Archivio

CHALLENGERS [da mercoledì 24 aprile – ore 21]

2024-05-09T07:42:15+02:006 Maggio 2024|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 1 maggio: ore 16,00 – 18,30 – 21,00
Venerdì 3 maggio: ore 21,00
Sabato 4 maggio: ore 21,00
Domenica 5 maggio: ore 16,00 – 18,30
Domenica 5 maggio: ore 21,00
in lingua originale con sottotitoli italiani
Mercoledì 8 maggio: ore 21,00

Titolo originale: Challengers
Nazione: USA
Anno: 2024
Genere: Drammatico
Durata: 2 ora 11 minuti
Regia: Luca Guadagnino
Cast: Zendaya, Josh O’Connor, Mike Faist
Produzione: Pascal Pictures, Metro-Goldwyn-Mayer, Frenesy Film
Distribuzione: Warner Bros.

 

 

 

 

 

 

Trama

Tashi Duncan (Zendaya) è una tennista prodigio che deve abbandonare il campo per infortunio ma che, diventata allenatrice, ribadisce di essere una forza della natura che non ammette errori, sia dentro che fuori dal campo. La vedremo occuparsi della carriera sportiva del marito, il fuoriclasse Art (Mike Faist, già visto in West Side Story). Quest’ultimo, dopo una serie di sconfitte, si iscrive al Challenger, un torneo di basso livello nell’ambito del circuito professionistico, e qui si ritrova a dover gareggiare contro l’ex fidanzato della moglie Patrick (Josh O’Connor, il principe Carlo nelle stagioni 3 e 4 di The Crown). Questa era la strategia di Tashi: per la redenzione del marito serve uno scontro sul campo con Patrick, che un tempo era anche il suo migliore amico. Mentre passato e presente si scontrano, la tensione sale e Tashi dovrà chiedersi quale è il prezzo della vittoria…

Trailer

L’intervista

LUCA GUADAGNINO: «CHALLENGERS È UN FILM ANIMATO DALLA VOGLIA DI GIOCARE DI TUTTI NOI
Il regista e il cast di Challengers raccontano la genesi del film

lunedì 22 aprile 2024 – Incontri
“È veramente difficile, al giorno d’oggi, raccontare al cinema una storia di relazioni adulte e di sesso: e io ne avevo le scatole piene!”, esordisce durante un incontro con la stampa internazionale Amy Pascal, produttrice (insieme a Zendaya) di Challengers, il nuovo film di Luca Guadagnino. “E non riesco a pensare ad un regista migliore di Luca per far tornare di moda questo tipo di film”. Del resto è stata proprio Pascal a portare a Guadagnino il copione dello scrittore e drammaturgo Justin Kuritzkes, autore anche dell’adattamento del racconto “Queer” di William S. Burroughs, che sarà la prossima regia di Guadagnino.
“Io e Amy ci siamo corteggiati per anni sperando di poter lavorare insieme: fra noi c’è sempre stata una tacita storia d’amore”, dice il regista sorridendo. “Quando mi ha mandato la sceneggiatura di Challengers stavo lavorando ad un altro progetto e non avevo tempo per leggerlo, ma lei mi ha tempestato di telefonate, letteralmente ogni mezz’ora. Alla fine l’ho letto nelle pause di lavoro e l’ho trovato fantastico, con tre magnifici protagonisti e una struttura così cinematografica che ho chiamato Amy e le ho detto subito di sì. Il fatto poi che Zendaya abbia accettato il ruolo della tennista Tashi Duncan e si sia proposta anche come coproduttrice è stato decisivo. Infine hanno completato il quadro due grandi attori come Josh O’Connor e Mike Faist.”

“Anche io ero su un set quando Amy Pascal mi ha proposto Challengers: stavo girando la serie Euphoria, e tutti sanno che quando lavoro resto concentrata totalmente e non accetto distrazioni”, ricorda Zendaya. “Ma appena ho letto il copione me ne sono innamorata e allo stesso tempo spaventata a morte, perché non assomigliava a nient’altro che avessi interpretato prima: faceva ridere ma non era una commedia, c’erano momenti drammatici ma non era un dramma, si parlava di tennis ma non era uno sport movie. E quando qualcosa mi spaventa in quel modo mi dico: forse è il caso di interpretarlo.”
Il fatto che fosse Luca Guadagnino a dirigerlo è stato per Zendaya un altro forte incentivo. “Sono una sua superfan da molto tempo e ci eravamo già incontrati ad una cena in cui era stato gentilissimo con me, aiutandomi a trovare un’opzione vegetariana in un ristorante italiano, dato che non parlo la sua lingua. Per Challengers ci siamo rivisti via zoom, abbiamo chiacchierato a lungo e ho capito che aveva la mia stessa comprensione della storia e dei personaggi: siamo entrati subito nei dettagli del mio, fino a discutere di quale crema per il corpo Tashi avrebbe usato prima di andare a dormire!”

“Avevo conosciuto Luca tempo fa e avevamo parlato della possibilità di lavorare insieme”, le fa eco Josh O’Connor, che in Challengers ha il ruolo di Patrick, il tennista che contende all’amico Art le attenzioni di Tashi. “Avevo addirittura già letto il copione, perché lo sceneggiatore Justin Kuritzkes me l’aveva fatto vedere un paio di anni prima, quando ero appena arrivato a New York e la mia agente, dato che mi sentivo solo ed ero in cerca di amici, ci aveva presentati. All’inizio non sapevo se sarei stato in grado di interpretare il personaggio di Patrick, così sicuro di sé e così diretto. Patrick accetta fino in fondo le sue debolezze e i suoi difetti, le sue paure e le sue insicurezze – al contrario di me. Ma Luca è stato molto paziente, ha saputo mettermi a mio agio attraverso un lungo processo di preparazione in cui ho dovuto provare a tirare fuori da me le caratteristiche del ruolo senza nasconderle come farei io, perché Patrick non nasconde niente di sé”.

