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UN COLPO DI FORTUNA [mercoledì 13 dicembre]

2023-12-13T21:12:15+01:0012 Dicembre 2023|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 13 dicembre: ore 21,00

Titolo originale: Coup de chance
Nazione: Francia, Gran Bretagna
Anno: 2023
Genere: Drammatico
Durata: 1 ora 36 minuti
Regia: Woody Allen
Cast: Sara Martins, Lou de Laâge, Melvil Poupaud, Elsa Zylberstein, Niels Schneider
Produzione: Dippermouth
Distribuzione: Lucky Red

 

 

 

 

 

Trama

Un Colpo di Fortuna, il film diretto da Woody Allen, è ambientato a Parigi e dintorni e racconta la storia di Fanny e Jean (Lou de Laâge e Melvil Poupaud), una coppia all’apparenza perfetta. I due sono molto soddisfatti della loro vita, vivono in un bellissimo appartamento in uno dei migliori quartieri della città e, nonostante del tempo sia passato, sembrano innamorati come il primo giorno.
Quando Fanny incontra Alain (Niels Schneider), un suo ex compagno del liceo, rimane completamente affascinata da lui. I due iniziano a incontrarsi con molta frequenza, cosa che li porterà ad avvicinarsi sempre di più..

Trailer

Recensione

ALLEN TORNA SUI TEMI A LUI PIÙ CARI: LE DINAMICHE DI COPPIA E IL RAPPORTO TRA SENTIMENTI E FREDDA RAZIONALITÀ

Jean e Fanny formano una coppia apparentemente ben assortita. Hanno un lavoro redditizio, vivono in un quartiere elegante di Parigi e sembrano innamorati come all’inizio della loro relazione. Di lui si mormora che abbia uno scheletro nell’armadio sul piano professionale. Lei invece inizia a provare un senso di colpa che si unisce alla passione che sente nascere per un compagno di liceo incontrato un giorno in modo casuale.

Woody Allen torna in una Parigi autunnale per proporci una sintesi dei temi che più lo hanno interessato nel corso degli anni e che ancora gli offrono materia di riflessione.

Lasciatisi alle spalle Un giorno di pioggia a New York dove i ventenni parlavano come anziani intellettuali e il cinefilo Rifkin’s Festival Woody affronta nuovamente il tema che più lo affascina: le dinamiche di coppia e il rapporto tra la fredda razionalità (anche se mascherata da sentimentalismo) e il flusso dei sentimenti veri.

Fanny ama realmente il suo secondo marito anche se il dubbio di essere per lui la moglie trofeo da esibire in società non ha mancato di sfiorare la sua mente. Mentre lui ha un rapporto con il denaro che lo porta ad affermare che non si è mai troppo ricchi, lei ai benestanti vende opere d’arte in una prestigiosa casa d’aste. Tutto va bene finché ‘il caso’ non mette letteralmente sulla sua strada Alain, un compagno di liceo, ora scrittore, da sempre innamorato di lei senza averglielo mai rivelato.

Da questo momento Woody si diverte a lavorare su due termini che, fin dal tempo del teatro greco, attraversano la vita degli esseri umani e la sua rappresentazione scenica. Si tratta di due termini che la lingua francese con cui gli interpreti si esprimono sa distinguere con sottigliezza. Lo ha fatto nel passato Claude Lelouch intitolando un suo film “Hasard ou coincidences”.

Il caso, la coincidenza può trasformarsi in un rischio? Woody pensa di sì ma ritiene anche che si tratti di un’opportunità. Ricorda, fin dai tempi di Match Point, che in fondo tutti noi siamo in balia di questi due elementi a cui aggiunge una riflessione che porta, ancora una volta, con sé sin dall’età giovanile e dalla passione per Dostoevski.

Quali sono le vere colpe commesse dagli esseri umani? Vivere una modalità di relazione appagante senza per questo smettere di provare un sentimento sincero nei confronti della persona con cui si divide da anni il quotidiano è davvero una colpa? O ce ne sono altre, ben più gravi, che meritano una punizione ad esse commisurata?

Allen, in una Parigi autunnale come piace a lui (ed esaltata in questo dalle scelte cromatiche di Storaro) con i toni delle sue commedie più riuscite ci mostra come la vita in fondo sia una lotteria. A partire dal giorno in cui siamo entrati in questo mondo. Tanti anni fa, in Mariti e mogli ci ricordava che Dio non gioca a dadi con l’umanità ma solo a nascondino. Oggi, senza aver bisogno di citarlo, cerca di scoprire cosa si nasconda dietro la chance, invitandoci a tenerne conto senza però pretendere di trovare la soluzione.

Giancarlo Zappoli – www.mymovies.it

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a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura del comune di Imola
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

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PALAZZINA LAF [da venerdì 1 dicembre]

2023-12-03T21:02:16+01:0029 Novembre 2023|Archivio|

Proiezioni

Venerdì 1 dicembre: ore 21,00
Sabato 2 dicembre: ore 21,00
Domenica 3 dicembre: ore 16,30 – 18,30 – 21,00

Titolo originale: Palazzina LAF
Nazione: Italia
Anno: 2023
Genere: Drammatico
Durata: 1 ora 39 minuti
Regia: Michele Riondino
Cast: Michele Riondino, Elio Germano, Vanessa Scalera, Domenico Fortunato, Gianni D’Addario
Produzione: Bravo, Palomar, Paprika Films, Rai Cinema
Distribuzione: Bim Distribuzione

 

 

 

 

Trama

L’operaio Caterino Lamanna vive in una masseria caduta in disgrazia a causa della vicinanza al siderurgico e sta per sposarsi con Anna con cui condivide il sogno di andare a vivere in città. Quando i dirigenti aziendali decidono di fare di lui una spia per individuare gli operai di cui sarebbe bene liberarsi, Caterino comincia a pedinare i colleghi con lo scopo di denunciarli.

