell’osservazione della realtà finalizzata non a una ipotetica e solo superficiale mobilitazione delle coscienze quanto piuttosto al desiderio di porre lo spettatore dinanzi ad interrogativi che non coinvolgano i massimi sistemi ma piuttosto la mai banale quotidianità.

Il loro cinema si colloca accanto alle persone e anche quando, come in questo ed in altri casi, i soggetti delle narrazioni sono estremamente distanti per età rispetto a loro sanno coglierne e portare sullo schermo l’intima verità grazie ad uno sguardo che non si ferma mai alla superficie e non si arroga il potere del giudizio.

Giancarlo Zappoli www.mymovies.it

Prezzi

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Springsteen – Liberami dal nulla [mercoledì 5 nov. – ore 21:00]

2025-11-05T23:34:12+01:0025 Ottobre 2025|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 5 novembre: ore 21:00

Titolo originale: Deliver Me from Nowhere
Nazione: U.S.A.
Anno: 2025
Genere: Drammatico, biografico, musicale
Durata: 1 h 59 min
Regia: Scott Cooper
Cast: Jeremy Allen White, Matthew Anthony Pellicano, Jon Landau, Mike Batlan, Johnny Cannizzaro, Odessa Young
Produzione: 20th Century Studios, Gotham Group, Bluegrass Films
Distribuzione: Walt Disney Studios Motion Pictures

 

 

 

 

 

 

 

 

Trama

Il film si ispira a una storia vera. Tratto dal libro “Liberami dal nulla – Bruce Springsteen e Nebraska” di Warren Zanes e prodotto da 20th Century Studios, il film racconta il periodo poco noto al grande pubblico italiano durante il quale, all’inizio degli anni ottanta, il cantautore statunitense Bruce Springsteen si dedicò alla registrazione del suo album acustico Nebraska. Racconta il coraggio di cercare di riacquistare un equilibrio psicologico e di mantenere l’integrità artistica dopo il successo travolgente di critica e pubblico degli album Born to run e The River. La volontà nettà di essere lui, il Boss, a decidere della sua musica e della sua ispirazione, con inevitabili contrasti con la casa discografica…

Trailer

Recensione

Springsteen – Liberami dal nulla è l’anti-biopic rock per eccellenza, lontano da certi film epici e gloriosi

Diretto da Scott Cooper con Jeremy Allen White, al cinema dal 23 ottobre, racconta un capitolo particolare della storia del Boss, la scelta di andare contro le aspettative e di dare alla luce un album oscuro e intimo come Nebraska

“Volevo che la musica fosse come un sogno ad occhi aperti e che il disco fosse commovente come una poesia. Volevo che il sangue fosse percepito come fatale e profetico”. È questo che, nel 1998, parecchi anni dopo la sua uscita, Bruce Springsteen diceva del suo storico album Nebraska del 1982, il suo album più intimo, più personale, più doloroso; una coraggiosa inversione di rotta da un destino che lo voleva già come la più grande rockstar mondiale. Lo sarebbe diventato solo due anni dopo, con Born In The USA. Ma allora aveva bisogno di far uscire quelle canzoni in cui aveva messo tutto se stesso. Quella di Nebraska è una storia bellissima. E la possiamo vivere sul grande schermo grazie a Springsteen – Liberami dal nulla, il film di Scott Cooper con Jeremy Allen White, al cinema dal 23 ottobre.Siamo a Freehold, New Jersey, nel 1957. Bruce Springsteen è ancora un bambino, e vive nel terrore che il padre violento faccia del male a lui e alla madre. Con uno stacco ci troviamo nel 1981, il 14 settembre, sul palco del Riverfront Coliseum di Cincinnati, dove Bruce Springsteen sta cantando un’infuocata versione di Born To Run, alla fine del The River Tour. Non è ancora la rockstar mondiale di Born In The USA, ma è già il “futuro del rock”, come lo aveva definito Jon Landau, critico musicale che è diventato il suo manager ed è sempre accanto a lui. Lo incontra nei camerini, appena finito l’ultimo concerto del tour. E ha con sé le chiavi della sua nuova casa presa in affitto, a Colts Neck, nel New Jersey.

