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IL MIO AMICO ROBOT [mercoledì 10 aprile – ore 21]

2024-04-16T21:48:50+02:009 Aprile 2024|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 10 aprile: ore 21,00

Titolo originale: Robot Dreams
Nazione: Spagna, Francia
Anno: 2023
Genere: Animazione
Durata: 1 ora 30 minuti
Regia: Pablo Berger
Produzione: Arcadia Motion Pictures, Noodles Production, Les Films du Worso, RTVE, Movistar Plus+
Distribuzione: I Wonder Pictures

 

 

 

 

 

  • 2024 – Premi Oscar
    • Candidatura al miglior film d’animazione
  • 2024 – Annie Awards
    • Miglior Film d’Animazione Indipendente
  • 2023 – European Film Awards
    • Miglior Film d’Animazione
  • 2023 – Festival internazionale del film d’animazione di Annecy
    • Premio Controcampo

Trama

DOG è un cane solitario che vive a Manhattan. Un giorno decide di costruirsi un robot, un amico. La loro amicizia cresce, fino a diventare inseparabili, al ritmo della New York degli anni ’80. Una notte d’estate, Dog con grande dolore, è costretto ad abbandonare ROBOT sulla spiaggia. Si incontreranno di nuovo?

Trailer

Recensione

UN’ANIMAZIONE VINTAGE E NOSTALGICA SULL’ELABORAZIONE DI UNA SEPARAZIONE. DIVERTENTE E ISTRUTTIVA PER TANTI TIPI DI PUBBLICI.

New York, anni 80, settembre. Dog, cane antropomorfo, vive un’esistenza solitaria, fatta di televisione e cibi preconfezionati. Durante una serata malinconica, consulta dei modelli di robot da acquistare e ne ordina uno per corrispondenza. Quando Robot gli viene recapitato a domicilio, nasce un’intensa amicizia tra questi e Dog: i due girano Manhattan in lungo e in largo, condividendo esperienze inebrianti. Dopo una giornata trascorsa in spiaggia Robot si blocca e non riesce più a rialzarsi: Dog cerca una soluzione, ma al suo ritorno trova lo stabilimento chiuso fino alla stagione successiva. Costretti a rimanere separati l’uno dall’altro per molti mesi, Dog e Robot finiranno per trovare soluzioni alternative alla rispettiva solitudine.

Lo spagnolo Pablo Berger, già autore dell’audace Blancanieves, si cimenta nella trasposizione animata della graphic novel omonima di Sara Varon, dando vita a un film interessante, del tutto peculiare rispetto al panorama del cinema di animazione internazionale.

Il mio amico robot infatti non cerca la perfezione verista del digitale né si accosta all’animazione contemporanea. Quella di Berger è un’operazione dichiaratamente vintage e nostalgica, tanto nel tratto adottato – semplice, colorato, privo di ombreggiature e tridimensionalità, dalle parti di Tintin – che nei contenuti, calati nell’epoca aurea della Grande Mela di inizio anni Ottanta, al termine della creatività inesauribile dei ’70 e appena prima del reaganismo.

Nello sguardo che Berger pone sul mondo e sui suoi “simili” – altri animali bipedi ma umanizzati in ogni aspetto, alla maniera di quanto avviene in Bojack Horseman – non c’è traccia dell’ottimismo del Candido di Voltaire. Questa “umanità” è prigioniera dei consueti vizi di avidità e menefreghismo, proprio come quella che conosciamo al di fuori dell’allegoria. Nonostante ciò, Dog cerca e spera in un domani migliore e la coppia che forma con Robot, una bromance tenera e platonica, sembra estrarre il lato migliore di New York, un immenso potenziale sociale e creativo nascosto sotto la coltre di stress e arrivismo. Non è un caso che la colonna sonora del sodalizio dei due sia un brano nostalgico come “September” di Earth, Wind & Fire, ricordo di una stagione memorabile e invito alla sua rievocazione attraverso il ballo e il movimento del corpo.

Nella sua seconda metà Il mio amico robot rivela così la sua natura più autentica, quella di un film sull’elaborazione di una separazione più che sull’amicizia, sul rimpianto più che sulle opportunità. Il distacco forzato tra Dog e Robot eleva il livello della sceneggiatura, restituendo lo smarrimento di due singolarità, convinte di aver trovato l’anima gemella e poi improvvisamente costrette a perderla e a rispettare le imperscrutabili leggi del destino, arbitro beffardo e inflessibile, ma mai reversibile.

Divertente e istruttivo, nostalgico ma adatto anche alle nuove generazioni o a un pubblico inconsapevole dei molti riferimenti, Il mio amico robot sembra ideale per rivolgersi a un target più ampio e garantire maggiore notorietà al nome di Berger, dentro e fuori il cinema di animazione.

Emanuele Sacchi www.mymovies.it

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E LA FESTA CONTINUA! [da venerdì 12 aprile]

2024-04-17T22:31:25+02:009 Aprile 2024|Archivio|

Proiezioni

Venerdì 12 aprile: ore 21,00
Sabato 13 aprile: ore 21,00
Domenica 14 aprile: ore 16,30 – 18,30
Domenica 14 aprile: ore 21,00
in lingua originale con sottotitoli italiani
Mercoledì 17 aprile: ore 21,00

Titolo originale: Et la Fete Continue!
Nazione: Francia, Italia
Anno: 2023
Genere: Drammatico
Durata: 1 ora 46 minuti
Regia: Robert Guédiguian
Cast: Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Lola Naymark, Robinson Stévenin
Produzione: Agat Films & Cie, France 3 Cinéma, BiBi Film, Canal+, Ciné+, Cinemage, Indéfilms, LBPI, Sofitvcine
Distribuzione: Lucky Red

 

 

 

 

 

 

 

 

Trama

Rosa è il cuore e l’anima del suo quartiere popolare nella vecchia Marsiglia. Divide la sua energia strabordante tra la sua famiglia numerosa e unita, il lavoro da infermiera e il suo impegno politico a favore dei più svantaggiati. Ma quando si avvicina alla pensione, le sue illusioni cominciano a vacillare. Sostenuta dalla vitalità dei suoi cari e dall’incontro con Henri, si rende conto che non è mai troppo tardi per realizzare i propri sogni, sia politici che personali…

Trailer

Recensione

UN FILM IN CUI LA VERA RICCHEZZA È NEI SENTIMENTI. COME SE L’AMORE FOSSE CIÒ CHE È RIMASTO DELLA MILITANZA POLITICA.

Voleva cambiare il mondo Rosa ma l’ora della pensione è vicina e il tempo stringe. Infermiera e militante dal cuore d’oro e il carattere temprato, vive nel quartiere popolare di Marsiglia circondata dall’affetto della sua famiglia. Sempre attenta al prossimo e agli ultimi, spende la sua vita tra l’ospedale e la sezione di partito dove guida la sua ultima battaglia contro la destra. Ma alla vigilia dell’elezione elettorale incontra Henri, padre della futura nuora, e si innamora perdutamente. La sua vita vacilla coi suoi progetti. Tra un bicchiere di rosé e una canzone di Aznavour, tra il desiderio di vivere questa storia d’amore e il suo dovere politico, Rosa troverà la quadratura del cerchio.

Dopo un passaggio a Mali (Twist à Bamako), Robert Guédiguian ritrova Marsiglia, la sua complice di sempre (Ariane Ascaride) e la sua famiglia di attori abituali (Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan…).

Ritorno alla città natale e ai motivi della sua filmografia engagée che sposa cronaca d’amore e cronaca sociale. Perché Henri è l’unico impegno vero che Rosa vorrebbe prendere a questo punto della sua vita. Ma le questioni di cuore nel cinema di Guédiguian non sono meno politiche e ponderose da assumere.

Lungo la linea chiara dell’umanesimo sociale tracciata dai suoi film, l’autore ci crede ancora e fino in fondo. Crede nella militanza, nella sincerità, nel bicchiere di vino in mano e nella voce di Aznavour che canta la sua canzone più bella (“Emmenez-moi”). Crede, ancora, nella forza avvolgente della sua città, nell”attaccamento’ a Marsiglia come luogo di esperienza collettiva prima che di dimora individuale.

E col tempo e coi film questa ville-cinéma evolve, la società ugualmente. Il cinema di Guédiguian registra allora le trasformazioni e il disamore crescente per la politica, più specificamente l’allontanamento dalla sinistra e dai suoi valori della classe proletaria, rivolta progressivamente verso l’estrema destra.

E la festa continua! si aggiunge alla sua grande ‘opera collettiva’, a quell’immensa commedia umana bagnata dal Mediterraneo. Indomito, affronta le questioni del sentimento del territorio e indaga le risorse intime dell’impegno pubblico. Nei suoi film il paesaggio urbano, abitato, vissuto e percepito dai personaggi e dagli spettatori, è un rilevatore, è “materia segnaletica”, come avrebbe detto Gilles Deleuze, che rinvia a un milieu di vita.

Quel ‘bell’orizzonte’, dove anche Rosa ripara, si fa principalmente lettura sociale. Guédiguian insiste sui volti dei suoi abitanti, volti che tratta come dei paesaggi per valorizzare meglio la sincerità di un ‘attaccamento’ a tutte le persone, di tutti i quartieri, di tutti gli orizzonti. Come i suoi personaggi si esprime sul piano politico e osserva i rapporti di forza della sua città.

E la festa continua! comincia dall’effondrement dell’immobile di rue d’Aubagne nel 2018 e termina sulla commemorazione delle vittime del crollo. Riuniti in piazza gli abitanti diventano cittadini, ovvero attori del divenire di quel paesaggio inteso come bene comune. Dall’estetica, alla politica e all’etica c’è una connessione. Il cammino sembra lungo, quasi impraticabile oggi, ma Guédiguian non sente ragione e nemmeno l’ineluttabilità dei tempi. Il regista più impegnato di Francia ha rinunciato a ogni forma di militanza, salvo a credere – e Guédiguian vuole credere – che l’amore sia forse l’ultimo avatar dell’utopia comunista, quel modo di guardare al mondo attraverso la condivisione e la circolazione della ricchezza.