“La caratteristica di Art che mi aveva subito colpito era la paura di essersi disamorato della sua passione, e la sua intensa nostalgia per la purezza e la trascendenza che aveva provato agli inizi”, ricorda Mike Faist, che ha il ruolo del campione Art, sposato a Zendaya ma preoccupato di perderla, così come di aver perso l’interesse per il tennis. “Questo può succedere anche a noi attori, per questo andiamo sempre in cerca di progetti che possano farci provare qualcosa che non abbiamo mai espresso prima. Fin da subito ho capito perfettamente il personaggio di Art, e allo stesso tempo mi ha fatto paura: ma come sempre la paura è un ottimo motivatore. Non conoscevo Luca, ci siamo incontrati per la prima volta via zoom, lui in Italia e io in Ohio. E quando ho fatto il provino a Londra pensavo di non averlo superato, invece Luca mi ha richiamato e mi ha invitato a pranzo, convincendomi ad accettare”.
“Il cinema è fatto di rapporti umani, di relazioni, e così è stato con Zendaya, Josh e Mike”, dice Guadagnino. “Io sono un maniaco del controllo, per questo in genere non mi piace molto stare sui set: ma quello di Challengers è stato veramente divertente, perché animato dalla voglia di giocare di tutti noi”.
Zendaya ha avuto il ruolo più difficile, perché Tashi Duncan non è necessariamente simpatica, e alle anteprime molti l’hanno identificata come la cattiva della storia – anche se quel tipo di cattiva che il pubblico ama odiare. “Sapete una cosa? È stato piacevole interpretare un personaggio femminile cui non frega niente di piacere, e che non è interessata a chiedere perdono: è stata una delle caratteristiche che mi hanno spinta ad accettare il ruolo!”, afferma l’attrice. “La gente ama giudicare il prossimo, ma è difficile farlo con Tashi, perché io stessa ad ogni successiva visione – e da coproduttrice ho rivisto il film tante tante volte”! – ne avevo un’impressione diversa, così come cambiavo idea su chi fossero Patrick e Art.
Challengers ti fa vivere accanto a loro tre e ti consente di imparare qualcosa di nuovo su ognuno tramite ogni piccola svolta della storia. Ed è questa la bellezza del film: ti spinge a empatizzare con i personaggi, invece di limitarti a giudicarli”.

Paola Casella – mymovies.it

Recensione

GUADAGNINO DIRIGE UN’ESPLORAZIONE – MALIZIOSAMENTE – SEDUTTIVA DEL DESIDERIO. CHE RIMBALZA COME UNA PALLINA DA TENNIS

Art e Patrick sono amici da quando avevano 12 anni, ed entrambi giocano a tennis sognando una carriera da professionisti. Ma quando in campo scende Tashi, la giocatrice più brillante della sua generazione, la loro amicizia viene messa alla prova dalla competizione per le sue attenzioni. Anni dopo, quando Art, che nel frattempo è diventato una star del tennis (ma sta ancora inseguendo il sogno di vincere gli US Open), partecipa a un challenger, ovvero un incontro di livello inferiore nel mondo dei tornei professionistici, si trova di fronte proprio Patrick, che nel frattempo si è perso per strada, riducendosi a dormire nella sua automobile. E sarà sempre Tashi l’ago della bilancia fra quei due sfidanti che “potrebbero essere contendenti”, parafrasando il Marlon Brando di Fronte del porto, ma potrebbero invece soccombere alla loro tendenza a tirarsi la zappa sui piedi.

In realtà gli sfidanti sono tre, perché comprendono Tashi, la giovane donna volitiva e carismatica che sente il bisogno di controllare tutti e tutto – in primis i propri desideri.

Challengers, scritto dal drammaturgo e romanziere Justin Kuritzkes e diretto da Luca Guadagnino, è una esplorazione geometrica del desiderio che rimbalza come una pallina da tennis e colpisce gli avversari a 200 chilometri all’ora, quasi la velocità del proiettile.

Il triangolo non è l’unica geometria possibile, perché le figure si compongono e ricompongono in modo diverso.

Si fa prima a dire quello che Challengers NON è, a cominciare da “un film sul tennis”, perché Guadagnino racconta lo sport da profano, cominciando col togliergli una delle sue caratteristiche primarie, ovvero il silenzio durante i match, che il regista invade di musica elettronica (firmata da Trent Reznor & Atticus Ross, quelli di The Social Network) pulsante come il battito del cuore di due amici-rivali che solo sul campo riescono a veicolare i propri impulsi più profondi: non a caso il primo riff in scena richiama quello di “I feel love” di Giorgio Moroder. Del resto, come dirà Tashi, “il tennis è una relazione”, e Guadagnino lo usa in questa valenza: il fatto stesso di scegliere quello sport supremamente solitario e isolante per raccontare le regole (scorrette) dell’attrazione è intenzionalmente sovversivo.

Anche le inquadrature – i primissimi piani, le riprese fortemente inclinate o dal basso, come se i giocatori corressero sul vetro, o infine le soggettive, persino quelle della pallina – escono dal tradizionale racconto visivo del match di tennis e sono molto lontane anche da altre interpretazioni cinematografiche come Borg McEnroe o John McEnroe – L’impero della perfezione, ma più vicine al cinema di Sergio Leone, in particolare ai suoi duelli western. Quello che è realistico è invece l’universo fortemente brandizzato in cui si muovono i tre challenger, inconsapevoli di essere usati da un marketing che fa di loro eroi da detronizzare al primo fallimento. In questo senso Challengers sta al tennis come The Dreamers stava al ’68: entrambi si muovono su sfondi apparentemente secondari rispetto alle tensioni fra i tre protagonisti, e in realtà determinanti nella costruzione dei loro destini futuri.