Già dalle prime immagini di Springsteen – Liberami dal nulla, ci troviamo a fare i conti con Jeremy Allen White, l’attore famoso per la serie The Bear, e decidere se stare al patto che sta alla base del cinema. Crederci. Credere che questo ragazzo dai capelli ricci sia Bruce Springsteen. Allen White non somiglia al Boss, né si è cercato di forzare la cosa con qualche trucco. Ma non serve la somiglianza. Quello che conta è che ci sia l’attitudine, la postura sul palco e fuori il look. E la voce, che sembra davvero la sua. E allora sì, ci crediamo che questo ragazzo sia colui che sarebbe diventato il Boss.

Tornare a casa è difficile. Il silenzio può far molto rumore. Springsteen racconta, ancora oggi, che non ha problemi a stare 4 ore su un palco, ma quello che gli fa paura sono le altre 20. E così, mentre tutti lo riconoscono, lui non sa chi è in questo momento della sua vita. Quell’ombra minacciosa di suo padre, sempre presente, in momenti come questo si fa ancora più lunga. Nel frattempo il mondo, cioè la discografia, chiede a Springsteen l’album della consacrazione. Gli chiede 3 nuovi singoli di successo, da mandare in radio. Ma lui, parlando con il fidato Jon Landau, dice. “Noi non siamo così. Stiamo pensando all’album. All’intera storia”. Sentire parole così, nell’epoca che sta vivendo la musica, è commovente.

E così, da solo, in quella casa tra i boschi, Springsteen vede Badlands (da noi conosciuto come La rabbia giovane) di Terrence Malik, la storia di un serial killer. Comincia a studiare la sua vita e a scrivere dei versi, accompagnati da alcuni accordi. E poi ripensa a se stesso, a quando, da bambino, avrebbe potuto diventare violento. E così scatta l’immedesimazione. Quel “He saw her standing on her front lawn” diventa “I saw her standing on her front lawn”. E l’eroe del rock ora sta raccontando la storia di un assassino in prima persona. Sta nascendo Nebraska, la canzone che darà il titolo al suo album. Bruce si è fatto portare a casa un registratore a 4 piste da cui si può registrare della musica in casa. Usa l’Echoplex, una macchina che restituisce un’eco breve. E mixa tutto con un Panasonic boombox, un mixer che, però, si è bagnato e non funziona bene. E così le canzoni sembrano uscire in maniera sbagliata. Sono più lente, più oscure. Sembra musica in arrivo dal passato. A volte, però, sbagliare è giusto. L’idea non era di registrare un disco, ma solo di raccogliere idee. L’intento era di incidere l’album con la band: cosa che avrebbe fatto, ma senza ottenere l’effetto sperato. Il suo disco era già pronto, ma non lo sapeva ancora. “Queste canzoni sono le sole cose che per me hanno un senso. Sono la sola cosa in cui credo”. Chi, oggi, potrebbe dire una cosa simile della sua musica?

“Nebraska suona come un incidente. Come un disco non finito”. “È questo il punto”. È il dialogo tra il numero uno della CBS e Jon Landau, il manager di Bruce che, per primo, non è convinto che quel disco sia la mossa migliore per Springsteen in quel momento. Ma che difende il suo artista. È anche da queste cose che si capisce come Springsteen: Liberami dal nulla sia sì un film su un momento chiave della carriera di un grande artista, ma che sia anche un film sull’arte, sulla musica, e sulla discografia. Perché la “direzione ostinata e contraria” che Bruce Springsteen prende per difendere la sua arte, la forza con cui vuole che a uscire sia un’opera che lo rappresenta davvero oggi è merce molto rara nel mondo della musica. E allora il film di Scott Cooper sembra anche essere una lettera verso l’industria dello show business dove oggi tutto è codificato, preordinato, organizzato, automatizzato. Anche i grandi, oggi, non hanno il coraggio di rompere le regole.