La ricchezza nel film è quella dei sentimenti, il regista ne esplora tutta la potenza e l’ambivalenza, senza mai giudicare i suoi personaggi, che sanno bene che “la miseria è più tollerabile al sole”. Non fatevi ingannare dalla bontà sparsa – mai buonismo – l’artista non si piega e fa appello all’amore (stra)ordinario e a quel comunismo marittimo che E la festa continua! ravviva e rilancia. Il film si descrive perfettamente in una replica di Ariane Ascaride alla coiffeuse: “Même couleur, même coupe” (“stesso colore, stesso taglio”), praticamente una dichiarazione di poetica. Del resto tra mare e terrazze ritroviamo tutti gli elementi che disegnano l’opera di Guédiguian: la risonanza sociale, il tempo che passa, Marsiglia, l’Estaque, una tribù di attori fedeli…

Eppure qualcosa si è spostato nel suo cinema, che ci fa piangere come bambini sotto il sole dell’avvenire. È vero, la rivoluzione non è mai arrivata, o almeno non è stata così forte da soffiare via tutto il male, ma Guédiguian rileva una ‘pandemia’ che ha lasciato un segno sul suo sguardo, un ottimismo che corregge la disillusione al cuore di La casa sul mare, più secco e più aspro sulla giovinezza, più disperato e cinico sul futuro. Come se il Covid, esplicitato soltanto una volta da una giovane infermiera ma assunto finemente dal film, avesse risvegliato forme nuove di solidarietà e di attenzione verso l’altro. Il distanziamento fisico ha creato una vicinanza sociale e stimolato una lotta ‘performativa’. Il risentimento è evaporato, mai la critica sociale, e la trasmissione prende corpo in un dialogo tra madre e figlio, in uno scambio tra padre e figlia.

Nonostante lo sfondo di grave perdita politica, la continuità è ancora possibile, ed è un gesto d’amore: la carezza di Gérard Meylan alla sua giovane inquilina, le acciughe di Ariane Ascaride per il suo ragazzo e per la futura sposa, il contributo lirico di Jean-Pierre Darroussin al discorso della figlia. La tenerezza nostalgica con cui l’autore osserva poi i personaggi della sua generazione ci lucida gli occhi e ci riconcilia con la vita.

Sempre alla ricerca di un posto al sole dove una vecchia replica possa suonare ancora nuova, Guédiguian getta le sue vecchie reti da pesca e trova il pesce d’oro: le partage de l’amour. La convivialità resta il suo motore, la resistenza interiore il suo diritto. E adesso « emmenez-moi au bout de la terre, emmenez-moi au pays des merveilles » e di Robert Guédiguian.

Marzia Gandolfi – mymovies.it

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CATTIVERIE A DOMICILIO [da venerdì 19 aprile]

2024-04-22T22:01:44+02:008 Aprile 2024|Archivio|

Proiezioni

Venerdì 19 aprile: ore 21,00
Sabato 20 aprile: ore 21,00
Domenica 21 aprile: ore 16,30 – 18,30
Domenica 21 aprile: ore 21,00
in lingua originale con sottotitoli italiani

Titolo originale: Wicked Little Letters
Nazione: Regno Unito
Anno: 2024
Genere: Commedia
Durata: 1 ora 40 minuti
Regia: Thea Sharrock
Cast: Olivia Colman, Jessie Buckley, Anjana Vasan, Timothy Spall
Produzione: Film4 Productions, Blueprint Pictures, South of the River Pictures, People Person Pictures
Distribuzione: Lucky Red

 

 

 

 

 

 

 

 

Trama

Edith e Rose. Puritana, conservatrice, irreprensibile inglese l’una; sfrontata, strafottente, anticonvenzionale irlandese l’altra.

La Bibbia mandata a memoria, la casa di famiglia rassettata in silenzio per la zitella; le risse al pub, un matrimonio alle spalle, un compagno e una figlia senza padre, invece, per l’immigrata.

Dopo la Grande Guerra sono diventate vicine di casa nella soporosa Littlehampton. La pace è sconvolta, però, da una catena di lettere oscene che, d’improvviso, piove addosso a Edith. L’onta per mamma Victoria e il tirannico papà Edward è massima. Il caso rimbalza dalla costa sud dell’Inghilterra alle cronache nazionali. La ribelle Rose finisce subito dietro le sbarre su denuncia di Edith, salvo uscirne su cauzione poco dopo. Intanto gli insulti si moltiplicano e colpiscono tutti i cittadini di Littlehampton, mentre incombe il processo sulla testa di Rose. Il Ministro incalza, il commissario locale traccheggia, così la poliziotta Gladys – altra immigrata sminuita in un mondo maschiocentrico – s’incarica, a rischio di perdere il posto, di rischiarare un caso che aspetta solo il verdetto definitivo per essere archiviato…

Trailer

Recensione

UNA COMMEDIA IMPERDIBILE, PUNGENTE E SCORRETTA CON PERFORMANCE ATTORIALI MEMORABILI.

Nel 1922 a Littlehampton la routine di una piccola cittadina viene sconvolta da una serie di lettere anonime oscene e cariche di insulti, indirizzate a Edith Swan. È una donna devota, cristiana, la sua fama di rettitudine e impeccabilità morale la precede. Tutto il contrario della sua vicina di casa Rose Gooding, immigrata irlandese vivace, ribelle e anticonformista. Sarà lei la prima sospettata, e subito arrestata, come autrice delle anonime missive. Sarà vero? A fare luce sulla vicenda, una giovane poliziotta poco rispettata, che insieme alle donne di quartiere si impegnerà a scoprire la verità.

Fare commedia in modo arguto, sottile, raffinato, è arte sempre più rara. Appartiene di sicuro alla penna di Johnny Sweet e alla maestria registica di Thea Sharrock, che firmano un’opera deliziosa, scorretta e imperdibile.

Al centro c’è un mistero da risolvere: lettere oscene piene di insulte dal mittente sconosciuto. Siamo nel primo ventennio del Novecento, le donne non sono ben viste in società, e Sharrock ne sottolinea con amara ironia a più riprese la realtà ingiustamente subalterna. A partire dalla protagonista Edith Swan, che vive nella pia devozione cristiana ed è del tutto sottomessa ai voleri e alle isterie del padre/patriarca.

Due personaggi drammatici, resi più interessanti che mai non solo dall’abile scrittura, ma anche dalle titaniche performance degli attori Timothy Spall e Olivia Colman. Quest’ultima offre l’ennesima prova d’attrice maiuscola, riuscendo perfettamente a calarsi nei panni di una donna repressa, che trova una via di sfogo nell’amicizia inattesa con la vicina Rose Gooding. Rose è un personaggio-chiave, rappresenta la forza vitale che viene da fuori, un’immigrata irlandese con tanto di figlia al seguito, sboccata, anticonformista, ribelle, pronta a scoccare freccette sulla testa degli uomini, non certo a farsi comandare da loro.

Anche Jessie Buckley sfoggia una memorabile abilità recitativa, è perfetta nel dare corpo e grinta alla vera “outsider” della storia, una donna moderna, imperfetta, ritenuta “sbagliata” da tutti, eppure profondamente autentica. Il suo modo di vivere decisamente agli antipodi dell’apparente rettitudine di Edith insospettisce, tuttavia, il padre di quest’ultima, che la ritiene colpevole delle anonime sconce missive che gli arrivano in casa. Il sospetto diventa automaticamente accusa ed Edith viene incarcerata.

Qui la commedia si mischia prima con la “detection”, poi con il “legal movie” quando Rose dovrà affrontare il processo. Scene drammatiche si alternano a continui spunti di leggerezza, cesellati di ironia pungente e scorretta. Nel mirino della sceneggiatura c’è soprattutto l’ottusità e l’arroganza degli uomini del tempo, determinati a considerare le donne “di serie b”, mortificandone aspirazioni e talenti.

Succede anche alla poliziotta Gladys Moss (un’eccellente, anche qui, Anjana Vasan dallo sguardo più che espressivo), che ha nel sangue il dna del detective e si mette a indagare sul caso, per quanto il suo superiore glielo abbia vietato. In quanto donna non solo non può fare indagini, ma non può neanche avere figli o sposarsi.

L’ironia con cui Sharrock porta sullo schermo tutta questa narrazione è feroce e politicamente scorretta, ma soprattutto colpisce tutte e tutti indiscriminatamente: anche le manie delle donne vengono messe alla berlina, dall’irascibilità di Rose al bigottismo di Edith, passando per le loro – indimenticabili – vicine di quartiere, tra cui c’è chi che senza mangiare uova non sa stare. A tutto questo si aggiunge l’umorismo marcato, e amaro al tempo stesso, con cui si affronta in maniera narrativamente ammirevole il fenomeno contemporaneo degli “haters”, attraverso questa storia “più che vera” (avvertono i titoli di testa).

L’insulto anonimo selvaggio nasce – come il film non cessa di mostrare – dalla repressione, dalla violenza psicologica domestica, dalla reclusione. E anche un po’ dall’invidia verso chi ha la volontà e la possibilità di vivere una vita libera, lontana dalle imposizioni.

Claudia Catalli – mymovies.it

Prezzi

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a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
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d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

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LA SALA PROFESSORI [da venerdì 15 marzo]

2024-04-02T18:14:56+02:0026 Marzo 2024|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 27 marzo: ore 21,00
Domenica 31 marzo: ore 16,30

Lunedì 1 aprile: ore 16,30

Titolo originale: Das Lehrerzimmer
Nazione: Germania
Anno: 2023
Genere: Drammatico
Durata: 1 ora 38 minuti
Regia: Ilker Çatak
Cast: Leonie Benesch, Leonard Stettnisch, Michael Klammer, Rafael Stachowiak
Produzione: If… Productions, Arte, Zweites Deutsches Fernsehen
Distribuzione: Lucky Red

 

 

 

 

 

 

Premio Oscar 2024
  [nomination] Miglior film internazionale

European Film Awards 2023 
   [nomination] Miglior attrice europea a Leonie Benesch
   [nomination] Miglior sceneggiatore europeo a Johannes Duncker

National Board of Review, USA 2023
 Migliore film in lingua straniera

Goya 2024
    [nomination] Miglior film europeo

Trama

Quando la nuova insegnante di matematica e di educazione fisica di una seconda media tedesca, Carla Nowak, decide di prendere l’iniziativa per scoprire chi è il responsabile dei furti che si sono verificati nella scuola, lo fa con le migliori intenzioni. Prima su tutte quella di interrompere la prassi degli interrogatori ai danni di studenti innocenti e di liberarli dall’ombra del pregiudizio che grava su di loro. Sa benissimo, perché lo ha visto con i suoi occhi, che, per esempio, anche tra il corpo docente c’è chi non brilla per onestà. E sa benissimo, perché lo insegna in classe, che una tesi ha bisogno di una dimostrazione valida, da condursi passaggio dopo passaggio, altrimenti si finisce nell’ambito dell’opinione, nel relativismo, nell’anarchia. Eppure la sua azione finisce per innescare una reazione a catena…

Trailer

Recensione

La sala professori è una grande lezione sulla vera educazione alla libertà

Tra i film che nel 1946 vinsero il festival di Cannes – ci fu una cerimonia ecumenica postbellica, che premiò anche Roma città aperta di Roberto Rossellini – va citato anche Spasimo, diretto da Alf Sjöberg e scritto da Ingmar Bergman. Spasimo è una pellicola sulla scuola, che mette in scena il rapporto tragico fra un professore autoritario con simpatie naziste e uno studente coraggioso che si ribella ai suoi metodi. Già nel primissimo dopoguerra Sjöberg e Bergman riuscirono a mettere in luce come i sistemi di educazione autoritari avessero favorito l’avvento dei fascismi, ma possiamo anche prendere Spasimo come un film paradigmatico del cinema che mette in scena la scuola: ogni volta abbiamo a che fare con un dramma che contrappone chi vuole educare per dominare qualcuno e chi vuole farlo per liberarlo.