Ben presto, non comprendendone il degrado, chiede di essere collocato anche lui alla Palazzina LAF (acronimo di laminatoio a freddo) il reparto-lager dell’Ilva riservato agli operai “scomodi”. Sarà lì che Caterino scoprirà che ciò che credeva un paradiso in realtà è un inferno.

Trailer

Recensione

IL FULMINANTE ESORDIO ALLA REGIA DI MICHELE RIONDINO PORTA CON SÉ L’EREDITÀ DI MOLTO CINEMA

1997. All’ILVA di Taranto è appena avvenuta l’ennesima morte sul lavoro, ma Caterino Lamanna, operaio addetto ai lavori di fatica nell’industria siderurgia, è pronto a darne la colpa ai sindacati. Caterino è un cane sciolto che pensa al suo imminente matrimonio con la giovane albanese Anna e si fa i fatti suoi, finché Giancarlo Basile, dirigente dell’ILVA, non lo recluta per “farsi un giro e dirgli quello che succede” in fabbrica, e resoconti in particolare le attività del sindacalista Renato Morra, che infiamma gli animi degli operai e li spinge alla ribellione. Basile offre a Lamanna la promozione a caposquadra e l’auto aziendale, ma Caterino chiede di essere mandato alla Palazzina Laf pensando che sia un luogo di privilegio riservato a pochi eletti. In realtà è un edificio in disarmo, incrocio fra una riserva indiana, un manicomio e una prigione, dove sono rinchiusi in orario di lavoro i dipendenti qualificati che hanno fatto l’onda, e che quindi sono invitati a licenziarsi o ad accettare un incarico demansionato e incoerente con la loro preparazione.

Palazzina Laf segna l’esordio alla regia dell’attore Michele Riondino, ed è un esordio fulminante, che porta con sé non solo la conoscenza approfondita della storia ignobile dell’ILVA e delle sue ricadute sul territorio tarantino (dove Riondino è nato e cresciuto), ma anche l’eredità di molto cinema, dalla saga grottesca di Fantozzi fino all’alienazione stralunata di La pecora nera di Ascanio Celestini, Brazil di Terry Gilliam e Tony Manero di Pablo Larrain.

Più di tutti però il personaggio di Caterino Lamanna, che Riondino si cuce addosso ricavandone la miglior interpretazione della sua carriera, è un “poveraccio orgoglioso” degno del cinema anarcoide di Lina Wertmuller: un ruolo che negli anni Settanta sarebbe stato interpretato da Giancarlo Giannini, ma che porta con sé anche la “rabbia proletaria” di Gian Maria Volonté.
“ILVA is a killer” dice una scritta nel film, e non lo è solo in senso fisico, date le morti per malattie causate dalla vicinanza agli altiforni e dal mancato rispetto delle norme di sicurezza sul luogo di lavoro, ma anche nella volontà di umiliare sistematicamente i suoi dipendenti con strategie che da allora in poi sarebbero state definite mobbing. I continui tagli del personale e aumenti dei turni, il tentativo di far pagare ai lavoratori il prezzo di una fantomatica ristrutturazione si traducono in una spada di Damocle perennemente sollevata sulla testa di tutti, impiegati come operai.
La sceneggiatura, dello stesso Riondino saggiamente affiancato dall’esperienza di Maurizio Braucci, non fa sconti a nessuno e crea dinamiche relazionali allo stesso tempo credibili e lunari. E a fare la differenza nel raccontare questa storia è la volontà di non farne semplicemente un “film a tema” ma un lavoro artistico che trova la sua originalità in una serie di scelte molto precise di regia, di montaggio (del bravissimo Julien Panzarasa) e di commento sonoro minaccioso e incombente (le musiche originali sono di Teho Teardo, la canzone finale è di Diodato, che ha origini tarantine).
Dalla scena in cui Caterino emerge con un occhio nero alle visioni (o anticipazioni temporali) che precedono e preconizzano le conseguenze delle azioni in scena, Palazzina Laf costruisce in modo asciutto ed essenziale, ma mai minimalista o documentario, la parabola di un Giuda inconsapevole che è a suo modo anche un povero Cristo. E finalmente torna a mettere il diritto dei cittadini al lavoro – e a condizioni che lo rendano possibile – all’interno del nostro cinema che, dagli anni Settanta in poi, ha in gran parte evitato di parlarne.

Paola Casella – www.mymovies.it

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THE OLD OAK [mercoledì 29 novembre]

2023-11-29T21:50:45+01:0028 Novembre 2023|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 29 novembre: ore 21,00

Titolo originale: The old oak
Nazione: Francia
Anno: 2023
Genere: Drammatico
Durata: 1 ora 53 minuti
Regia: Ken Loach
Cast: Dave Turner, Ebla Mari, Claire Rodgerson, Trevor Fox, Chris McGlade
Produzione: Sixteen Films, StudioCanal UK, Why Not Productions, Les Films du Fleuve
Distribuzione: Lucky Red

 

 

 

 

 

Trama

The Old Oak è un posto speciale. Non è solo l’ultimo pub rimasto, è anche l’unico luogo pubblico in cui la gente può incontrarsi in quella che un tempo era una fiorente località mineraria e che oggi attraversa momenti molto duri, dopo 30 anni di ininterrotto declino.

Il proprietario del pub, TJ Ballantyne (Dave Turner) riesce a mantenerlo a stento, e la situazione si fa ancora più precaria quando The Old Oak diventa territorio conteso dopo l’arrivo dei rifugiati siriani trasferiti nel villaggio. Stabilendo un’improbabile amicizia, TJ si lega ad una giovane siriana, Yara (Ebla Mari). Riusciranno le due comunità a trovare un modo di comunicare?