Nebraska, invece, inteso come l’album, sembra essere una lettera all’America. Quella del 1982, quella di Reagan, che risuona tristemente attuale ancora oggi, nell’America di Trump. Bruce Springsteen è stato il cantore dei perdenti, di quelle persone che sembrano attendere una condanna. Lui stesso si è sempre considerato un “loser”, anche quando è diventato uno dei grandi del rock. Per questo la sua empatia con gli ultimi è sempre stata straordinario. In un’America come quella di oggi, in cui il Sogno Americano sembra ormai essere svanito, la voce di Bruce Springsteen suona più che mai attuale. Nebraska sembra essere tornato tra noi per raccontare l’America, ma in fondo tutto il mondo di oggi. Come recita il verso finale della title-track. “Signore, credo che ci sia solo malvagità a questo mondo”.

Springsteen: Liberami dal nulla è un film che rende giustizia alla figura di Bruce Springsteen. Il film di Scott Cooper, soprattutto, rende giustizia a Nebraska. Come quell’album, questo è un film scarno, intimista, senza alcun orpello. Come Springsteen per quel disco non aveva voluto nessun ornamento – solo una chitarra a 12 corde, una struggente armonica, un mandolino, un glockenspiel – così Scott Cooper per il suo film ha scelto uno stile di riprese semplice e lineare: pochi movimenti di macchina e la mdp che non lascia mai il protagonista. Il fatto di girare nei veri luoghi dove è avvenuta questa storia, con molti oggetti di scena d’epoca fornita dallo stesso Springsteen, averlo costantemente sul set, ha fatto la differenza. Ha dato vita a un documentario che non lo è, come ci ha raccontato Scott Cooper a Roma. Come Nebraska, Springsteen: Liberami dal nulla in fondo è un film terribilmente onesto.

Springsteen: Liberami dal nulla è la storia di un uomo che si trova ad un crocevia della sua esistenza. E, a sua volta, il film di Scott Cooper è un crocevia di opere filmiche che arrivano ed entrano nel disco e altre che da qui partono. Le canzoni di Bruce Springsteen sono estremamente cinematografiche, è come se in ognuna di loro ci fosse dentro un film. E alla base della nascita di Nebraska ci sono stati davvero dei film. La rabbia giovane (Badlands) di Terrence Malick, che portò a Springsteen la storia di Charles Starkweather, che divenne il centro della title-track, e La morte corre sul fiume (The Night Of The Hunter), un film che vide da bambino con il padre. Vedendo Springsteen: Liberami dal nulla non solo viene voglia di riascoltare all’infinito Nebraska. Ma anche di andarsi a rivedere questi film. E non solo. Magari anche Crazy Heart, magnifico film di Scott Cooper con Jeff Bridges, che parla di musica, e, ancora una volta, di un uomo in crisi, a un crocevia della sua vita (a fine carriera, mentre quella di Bruce era all’inizio). E ancora, Lupo solitario, l’opera prima di Sean Penn che prende vita proprio da una canzone di questo album, Highway Patrolman. E magari anche i due film su Bob Dylan, Io non sono qui e il recente A Complete Unknown, per riconnettersi a Woody Guthrie, fonte di quella musica folk a cui si sono abbeverati sia il menestrello di Duluth che il Boss.

Springsteen: Liberami dal nulla in fondo è un film semplice. Ma è solo un punto di partenza verso infinite connessioni. Ed è questo che il Boss ha fatto in questi anni di carriera. Creare legami, connessioni tra le persone, tra le persone e la musica, tra musica e altre arti, come il cinema e la letteratura. Vedrete il film di Scott Cooper e poi andrete ad ascoltare dischi, a vedere film, a incontrare i vostri amici che amano Bruce. C’è una frase bellissima che il personaggio di Jon Landau pronuncia a un certo punto. “In this office, in my office, we believe in Bruce Springsteen”. “In questo ufficio, nel mio ufficio, noi crediamo in Bruce Springsteen”. Andate a vedere questo film. Perché oggi, oggi più che mai, non possiamo non credere in Bruce Springsteen.