Nei saggi che hanno esplorato la storia della scuola attraverso le immagini, come Visual history. Images of education, di Ulrike Mietzner, Kevin Myers e Nick Peim, viene fuori in modo molto netto come rappresentazione e istituzione si siano rispecchiate a vicenda nell’evoluzione mondiale del sistema scolastico. Del resto ognuno di noi ha avuto, da studente o educatore, modelli scolastici anche cinematografici a cui appassionarsi o da rifiutare, che sono diventati addirittura iconici, dalla signorina Rottermeier al professor Keating di L’attimo fuggente.

Quando andiamo a vedere un film che parla di scuola, e ambientato in una scuola, sappiamo già cosa aspettarci: un conflitto. Tra docenti e studenti, tra dirigenti e docenti, tra studenti e studenti, qualcosa che nell’equilibrio della comunità educante si spezza e fa deflagrare un dissidio latente, che non è mai solo della scuola o di quella scuola, ma di un mondo più grande di cui la scuola, com’è facile riconoscere, è solo una metonimia.

Succede anche con La sala professori di lker Çatak. In un buon istituto tedesco, la professoressa Carla Nowak (Leonie Benesch, un’interpretazione di precisione chirurgica) insegna matematica ed educazione fisica a una seconda media: è preparata, coinvolgente, amata, usa una maieutica che ogni volta va a segno con gli studenti. L’innesco della deflagrazione del conflitto è un piccolo consiglio disciplinare – nel quale sono chiamati a discutere anche due studenti rappresentanti di classe – convocato per scoprire chi è responsabile di alcuni piccoli furti che avvengono a scuola.

Da lì comincia la battaglia, prima sorda, poi fragorosa. I metodi che ognuno adotta per risolvere il problema sono diversi: la dirigente ci tiene a ribadire il valore della “tolleranza zero”, che la scuola ha scelto di applicare ai casi controversi; gli studenti e i genitori mostrano le loro ipotesi, che nascondono antipatie e idiosincrasie; Nowak cerca di gestire in autonomia la vicenda; altri colleghi convincono gli studenti a dire a mezza bocca chi sono i colpevoli e ipotizzano interventi della polizia. Come fare a educare alla giustizia e alla legalità quando i riferimenti alla legalità e alla giustizia sono in contrasto perfino tra gli adulti?

Si scatena così un dramma costruito con una sceneggiatura talmente ben annodata nei suoi passaggi da somigliare a un algoritmo morale. In un paio di scene Nowak rivela proprio come l’insegnamento delle sue materie, matematica ed educazione fisica, sia modellato secondo una didattica costruttivista, ossia usando la collaborazione per costruire lezioni che siano delle scoperte e delle ricerche collettive.

Ma il metodo della professoressa, la sua tenacia, la sua energia nello scoprire la verità sui furti e, al tempo stesso, nel tenere insieme la comunità educante, orientandola verso valori progressisti, di educazione alla democrazia, deve tenere a distanza, in ogni scena con più intensità, un fuoco incrociato di istanze difensive, rivendicative, personalistiche, di gruppo, corporative: la comunità educante si trasforma in guerriglia educante.

I rapporti cordiali diventano feroci, il giornale scolastico le fa un’intervista che impone una sua versione dei fatti e somiglia a una manipolazione, il collegio docenti diventa un processo permanente alle intenzioni, nel consiglio di classe i genitori si schierano come un plotone di esecuzione.

Per chi insegna o per i genitori questi momenti del film sono particolarmente toccanti e dolorosi. Se non nel modo paradossale, estremo di La sala professori, questo genere di scene sono la routine di ogni vita scolastica. Vedere lacerarsi man mano la trama della fiducia collettiva della classe o della scuola è uno spettacolo drammatico, esiziale, che lascia feriti. Accuse, incomprensioni, ingiustizie, punizioni esemplari che non portano a un granché, reprimende: molti di noi sanno come i contesti scolastici possono trasformarsi di frequente in arene di conflitti che s’infiammano, con escalation repressive e paternalismo apparentemente inarrestabili.

Mentre vediamo La sala professori speriamo che nella scena successiva la situazione si calmi, che qualcosa si aggiusti, e invece – incalzati dalla colonna sonora esplicitamente thriller di Marvin Miller – quel contrasto esplode e annichilisce ogni speranza, prima nel sistema e poi perfino nelle persone che consideravamo alleate: dal piano educativo si passa al sociale, dal sociale al giuridico, e l’episodio ormai si perde in una serie di fatti, sempre più difficile da recuperare. Una volta che una sanzione non produce l’effetto desiderato, spesso si innesca una specie di circolo vizioso che aggiunge extrema ratio a extrema ratio, fino a mettere in discussione l’idea stessa di relazione educativa.

Quante volte in classe, rispetto a dei ragazzi e di fronte a quello che consideriamo un errore, una mancanza, sentiamo dire, o pronunciamo noi stessi: “Eh, ma lo devono capire!”. E se non lo capiscono? Se i metodi che consideravamo efficaci non funzionano, se quel contesto che pensavamo fosse riconosciuto come autorevole ed educativo non lo è, che si fa?

Qui bisognerebbe fare spoiler su un pezzo di film. Molti critici hanno trovato il finale di La sala professori non solo aperto ma opaco ed evanescente, come se sfilacciasse con un allentamento dell’ordito la tessitura perfetta cucita dall’inizio. In realtà, pian piano che la vicenda va avanti e la crisi si amplifica e approfondisce, si crea un doppio movimento: l’istituzione scolastica mostra la sua ombra e il film diventa un’opera non più sulla scuola ma sul mondo, ossia sul potere. Quale è la funzione della scuola? A cosa si educa? A imparare a dominare o a liberare? Per riprodurre la struttura del potere già esistente o per metterla in discussione fino a distruggerla e a pensarne una nuova?

Allora, come capita nelle migliori relazioni educative, la vera sfida è se veramente il vecchio è disposto a lasciare campo al nuovo, se veramente quell’autonomia che noi adulti proclamiamo sempre come orizzonte di senso, possa comprendere un’accettazione radicale del fatto che noi adulti possiamo fallire, fallire del tutto, anche e soprattutto nel nostro progetto educativo. E questo a volte non è per niente un male, anzi spesso è l’esito migliore che possiamo augurarci per crescere anche da adulti.

Christian Raimo – www.internazionale.it

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I BAMBINI DI GAZA – [mercoledì 3 aprile – ore 21]

2024-04-03T22:04:26+02:0026 Marzo 2024|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 3 aprile: ore 21,00

Titolo originale: Roll
Nazione: Italia, Belgio
Anno: 2024
Genere: Drammatico
Durata: 1 ora 52 minuti
Regia: Loris Lai,
Cast: Tom Rhys Harries, Lyna Khoudri, Marwan Hamdam, Mikhael Fridel, Ruth Rosenfeld, Husam Chadat, Eyad Hourani, Marwan Hamdan, Qassim Shareef Gdah
Produzione: B-Roll Production, Eagle Pictures, Jean Vigo Italia, Lawrence Bender Productions, Lazio Cinema International, Potemkino, Rai Cinema
Distribuzione: Eagle Pictures

 

 

 

Trama

Siamo nella Striscia di Gaza nel 2003, durante la Seconda Intifada. Mahmud (Marwan Hamdam) un ragazzino palestinese di undici anni, l’israeliano Alon (Mikhael Fridel) e l’ex campione di surf Dan (Tom Rhys Harries) si ritrovano a stringere un’amicizia profonda uniti dalla loro grande passione comune per il surf.
Intorno a loro ci sono bombardamenti e odio, bambini destinati al martirio e terrore quotidiano. In una Gaza devastata Mahmud e Alon incontrano Dan sulla spiaggia, si trova lì per riportare a casa le ceneri di sua sorella, un medico volontario, tragicamente morta sotto i bombardamenti. L’uomo oltre al tragico lutto sta affrontando una dura lotta contro la dipendenza da antidolorifici. Quel giorno tutto cambia.
I tre diventano inseparabili, Dan insegna surf ai suoi giovani amici e la loro amicizia si trasforma in una scuola di vita…

Panoramica

Il regista italo-americano Loris Lai debutta con il suo primo lungometraggio, da lui scritto e diretto. La storia narrata prende ispirazione da Sulle onde della libertà (2015), romanzo di Nicoletta Bortolotti ambientato sulla Striscia di Gaza, nel 2003, durante la seconda Intifada. Prodotto da Jean Vigo Italia e Eagle Pictures con Rai Cinema in coproduzione con Potemkino, in coproduzione con B-Roll Production e Panoramic Film, il film è distribuito da Eagle Pictures e vanta una colonna sonora realizzata da Nicola Piovani, vincitore di un Oscar per le musiche de La vita è bella (1997). Il cast include Marwan Hamdan, Mikhael Fridel e Tom Rhys Harries. L’opera ha ricevuto il plauso di Papa Francesco, che ha dichiarato: “Questo film, con le voci piene di speranza dei bambini palestinesi e israeliani, sarà un grande contributo alla formazione nella fraternità, l’amicizia sociale e la pace”.