Trailer

Recensione

UN FILM NECESSARIO CHE RIFLETTE SUL RUOLO DEL DOCUMENTO CHE SI FA MEMORIA

L’Old Oak è un posto speciale. Non è soltanto l’unico pub aperto in un ex cittadina mineraria del nord est dell’Inghilterra, è l’unico luogo pubblico in cui le persone possono ritrovarsi. TJ Ballantyne lo tiene in piedi con buona volontà ma rischia di perdere una parte degli avventori affezionati quando nel quartiere vengono accolti alcuni rifugiati siriani. In particolare TJ si interessa alla giovane Yara che si è vista rompere, con un atto di intolleranza, la macchina fotografica a cui tiene in modo particolare. Per l’uomo è l’inizio di un tentativo di far sì che le due comunità possano trovare un modo per comprendersi.

Ken Loach ha dichiarato che, considerata la sua non più tenera età, questo probabilmente sarà il suo ultimo lungometraggio.

Lo ha già però detto in passato regalandoci in seguito altre opere che restano nel cuore e nella mente di chi ancora conservi anche un minimo di sensibilità. Speriamo che anche in questa occasione si tratti solo di un, per quanto doveroso, allarme senza conseguenze. Perché anche questa volta Loach, con il fedele Laverty, ci regala un film necessario. Entrambi sembrano avere in mente una frase di Abraham Lincoln: “Possiamo lamentarci perché i cespugli di rose hanno le spine o gioire perché i cespugli spinosi hanno le rose”. La cittadina in cui è ambientato il film di spine ne ha tante.

Non c’è più quella che era una comunità che costruiva la solidarietà intorno alla comune operatività (e, quando è stato necessario) alla comune lotta per la difesa del posto di lavoro nell’attività mineraria. Sono rimasti nuclei familiari isolati tra cui sembrano prevalere solo coloro che vivono di recriminazioni e vedono in chiunque altro si avvicini loro un profittatore che vuole togliergli quel poco che gli è rimasto. Laverty, in un’annotazione sul protagonista TJ aveva scritto “TJ ha perso la speranza”. La domanda che lui e Ken si pongono è se sia possibile coltivarne ancora un possibile germoglio. Lo trovano nei siriani che vengono alloggiati in appartamenti vuoti e che sin da subito vengono più respinti che accolti.

Loach sin dalle prime immagini ci fa riflettere sul ruolo del documento che si fa memoria. Yara scatta foto al suo arrivo, prima che la macchina fotografica, le venga fatta cadere a terra rompendosi. Nella sala ormai chiusa da tempo che si trova dietro il bancone del pub ci sono, appese alle pareti, foto degli scioperi degli anni Ottanta. L’arrivo di Yara ridà vita e senso non solo a quelle immagini ma anche a quel locale. La solidarietà che nasce dal basso per Loach è sempre stata la chiave di volta sia di storie individuali che collettive.

Non gli difetta però la lucidità per rendersi conto che a quest’ultima si oppongano forze disgreganti sempre più attive e invasive (social compresi). È contro questa deriva che fa sì che l’incontro con l’altro non sia più un arricchimento ma rappresenti solo una minaccia, che il suo cinema si fa speranza contro ogni possibile resa. Se poi qualcuno pensasse che Ken, con la lunga sequenza nella cattedrale della città, si sia in tarda età convertito può stare tranquillo. La sua è sempre stata una fede, nonostante tutto, nell’uomo. Questo però non lo ha mai spinto a posizioni manichee nei confronti della religione o dei suoi esponenti.

Fin dai tempi di Piovono pietre aveva dimostrato di saper trovare nel sacerdote l’unica persona ancora attenta alle condizioni del singolo. Oggi, in quella chiesa e con un coro che sta provando dei canti, ci offre una riflessione sull’integralismo musulmano. Perché Loach è stato e continua ad essere un uomo libero, privo di steccati mentali e capace di distinguere. Senza arrendersi mai di fronte ai tentativi, oggi sempre più massicci, di dividere scientemente le persone in ‘noi’ e ‘loro’ . The Old Oak (la vecchia quercia) è lui.

Giancarlo Zappoli – www.mymovies.it

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RIABBRACCIARE PARIGI [da venerdì 10 novembre]

2023-11-15T23:16:33+01:0014 Novembre 2023|Archivio|

Proiezioni

Venerdì 10 novembre: ore 21,00
Sabato 11 novembre: ore 21,00
Domenica 12 novembre: ore 16,30 – 18,30 – 21,00
Mercoledì 15 novembre: ore 21,00

Titolo originale: Revoir Paris
Nazione: Francia
Anno: 2022
Genere: Drammatico
Durata: 1 ore 45 minuti
Regia: Alice Winocour
Cast: Virginie Efira, Benoît Magimel, Grégoire Colin, Maya Sansa
Produzione: Movies Inspired
Distribuzione: Dharamsala, Darius Films

 

 

Premio César 2023

Premio migliore attrice a Virginie Efira

Trama

Traduttrice dal russo, Mia vive a Parigi con il fidanzato medico Vincent. La sera del 13 novembre 2015, Mia decide di fermarsi in un locale del centro: sarà una delle centinaia di persone ferite ma sopravvissute agli attentati terroristici di quella sera. Per reazione allo shock, nei mesi successivi l’attentato Mia dimentica tutto e nel tentativo di recuperare i ricordi di quella sera e di ridare un senso alla sua vita comincia a ricostruire ciò che ha vissuto, cercando in particolare la persona con la quale ha passato quei tragici momenti. Per Mia sarà l’inizio di un cammino doloroso.

Trailer

Recensione

FESTIVAL DI CANNES 2022 – QUINZAINES DES RÉALISATEURS/AL CINEMA

Una affascinante donna quarantacinquenne di nome Mia, sopravvissuta per miracolo a uno dei devastanti attentati terroristici che insanguinarono la capitale francese nel 2015, si sforza di tornare a girare da sola per le vie parigine.