Maurizio Ermisino www.wired.it

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50

BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00
_ BAMBINI e RAGAZZI da 4 a 24 anni
_ ADULTI da 65 anni in su
_ ACCOMPAGNATORI PORTATORI DI HANDICAP
_ GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
_ MILITARI
_ TITOLARI tessera ANEC – UNITA (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo)
_ il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
_ il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura Area Metropolitana di Bologna
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

BIGLIETTO OMAGGIO

PORTATORI DI HANDICAP
BAMBINI fino a 3 anni
POSSESSORI DI TESSERA DEGLI ESERCENTI SALA CINEMATOGRAFICA (AGIS-ACEC, AGIS-ANEC, ANEM..)
POSSESSORI DI TESSERA ‘EUROPA CINEMAS’

UN SEMPLICE INCIDENTE [mercoledì 19 novembre]

2025-11-19T22:40:44+01:0024 Ottobre 2025|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 19 novembre: ore 21:00

Titolo originale: A simple accident
Nazione: Iran, Francia, Lussemburgo
Anno: 2025
Genere: Drammatico
Durata: 1 h 43 min
Regia: Jafar Panahi
Cast: Vahid Mobasseri, Mariam Afshari, Ebrahim Azizi, Hadis Pakbaten, Madjid Panahi
Produzione: Jafar Panahi Productions, Les Films Pelléas, Bidibul Productions, Pio & Co., Arte France Cinéma
Distribuzione: Lucky Red

 

 

 

 

 

 

 

2025 – Festival di Cannes – Palma d’oro

Trama

Tornando a casa la sera con la moglie e la figlia piccola, un uomo sfascia la sua auto investendo un cane e cerca aiuto nei paraggi. Questo semplice incidente avrà conseguenze inaspettate, siccome Vahid, un meccanico dell’officina a cui l’uomo si rivolge, ritene di riconoscerne il passo strascicato dalla protesi come quello dell’anonimo ufficiale dei servizi segreti che anni prima l’aveva torturato in carcere. Desideroso di vendetta, Vahid lo rapisce ed è in procinto di ucciderlo e seppellirlo nel deserto quando viene assalito dal dubbio…

Curiosità

È stato il primo film diretto da Panahi dopo la sua incarcerazione nella prigione di Evin durata dal luglio 2022 al febbraio 2023, nonché il suo primo da uomo libero dal 2010, avendo il Tribunale rivoluzionario di Teheran fatto decadere in seguito al suo rilascio sia il bando che gli proibiva di realizzare film sia quello che gli proibiva viaggiare all’estero. Panahi ha comunque realizzato il film, come tutti quelli da In film nist (2011), senza il permesso ufficiale del governo per garantire la propria indipendenza creativa.

Trailer

Recensione

Un film in cui la denuncia si fa durissima anche quando sceglie la strada dell’ironia

Padre, madre e figlioletta percorrono di notte una strada in auto quando un cane finisce sotto le ruote. Ciò provoca un danneggiamento al veicolo che costringe ad una sosta per la riparazione temporanea. Un uomo che si trova sul posto cerca di non farsi vedere perché gli è parso di riconoscere nel conducente dell’auto un agente dei servizi segreti che lo ha sottoposto a violenza in carcere. Riesce successivamente a sequestrarlo ed è pronto a seppellirlo vivo quando gli viene il dubbio che si tratti di uno scambio di persona. Cercherà conferme in altri che, come lui seppure in misure diverse, hanno subito la ferocia dell’uomo.

Jafar Panahi, scontata la pena inflittagli dal regime iraniano, gira un film in cui la denuncia si fa durissima anche se nell’involucro di una apparente commedia.

Chi cerca un cinema in cui l’impegno civile si ammanti di raffinatezze da cinefili farà bene a tenersi lontano da questo film. Chi invece sente l’urgenza della denuncia di una struttura di repressione in cui si stanno insinuando crepe visibili (soprattutto dopo la discesa nelle piazze delle donne) non potrà non apprezzare il fatto che il coraggioso regista iraniano abbia scelto la strada dell’ironia per poi poter colpire dritto il bersaglio mettendone a nudo la crudeltà.

I suoi protagonisti, la cui presenza a partire da colui che compie il sequestro, procede per accumulo, seppur limitato, sono esseri umani che hanno subito la violenza e la perversione di un potere che si vede come teocratico (deflorare una detenuta prima di ucciderla per far sì che non vada nel paradiso delle vergini) ed è invece solo interessato a conservare sé stesso.