Trailer

Recensione

La passione per il surf unisce le traiettorie di un bambino israeliano e di uno palestinese, e il risultato è sia struggente che altalenante

Non sarebbe potuto uscire in un momento più propizio I bambini di Gaza – Sulle onde della libertà, e non solo per la situazione sempre più drammatica che sta sconvolgendo la Palestina in seguito ai tragici avvenimenti del 7 ottobre (o da ben prima, ad esseri onesti). Il debutto cinematografico dell’italoamericano Loris Lai non è infatti un film dichiaratamente politico, non ha interesse nel prendere una posizione rispetto al conflitto ma ne denuncia la portata devastante sulle vite, le menti e i sogni dei bambini che loro malgrado ne sono vittime.

Due fazioni, lo stesso desiderio

In fondo, scavando un po’ più a fondo, I bambini di Gaza – Sulle onde della libertà potrebbe essere letto come una parabola sul desiderio: di libertà, quindi di sognare, di scappare via da un posto che assomiglia sempre di più all’inferno sulla terra ma anche di rimanere e lottare contro gli “invasori”. Ma anche un desiderio di pace, di fratellanza, di fermare una guerra che miete solo vittime ma non risolve i conflitti; una guerra in cui il regista Loris Lai sceglie di non schierarsi (o almeno non apertamente), perché al suo film e a quindi ad egli stesso interessa ragionare sulle possibili conseguenze, e magari anche sulle possibili soluzioni, e non sulle cause.

Mahmud e Alon diventano quindi i volti di due fazioni diverse costrette da una passione in comune a conoscersi, a provare a superare le diffidenze e le ostilità in nome di un obiettivo condiviso: quello di imparare a cavalcare le onde, a controllare ciò che non si potrebbe controllare. È proprio la metafora surfistica la più calzante e riuscita per ricalcare l’assurdità della guerra, di tutte le guerre, soprattutto se viste dagli occhi innocenti dell’infanzia; non è un caso che la bella inquadratura finale espliciti la vicinanza e la lontananza assieme dei due quasi amici, i quali non esitano a salvarsi la vita in acqua ma poi ritraggono le mani su quella terra martoriata, mentre alle loro spalle c’è solo morte.

La domanda più difficile

Il fatto che I bambini di Gaza – Sulle onde della libertà cerchi di porre domande sensate più che fornire risposte è evidente nelle intenzioni drammaturgiche, in alcuni dialoghi fortunatamente privi di retorica e nel modo in cui Lai ci espone il tema della discriminazione. In uno scambio tra Alon e il padre, quest’ultimo riferisce al figlio che ci sono soltanto due modi in cui questa guerra potrà finire: con la vittoria degli israeliani o con quella dei palestinesi. Alon, però, gli chiede se esista una terza opzione ma il padre, roso dal fondamentalismo, gli risponde di no. La stessa cosa avviene con Mahmoud e il suo padre spirituale Ahfar, e anche qui la risposta è secca, imprescindibile.

Ecco, il film di Lai ha il merito di mostrarci entrambi i lati di questa profonda spaccatura, di un odio viscerale alimentato dall’intolleranza e dall’ignoranza. Noi li vediamo i bambini palestinesi che vengono plagiati e addestrati ad uccidere e a morire come martiri, ma anche il plagio di Alon è altrettanto violento seppur più sottile. Nonostante quindi un voice-over troppo insistito e un doppiaggio decisamente non all’altezza, oltre a qualche ingenuità di scrittura che appesantisce un po’ la narrazione, I bambini di Gaza – Sulle onde del destino azzecca un paio di splendide sequenze dal taglio onirico come quella dei bambini al tramonto in un enorme deserto che potrebbe essere un aldilà ideale o, come già scritto, quella finale.

Ma soprattutto riesce in più occasioni ad uscire dal reale per entrare nell’immaginario, ad utilizzare l’interessante fotografia un po’ ruvida e molto calda di Shane Sigler per miscelare i due piani e dare così più morbidezza alle trucide e realistiche sequenze di guerra. Grazie anche alle buone prove attoriali, soprattutto dei due giovani protagonisti, quella dei bambini di Gaza è una storia che abbraccia lo zeitgeist e rilancia ad un futuro migliore auspicabile, se non propriamente possibile, mentre cavalca le onde su una tavola da surf.

Daniele Luciani – https://www.spettacolo.eu

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PRISCILLA [da venerdì 5 aprile – ore 21]

2024-04-09T21:52:15+02:0025 Marzo 2024|Archivio|

Proiezioni

Venerdì 5 aprile: ore 21,00
Sabato 6 aprile: ore 21,00
Domenica 7 aprile: ore 18,30
Domenica 7 aprile: ore 21,00
in lingua originale con sottotitoli italiani

Titolo originale: Priscilla
Nazione: USA
Anno: 2023
Genere: Drammatico, sentimentale, musicale
Durata: 1 ora 53 minuti
Regia: Sofia Coppola
Cast: Jacob Elordi, Cailee Spaeny, Emily Mitchell, Jorja Cadence, Tim Post, Ari Cohen, Josette Halpert, Deanna Jarvis, Luke Humphrey, R Austin Ball, Rodrigo Fernandez-Stoll, Tonia Venneri
Produzione: The Apartment, American Zoetrope, Standalone Pictures
Distribuzione: Vision Distribution

 

Trama

Quando l’adolescente Priscilla Beaulieu incontra Elvis Presley a una festa lui, lui che è già una superstar del rock’n’roll, si rivela a lei come un uomo completamente diverso. Sarà un colpo di fulmine, ma anche un uomo capace di essere un alleato nella solitudine di questa ragazza, un migliore amico vulnerabile. Attraverso gli occhi di Priscilla, Sofia Coppola ci racconta il lato nascosto di un grande mito americano, attraverso un lungo corteggiamento e un matrimonio turbolento. Una storia iniziata in una base dell’esercito tedesco e proseguita nella sua tenuta da sogno a Graceland. Una storia d’amore fatta di amore, sogni e fama…

Trailer

Recensione

Tratto dalla autobiografia “Elvis and Me”, la regista americana dirige un lungometraggio che racconta la relazione amorosa tra  Priscilla Ann Wagner Beaulieu e il re del Rock and Roll . Protagonisti Cailee Spaeny (premiata con la Coppa Volpi a Venezia) e Jacob Elordi. 

È affascinante e parimenti  complesso, vivere all’ombra di un gigante. Lo sa benissimo Priscilla Ann Wagner Beaulieu che nel 1959 conobbe Elvis Presley nella base militare americana di Wiesbaden, in Germania. Successivamente sposò il re del rock’n’ roll il primo maggio del 1967, partorì Lisa Marie, nove mesi dopo e, infine, divorziò dal King nell’ottobre del 1973. E in fondo anche Sofia Coppola, con modalità e grado parentale completamente differente, ha vissuto con una figura artistica assai importante, un titano del grande schermo, ovvero suo padre Francis Ford, uno dei più importanti registi della storia del cinema. E forse per questo la talentuosa cineasta ha deciso di firmare un biopic su una delle love story più note e discusse in ambito musicale e non solo. Un lungometraggio che arriva nelle sale cinematografiche italian da mercolefì 27 marzo, dopo essere stato presentato in concorso alla 80.ma edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

In Priscilla, Sofia Coppola gioca per sottrazione. Opta per la sineddoche, la parte per raccontare il tutto. Si parte con un florilegio glamour e stilosissimo di dettagli. Piedini accuratamente smaltati che calpestano una coloratissima moquette, ciglia lunghissime applicate con la dovuta perizia, un’epifania di bigodini, lacca spruzzata come se non ci fosse un domani, rossetto lucido  sulle labbra e profumo Chanel numero 5, a impreziosire la forma, da sempre contenuto, soprattutto negli anni Sessanta. Poi il film parte con la cronaca. Priscilla Ann Wagner Beauli, nata a New  York, il 24 maggio del 1945, ha 14 anni e si annoia moltissimo. Il suo padre biologico, il pilota James Wagner, è  deceduto in un incidente aereo quando la ragazza aveva sei mesi. La madre, Anna Lillian Iversen (di origini norvegesi), si è sposata con Paul Beaulieu, un ufficiale della United States Air Force. La famiglia vive nella base di Wiesbaden città extracircondariale della Germania centro-occidentale. La ragazza si sente triste e sola. Ma quando Priscilla incontra a una festa Elvis Presley, l’uomo, che è già una superstar del rock’n’roll, le cose cambiano radicalmente. Nella sfera privata, il cantante  si rivela come qualcuno di completamente diverso: un amore travolgente, un alleato nella solitudine e un amico vulnerabile. Attraverso lo sguardo di Priscilla, la regista illustra il lato meno noto di un iconico mito americano. Una storia iniziata tra le uniformi militari e proseguita nella famosissima tenuta da sogno a Graceland. Una storia fatta di amore, sogni e fama.

La venticinquenne Cailee Spaeny (che  prossimamente vedremo nellì’atteso Civil War di Alex Garland e in Alien Romolus) si cala con il giusto piglio nei panni di Priscilla. Tra sguardi, gesti e acconciature, l’attrice restituisce sullo schermo, con la dovuta grazia, tutte le fasi dell’innamoramento, della passione, della delusione, sino alla fine di un amore che entrambi i protagonisti credevano eterno. Non a caso l’attrrice, grazie a questa performance, l’attrice ha vinto la  Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile.

Di contro per Jacob Elordi, la sfida si preannunciava assai ardua, soprattutto a causa del biopic firmato da Baz Luhrmann con cui Austin Butler si era portato a casa una nomination all’Oscar. Eppure, l’attore, ottimo nella parte di Nate Jacobs nella serie Euphoria, se la cava egregiamente nel ruolo di Elvis. In un film che ci mostra soprattutto il lato più fragile e meno carismatico del grande artista, Jacob funziona sia quando chiama l’amata con il vezzeggiativo “Cilla”, sia quando mostra la sua dipendenza da anfetamine e sonniferi. Insomma, ci si commuove davanti a questa accurata rappresentazione di una love story che non a caso termina con I Will Always Love You, cantata da Dolly Parton, si finisce per convincersi che certi amori, in fondo non finiscono mai. Almeno al cinema.

tg24.sky.it

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MARY E LO SPIRITO DI MEZZANOTTE [sabato 27 aprile – 15:30]

2024-04-29T21:19:27+02:0022 Marzo 2024|Archivio|

Proiezioni

Sabato 27 aprile: ore 15,30

– EVENTO SPECIALE –
dopo il film la proiezione esclusiva di
una lezione d’animazione del regista Enzo D’Alò

In regalo a tutti i bimbini presenti:
stampe dei frame del film da colorare e una piccola dolce merenda! 