La sua missione è la ricerca di qualche testimone e vittima come lei, che possa aiutarla a ricordare i molti particolari rimossi a seguito di quel brutale attentato occorso in un locale pubblico, da cui miracolosamente è riuscita a sopravvivere.

Un evento tragico e violento da cui la donna è uscita gravata da una serie ferite non solo nel corpo: lo shock subito è una devastazione da cui risulta ancora più difficile riprendersi, e la donna ci prova elaborando poco per volta e costruttivamente il tragico episodio.

Grazie alla frequentazione dei luoghi dell’attentato, grazie ad aver individuato, proprio in una sala adiacente al bar ove avvenne il massacro, un gruppo di recupero per sopravvissuti, Mia riuscirà a ritrovare l’uomo con cui scambiò qualche occhiata di intesa nei momenti immediatamente precedenti alla strage che le avrebbe per sempre segnato l’esistenza.

Un incontro fondamentale, utile oltre ogni altro pur lodevole intervento di psicologi e sostegno di esperti, che le permetterà finalmente di rielaborare l’evento, uscendo da quel limbo sospeso con una prospettiva di vita più chiara e consapevole. Finalmente libera da quella sorta di senso di colpa instillatole dall’atteggiamento immaturo, pur se comprensibile, di un’altra vittima, pronta a testimoniare un particolare totalmente infondato, a carico della protagonista.

Alice Winocour, che ha vissuto quasi in prima linea la tragedia degli attentati parigini del 2015, con un fratello intrappolato nel Bataclan, sopravvissuto alla furia omicida degli attentatori, ha inteso con questo film rivivere e ricostruire quei momenti disperati per chi ha avuto la fortuna di sopravvivere, seguendo le emozioni che ha immaginato potessero trapelare.

E la Winocour, in questo suo racconto introspettivo molto intimo e delicato, ha saputo trovare nella dolcezza espressiva e materna di Virginie Efira, la trasfigurazione più opportuna e credibile per descrivere il desiderio affannoso di una donna nel cercare di venire a capo di un puzzle che la disgrazia ha disgregato in mille frammenti, tutti da ricomporre secondo un ordine logico che pare perduto per sempre.

Affiancano la bella e brava attrice Benoit Magimel, nei panni dell’affascinante uomo d’affari pure egli coinvolto nell’attentato, e fondamentale per aiutare la protagonista a rientrare in possesso dei particolari omessi dalla sua memoria stravolta.

Ma pure Grégoire Colin, marito solo apparentemente premuroso e affettuoso, in realtà proiettato su distanze abissali e su interessi che lo spingono ben al di fuori dal poter costituire una presenza fondamentale per la protagonista.

Infine, in un ruolo di contorno, ma importante, la nostra Maya Sansa interpreta la dolce e comprensiva responsabile del gruppo di recupero a cui viene affidata Mia.

Al suo quarto lungometraggio dopo Augustine (2012), Disorder (2015) e il futuristico Proxima (2019), Alice Winocour dimostra, con questo suo intenso Riabbravviare Parigi (in originale Paris Memories), di saper sondare con delicatezza e intensità i turbamenti psicologici e le emozioni più intime che la mente elabora quando sottoposta a uno stress eccessivo.

In un film che, pur sbilanciandosi quasi esclusivamente nel contesto della complessa rielaborazione del dramma, non rinuncia a rappresentare gli effetti più crudi e violenti di una ostentazione di odio razziale e culturale che non può non lasciare impietriti e devastati.

Alan Smithee – www.filmtv.it

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KILLERS OF THE FLOWER MOON [da venerdì 20 ottobre]

2023-11-06T20:53:32+01:0018 Ottobre 2023|Archivio|

Proiezioni

Martedì 31 ottobre: ore 20,30
Mercoledì 1 novembre: ore 16,30
Venerdì 3 novembre: ore 20,30
Sabato 4 novembre: ore 20,30
Domenica 5 novembre: ore 16,30

Titolo originale: Killers of the Flower Moon
Nazione: U.S.A.
Anno: 2023
Genere: Poliziesco, thriller, storico, drammatico, giallo, western
Durata: 3 ore 23 minuti
Regia: Martin Scorsese
Cast: Leonardo DiCaprio, Martin Scorsese, Dan Friedkin, Bradley Thomas, Daniel Lupi
Produzione: Appian Way, Apple TV+, Imperative Entertainment, Sikelia Productions, Paramount Pictures
Distribuzione: 01 Distribution

 

 

Trama

Nuovo attesissimo film del premio Oscar Martin Scorsese tratto dall’omonimo best seller di David Grann. Un cast stellare con i premi Oscar® Robert De Niro e Leonardo DiCaprio e con Lily Gladstone, Jesse Plemons e Brendan Fraser.

Stati Uniti, Oklaoma, inizio del XX secolo, la scoperta del petrolio trasformò l’esistenza della tribù indiana degli Osage che diventò da un giorno all’altro immensamente ricca.
L’improvviso benessere di questi nativi attirò l’interesse dei bianchi che iniziarono a manipolare, estorcere e sottrarre con l’inganno i beni degli Osage fino a ricorrere all’omicidio.
Una storia d’amore e tradimenti, delitti e misteri in un intrigo avvincente per la scoperta della verità.

Il primo caso importante risolto dall’FBI.

Trailer

Approfondimento

Scorsese difende la durata del film: “Bisogna dimostrare un po’ di rispetto al cinema”

Recensione

Killers of the Flower Moon e la durata sempre maggiore dei film. È veramente necessario?