Tuttavia Challengers NON è neanche un romance, nel senso che non racconta i sentimenti ma, appunto, le pulsioni – sessuali, di rivalsa, di autoaffermazione – e i “pensieri stupendi” che animano tre individui intenti a definire il proprio ruolo in modi antitetici. Anche le scene più intime non raccontano infatti un abbandono emotivo ma l’affermazione di un rapporto di potere, come quello dei cani in un cortile: c’è chi domina e chi subisce, chi combatte per essere riconosciuto come top dog e chi china il capo (attenti a dove si trovano le teste dei personaggi dopo le scene di sesso) sottomettendosi simbolicamente al più forte, magari per non perderne le attenzioni. Il film di Guadagnino NON è nemmeno una celebrazione agiografica dell’omosessualità, che è invece continuamente ironizzata (vedi la citazione orale e visiva di banane, churros, manici di racchetta e membri maschili in situazioni beffarde).

Guadagnino tiene desta l’attenzione del pubblico non tanto attraverso la tensione erotica fra i tre quanto attraverso l’abilità con cui manipola le relazioni fra i personaggi, che oscillano fra il materno, il fraterno e il trasgressivo. Anche la più adamantina fra i tre, Tashi, si rivela fragile davanti a chi la confronta con la verità su se stessa: l’interpretazione di Zendaya, un’attrice di cui è “impossibile non innamorarsi”, la salva sul ciglio del baratro della misoginia, così come con la sua espressione finale – che dovrebbe durare qualche secondo più a lungo, o addirittura trasformarsi in un freeze frame – e il suo grido “come on” – che speriamo venga tradotto con la giusta comprensione del suo significato – fanno di lei la divinatrice della “morale” della storia.

Challengers ha fragilità strutturali di cui tenere conto, come una timeline che rischia di confondere gli spettatori con i suoi continui balzi avanti e indietro nel tempo (suggerimento per il pubblico: tenere il taglio di capelli di Zendaya come punto di riferimento temporale), o l’assenza del primo incontro a due fra Tashi e Patrick, che renderebbe più comprensibile ciò che accade più avanti. Ma nella sua voglia di giocare con la natura volubile e feroce del desiderio e con le dinamiche del dominio e della sottomissione, Challengers ha in sé qualcosa di ludicamente, e maliziosamente, seduttivo.

Paola Casella – mymovies.it

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50
BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00

_ BAMBINI da 4 a 12 anni
_ ADULTI oltre 60 anni
_ PORTATORI DI HANDICAP
_ GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
_ MILITARI
_ TITOLARI tessera ANEC – UNITA (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo)
_ il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
_ il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura del comune di Imola
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

BIGLIETTO OMAGGIO

ACCOMPAGNATORE DI PORTATORE DI HANDICAP
BAMBINI fino a 3 anni
POSSESSORI DI TESSERA DEGLI ESERCENTI SALA CINEMATOGRAFICA (AGIS-ACEC, AGIS-ANEC, ANEM..)
POSSESSORI DI TESSERA ‘EUROPA CINEMAS’

IL CASO GOLDMAN [mercoledì 29 maggio]

2024-05-29T22:18:52+02:003 Maggio 2024|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 29 maggio: ore 21,00

Titolo originale: The Goldman Case
Nazione: Francia
Anno: 2023
Genere: Drammatico
Durata: 1 ora 55 minuti
Regia: Cédric Kahn
Cast: Arieh Worthalter, Arturo Harari, Stéphan Guérin-Tillié, Nicolas Briançon
Produzione: Moonshaker, Tropdebonheur Prods
Distribuzione: Movie Inspired

 

 

 

 

 

Premi

8 candidature e 1 premio ai Cesar

5 candidature e 1 premio Lumiere Awards

Trama

Nel novembre del 1975 inizia il secondo processo a Pierre Goldman, attivista di estrema sinistra condannato in primo grado all’ergastolo per quattro rapine a mano armata, una delle quali ha causato la morte di due farmacisti. In secondo appello, Goldman sostiene la sua innocenza e, in poche settimane, diventa un’icona della sinistra intellettuale. Alla difesa c’e? il giovane avvocato Georges Kiejman, ma il rapporto con il suo assistito presto si fa teso. Goldman, sfuggente e provocatorio, rischia la pena di morte e rende incerto l’esito del processo.

Attivista politico, autore di rapine a mano armata, icona letteraria, figlio dell’Olocausto… Il processo a Pierre Goldman e? un universo a se?, un caso molto piu? grande dell’aula di un tribunale…

Trailer

Recensione

UN’OPERA ASCIUTTA E TESA AFFIDATA ALLA FURIOSA E CARISMATICA INTERPRETAZIONE DEL SUO PROTAGONISTA

La storia vera del secondo processo a cui fu soggetto Pierre Goldman, militante della sinistra estrema francese nel 1975. Accusato di reati multipli, Goldman ammette tutti i capi d’accusa con la veemente eccezione di quelli per omicidio, per i quali non solo si proclama innocente ma si scaglia polemicamente contro tutto e tutti nell’aula di tribunale, rifiutando qualunque caratterizzazione moralistica della sua difficile vita.

Regista e attore ormai veterano del circuito francese, e spesso sensibile all’ispirazione letteraria, Cédric Kahn estrae dalla cronaca anni settanta uno dei suoi film più tesi e meglio riusciti, riportando in auge la figura dell’attivista Pierre Goldman e del suo processo per omicidio.

L’elemento letterario rimane comunque presente, visto che Goldman si fa conoscere (anche da Kahn stesso) per il libro “Memorie oscure di un ebreo polacco nato in Francia”; e del resto questo thriller serrato – intrappolato in modo asfissiante nell’aula giudiziaria – è soprattutto un’opera sul linguaggio e sulla meta-drammaturgia in cui l’universo legale spesso si rifugia.