Titolo originale: Mary e lo spirito di mezzanotte
Nazione: Irlanda, Italia, Germania, Lettonia, Lussemurgo, Regno Unito, Estonia
Anno: 2024
Genere: Animazione
Durata: 1 ora 25 minuti
Regia: Enzo D’Alò
Produzione: Jam Media, Paul Thiltges Distributions, Aliante, Rija Films, Amrion Production, Fish Blowing Bubbles
Distribuzione: Bim Distribuzione

 

 

 

 

 

 

 

Trama

Mary è una bambina di 11 anni che ama cucinare e spera di entrare nella prestigiosa scuola locale, ma sua madre Scarlett, presa da vari impegni, non ha né il tempo né l’abilità di seguirla in cucina e, anzi, tenta di limitare il suo carattere impulsivo impedendole di allenarsi in questo campo. Chi la sostiene è la nonna Emer, che però finisce in ospedale per un improvviso malore, dai dottori dichiarato come incurabile. Per allenarsi e rendere il suo soggiorno in ospedale più piacevole, Mary decide comunque di cucinarle qualcosa, prendendo spunto da un vecchio ricettario di famiglia e facendosi aiutare da Tansey, una misteriosa ragazza che sembra conoscere molto bene la nonna…

Trailer

Recensione

UNA STORIA UNIVERSALE D’AMORE E AMICIZIA CHE CI REGALA UN NUOVO PERSONAGGIO DA RICORDARE

Mary è una bambina di undici anni appassionata alla cucina. La nonna la sostiene sempre, anche quando esaminatori saccenti non apprezzano i suoi piatti. Ma la nonna è anziana e subisce un ricovero in ospedale. Mary ne è addolorata ed aumenta nei suoi confronti le attenzioni da nipote affezionata, sostenuta in questo da una misteriosa giovane donna che è comparsa all’improvviso sul suo cammino.

Dal più irlandese degli scrittori contemporanei D’Alò trae una storia universale.

Il romanzo “La gita di mezzanotte” di Roddy Doyle, autore del famosissimo “The Commitments”, è stato recensito dal Guardian in questi termini: “Una storia deliziosa in cui amore e amicizia, allegria e serietà si fondono alla perfezione. Incanta sin dalla prima frase.” Chi, se non Enzo D’Alò, poteva accettare la sfida di immettere nello stesso film questa molteplicità di sentimenti e stati d’animo facendoli emergere con misura e consentendo ad un pubblico di bambini e di adulti di poterne percepire ed apprezzare anche le sfumature?

Il suo confronto con quelli che erano già dei classici della letteratura attraversa la sua filmografia. La freccia azzurra da Rodari, Momo da Ende passando per Pinocchio per finire con La gabbianella e il gatto da Sepulveda sono lì a testimoniarlo e non hanno sentito il passare degli anni.

In ognuna di queste occasioni D’Alò ha saputo cogliere l’originalità del testo letterario traducendola in immagini per lo schermo che si avvalgono di una semplicità che è frutto dell’approfondimento della pagina scritta.

La rossa Mary, che ha una vitalità estremamente consona al colore delle sue chiome e alle sue origini irlandesi, diventa così un nuovo personaggio da ricordare nella galleria di un regista da sempre attento a coniugare forma e contenuto. Questa volta si consente anche delle variazioni sul piano della grafica quando realizza dei flashback che danno conto di alcune reazioni nel presente altrimenti inspiegabili. Ma ciò che più conta, in questa delicata storia, è l’attenzione nell’affrontare un tema non facile da trattare come quello della malattia di una persona anziana con il conseguente distacco.

Bisogna saperlo fare con i toni giusti, recepibili anche da un bambino, conservando una sostanziale leggerezza all’intero contesto non trascurando anche momenti di decisa allegria. Tutto ciò poi grazie alla presenza di quattro generazioni al femminile che finiranno con l’unirsi per un on the road che non segna una fine ma un vero e proprio nuovo inizio. A cui poi si aggiunge, e non proprio in secondo piano, un riferimento agli innumerevoli game televisivi a base culinaria che sono impostati sulla competizione accesa e, spesso, su preparazioni di piatti così creativi da dimenticare che la tradizione, per essere superata, va conosciuta a fondo.

È nel passaggio di testimone tra nonna e nipote su questo versante che troviamo un ulteriore messaggio non retorico ma anche troppo spesso non tenuto nella dovuta attenzione. Si tratta del rapporto tra giovani e anziani che rischia di essere travolto da un solipsismo digitale che li esclude sia sul piano pratico che su quello comunicativo dal mondo delle nuove generazioni. Mary e la nonna si avvalgono di un passaggio di conoscenze dettato dall’amore per la cucina e dall’affetto che le unisce.

Giancarlo Zappoli – mymovies.it

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PAST LIVES [mercoledì 28 febbraio – ore 21]

2024-02-28T21:42:36+01:0026 Febbraio 2024|Archivio|

Proiezioni


Mercoledì 28 febbraio: ore 21,00

 

Titolo originale: Past lives
Nazione: USA
Anno: 2023
Genere: Drammatico
Durata: 1 ora 46 minuti
Regia: Celine Song
Cast: Greta Lee, Teo Yoo, John Magaro, Seung-ah Moon, Seung Min Yim
Produzione: CJ ENM, Killer Films,2AM, A24
Distribuzione: Lucky Red

 

 

 

 

 

 

2024 – Premio Oscar
Candidatura al miglior film
Candidatura alla miglior sceneggiatura originale a Celine Song

2024 – Golden Globe
Candidatura al miglior film drammatico
Candidatura alla miglior regista per Celine Song
Candidatura alla miglior attrice in un film drammatico per Greta Lee
Candidatura alla miglior sceneggiatura per Celine Song
Candidatura al miglior film in lingua straniera

Trama

Na-young e Hang-seo sono fidanzatini alle scuole medie, ma i genitori di Na Young devono trasferirsi da Seoul a New York. Da questa dolorosa separazione trascorrono dodici anni, dopo i quali Na-young, che ora si chiama Nora, e Hang-seo riescono a ritrovarsi e a comunicare via Skype. Di fronte all’impossibilità di incontrarsi nello stesso luogo, Nora sceglie di interrompere la relazione a distanza e concentrarsi sulla propria carriera di scrittrice a New York. Dopo altri dodici anni, Hang-seo vola a New York per vedere Nora…

Trailer

 

Recensione

IL MÉLO CLASSICO VIENE ATTUALIZZATO IN UN’OPERA RAFFINATA CHE REGALA SUGGESTIONI NON SOLO AGLI IRRECUPERABILI SENTIMENTALI

Na-young e Hang-seo sono fidanzatini alle scuole medie, ma i genitori di Na Young devono trasferirsi da Seoul a New York. Da questa dolorosa separazione trascorrono dodici anni, dopo i quali Na-young, che ora si chiama Nora, e Hang-seo riescono a ritrovarsi e a comunicare via Skype. Di fronte all’impossibilità di incontrarsi nello stesso luogo, Nora sceglie di interrompere la relazione a distanza e concentrarsi sulla propria carriera di scrittrice a New York. Dopo altri dodici anni, Hang-seo vola a New York per vedere Nora.

Da Breve incontro in poi cinema e romanticismo, con quest’ultimo idealizzato, o meglio ancora tormentato e irrealizzabile, sono un connubio perfetto. Ne sa qualcosa Wong Kar-wai, ne sa qualcosa Richard Linklater.

Come rendere la materia più antica e apparentemente distante dal pragmatismo odierno viva e pulsante? Come farla parlare alla generazione del terzo millennio? Quesito che Celine Song non sembra porsi, trovando la più semplice delle soluzioni possibili, ossia un racconto in parte autobiografico e in parte romanzesco, a cui fornire una struttura narrativa insolita.

Lo si intuisce già dall’incipit di Past Lives, che non è solo una suggestiva introduzione alla storia, ne è anche chiave interpretativa. Le voci fuoricampo di ipotetici avventori del bar in cui si svolge la scena si interrogano sulla natura dei rapporti tra tre persone: un americano, un coreano e una coreano-americana. I punti di vista degli osservatori sono differenti e contrastanti, come lo sono per il trio in questione, in un film che prova a rendere conto delle diverse angolazioni da cui si può osservare questa ronde à trois, senza verità certe. L’amore è anche un incontro di punti di vista, e nella sua forma più pura è raro almeno quanto la concordanza di questi ultimi.

Quella di Celine Song, drammaturga al debutto nel lungometraggio, è una riflessione a tutto tondo sul relativismo dell’amore e su come questo sia inevitabilmente condizionato dal caso e dal destino, da avvenimenti anche ordinari o da coincidenze imprevedibili. La sorte ha in serbo per noi più di un bivio esistenziale: possono trattarsi di biforcazioni figurate oppure concrete e materiali, come i viottoli su cui si sofferma la macchina da presa per sottolineare la forza del primo distacco fisico tra Hang-seo e Na-young, in procinto di abbandonare Seoul.

Contenuti tutt’altro che nuovi, si dirà, memori della trilogia Before firmata Richard Linklater, ma se è evidente l’amore cinefilo di Song per il mélo classico e moderno, è altrettanto chiara, e tutt’altro che ovvia, la sua rielaborazione in forma contemporanea. Un’attualizzazione che attraversa linguaggio e contenuti e che tiene conto dei cambiamenti radicali sopraggiunti durante l’arco temporale della vicenda.

Sono tre i piani temporali intervallati da ellissi: gli anni Novanta dell’infanzia in Corea; il nuovo incontro grazie alla tecnologia, attraverso social e videochiamate Skype; l’inatteso viaggio di Hang-seo, che spezza l’equilibrio e destabilizza la vita newyorchese ormai consolidata di Nora. Il trittico misterioso che ne scaturisce è un triangolo amoroso scaleno, dai lati diseguali tra loro, in cui i molti se e ma su come avrebbero potuto andare le cose rimangono sospesi nell’aria che divide i personaggi, nella tensione invisibile che li avvicina e li allontana.

Il richiamo allo in-yuan, fatalismo amoroso della tradizione coreana legato alla reincarnazione, è suggestivo, come la potenza affabulatoria dell’amore inespresso e incompiuto: è quasi una storia d’amore, per citare un grande film di Peter Chan – Comrades: Almost a Love Story – che ha di certo lasciato un marchio nell’immaginario di Celine Song (alcune sequenze, come quella intorno alla statua della libertà, e il tema dell’immigrazione che unisce e insieme divide sembrano richiami espliciti al film).