[In un panorama cinematografico sempre più dispendioso di tempo, ci si trova sempre di più di fronte a film fiume. La durata di tre ore si sta quasi normalizzando, non fa più scandalo nemmeno quando bisogna indossare degli occhiali 3D. Se la percezione è quella di una durata sempre più lunga dei film, bisogna ricordare che le opere interminabili sono sempre esistite, anche quando il costo della produzione di una copia di film veniva misurata in metri di pellicola.

Il kolossal è lungo. Non è un precetto del genere, ma poco ci manca. Le quattro ore di Via col vento sono parte del suo status leggendario. Idem per C’era una volta in America, la cui extended director’s cut portata al cinema nel 2012, di 251 minuti, è stata praticamente un rito di iniziazione cinefila. Lawrence d’Arabia, Ben Hur, Spartacus, Apocalypse Now, ma anche le saghe del Signore degli anelli e del Padrino sono considerati esempi di cinema alla massima potenza. In questo rientra inevitabilmente anche il superamento dei 180 minuti. 

Si parla tanto di cinema-esperienza, di formati di visione premium (quasi ad associare schermi enormi per film lunghissimi). Studi di settore hanno spiegato che c’è una maggiore propensione a scegliere di acquistare un biglietto se l’esperienza in sala è percepita come un evento. Un film come questo, che copre la durata di due film “normali”, girato da un maestro del cinema, è il perfetto modello per la trasformazione “premium” della sala. Questo dal punto di vista del mercato. Per lo spettatore, invece, la domanda è diversa, meno sofisticata e più concreta: ce n’era veramente bisogno?

La risposta è “non sempre”.]

Nel caso di Killers of the Flower Moon è: “Sì”. 

Il film è strutturato in tre atti dalla durata molto diversa. Per le prime due ore Martin Scorsese esplora la convivenza tra la popolazione Osage e i bianchi giunti lì per il petrolio. C’è una stazione e un treno che porta i lavoratori. Ci sono strade ricche di comparse, vivissime in ogni angolo dell’inquadratura.

William Hale, interpretato da Robert De Niro, gestisce tutti gli affari della città. Mette la sua faccia un po’ ovunque, aiuta le famiglie in difficoltà, conosce tutto. Il punto di vista in questa fase è però quello di Ernest Burkhart (Leonardo DiCaprio) di ritorno dalla guerra. Arriva in Oklahoma e deve rimettere insieme i pezzi della sua vita. Trovare casa, una donna, un lavoro. L’idea, imposta dallo zio, è di inseguire il sogno americano attraverso il petrolio e muovendosi in parallelo con una scalata al sistema di famiglie Osage. Attraverso di lui Scorsese fa in modo che ci si senta portati per mano da Hale a scoprire ogni angolo che serve come palcoscenico della storia.

Ci sono una serie di morti sospette, sotto gli occhi di tutti, che vanno a crepare la convivenza tra i due popoli. È una lunga sezione esplorativa, che lavora in maniera subliminale. È piena di non detti, di personaggi che non conosciamo mai appieno: quanto sanno? Quanto non dicono? Quanto sono complici?

C’è un punto di svolta nella seconda parte, che dura poco meno di un’ora. È segnata dall’arrivo dell’FBI che si interessa di quello che sta accadendo in quel territorio lontano dalla legge dell’America più civile e urbanizzata. In quel momento Martin Scorsese prende le redini del film e inizia a farlo correre nella direzione più vicina al suo cinema. È come se la sceneggiatura arrivata a quel punto rimbalzasse e tornasse indietro velocissima. Si ripercorre la strada fatta fino ad ora al contrario. Arrivano dettagli, soluzioni, piccole verità, che compongono i pezzi di tanti puzzle quasi completi, a cui mancavano solo uno o due pezzi. Ovvero la vera natura dei personaggi.

La sezione finale è quella della resa dei conti morale. Si tirano le conclusioni nei temi pienamente scorsesiani: la colpa, la codardia, la corruzione e l’avidità. C’è possibilità di redenzione all’ultimo secondo? Gli uomini possono cambiare la propria natura? È la parte più breve del film, ma quella che dà senso a tutto. Arriva nell’ultima mezz’ora. Quella che prima di entrare in sala sembrava di troppo (un pregiudizio) e che a fine visione risulta fondamentale.

Perché Martin Scorsese ha bisogno di tutto questo tempo?

Il tempo è una sua ossessione. L’ha detto di recente nelle interviste promozionali. Un regista a fine carriera per ovvi motivi anagrafici fa i conti con lo spazio ristretto della vita. Vorrebbe avere tempo per raccontare altre cose, ma persino rivedere i suoi film per controllare il missaggio diventa un’operazione che lo costringe a rinunciare all’accudimento della moglie o agli altri affetti. Vi invitiamo a leggere qui per saperne di più.

Fatto sta che quando un regista si sente così stretto nel tempo… non ha tempo da perdere. Anche in tre ore e mezza di film. Così Killers of the Flower Moon è un film che nasce da un’esigenza, in cui ogni scena è ripresa con ciò che ritiene necessario. Nulla in più, nulla in meno, mancano le energie per sperimentare, manca il tempo per sbagliare.

Se è un cinema essenziale e misurato, perché strabordare in questo modo?

La risposta viene dalla lente con cui viene letta questa storia di crimini, omicidi e ricchezze. Killers of the Flower Moon è un film che non nega mai di essere girato dal futuro guardando indietro. Si parte dalle strade (come sempre) per cercare le cause e i volti che hanno costruito una nazione. Chi ha lasciato il proprio sangue, o addirittura la vita, su quell’erba. Chi ha combattuto perché le cose cambiassero.