Panahi ne ha conosciuto la pressione e non ha dimenticato gli interrogatori bendato davanti a un muro con un inquirente alle spalle che non smetteva di fargli domande sul perché nel suo cinema non si limitava a mostrare quanto fosse bella la società del suo Paese.

Nonostante quanto è loro accaduto questi uomini e questa donna hanno conservato un’umanità che si colloca al di sopra del desiderio di vendetta. Se per i persecutori l’individuo non contava nulla perché a prevalere doveva essere l’Idea propugnata in nome della Fede, per quelle che ne sono state vittime innocenti l’essere umano ha ancora un valore. Bisogna essere certi di non stare sbagliando e quindi cercare di avere prove dell’identità del sequestrato fino al punto da aiutarlo in qualche misura in un momento cruciale.

Panahi, che gira in esterno per potersi permettere di mostrare una protagonista senza velo, sottraendosi quindi alla pretesa di regime che fa sì che nei film le donne anche in casa lo indossino, riesce a portare a compimento la propria accusa mettendo a confronto due modi inconciliabili di guardare alla realtà e di concepire relazioni sociali. Proponendo un finale che resta nella memoria.

Giancarlo Zappoli www.mymovies.it

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50

BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00
_ BAMBINI e RAGAZZI da 4 a 24 anni
_ ADULTI da 65 anni in su
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_ TITOLARI tessera ANEC – UNITA (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo)
_ il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
_ il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura Area Metropolitana di Bologna
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

BIGLIETTO HAPPY-CINE-FAMILY
sconto di € 2,50 a biglietto per famiglia composta da 2 adulti ed almeno 1 minore di 12 anni

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XXVI Rassegna teatro dialettale Don Romano Fiorentini

2026-03-10T21:34:21+01:0023 Ottobre 2025|Approfondimenti, Rassegne|

XXVI RASSEGNA TEATRO AMATORIALE DIALETTALE

DON ROMANO FIORENTINI

Torna al donfiorentini, nel periodo gennaio – marzo 2026 con una singola serata (lunedì), la Rassegna dialettale Don Romano Fiorentini. Siamo giunti alla XXVI edizione! Le Compagnie, con le consuete passione e verve, porteranno sul palco i loro testi per mantenere vivo il dialetto romagnolo che, con la sua espressività ed immediatezza nel descrivere le situazioni quotidiane, porterà sicuramente le persone a sorridere!

E ce n’è davvero bisogno!  :-)


Ingresso € 9,00
La Rassegna verrà effettuata nella sola serata del Lunedì.

Sarà possibile l’acquisto dei biglietti, presso la biglietteria del Cinema – Teatro,
nelle sole serate della Rassegna e quindi a partire dal 12 gennaio 2026 (dalle ore 20.00). 

Sarà altresì possibile l’acquisto dei biglietti in prevendita online tramite
il sito www.donfiorentini.it o direttamente su www.liveticket.it/donfiorentini
a decorrere decorrere dal 6 gennaio 2026
(sull’acquisto online viene applicata la commissione del 10%)


LUNEDÌ, 16 MARZO 2026 – ORE 20.45

Compagnia dla Zercia di Forlì
“…E SÈRA CHE CANZËL!!”
Tre atti di F. Pirazzoli


PER TE [da venerdì 17 ottobre – ore 21:00]

2025-11-04T23:03:37+01:0015 Ottobre 2025|Archivio|

Proiezioni


Sabato 1 novembre: ore 18:30
Domenica 2 novembre: ore 18:15

 

Titolo originale: Per te
Nazione: Italia
Anno: 2025
Genere: Drammatico
Durata: 1 h 55 min
Regia: Alessandro Aronadio
Cast: Edoardo Leo, Javier Francesco Leoni, Teresa Saponangelo, Guia Jelo, Giorgio Montanini, Eleonora Giovanardi, Daniele Parisi
Produzione: PiperFilm, Lungta Film e Alea Film, in collaborazione con Netflix
Distribuzione: Piper Film

 

 

 

Trama

Il film si ispira a una storia vera, intensa e toccante che arriva dritta al cuore, quella di Mattia Piccoli, nominato nel 2021, a soli 11 anni, Alfiere della Repubblica “per l’amore e la cura con cui segue quotidianamente la malattia del padre e lo aiuta a contrastarla”.