Ma il personaggio di Nora, benché scosso da dubbi e rimpianti, ha la forza di dissacrare l’elemento romance e tornare alla realtà, definendo lo in-yuan come “pretesto per una tecnica coreana di seduzione”. È significativo che sia Nora, alter ego di Song, il personaggio proattivo e pragmatico, di fronte a due uomini confusi e smarriti, fragili e inclini a solidarizzare tra loro, anziché sfidarsi in una singolar tenzone di gelosia. Qui sta l’elemento più contemporaneo, che rende Past Lives qualcosa di più di un romantico mélo sull’amore platonico: il ribaltamento del ruolo tradizionalmente attribuito all’elemento maschile della coppia – un tempo trainante e oggi timido e passivo – e a quello femminile – Nora è una donna sicura di sé, avviata a una carriera promettente e disposta anche a sacrificare legami sentimentali pur di poterla perseguire.

Se la prima visione di Past Lives induce soprattutto alla speranza e alla curiosità per l’epilogo, sono quelle successive a rivelare come nessuna inquadratura avvenga per caso e il raffinato lavoro di Song evidenzi la concettualità che sorregge un lavoro pregevole. Non solo per irrecuperabili sentimentali, quindi: per godere di Past Lives è sufficiente essere umani, consapevoli innanzitutto della propria vulnerabilità.

Emanuele Sacchi – www.mymovies.it

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DUNE – Parte DUE [mercoledì 13 marzo]

2024-03-13T22:24:51+01:0026 Febbraio 2024|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 13 marzo: ore 21,00

Titolo originale: DUNE part two
Nazione: USA
Anno: 2024
Genere: Drammatico, Fantascienza, Avventura, Azione
Durata: 2 ora 46 minuti
Regia: Denis Villeneuve
Cast: Timothée Chalamet, Zendaya, Rebecca Ferguson, Josh Brolin, Austin Butler, Florence Pugh, Dave Bautista, Christopher Walken, Tim Blake Nelson, Stephen McKinley Henderson, Léa Seydoux, Stellan Skarsgård, Charlotte Rampling, Javier Bardem
Musiche: Hans Zimmer
Produzione: Legendary Pictures, Villeneuve Films, Warner Bros.
Distribuzione: Warner Bros. Pictures

 

Trama

Dune parte 2 inizia esattamente dove termina il film antecedente: dopo la fuga di Paul Atreides nel deserto di Arrakis insieme a sua madre Lady Jessica e ai Fremen in seguito alla morte del duca Leto Atreides e la riconquista di Dune da parte degli Harkonnen, l’intento del nuovo giovane duca è di tramare la sua vendetta e di organizzare la guerra contro il malvagio barone Vladimir Harkonnen e di conseguenza contro l’imperatore Shaddam IV della casa Corrino che ha ordito il piano insieme al barone per distruggere casa Atreides…

Le recensioni della stampa internazionale

Empire Magazine – Denis Villeneuve ci offre ancora una volta un’epopea di fantascienza straordinaria che trasporterà gli appassionati in paradiso, nonostante possa risultare una dose di Spezia eccessiva da assorbire in un’unica visione.

Inverse – Un’epopea di fantascienza per i secoli a venire: una tragedia imponente di proporzioni mitiche, un racconto ammonitore sui pericoli del fanatismo. È un’impresa maestosa del cinema di fantascienza che porrà Dune: Parte Due in lizza per il pantheon dei più grandi sequel di sempre.

Variety – Una scommessa enorme in un periodo di ridotto interesse per il cinema, l’adattamento multipartitico del romanzo di Frank Herbert da parte di Warner Bros. e Legendary evolve dai brividi del worldbuilding dell’originale del 2021 a una narrazione corposa e onnicomprensiva.

USA Today – La Parte Due raddrizza la nave da battaglia cosmica con un’abbondanza di immagini sbalorditive, tutti i giganteschi vermi della sabbia che si potrebbero desiderare, oltre a un’esplorazione tematica più approfondita del potere, del colonialismo e della religione.

New York Times – Villeneuve ha realizzato un’opera seria e maestosa, e sebbene non abbia una vena pop nel suo essere, sa come mettere in scena uno spettacolo mentre alimenta un dibattito attuale su chi ha il diritto di interpretare l’eroe ora.

Trailer

Curiosità

  • La prima mondiale è avvenuta a Londra il 15 febbraio 2024.[13] Inizialmente il film doveva essere distribuito nei cinema americani dal 3 novembre 2023 e in Italia il 1º novembre,[14] ma a causa dello sciopero degli sceneggiatori e degli attori a Hollywood la Warner Bros. ha annunciato lo slittamento dell’uscita del film al 14 marzo 2024, poi anticipata al 1º marzo e quella italiana al 28 febbraio.
  • Villeneuve aveva già espresso interesse a realizzare un terzo film basato su Messia di Dune, il secondo romanzo della serie, aggiungendo che la possibilità per il film dipende dall’eventuale successo del secondo capitolo. Anche Spaihts aveva ribadito nel marzo 2022 che Villeneuve aveva in programma un terzo film e una serie televisiva spin-off.
  • Volete calarvi nelle atmosfere di Dune? Lo potete fare grazie al FAI Fondo per l’Ambente Italiano.
    Memoriale Brion | Scopri il capolavoro di Carlo Scarpa | Bene FAI di Altivole (TV)
    Fondoambiente.it – Memoriale Brion
    Diverse scene sono infatti girate in Italia. Location chiave del secondo capitolo della saga è infatti la celebre Tomba Brion, capolavoro dell’architetto e designer Carlo Scarpa (Venezia, 1906 – Sendai, 1978). Il monumento funebre è effettivamente molto in linea con il concept immaginato da Villeneuve per portare sul grande schermo il romanzo di Frank Herbert, soprattutto grazie alle sue linee essenziali e geometriche. Realizzato tra 1970 e il 1978 (anno della morte dell’architetto in Giappone), il complesso funerario era stato commissionato da Onorina Tomasin-Brion per celebrare la memoria del defunto marito Giuseppe Brion, fondatore e proprietario della compagnia di elettronica Brionvega. Il sito – oggetto fino al 2021 di un restauro durato tre anni, basato interamente sulla documentazione d’archivio e curato dall’architetto Guido Pietropoli, già collaboratore di Scarpa nella costruzione del memoriale – si estende su un’area di circa duemila mq, delimitata da un muro inclinato con vista sul trevigiano e appartata rispetto al resto del cimitero. Il complesso, a forma di ‘L’ rovesciata, è realizzato principalmente in cemento armato e composto da quattro edifici: oltre l’ingresso, tra specchi d’acqua per la meditazione e il verde dei prati, spicca l’arcosolio, un ponte ad arco in cemento rivestito da tessere di vetro con retrostante foglia di alloro che protegge i sarcofagi inclinati degli sposi. Tra le opere più complesse e originali di Scarpa, il memoriale è anche caratterizzato da un fitto apparato iconografico ispirato a culture diverse, dal mondo paleocristiano a quello nipponico, in completa armonia con il paesaggio circostante.
    Sono stati i figli della coppia, Ennio e Donatella Brion, a donare al Fondo per l’Ambiente Italiano il monumento, che è così diventato il 70esimo bene della fondazione. Visitata ogni anno da migliaia di persone per la sua straordinaria struttura – particolarmente famosi sono gli anelli incrociati nel propileo, per alcuni simbolo dell’unione dei coniugi anche oltre la vita, per altri connessi al Liber Figurarum di Gioacchino da Fiore

Recensione EveryEye

DUNE 2 RECENSIONE: DENIS VILLENEUVE FA LA STORIA DEL CINEMA SCI-FI
La nostra recensione dello spettacolare kolossal sci-fi di Denis Villeneuve, che con Dune – Parte 2 confeziona un film a dir poco epocale.

Si esce disorientati dalla visione di Dune Parte 2. Storditi dalla quantità di informazioni che il sequel firmato da Denis Villeneuve, dopo un primo capitolo comunque denso ma più contenuto, riversa addosso in quasi tre ore di durata. Ma ci si sente anche travolti da un’esperienza cinematografica unica, potente, importante.

Perché Dune Parte 2 è il blockbuster per antonomasia che in realtà non vuole essere un blockbuster. Ed è un conflitto interiore che il film porta su di sé per tutto il tempo, senza mai rifiutarlo. Anzi, abbracciandolo. E il risultato è un’opera semplicemente stratosferica: autoriale, gigantesca, che rimane – anzi, rimarrà – cristallizzata nel tempo.

Un sequel speculare

L’elemento straordinario di questo sequel sta nella sua estrema coerenza – narrativa, stilistica, di tono – con il primo capitolo. Una continuità quasi reverenziale, nel segno di una solennità imponente e di un ritmo che rimane giustamente compassato per larga parte del racconto.

Non che rispetto al suo predecessore questo Dune Parte 2 non ingrani, soprattutto nell’ultimo atto. Il secondo capitolo è, a conti fatti, un prodotto dal taglio molto più action, che tuttavia mantiene gli stessi compromessi del primo Dune in termini di approccio allo storytelling. Una direzione necessaria, sia per preparare il terreno in vista del finale, sia per mantenere quell’aura fortemente sacrale che Villeneuve abbraccia con fierezza e idee uniche. Con una filologia assoluta anche nei confronti del romanzo di Frank Herbert, rispetto al quale il film con protagonista Timothée Chalamet deve opportunamente fare delle rinunce che non snaturano in alcun modo la qualità e la coesione della trama.

Dune 2 è un film orgogliosamente speculare al primo. Soprattutto nel riprendere spunti e situazioni anticipati in passato fino a dargli un senso pienamente compiuto, simbolico. Un cerchio che si chiude: così coerente, per l’appunto, da sembrare girato per davvero back to back. E che conferma quanto, effettivamente, la Parte 1 non fosse che un lunghissimo prologo, un atto necessario per delineare il worldbuilding, un terreno di preparazione in attesa che il suo autore riversasse genio, stile e anima nella lunga e sofferta trasformazione di Paul Atreides in Muad’dib, plasmato da uno Chalamet perfetto e a tratti stupefacente.