Per fare questo a Martin Scorsese serve tempo. Serve che chi guarda più che percepire i personaggi come persone vere (non è necessario, anzi, è quasi dannoso) si immerga sentendosi uno di loro. Per le prime due ore la regia ci porta all’interno della logica di quel mondo. Per ogni personaggio che esce di scena ne entra un altro. Si fatica a seguire gli intrecci di parentela ma poi, appena si prende la mano, si viaggia nel film conoscendo anche gli angoli della città, avendo ben chiare le distanze, osservando i fatti dalle finestre.

Per raccontare le due parti contrapposte, che fingono di essere ben unite in rapporti di pacifica convivenza tra “vicini” di casa, interessano i rispettivi riti. Non a caso Killers of the Flower Moon è un film pieno di cerimonie, sia religiose che laiche come un invito a cena o un’assemblea per decidere e votare. La durata di ognuno di questi momenti è significativa. Se un’analisi su un luogo del delitto è breve, comunica un significato diverso rispetto a un’indagine che prende molto tempo (ovvero il sostanziale disinteresse delle autorità). Allo stesso modo la potentissima scena in silenzio, ad ascoltare la tempesta, è un momento di sospensione e di attenzione focalizzata che risuonerà in tutte le sequenze successive in cui i personaggi sembreranno proprio incapaci di ascoltare e vedere la cruda realtà.

Killers of the Flower Moon può essere visto come una serie TV?

“Non si interrompe un’emozione” diceva una celebre campagna contro la pubblicità in TV. Killers of the Flower Moon è prodotto da Apple TV+. Sarebbe dovuto arrivare direttamente in piattaforma, prima della decisione di distribuirlo al cinema. Per lo streaming i tempi sono ben diversi, siamo abituati a vedere cose brevi (le puntate di 50 minuti di una serie) per molto tempo (magari guardando mezze stagioni in un’unica sessione).

Così il film di Martin Scorsese può essere visto anche in un ambiente domestico, senza che si perda granché, a patto che l’impianto sia decente. La spettacolarità, la potenza travolgente degli effetti speciali, non è la sua prerogativa. Quello che cambia è il livello di immersione e di concentrazione. È un film che richiede una partecipazione attiva. Non seduce chi non vuole seguirlo, conquista chi fa lo sforzo di agganciarsi alla sua storia. Bloccare il film, fare altro, e riprendere come se si guardasse una serie inficerà l’esperienza di visione.

Il buio della sala aiuta a fare questo passo, a dedicare tre ore e trenta esclusive allo schermo. Più difficile, ma non impossibile, fare lo stesso con una visione casalinga, con il citofono che suona e il cellulare acceso accanto. In ogni caso, a differenza di 4 episodi di serie TV in binge watching, Killers of the Flower Moon ha una struttura da film. Il tempo manipolato da Martin Scorsese è una corrente che trascina e a cui bisogna abbandonarsi senza opporre resistenza. Dall’inizio alla fine, possibilmente senza interruzioni. Verrete ripagati.

Gabriele Lingiardi – www.badtaste.it

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LA VERITA’ SECONDO MAUREEN K. [mercoledì 18 otttobre]

2023-10-18T21:26:03+02:0011 Ottobre 2023|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 18 ottobre: ore 21,00

Titolo originale: La syndicaliste
Nazione: Francia
Anno: 2022
Genere: Thriller
Durata: 122 min
Regia: Jean-Paul Salomé
Cast: Isabelle Huppert, Alexandra Maria Lara, Yvan Attal, Benoît Magimel, Marina Foïs, Grégory Gadebois, Pierre Deladonchamps, Geno Lechner, Gilles Cohen, François-Xavier Demaison, Yves Heck
Produzione: Heimatfilm, Le Bureau
Distribuzione: I Wonder Pictures

 

 

 

Trama

Maureen Kearney (Isabelle Huppert), sindacalista del CFDT (Confederazione francese democratica del lavoro), viene rinvenuta nella sua casa con una “A” incisa sul suo ventre e il manico di un coltello inserito nelle parti intime. La donna, completamente sconvolta, non ha memoria dell’aggressione.
Data la gravità di quanto accaduto, le indagini si fanno sempre più serrate, alla ricerca di ulteriori dettagli. Mentre vengono a galla sempre più nuovi elementi per la ricostruzione dei fatti, gli inquirenti iniziano a sospettare che Maureen non sia la vittima…

Trailer

Recensione

LA VERITÀ SECONDO MAUREEN K., SALOMÉ RITROVA HUPPERT E SI CONFERMA REGISTA NUOVO E PIÙ CONSAPEVOLE

Con le sue vicende che sanno di reale, di scandali politici e di dura intimidazione, La verità secondo Maureen K. appare lontano anni luce dai giochi letterari divertiti e leggeri de La padrina, il precedente film di Jean-Paul Salomé. Eppure nella loro diversità – l’unico trait d’union che il regista si regala è un’altra collaborazione con la diva Isabelle Huppert – raccontano una storia più coesa di quanto appaia a prima vista.

Partiamo da Salomé, onesto mestierante del cinema d’oltralpe che però sembra aver cambiato registro da qualche anno a questa parte. Lo spartiacque con la prima fase della sua carriera (popolata di tanto genere e storie in costume, da Belfagor – Il fantasma del Louvre a un adattamento di Arsenio Lupin fino alla seconda guerra mondiale di Female agents) è rappresentato dalla pausa del 2013, periodo in cui lascia la macchina da presa per sedersi alla direzione di Unifrance in due mandati. È peraltro la prima volta che l’incarico viene assegnato a un regista, testimonianza del suo impegno anche politico e organizzativo nel settore.

Il ritorno sulla scena artistica lo trova rinvigorito, e dà presto alla luce La padrina, opera sicuramente più ispirata delle precedenti, obliqua e multiforme nella sensibilità di scrittura. Merito della freschezza del romanzo omonimo di Hannelore Cayre, all’epoca appena uscito, e certamente della partecipazione di Isabelle Huppert come protagonista, che in Francia non può non rappresentare un istantaneo sigillo di qualità. Seppur messo in ombra in sala dai periodi complicati della pandemia, il risultato è positivo soprattutto per il peculiare melange di toni tra la commedia e l’esistenziale – e allora Salomé decide di replicare la formula.