Le procès Goldman arriva a breve distanza dal grande successo di Saint Omer di Alice Diop, titolo che gli è vicino per come testa i limiti tanto della forma del processo cinematografico quanto quella del processo tout court: in entrambi i casi non c’è in ballo solo l’esito legale, ma la narrativizzazione (a volte perniciosa, e sempre irresistibile) della persona come arma della contesa e come chiave interpretativa di ambigui temi sociali, razziali e politici. La cronaca giudiziaria in Francia è del resto un genere letterario e giornalistico di straordinaria longevità, ed è a questa tradizione che Goldman obietta quando, in apertura del processo, rifiuta di parlare di sé e della propria vita in cerca di pathos e di racconto. “Sono innocente perché sono innocente” dice, tautologia assoluta che dichiara guerra in un sol colpo all’apparato legale e culturale di un paese intero.

È l’inizio di un racconto fatto di sguardi incrociati in una stanza affollata (di poliziotti ma anche di sostenitori di Goldman, un coro greco di reazioni che testimoniano del valore politico del personaggio), che si chiuderà con il verdetto senza concedere nulla al mondo esterno, mentre la rabbia iconoclasta del protagonista non risparmia nemmeno il suo stesso avvocato. Alla figura di quest’ultimo (Georges Kiejman, interpretato da Arthur Harari) viene affidato un breve ma significativo incipit che mette da subito in tensione l’elemento dell’ebraismo di Goldman con il sistema da cui si sente perseguitato, arrivando a equiparare la popolazione ebrea con quella di colore in Francia (e creando così un altro ponte con Saint Omer, che a distanza di decenni riprende il discorso).

Un’opera dai risvolti tanto complessi – eppur così asciutta nel ritmo e nella struttura – si poggia naturalmente sulla furiosa e carismatica interpretazione di Arieh Worthalter, attore belga il cui talento camaleontico viene finalmente premiato con un ruolo di primo piano. Era il padre della protagonista in Girl di Lukas Dhont, e forniva una prova diametralmente opposta al suo Goldman in Rien à perdre al fianco di Virginie Efira. Ora è insieme mattatore e sabotatore, uomo animato dalla contraddizione, e personaggio cinematografico dal magnetismo innegabile.

Tommaso Tocci – mymovies.it

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50
BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00

_ BAMBINI da 4 a 12 anni
_ ADULTI oltre 60 anni
_ PORTATORI DI HANDICAP
_ GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
_ MILITARI
_ TITOLARI tessera ANEC – UNITA (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo)
_ il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
_ il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura Area Metropolitana di Bologna
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

BIGLIETTO OMAGGIO

ACCOMPAGNATORE DI PORTATORE DI HANDICAP
BAMBINI fino a 3 anni
POSSESSORI DI TESSERA DEGLI ESERCENTI SALA CINEMATOGRAFICA (AGIS-ACEC, AGIS-ANEC, ANEM..)
POSSESSORI DI TESSERA ‘EUROPA CINEMAS’

ORIGINAL SUNDAY NIGHT [Domenica 26 maggio – ore 21]

2024-06-03T21:23:06+02:002 Maggio 2024|Archivio|

Proiezioni

Domenica 2 giugno: ore 21,00
in lingua originale con sottotitoli italiani

Titolo originale: La Passion de Dodin Bouffant
Nazione: Francia
Anno: 2023
Genere: Sentimentale
Durata: 2 ora 14 minuti
Regia: Tran Anh Hùng
Cast: Juliette Binoche, Benoît Magimel, Emmanuel Salinger, Patrick d’Assumçao, Galatéa Bellug
Produzione: Curiosa Films, Gaumont, France 2 Cinéma
Distribuzione: Lucky Red

 

 

 

 

 

Premi

Cannes 2023 – migliore regista
Cesar 2024 – migliore attore protagonista

Trama

Francia, 1885. Eugénie, cuoca eccezionale, lavora da 20 anni per il famoso gastronomo Dodin Bouffant. Col tempo, dal rapporto professionale e la reciproca ammirazione nasce un sentimento. Tuttavia, Eugénie è insicura se legarsi a Dodin, così quest’ultimo decide di fare qualcosa che non aveva mai fatto prima: cucinare per lei…

Curiosità

Lo chef Pierre Gagnaire, 14 stelle Michelin, è stato consulente gastronomico per i piatti presenti nel film.

Il personaggio di Dodin è ispirato sia al romanzo La Vie et la Passion de Dodin-Bouffant, gourmet (1924) dello scrittore svizzero Marcel Rouff che alla figura gastronomo francese Jean Anthelme Brillat-Savarin (1755–1826).

Si tratta del primo film in cui l’ex-coppia Binoche-Magimel recita assieme da I figli del secolo (1999).

Trailer

Recensione

UN FILM CHE SEGNA UNA SVOLTA NEL SOTTOGENERE CIBO-CINEMA: NON PIÙ COMPETIZIONE MA CONDIVISIONE DI SAPERE

Sul finire del XIX secolo in Francia Eugenie, cuoca sopraffina, e Dodin-Bouffant, famoso gastronomo, lavorano fianco a fianco da vent’anni. Il loro è un rapporto di reciproca fiducia che progressivamente si è trasformato in una relazione sentimentale. Eugenie però si ritrae dinanzi all’idea che si consolidi in un matrimonio. Lui però non ha intenzione di arrendersi e si muove, per ottenere il risultato desiderato, sul terreno che li accomuna: la cucina.

Il rapporto tra cinema e cibo è ormai di lunga data ma un film come quello diretto da Tran Anh Hung segna decisamente una svolta in quello che è diventato quasi un sottogenere.

Il modello storico di riferimento è, oltre al romanzo di Marcel Rouff “The Life and the Passion of Dodin-Bouffant, Gourmet”, Jean Anthelme Brillat-Savarin che nel 1825 pubblicò “La fisiologia del gusto” mettendo un punto fermo su quanto si dovesse fare o non fare nell’ambito della gastronomia e della presentazione del cibo a tavola. Dai giusti piatti e bicchieri fino agli accostamenti di certi sapori con certi altri, ogni elemento viene codificato e motivato.

Tran Ann Hung ha avuto poi, in fase di preproduzione, la collaborazione dello chef tristellato Pierre Gagnaire. Ne è nato un film che è distante anni luce da tutti i cooking game che la televisione ci propone perché il suo senso profondo non è la competizione ma la condivisione del sapere.