Un film potente e visionario

Dune Parte 2 è unico anche perché mette in campo un’epica fantascientifica desueta, addirittura in controtendenza rispetto ai canoni del cinema commerciale. Si prende tutto il tempo necessario per costruire l’ascesa-discesa del suo protagonista, è tanto esasperato quanto ammaliante nel suo tono religioso. Demolisce, frammenta e poi riunisce le molteplici sottotrame. Lo fa sacrificando indubbiamente qualcosa: non concede moltissimo spazio ai comprimari, lascia solo qualche briciola alle moltissime (e iper prestigiose) comparse, ma delinea un cast di personaggi di assoluto valore e immenso spessore. Tra i quali, ancora una volta, spicca il peso delle figure femminili, guidate da una Rebecca Ferguson divina ed eterea, assurte a deus ex machina e perfettamente funzionali nella concezione biblica e mitologica del racconto e dei personaggi.

Forse serviva più tempo per gli antagonisti, un po’ sacrificati da un finale che mette in scena un conflitto che non ha il respiro delle grandi battaglie formato colossal. Anzi, per i canoni del genere potrebbe persino risultare frettoloso. Ma è tutto al posto giusto, perché rimane concreto. Fedele, anzi, al suo spirito anti-eroico e al messaggio finale dell’opera, ancora così tremendamente attuale e realista.

Questo Dune è un’opera le cui parti si completano perfettamente grazie alla maestosa potenza visionaria di Denis Villeneuve (non a caso ci sono diverse opere di fantascienza tra i film preferiti di Denis Villeneuve). Ancor più del suo predecessore, Parte 2 sfodera un’impalcatura visiva totalizzante, di una forza mistica e travolgente. Da guardare rigorosamente sullo schermo più grande possibile affinché il gigantismo della sua messinscena lasci davvero senza fiato. Perché il linguaggio cinematografico di Villeneuve colpisca con il suo tipico piglio autoriale, espressione di un’anti-epica che urla silenzio: è quando tutto si ferma, quando gli sconfinati orizzonti sabbiosi di Arrakis si stagliano sull’immensità del cosmo, che la calma di Dune diventa davvero assordante. Così tanto che quella sabbia la senti penetrarti le ossa, marchiarti a fuoco la pelle. E ti rimane addosso, ti resta dentro. È quello che ti lascia Dune, è quello che Dune regala al cinema.

Dune Parte 2 è tra i migliori film di fantascienza di sempre. Lima i difetti del primo capitolo ma ne rispetta canoni, toni e atmosfere con una coerenza impressionante, tanto da sembrare girato senza soluzione di continuità. Denis Villeneuve venera il romanzo di Frank Herbert con un amore filologico e non tradisce la sua idea di cinema, creando “il blockbuster che non è davvero un blockbuster”. Perché Dune 2 è un grande colossal per la sua immensa portata produttiva, ma rimane fedele allo stile autoriale del suo regista. Il quale, questa volta, bilancia meglio il ritmo del racconto con un’opera dal taglio indubbiamente più action, ma sempre concreta e senza fronzoli. Che riesce comunque a togliere il fiato per la sua potenza visionaria semplicemente fuori scala. Un film che è qui per restare, cristallizzato nell’Olimpo del cinema di genere.

Gabriele Laurino- cinema.everyeye.it

Recensione IGN Italia

“Passato, presente e futuro visti con un occhio solo, come se il tempo fosse diventato spazio”.

Le storie sono permeabili: parlano tra loro, si nutrono le une delle altre, si influenzano a vicenda, si interrogano, sviluppano una sorta di interdipendenza. E viaggiano. Nel tempo e nello spazio, di bocca in bocca, di pagina in pagina, di schermo in schermo. Si trasformano, cambiano finalità e struttura, si adattano e diventano il vettore di credenze, conoscenze, tendenze, idee diverse, mutando in modo radicale. Capita spesso che di alcune narrazioni, quelle in qualche modo fondative, facciamo un’esperienza destrutturata, incontrandone frammenti in tante altre, quelli che poi riconosciamo come motivi narrativi e che entrano nel nostro bagaglio culturale. Riecheggiano, ma non come un’eco, come un riverbero, che altera il suono di ritorno e che allo stesso tempo può rinforzare l’intensità della sorgente. E in questo riverbero, se si presta attenzione, si possono avvertire voci dal passato, dal presente e dal futuro, che vivono in una dimensione sospesa, contemporaneamente, su più livelli di significato. Le storie, tutte, anche quelle spiccatamente contemporanee, si appoggiano sulle narrazioni precedenti e creano ponti verso quelle future, parlando fondamentalmente a noi di noi: chi eravamo, cosa facciamo, dove stiamo andando.

Ne è un esempio perfetto Dune, il romanzo di fantascienza di Frank Herbert del 1965, uno dei più influenti di sempre, capostipite di un ciclo strutturato e densissimo attraverso cui lo scrittore statunitense continuerà a ridare forma alla sua storia, a guardare in entrambe le direzioni, verso il passato e il futuro. La vicenda della Casa Atreides è influenzata dall’epos antico, ma il lavoro mitopoietico di Herbert ha la particolarità di riplasmare sé stesso, svelare livelli di senso in maniera graduale, attraverso la progressione degli eventi. Dune, il primo romanzo, è un libro tanto chiaro nel definire la propria materia narrativa, il proprio intento, cioè indagare sulla natura e i meccanismi del potere coloniale, imperialista, gerarchico, occidentale, quanto criptico nel portare avanti quella che – si capirà senza alcuna possibilità di fraintendimento nei romanzi successivi e, in particolare, nel secondo, Messia di Dune – è una critica spietata, innestata su strutture preesistenti, riconosciute come fondative.

La grande intuizione di Herbert, quello che ha reso Dune tanto rilevante, è averlo fatto partendo da una figura apparentemente eroica – Paul, il giovane nobile, di nascita e inclinazione, che intraprende un viaggio di crescita lasciando, perché costretto dalle circostanze, la casa paterna per capire chi è in realtà – e decostruendola pezzo per pezzo. Di fatto, la struttura del viaggio dell’eroe, cioè quel monomito teorizzato da Joseph Campbell, modello comune di un’ampia categoria di narrazioni, che tanto piace a chi scrive le sceneggiature, ma che presenta problematicità consistenti a livello metodologico, è, in modo dichiarato, oggetto della critica di Herbert.

C’è dell’ironia nel fatto che proprio l’opera che ha fatto dell’adesione al monomito una ragion d’essere, Star Wars di George Lucas, dichiaratamente influenzata da Dune e probabilmente tra quelle attraverso cui il romanzo di Herbert ha riecheggiato di più nella tradizione popolare, sia un racconto fiabesco lineare, funzionale e manicheo, e finisca per essere quasi un anti-Dune. Lo scrivo, naturalmente, senza voler dare giudizi qualitativi, perché la grande forza di Star Wars è proprio quella di aver capito il potenziale, anche mitico, di un racconto esemplare.

Dune, però, costituisce un tipo differente di narrazione, che non guarda alla fiaba ma all’epica. È esemplare in quanto diventata modello, ma è nella sua stessa natura guardare agli archetipi che usa con diffidenza e occhio critico, e oggi ci arriva carica di esperienze diverse, di altre storie che da questo romanzo hanno attinto come si attinge dal mito o dai racconti popolari. Questa storia, raccontata di nuovo oggi, per giunta attraverso un mezzo espressivo diverso, quindi non è e non può essere il Dune di Frank Herbert. E infatti, è quello di Denis Villeneuve.

A più di due anni dal primo capitolo, Dune – Parte due, che vede tornare Timothée Chalamet nel ruolo di Paul Atreides, arriva carico di aspettative, le nostre nei confronti di una storia composita e tanto rilevante per il nostro immaginario, e di responsabilità, quelle del regista e sceneggiatore canadese e di Jon Spaihts, con cui ha firmato la sceneggiatura. Perché, come scrivevo nella recensione della prima parte, che per forza di cose rappresenta l’incipit di questa, l’adattamento di Villeneuve poneva le basi per reggere un racconto complesso, ma adatto al mezzo cinematografico e soprattutto a un pubblico più largo possibile. Lo faceva rimanendo fedele all’intreccio di Herbert, ma enfatizzando gli elementi tipici della poetica del regista e prendendo, per forza di cose, delle decisioni volte alla semplificazione, come quella di relegare il contesto – il ruolo del Bene Gesserit nel pianificare le linee genetiche di successione e quello della Gilda spaziale che detiene il monopolio dei viaggi interstellari – sullo sfondo. Dune – Parte due si avventura sulla strada indicata dal primo film, ma, da questo punto di vista, fa scelte più radicali, interessanti per riflettere sulla natura stessa degli adattamenti.

Potere sulla spezia significa potere su tutto
Il racconto inizia lì dove si era interrotto quello del film precedente: l’attacco Harkonnen per distruggere la casa Atreides, subentrata su ordine dell’imperatore per gestire l’estrazione della spezia melange che permette i viaggi interstellari, è andato a buon fine. Scampati alla morte, Paul e Lady Jessica (Rebecca Ferguson) trovano asilo presso il sietch fremen guidato da Stilgar (Javier Bardem), dove il giovane Atreides conosce e instaura un profondo legame con la guerriera fremen che da tempo popola i suoi sogni profetici, Chani (Zendaya). Tra la popolazione nativa è forte la convinzione di trovarsi di fronte al Lisan Al-Gaib, “La voce dal mondo esterno”, detto anche Mahdi, il messia che secondo le antiche profezie, non autoctone ma diffuse sul pianeta proprio dalle Bene Gesserit, guiderà il popolo verso il Paradiso. Ne è convinta anche Jessica, che in realtà si sta preparando a questo da tutta la vita, nel tentativo di generare il Kwisatz Haderach, una figura messianica capace di servirsi e trascendere i poteri Bene Gesserit.

In questa seconda parte emerge tutto il lato più strategico e politico del personaggio di Jessica.
Come scrivevo, il primo film stupisce per lo sforzo, non da poco, nel tradurre in suggestioni visive e sonore il ricco e articolato impianto testuale del romanzo, fatto di un flusso costante di pensieri a commento degli eventi, di estratti da testi storiografici e religiosi, di appendici fondamentali per delineare il contesto e, di fatto, dare forma compiuta a un intero mondo. Le parole, con la loro valenza sacrale, scelte con cura, sono il cuore del libro di Herbert.