Huppert si fa attrarre ancora una volta da un ruolo di donna complesso, e il regista pesca di nuovo a piene mani dal contemporaneo, stavolta con un occhio all’attualità piuttosto che alla finzione. Caroline Michel-Aguirre, giornalista de L’obs, aveva pubblicato nel 2019 il suo libro-inchiesta “La syndicaliste” facendo un certo scalpore in Francia.

Una storia torbida di poteri forti e invisibili, di whistleblower perseguitati fino alla violenza personale con spinose indagini dagli esiti che invertono vittime e colpevoli: lo si è definito un “Erin Brockovich alla francese”, e senza dubbio coglie quel senso di ingiustizia che provoca indignazione. Ma c’è molto di specifico e di francese, affondando nel settore dell’energia nucleare e nelle lotte sindacali per i lavoratori che oggi come allora (gli eventi risalgono al 2012) sono un tema centrale per il paese.

Un altro ritorno è lo stile registico di Salomé che è all’insegna della semplicità, dell’uso dei luoghi (come faceva per l’ambientazione “di quartiere” a Barbès ne La padrina) come scorciatoie di senso, simboli che sono essi stessi codici del thriller politico. Rispetto al tono barocco dei film precedenti, il regista è diventato più diretto e forse consapevole che ciò che conta è mettere tutta l’attenzione su Huppert.

Per reinventarsi regina del crimine, la diva si nascondeva il volto sotto occhiali, veli, livelli di mascheramento culturale; nel nuovo film non è diverso, visto che la sua Maureen Kearney utilizza il trucco, l’acconciatura immacolata e la vistosa montatura degli occhiali come un’armatura “corporate” che dice del suo successo fino a che il personaggio non viene attaccato nel privato. È qui che Huppert riesce a scavare oltre gli stereotipi, giocando sul contrasto tra interiore ed esteriore, vulnerabilità, ansia e determinazione, in un ritratto che si nutre dell’esperienza fatta con Verhoeven in Elle ma trovandogli chiavi molto diverse.

Tommaso Tocci – it.wikipedia.org

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A PASSO D’UOMO [da mercoledì 1 novembre]

2023-11-09T07:30:00+01:0010 Ottobre 2023|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 8 novembre: ore 21,00

Titolo originale: Sur les Chemins Noirs
Nazione: Francia
Anno: 2023
Genere: Drammatico
Durata: 1 ora 35 minuti
Regia: Denis Imbert
Cast: Jean Dujardin, Joséphine Japy, Izïa Higelin, Anny Duperey, Jonathan Zaccaï
Produzione: Radar Films in coproduzione con TF1 Studio, La Production Dujardin – JD Prod, Apollo Films, Echo Studio, France 3 Cinéma, Auvergne Rhône Alpes Cinéma
Distribuzione: Wanted

 

 

Trama

Tratto dal #libro autobiografico best seller dello scrittore francese Sylvain Tesson, “Sentieri Neri”, racconta di Pierre, famoso esploratore e scrittore, spesso in viaggio intorno al mondo in cerca di avventure. A seguito di un brutto incidente che lo riduce in fin di vita, Pierre decide, al suo risveglio dal coma, di attraversare la Francia a piedi, lungo sentieri minori e poco frequentati. Un viaggio unico e fuori dal tempo in cui il protagonista s’immerge nella natura incontaminata per ritrovare sé stesso.

Trailer

Recensione

UN PERCORSO FOLLE CON JEAN DUJARDIN CHE DIMOSTRA ANCORA UNA VOLTA IL SUO GRANDE ECLETTISMO

Pierre è uno scrittore che nei suoi libri ha descritto spesso considerazioni sui suoi viaggi. Una grave caduta lo blocca a lungo in un letto d’ospedale da cui si ripromette, qualora ne uscisse ancora in grado di deambulare, di compiere un’impresa. Intende camminare per circa 1300 chilometri attraversando la Francia percorrendo vie e sentieri poco o per nulla praticati.

Jean Dujardin fa propri gli abiti e le riflessioni di Sylvain Tesson, già noto al pubblico italiano.

Chi, anche se non ne ha letto i libri, ha visto Il leopardo delle nevi conosce infatti Tesson per averlo visto, in compagnia del co-regista e fotografo naturalista Vincent Munier riflettere e osservare con rispetto l’ambiente naturale a 5000 metri d’altezza sull’altopiano tibetano in inverno. Già in quel documentario si poteva notare come la parola, scritta e detta, fosse affidata a lui che elaborava un diario di quell’esperienza. Anche in questo caso sono le riflessioni a costruire il percorso narrativo del film. Il quale, va riconosciuto quando accade perché non è così consueto, ha un titolo italiano che è decisamente più significativo e soprattutto efficace di quello originale. Se Sur le Chemins Noir si limitava ad offrire un’informazione logistica (per i francesi che sanno a cosa si fa riferimento), quello italiano coglie l’essenza dell’esperienza.

Perché è proprio l’uomo che Pierre (alter ego di Sylvain) sta cercando di ritrovare in questo percorso ‘folle’ che qualsiasi medico gli sconsiglierebbe. Sta cercando quell’uomo che si era nascosto dietro l’immagine dello scrittore di successo e dotato di fascino, capace di sedurre una giovane donna con una sola frase ma, al contempo, incapace di non affogare nell’alcol tensioni interiori originate nell’infanzia.