Fin dalle prime inquadrature, e per l’intera durata del film, vegetali, carni e tutto ciò che contribuisce alla riuscita di un piatto (ivi compreso un profluvio di pentole in rame) sono al centro dell’inquadratura e vengono portati sullo schermo grazie ad uno sguardo che è al contempo tecnicamente attento e sensorialmente partecipe.

Non stupisce venire a sapere che sul set, dopo lo stop di una ripresa, gli attori continuassero a mangiare perché anche le papille gustative dello spettatore, oltre che i succhi gastrici, entrano in attività. Si assiste davvero a una sorta di partitura in cui l’armonia degli elementi, dei colori degli stessi (immaginati) sapori si manifesta in tutta la sua delicata ma al contempo potente presenza.

Su questo pentagramma sensoriale si sviluppano le note di un autunno della vita che vede due persone (una delle due preferisce l’estate mentre l’altra finisce con l’amarle tutte) comunicarsi sentimenti attraverso l’attenzione che mettono nella preparazione dei piatti.

Mai, come si diceva, in competizione tra loro ma semmai con il desiderio di procurare all’altro (o ai commensali amici) un piacere particolare. Con, in più, un valore che si aggiunge e che completa il menu del film. Dodin e Eugenie hanno, come interessata collaboratrice, la piccola Pauline motivata dal desiderio di apprendere. Potrebbe diventare la futura Eugenie ma ha bisogno di qualcuno che condivida con lei non solo la passione per la cucina ma anche i segreti del mestiere. Qualcuno che sappia essere una guida che, come recita una massima zen ricca di saggezza, sia un vero maestro che “ti mostra la tua grandezza, non la sua”. Dodin Bouffant potrebbe essere quella persona?

Giancarlo Zappoli- mymovies.it

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50
BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00

_ BAMBINI da 4 a 12 anni
_ ADULTI oltre 60 anni
_ PORTATORI DI HANDICAP
_ GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
_ MILITARI
_ TITOLARI tessera ANEC – UNITA (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo)
_ il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
_ il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura Area Metropolitana di Bologna
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

BIGLIETTO OMAGGIO

ACCOMPAGNATORE DI PORTATORE DI HANDICAP
BAMBINI fino a 3 anni
POSSESSORI DI TESSERA DEGLI ESERCENTI SALA CINEMATOGRAFICA (AGIS-ACEC, AGIS-ANEC, ANEM..)
POSSESSORI DI TESSERA ‘EUROPA CINEMAS’

Proiezioni

Domenica 26 maggio: ore 21,00
in lingua originale con sottotitoli italiani

Titolo originale: The Goldman Case
Nazione: Francia
Anno: 2023
Genere: Drammatico
Durata: 1 ora 55 minuti
Regia: Cédric Kahn
Cast: Arieh Worthalter, Arturo Harari, Stéphan Guérin-Tillié, Nicolas Briançon
Produzione: Moonshaker, Tropdebonheur Prods
Distribuzione: Movie Inspired

 

 

 

 

 

Premi

8 candidature e 1 premio ai Cesar

5 candidature e 1 premio Lumiere Awards

Trama

Nel novembre del 1975 inizia il secondo processo a Pierre Goldman, attivista di estrema sinistra condannato in primo grado all’ergastolo per quattro rapine a mano armata, una delle quali ha causato la morte di due farmacisti. In secondo appello, Goldman sostiene la sua innocenza e, in poche settimane, diventa un’icona della sinistra intellettuale. Alla difesa c’e? il giovane avvocato Georges Kiejman, ma il rapporto con il suo assistito presto si fa teso. Goldman, sfuggente e provocatorio, rischia la pena di morte e rende incerto l’esito del processo.

Attivista politico, autore di rapine a mano armata, icona letteraria, figlio dell’Olocausto… Il processo a Pierre Goldman e? un universo a se?, un caso molto piu? grande dell’aula di un tribunale…

Trailer

Recensione

UN’OPERA ASCIUTTA E TESA AFFIDATA ALLA FURIOSA E CARISMATICA INTERPRETAZIONE DEL SUO PROTAGONISTA

La storia vera del secondo processo a cui fu soggetto Pierre Goldman, militante della sinistra estrema francese nel 1975. Accusato di reati multipli, Goldman ammette tutti i capi d’accusa con la veemente eccezione di quelli per omicidio, per i quali non solo si proclama innocente ma si scaglia polemicamente contro tutto e tutti nell’aula di tribunale, rifiutando qualunque caratterizzazione moralistica della sua difficile vita.

Regista e attore ormai veterano del circuito francese, e spesso sensibile all’ispirazione letteraria, Cédric Kahn estrae dalla cronaca anni settanta uno dei suoi film più tesi e meglio riusciti, riportando in auge la figura dell’attivista Pierre Goldman e del suo processo per omicidio.

L’elemento letterario rimane comunque presente, visto che Goldman si fa conoscere (anche da Kahn stesso) per il libro “Memorie oscure di un ebreo polacco nato in Francia”; e del resto questo thriller serrato – intrappolato in modo asfissiante nell’aula giudiziaria – è soprattutto un’opera sul linguaggio e sulla meta-drammaturgia in cui l’universo legale spesso si rifugia.

Le procès Goldman arriva a breve distanza dal grande successo di Saint Omer di Alice Diop, titolo che gli è vicino per come testa i limiti tanto della forma del processo cinematografico quanto quella del processo tout court: in entrambi i casi non c’è in ballo solo l’esito legale, ma la narrativizzazione (a volte perniciosa, e sempre irresistibile) della persona come arma della contesa e come chiave interpretativa di ambigui temi sociali, razziali e politici. La cronaca giudiziaria in Francia è del resto un genere letterario e giornalistico di straordinaria longevità, ed è a questa tradizione che Goldman obietta quando, in apertura del processo, rifiuta di parlare di sé e della propria vita in cerca di pathos e di racconto. “Sono innocente perché sono innocente” dice, tautologia assoluta che dichiara guerra in un sol colpo all’apparato legale e culturale di un paese intero.