Paolo (Edoardo Leo), poco più che quarantenne, comincia lentamente  a perdere pezzi della sua memoria. Ma. proprio mentre il mondo inizia a sfumare, lui sceglie di restare vicino a ciò che conta davvero, forte anche dell’amore della moglie Michela (Teresa Saponangelo). Insieme al piccolo figlio Mattia (Javier Francesco Leoni) intraprende un percorso fatto di quotidianità condivisa, risate improvvise e silenzi che parlano…

Trailer

Recensione

Edoardo Leo commuove il Giffoni con “Per Te”

Un racconto toccante, che arriva dritto al cuore. È stato questo l’effetto del film “Per Te”, presentato in anteprima al Giffoni Film Festival da Edoardo Leo, protagonista dell’opera diretta da Alessandro Aronadio. Il film, prodotto da PiperFilm, Lungta Film e Alea Film, nasce in collaborazione con  Netflix e si ispira alla straordinaria storia vera di Mattia Piccoli, nominato Alfiere della Repubblica a soli 11 anni.

Una storia di coraggio, amore e fragilità
Mattia, oggi adolescente, era poco più che un bambino quando ha iniziato ad affrontare una delle prove più dure della vita: prendersi cura del padre Paolo, colpito da Alzheimer precoce. Il film “Per Te” è tratto dal libro Un tempo piccolo di Serenella Antoniazzi, e racconta con delicatezza e forza un legame familiare profondissimo, in cui i ruoli si invertono e il figlio diventa il punto di riferimento del genitore. Durante l’incontro al Giffoni, Mattia ha dichiarato con emozione: “È stata un’emozione fortissima. Speravo che la mia storia potesse far capire ai miei coetanei cosa ho provato io“.

Edoardo Leo: “Un film che mi ha cambiato come uomo e come genitore”
Visibilmente coinvolto, Edoardo Leo ha raccontato quanto questo progetto lo abbia toccato nel profondo:

“Questo è uno di quei film che ti insegnano qualcosa. Mi ha fatto riflettere su quanto il nostro tempo sia prezioso e limitato.”
Leo interpreta Paolo, il padre di Mattia. Per calarsi nel ruolo, l’attore ha affrontato lunghe ore di ricerca, con l’obiettivo di rappresentare la malattia e la quotidianità familiare con rispetto e verità.

A interpretare il piccolo Mattia è Javier Leoni, giovane attore al suo primo grande ruolo. Di fronte ai giurati del Giffoni ha confessato: “Questo è il mio primo vero grande film. Ci ho messo tutto l’impegno della mia vita“. Il titolo del film racchiude tutto il senso della storia. Come ha spiegato Edoardo Leo: “È la dedica di un figlio al padre. La cosa più bella di questa vicenda è proprio quell’amore silenzioso e fortissimo che Mattia ha saputo esprimere“.

In anteprima al Giffoni sono state mostrate scene fortemente emotive, tra cui quella in cui Paolo rivela la diagnosi al figlio. Mattia, dal palco, ha commentato: “Un po’ avevo già capito. Ma quando papà me l’ha detto, ho cercato subito di capire come potevo aiutarlo“.

Il film “Per Te” parla di responsabilità, crescita e amore familiare, ma anche di fragilità genitoriale, tema caro anche al pubblico adulto. Leo ha sottolineato l’importanza di mostrarsi umani e vulnerabili anche come genitori: “Un genitore non perde autorevolezza se mostra di avere paura. Questo film mi ha insegnato che anche essere fragili è un atto di coraggio“.

Il film uscirà prossimamente su Netflix (data da confermare) e promette di essere uno dei titoli più emozionanti dell’anno, capace di parlare alle nuove generazioni ma anche agli adulti che si ritrovano in dinamiche familiari complesse. “Per Te” è molto più di un film. È un abbraccio tra padre e figlio, è la testimonianza che anche nelle situazioni più difficili può fiorire qualcosa di profondo e autentico. Condividi questa storia con chi ha bisogno di forza, ispirazione o semplicemente di un buon motivo per credere nell’amore familiare.

Debora Convertini www.showlandnews.com

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50

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_ il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
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