Villeneuve fa lo stesso, ma con il linguaggio, sia parlato che corporeo, che per tutti i personaggi sono uno strumento per interpretare il mondo. Questo linguaggio comprende gesti, sguardi e, cosa molto in linea con il romanzo, anche i silenzi. Sono proprio i silenzi, alternati al frastuono del deserto, delle battaglie, della roboante colonna sonora di Hans Zimmer, che colpiscono in questo Dune – Parte due. Sono silenzi parlanti, densi, che riempiono lo spazio, lo saturano come un gas, attraverso cui si pianificano le sorti di Arrakis e dell’intero universo.

Anche nella conclusione di questo dittico, Villeneuve sceglie di lavorare sul piano della messa in scena, delinea i personaggi e i rapporti tra loro, tracciando quella che potrei definire una geografia umana costruita sulla prossemica, la comunicazione non verbale e il modo in cui occupano gli spazi. In questo senso, le splendide scenografie realizzate da Patrice Vermette e i curatissimi costumi ideati da Jacqueline West e Bob Morgan non vanno solo ad arricchire una bella confezione, impreziosire la resa estetica di un film indubbiamente molto bello da guardare, ma hanno un ruolo centrale: definiscono, con notevole precisione, dove debba cadere lo sguardo del pubblico, a sottolineare i rapporti di potere e creare una narrazione all’interno della narrazione.

È interessante che in un film in cui emerge in modo deciso l’impianto visivo, votato all’azione molto più che l’opera precedente, che era più meditativa e solenne, la dimensione del rito, abbia un ruolo centrale: non solo su Arrakis, ma ovunque nell’universo di Dune, ogni gesto è compiuto in modo rituale e persino la camminata asincrona utilizzata per attraversare il deserto senza attirare gli Shai Hulud, i vermi delle sabbie, si trasforma in una danza ammantata di sacralità. Allo stesso tempo ognuno di questi rituali nasce da una necessità pratica. Villeneuve, ancora una volta, si mostra capace di dare forma a un’idea di misticismo pragmatico e sincretico fortemente radicato nelle pagine di Herbert attraverso le immagini e i gesti.

Una visione, quella del romanziere, che indugia in una rappresentazione che a volte ricade in un orientalismo a tratti stereotipato, figlio del suo tempo ma contemporaneamente portante per narrazione e da cui, forse proprio per questo motivo, neanche Villeneuve riesce a emanciparsi, nonostante la sua interessante e riuscita opera di attualizzazione.

Austin Butler fa un lavoro notevolissimo e, francamente, inaspettato portando sullo schermo un Feyd-Rautha davvero spaventoso.
L’aspetto più teorico della religiosità in Dune, così come lo strutturato contesto politico e socio-economico, anche in questo secondo film, sono elementi tratteggiati ed esplicitati solo quanto serve: questo, naturalmente, semplifica di molto il contesto, ma, d’altro canto, quella di prediligere il minimalismo narrativo, contrapposto alla sovrabbondanza visiva, concentrandosi sugli aspetti utili alla comprensione della vicenda, è una scelta che trovo comprensibile, in un film destinato a un pubblico vasto che necessita anche immediatezza di fruizione. Il ruolo della Missionaria Protectiva, la sorellanza responsabile della propaganda Bene Gesserit, non viene delineato con la precisione di un’appendice storico religiosa? Nessuno spiega perché non vengano usate le intelligenze artificiali, in seguito all’evento chiamato Jihad Butleriano, una rivolta contro le macchine? Non importa. Nonostante siano dettagli che rendono il romanzo una costruzione complessa capace di resistere nel tempo, sono elementi che Villeneuve sceglie di scarificare in funzione di una lettura più agile del testo filmico. Personalmente, trovo questa soluzione accettabile, considerando che opera originale e adattamento cinematografico non sono fatti per sovrapporsi, ma per affiancarsi, trovare nuovi pubblici e fare da ponte l’uno verso l’altro.

Questo è il Dune di Villeneuve

Sono altre le scelte che forse faranno discutere, ma che io ho apprezzato: quelle di modificare la caratterizzazione di alcuni dei personaggi femminili principali, in particolare Chani e Jessica, che in qualche modo acquistano capacità di azione all’interno di una società di forte stampo patriarcale, nonostante il ruolo preminente del clero Bene Gesserit (che però amministra il potere, nel film come nel libro, proprio aderendo alle strutture dominanti maschili). Jessica, che nell’ultima parte del romanzo rimane un po’ in disparte, qui non solo ha un ruolo centrale, ma è fondamentale per raccontare a chi non conosce il romanzo come agisce una delle forme di potere più rilevanti in questa narrazione, un potere che arriva dal dominio religioso e dalla propaganda di una religione istituzionalizzata. Rebecca Ferguson, dimostrando un ottimo controllo del personaggio, porta in scena una Lady Jessica nettamente trasformata: quella del primo film, in qualche modo divisa tra responsabilità verso la sua casa e verso il suo ordine, lascia qui lo spazio alla stratega politica Bene Gesserit.

Chani, invece, attraverso una convincente prova di Zendaya, diventa un personaggio contemporaneo che diverge fortemente da quello del romanzo, l’unico che si è concesso Villeneuve. Io interpreto questa scelta come il tentativo di dare nuova significatività a una narrazione figlia dei propri tempi, metterla in dialogo con il presente. D’altronde, le storie, dicevo, non solo sono permeabili ma sono malleabili, sono fatte per essere abitate nel presente. Questo vale persino quelle che sono ammantate da una sacralità intoccabile come, per esempio, Dune di Frank Herbert.

In questa nuova ottica, Chani ci permette di fare nostro il suo sguardo, cosa che ha chiaramente anche una funziona pratica: darci una chiave di lettura di questa storia, avvicinarsi il più possibile alla critica verso le figure messianiche e i leader carismatici che sono al centro del lavoro di Herbert. Facendo questo, Villeneuve anticipa alcuni temi che sono sviluppati più concretamente nel secondo romanzo, Messia di Dune, capaci di far emergere la complessità etica e filosofica del primo libro.

Chani ci fornisce uno sguardo interno e ed esterno sul racconto.
Dune – Parte due, in qualche modo, è un film fatto di compromessi, per portare sul grande schermo un libro considerato impossibile da adattare, ma forse, semplicemente, non traducibile nella sua forma originale, come d’altronde lo sono tutte le opere letterarie. C’è però un elemento in questa trasposizione che mi causa non poche perplessità, ed è la gestione del tempo: laddove la prima parte era molto dilatata e meditativa, adatta al racconto di una crisi, dello smarrimento, di morte rituale e rinascita di Paul, questa seconda è invece eccessivamente compressa, tanto da rompere il ritmo del “rito”. Nel mio pezzo precedente scrivevo che non era ancora il tempo per l’epica, ma speravo sarebbe arrivata. Beh, Dune – Parte due abbraccia certamente l’epica, anche attraverso sequenze grandiose nella messa in scena, di grande impatto, come quella del rituale in cui Paul è chiamato a domare lo Shai-Hulud per diventare a tutti gli effetti fremen. Tuttavia, l’impalcatura diventa meno solenne perché non ha tempo di svilupparsi in una narrazione di ampio respiro, che avrebbe avuto bisogno non di più minutaggio, ma forse di una più chiara scansione degli eventi, di più tempo all’interno della narrazione.

D’altronde, è così anche per il mito e l’epica: il tempo è sospeso, vive al di fuori del tempo storico, ma è dilatato verso l’infinito, in modo da aumentare la portata della narrazione. Invece, al contrario del romanzo che sviluppa gli eventi della seconda e terza parte in svariati anni, nel film di Villeneuve non si percepisce il passaggio del tempo e l’arco narrativo di Paul, anzi gli archi narrativi, perché si tratta di un personaggio estremamente strutturato che ne contiene diversi, semplicemente accadono senza che la narrazione abbia dato il giusto peso a tali cambiamenti, nonostante Timothée Chalamet si impegni molto nel trasformare lo smarrimento iniziale del suo personaggio in autorità. Ed è questo, in fondo, Dune: una riflessione su come le forme di potere, tutte, senza eccezioni, siano prigioni e di come siano profondamente connesse alla sofferenza umana.

Verdetto

Difficile giudicare solo la metà di una storia, perché se il primo film ci dà la direzione, il secondo conclude il viaggio e apre nuovi scenari. In ogni caso, il Dune – Parte due si conferma eccezionale a livello visivo e formale, riproponendo l’austera grandiosità estetica che mi aveva colpito nel primo capitolo, anche attraverso delle soluzioni cromatiche che si confermano particolarmente d’effetto, contrapponendo l’arancione intenso del deserto a una fotografia a tratti completamente desaturata, opera di Greig Fraser. A livello narrativo mi aveva forse convinto di più la prima parte, più ariosa e solenne. In ogni caso, non si può dire che il film non sia efficace, soprattutto perché riesce nell’impresa di raccontare questa storia complessa con una chiarezza e una coerenza interna che altri adattamenti, compreso quello tanto affascinante quando confuso di David Lynch del 1984, non possono vantare. Rimane la sensazione che, dopo due film e poco meno di sei ore di visione, il tempo nostro tempo su Arrakis sia stato comunque poco. Forse sarebbe stato meglio mantenere la scansione in tre parti, come nel romanzo, ma il cinema non è fatto di “se” e di “ma”. Questo è il Dune di Villeneuve che, come le profezie di Paul Muad’Dib Usul, contiene passato, presente e futuro (quest’ultimo nei chiari echi a Messia di Dune, che a questo punto spero arriverà) di questa storia. Una narrazione che in quasi sessant’anni ha cambiato il volto della fantascienza, e in qualche modo del mito contemporaneo, e ci è arrivata in altre forme, veicolata da altre storie. Tutto questo si riesce a percepire, nel film di Villeneuve, mentre ci si gode il viaggio. Il merito più grande di Dune, alla fine, nella somma delle parti, è quello di aver costruito un ponte tra l’opera originale, figlia del suo tempo e della sua natura di epopea letteraria, e la contemporaneità.

Cristina Resait.ign.com

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50
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• BAMBINI da 4 a 12 anni
• ADULTI oltre 60 anni
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• GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
• MILITARI
• il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
• il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura del comune di Imola
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

BIGLIETTO OMAGGIO

ACCOMPAGNATORE DI PORTATORE DI HANDICAP
BAMBINI fino a 3 anni
POSSESSORI DI TESSERA DEGLI ESERCENTI SALA CINEMATOGRAFICA (AGIS-ACEC, AGIS-ANEC, ANEM..)
POSSESSORI DI TESSERA ‘EUROPA CINEMAS’

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