È l’inizio di un racconto fatto di sguardi incrociati in una stanza affollata (di poliziotti ma anche di sostenitori di Goldman, un coro greco di reazioni che testimoniano del valore politico del personaggio), che si chiuderà con il verdetto senza concedere nulla al mondo esterno, mentre la rabbia iconoclasta del protagonista non risparmia nemmeno il suo stesso avvocato. Alla figura di quest’ultimo (Georges Kiejman, interpretato da Arthur Harari) viene affidato un breve ma significativo incipit che mette da subito in tensione l’elemento dell’ebraismo di Goldman con il sistema da cui si sente perseguitato, arrivando a equiparare la popolazione ebrea con quella di colore in Francia (e creando così un altro ponte con Saint Omer, che a distanza di decenni riprende il discorso).

Un’opera dai risvolti tanto complessi – eppur così asciutta nel ritmo e nella struttura – si poggia naturalmente sulla furiosa e carismatica interpretazione di Arieh Worthalter, attore belga il cui talento camaleontico viene finalmente premiato con un ruolo di primo piano. Era il padre della protagonista in Girl di Lukas Dhont, e forniva una prova diametralmente opposta al suo Goldman in Rien à perdre al fianco di Virginie Efira. Ora è insieme mattatore e sabotatore, uomo animato dalla contraddizione, e personaggio cinematografico dal magnetismo innegabile.

Tommaso Tocci – mymovies.it

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50
BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00

_ BAMBINI da 4 a 12 anni
_ ADULTI oltre 60 anni
_ PORTATORI DI HANDICAP
_ GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
_ MILITARI
_ TITOLARI tessera ANEC – UNITA (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo)
_ il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
_ il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura del comune di Imola
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

BIGLIETTO OMAGGIO

ACCOMPAGNATORE DI PORTATORE DI HANDICAP
BAMBINI fino a 3 anni
POSSESSORI DI TESSERA DEGLI ESERCENTI SALA CINEMATOGRAFICA (AGIS-ACEC, AGIS-ANEC, ANEM..)
POSSESSORI DI TESSERA ‘EUROPA CINEMAS’

IL MIO AMICO ROBOT [mercoledì 10 aprile – ore 21]

2024-04-16T21:48:50+02:009 Aprile 2024|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 10 aprile: ore 21,00

Titolo originale: Robot Dreams
Nazione: Spagna, Francia
Anno: 2023
Genere: Animazione
Durata: 1 ora 30 minuti
Regia: Pablo Berger
Produzione: Arcadia Motion Pictures, Noodles Production, Les Films du Worso, RTVE, Movistar Plus+
Distribuzione: I Wonder Pictures

 

 

 

 

 

  • 2024 – Premi Oscar
    • Candidatura al miglior film d’animazione
  • 2024 – Annie Awards
    • Miglior Film d’Animazione Indipendente
  • 2023 – European Film Awards
    • Miglior Film d’Animazione
  • 2023 – Festival internazionale del film d’animazione di Annecy
    • Premio Controcampo

Trama

DOG è un cane solitario che vive a Manhattan. Un giorno decide di costruirsi un robot, un amico. La loro amicizia cresce, fino a diventare inseparabili, al ritmo della New York degli anni ’80. Una notte d’estate, Dog con grande dolore, è costretto ad abbandonare ROBOT sulla spiaggia. Si incontreranno di nuovo?

Trailer

Recensione

UN’ANIMAZIONE VINTAGE E NOSTALGICA SULL’ELABORAZIONE DI UNA SEPARAZIONE. DIVERTENTE E ISTRUTTIVA PER TANTI TIPI DI PUBBLICI.

New York, anni 80, settembre. Dog, cane antropomorfo, vive un’esistenza solitaria, fatta di televisione e cibi preconfezionati. Durante una serata malinconica, consulta dei modelli di robot da acquistare e ne ordina uno per corrispondenza. Quando Robot gli viene recapitato a domicilio, nasce un’intensa amicizia tra questi e Dog: i due girano Manhattan in lungo e in largo, condividendo esperienze inebrianti. Dopo una giornata trascorsa in spiaggia Robot si blocca e non riesce più a rialzarsi: Dog cerca una soluzione, ma al suo ritorno trova lo stabilimento chiuso fino alla stagione successiva. Costretti a rimanere separati l’uno dall’altro per molti mesi, Dog e Robot finiranno per trovare soluzioni alternative alla rispettiva solitudine.

Lo spagnolo Pablo Berger, già autore dell’audace Blancanieves, si cimenta nella trasposizione animata della graphic novel omonima di Sara Varon, dando vita a un film interessante, del tutto peculiare rispetto al panorama del cinema di animazione internazionale.

Il mio amico robot infatti non cerca la perfezione verista del digitale né si accosta all’animazione contemporanea. Quella di Berger è un’operazione dichiaratamente vintage e nostalgica, tanto nel tratto adottato – semplice, colorato, privo di ombreggiature e tridimensionalità, dalle parti di Tintin – che nei contenuti, calati nell’epoca aurea della Grande Mela di inizio anni Ottanta, al termine della creatività inesauribile dei ’70 e appena prima del reaganismo.

Nello sguardo che Berger pone sul mondo e sui suoi “simili” – altri animali bipedi ma umanizzati in ogni aspetto, alla maniera di quanto avviene in Bojack Horseman – non c’è traccia dell’ottimismo del Candido di Voltaire. Questa “umanità” è prigioniera dei consueti vizi di avidità e menefreghismo, proprio come quella che conosciamo al di fuori dell’allegoria. Nonostante ciò, Dog cerca e spera in un domani migliore e la coppia che forma con Robot, una bromance tenera e platonica, sembra estrarre il lato migliore di New York, un immenso potenziale sociale e creativo nascosto sotto la coltre di stress e arrivismo. Non è un caso che la colonna sonora del sodalizio dei due sia un brano nostalgico come “September” di Earth, Wind & Fire, ricordo di una stagione memorabile e invito alla sua rievocazione attraverso il ballo e il movimento del corpo.