Con 20 fratture distribuite in varie parti del corpo in seguito a una bravata realizzata dopo una serata alcolica, bloccato per due mesi in un letto, Tesson si è detto, come afferma in un’intervista “Come ho potuto buttare via il mio tempo? Non devo dimenticare che ci sono il sole e il vento. Non devo dimenticare di vivere”. Ecco allora che Denis Imbert trova in Jean Dujardin l’interprete giusto per fare proprio da tutti i punti di vista questo bisogno che cerca una concretizzazione.

L’attore francese dimostra ancora una volta il proprio consapevole eclettismo consegnandoci un essere umano in cammino che, tappa dopo tappa (ognuna delle quali definite da una sovrascritta), mentre procede con passi a volte stentati e con dolori che si riacutizzano per poi comunque venir dominati dalla volontà, compie anche un percorso nel passato. Rivede infatti il se stesso di prima scoprendone anche i lati meno piacevoli mentre intanto compie incontri ognuno dei quali gli lascia una sensazione in più. Se la giovane donna in un alpeggio disposta ad ospitarlo gli fa pensare per un attimo (si tratta di uno sguardo) di poter essere ancora un seduttore, un monaco, mostrandogli una scultura in pietra, gli trasmette l’idea che materia e spiritualità non debbono essere necessariamente considerate in contrasto. Viene così evidenziato il fil rouge del film: un corpo segnato dal dolore che cerca le ragioni profonde dell’esistere attraverso un contatto con la Natura che la cosiddetta ‘civiltà’ sta rendendo sempre meno presente.

Giancarlo Zappoli – www.mymovies.it

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IO CAPITANO [da venerdì 29 settembre]

2023-10-11T23:10:24+02:0010 Ottobre 2023|Archivio|

Proiezioni

Film in lingua straniera sottotitolato in italiano

Mercoledì 4 ottobre: ore 21,00
Venerdì 6 ottobre: ore 21,00
Sabato 7 ottobre: ore 21,00
Domenica 8 ottobre: ore 16,15 – 18,30 – 21,00
Mercoledì 11 ottobre: ore 21,00

Titolo originale: Wolof
Nazione: Italia, Belgio
Anno: 2023
Genere: Drammatico
Durata: 121 min
Regia: Matteo Garrone
Cast: Seydou Sarr, Moustapha Fall, Issaka Sawagodo, Hichem Yacoubi
Produzione: Archimede, Rai Cinema, Tarantula, Pathé, Logical Content Ventures, RTBF, VOO, BeTV, Proximus, Shelter Prod
Distribuzione: 01 Distribution

 

Trama

Una fiaba omerica che racconta il viaggio avventuroso di due giovani, Seydou e Moussa, che lasciano Dakar per raggiungere l’Europa. Un’Odissea contemporanea attraverso le insidie del deserto, i pericoli del mare e le ambiguità dell’essere umano…

Trailer

Critica

Guy Lodge di Variety ha riflettuto sul tema del film riportando che, rispetto ad altri progetti cinematografici europei che trattano l’emigrazione africana verso l’Europa, questa venga vista «non come ambientazione ma come obiettivo quasi mitico». Lodge afferma che il regista si dimostri «più robusto e appagante» rispetto ai precedenti progetti, e che sebbene il film in alcune scene presenti «l’estetica e gli istinti narrativi occidentali», risulti «difficile non lasciarsi coinvolgere dalla grande portata emotiva del film» supportata dalla capacità dell’attore Seydou Sarr. Leslie Felperin, recensendo il film per The Hollywood Reporter, scrive che nonostante la presenza di «paesaggi abbaglianti» il film «mantiene sempre l’attenzione sugli esseri umani», percependo una «tensione tra il mondo quotidiano e la dimensione spirituale, una sfocatura che è spesso una caratteristica del cinema dell’Africa occidentale», dovuto al fatto che «Garrone ci tiene a farci riflettere fino all’ultimo momento del film». Il giornalista di Deadline Damon Wise definisce «impeccabile» la tecnica cinematografica adottata per il film, scrivendo che il direttore alla fotografia Paolo Carnera è stato in grado di trasmettere «un’immediatezza sorprendente e coinvolgente». Wise inoltre afferma che «il più grande merito del film» sia stato il cast degli attori che sono in grado di rendere il progetto «autentico in ogni fase del suo audace viaggio».

Per la critica cinematografica italiana Mattia Pasquini di Ciak ha assegnato al film quattro stelle su cinque, scrivendo che il fattore più importante sia «l’onestà intellettuale e progettuale» in cui la regia compie «la scelta di limitare la propria autorialità». Il giornalista riporta che sebbene il film eluda alcune «possibilità drammatiche» e presenti in alcune scene una narrativa «meccanica», il risultato finale si costituisce di «scelte legittime e non criticabili, che rendono il film inattaccabile ideologicamente». Davide Turrini de Il Fatto Quotidiano afferma che nel film «il rimando strutturale immediato è all’Odissea» in cui «la fragile e molle innocenza dei due protagonisti» sono «impossibilitati ad essere comunità solidale». Paolo Mereghetti, recensendo il film per Il Corriere della Sera , scrive che il film sia in grado di «restare sempre ad altezza protagonisti, identificandosi con il loro sguardo, evitando qualsiasi atteggiamento predicatorio» trasfigurando «la tragedia attraverso la forza della fantasia e della favola». Teresa Monaco, nella recensione pubblicata su Cinematographe.it, ha elogiato Io capitano dandogli una votazione di 4.8 su 5, definendolo “uno dei migliori film di realtà di Matteo Garrone: una lettera potente che sa raccontare con meravigliosa leggerezza la drammaticità, spingendoci gloriosamente dentro i panni dell’altro per farci capire quanto starebbero stretti anche a noi. Un film che non ci umilia né ci spinge a compassione bensì ci induce verso la comprensione viscerale di un tragitto che talvolta sappiamo ma che preferiamo ignorare.”

it.wikipedia.org

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