Nella sua seconda metà Il mio amico robot rivela così la sua natura più autentica, quella di un film sull’elaborazione di una separazione più che sull’amicizia, sul rimpianto più che sulle opportunità. Il distacco forzato tra Dog e Robot eleva il livello della sceneggiatura, restituendo lo smarrimento di due singolarità, convinte di aver trovato l’anima gemella e poi improvvisamente costrette a perderla e a rispettare le imperscrutabili leggi del destino, arbitro beffardo e inflessibile, ma mai reversibile.

Divertente e istruttivo, nostalgico ma adatto anche alle nuove generazioni o a un pubblico inconsapevole dei molti riferimenti, Il mio amico robot sembra ideale per rivolgersi a un target più ampio e garantire maggiore notorietà al nome di Berger, dentro e fuori il cinema di animazione.

Emanuele Sacchi – www.mymovies.it

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50
BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00

_ BAMBINI da 4 a 12 anni
_ ADULTI oltre 60 anni
_ PORTATORI DI HANDICAP
_ GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
_ MILITARI
_ TITOLARI tessera ANEC – UNITA (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo)
_ il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
_ il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura del comune di Imola
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

BIGLIETTO OMAGGIO

ACCOMPAGNATORE DI PORTATORE DI HANDICAP
BAMBINI fino a 3 anni
POSSESSORI DI TESSERA DEGLI ESERCENTI SALA CINEMATOGRAFICA (AGIS-ACEC, AGIS-ANEC, ANEM..)
POSSESSORI DI TESSERA ‘EUROPA CINEMAS’

E LA FESTA CONTINUA! [da venerdì 12 aprile]

2024-04-17T22:31:25+02:009 Aprile 2024|Archivio|

Proiezioni

Venerdì 12 aprile: ore 21,00
Sabato 13 aprile: ore 21,00
Domenica 14 aprile: ore 16,30 – 18,30
Domenica 14 aprile: ore 21,00
in lingua originale con sottotitoli italiani
Mercoledì 17 aprile: ore 21,00

Titolo originale: Et la Fete Continue!
Nazione: Francia, Italia
Anno: 2023
Genere: Drammatico
Durata: 1 ora 46 minuti
Regia: Robert Guédiguian
Cast: Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Lola Naymark, Robinson Stévenin
Produzione: Agat Films & Cie, France 3 Cinéma, BiBi Film, Canal+, Ciné+, Cinemage, Indéfilms, LBPI, Sofitvcine
Distribuzione: Lucky Red

 

 

 

 

 

 

 

 

Trama

Rosa è il cuore e l’anima del suo quartiere popolare nella vecchia Marsiglia. Divide la sua energia strabordante tra la sua famiglia numerosa e unita, il lavoro da infermiera e il suo impegno politico a favore dei più svantaggiati. Ma quando si avvicina alla pensione, le sue illusioni cominciano a vacillare. Sostenuta dalla vitalità dei suoi cari e dall’incontro con Henri, si rende conto che non è mai troppo tardi per realizzare i propri sogni, sia politici che personali…

Trailer

Recensione

UN FILM IN CUI LA VERA RICCHEZZA È NEI SENTIMENTI. COME SE L’AMORE FOSSE CIÒ CHE È RIMASTO DELLA MILITANZA POLITICA.

Voleva cambiare il mondo Rosa ma l’ora della pensione è vicina e il tempo stringe. Infermiera e militante dal cuore d’oro e il carattere temprato, vive nel quartiere popolare di Marsiglia circondata dall’affetto della sua famiglia. Sempre attenta al prossimo e agli ultimi, spende la sua vita tra l’ospedale e la sezione di partito dove guida la sua ultima battaglia contro la destra. Ma alla vigilia dell’elezione elettorale incontra Henri, padre della futura nuora, e si innamora perdutamente. La sua vita vacilla coi suoi progetti. Tra un bicchiere di rosé e una canzone di Aznavour, tra il desiderio di vivere questa storia d’amore e il suo dovere politico, Rosa troverà la quadratura del cerchio.

Dopo un passaggio a Mali (Twist à Bamako), Robert Guédiguian ritrova Marsiglia, la sua complice di sempre (Ariane Ascaride) e la sua famiglia di attori abituali (Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan…).

Ritorno alla città natale e ai motivi della sua filmografia engagée che sposa cronaca d’amore e cronaca sociale. Perché Henri è l’unico impegno vero che Rosa vorrebbe prendere a questo punto della sua vita. Ma le questioni di cuore nel cinema di Guédiguian non sono meno politiche e ponderose da assumere.

Lungo la linea chiara dell’umanesimo sociale tracciata dai suoi film, l’autore ci crede ancora e fino in fondo. Crede nella militanza, nella sincerità, nel bicchiere di vino in mano e nella voce di Aznavour che canta la sua canzone più bella (“Emmenez-moi”). Crede, ancora, nella forza avvolgente della sua città, nell”attaccamento’ a Marsiglia come luogo di esperienza collettiva prima che di dimora individuale.

E col tempo e coi film questa ville-cinéma evolve, la società ugualmente. Il cinema di Guédiguian registra allora le trasformazioni e il disamore crescente per la politica, più specificamente l’allontanamento dalla sinistra e dai suoi valori della classe proletaria, rivolta progressivamente verso l’estrema destra.

E la festa continua! si aggiunge alla sua grande ‘opera collettiva’, a quell’immensa commedia umana bagnata dal Mediterraneo. Indomito, affronta le questioni del sentimento del territorio e indaga le risorse intime dell’impegno pubblico. Nei suoi film il paesaggio urbano, abitato, vissuto e percepito dai personaggi e dagli spettatori, è un rilevatore, è “materia segnaletica”, come avrebbe detto Gilles Deleuze, che rinvia a un milieu di vita.

Quel ‘bell’orizzonte’, dove anche Rosa ripara, si fa principalmente lettura sociale. Guédiguian insiste sui volti dei suoi abitanti, volti che tratta come dei paesaggi per valorizzare meglio la sincerità di un ‘attaccamento’ a tutte le persone, di tutti i quartieri, di tutti gli orizzonti. Come i suoi personaggi si esprime sul piano politico e osserva i rapporti di forza della sua città.

E la festa continua! comincia dall’effondrement dell’immobile di rue d’Aubagne nel 2018 e termina sulla commemorazione delle vittime del crollo. Riuniti in piazza gli abitanti diventano cittadini, ovvero attori del divenire di quel paesaggio inteso come bene comune. Dall’estetica, alla politica e all’etica c’è una connessione. Il cammino sembra lungo, quasi impraticabile oggi, ma Guédiguian non sente ragione e nemmeno l’ineluttabilità dei tempi. Il regista più impegnato di Francia ha rinunciato a ogni forma di militanza, salvo a credere – e Guédiguian vuole credere – che l’amore sia forse l’ultimo avatar dell’utopia comunista, quel modo di guardare al mondo attraverso la condivisione e la circolazione della ricchezza.

La ricchezza nel film è quella dei sentimenti, il regista ne esplora tutta la potenza e l’ambivalenza, senza mai giudicare i suoi personaggi, che sanno bene che “la miseria è più tollerabile al sole”. Non fatevi ingannare dalla bontà sparsa – mai buonismo – l’artista non si piega e fa appello all’amore (stra)ordinario e a quel comunismo marittimo che E la festa continua! ravviva e rilancia. Il film si descrive perfettamente in una replica di Ariane Ascaride alla coiffeuse: “Même couleur, même coupe” (“stesso colore, stesso taglio”), praticamente una dichiarazione di poetica. Del resto tra mare e terrazze ritroviamo tutti gli elementi che disegnano l’opera di Guédiguian: la risonanza sociale, il tempo che passa, Marsiglia, l’Estaque, una tribù di attori fedeli…

Eppure qualcosa si è spostato nel suo cinema, che ci fa piangere come bambini sotto il sole dell’avvenire. È vero, la rivoluzione non è mai arrivata, o almeno non è stata così forte da soffiare via tutto il male, ma Guédiguian rileva una ‘pandemia’ che ha lasciato un segno sul suo sguardo, un ottimismo che corregge la disillusione al cuore di La casa sul mare, più secco e più aspro sulla giovinezza, più disperato e cinico sul futuro. Come se il Covid, esplicitato soltanto una volta da una giovane infermiera ma assunto finemente dal film, avesse risvegliato forme nuove di solidarietà e di attenzione verso l’altro. Il distanziamento fisico ha creato una vicinanza sociale e stimolato una lotta ‘performativa’. Il risentimento è evaporato, mai la critica sociale, e la trasmissione prende corpo in un dialogo tra madre e figlio, in uno scambio tra padre e figlia.

Nonostante lo sfondo di grave perdita politica, la continuità è ancora possibile, ed è un gesto d’amore: la carezza di Gérard Meylan alla sua giovane inquilina, le acciughe di Ariane Ascaride per il suo ragazzo e per la futura sposa, il contributo lirico di Jean-Pierre Darroussin al discorso della figlia. La tenerezza nostalgica con cui l’autore osserva poi i personaggi della sua generazione ci lucida gli occhi e ci riconcilia con la vita.

Sempre alla ricerca di un posto al sole dove una vecchia replica possa suonare ancora nuova, Guédiguian getta le sue vecchie reti da pesca e trova il pesce d’oro: le partage de l’amour. La convivialità resta il suo motore, la resistenza interiore il suo diritto. E adesso « emmenez-moi au bout de la terre, emmenez-moi au pays des merveilles » e di Robert Guédiguian.

Marzia Gandolfi – mymovies.it

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50
BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00

_ BAMBINI da 4 a 12 anni
_ ADULTI oltre 60 anni
_ PORTATORI DI HANDICAP
_ GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
_ MILITARI
_ TITOLARI tessera ANEC – UNITA (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo)
_ il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
_ il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura del comune di Imola
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

BIGLIETTO OMAGGIO

ACCOMPAGNATORE DI PORTATORE DI HANDICAP
BAMBINI fino a 3 anni
POSSESSORI DI TESSERA DEGLI ESERCENTI SALA CINEMATOGRAFICA (AGIS-ACEC, AGIS-ANEC, ANEM..)
POSSESSORI DI TESSERA ‘EUROPA CINEMAS’

CATTIVERIE A DOMICILIO [da venerdì 19 aprile]

2024-04-22T22:01:44+02:008 Aprile 2024|Archivio|

Proiezioni

Venerdì 19 aprile: ore 21,00
Sabato 20 aprile: ore 21,00
Domenica 21 aprile: ore 16,30 – 18,30
Domenica 21 aprile: ore 21,00
in lingua originale con sottotitoli italiani

Titolo originale: Wicked Little Letters
Nazione: Regno Unito
Anno: 2024
Genere: Commedia
Durata: 1 ora 40 minuti
Regia: Thea Sharrock
Cast: Olivia Colman, Jessie Buckley, Anjana Vasan, Timothy Spall
Produzione: Film4 Productions, Blueprint Pictures, South of the River Pictures, People Person Pictures
Distribuzione: Lucky Red

 

 

 

 

 

 

 

 

Trama

Edith e Rose. Puritana, conservatrice, irreprensibile inglese l’una; sfrontata, strafottente, anticonvenzionale irlandese l’altra.

La Bibbia mandata a memoria, la casa di famiglia rassettata in silenzio per la zitella; le risse al pub, un matrimonio alle spalle, un compagno e una figlia senza padre, invece, per l’immigrata.

Dopo la Grande Guerra sono diventate vicine di casa nella soporosa Littlehampton. La pace è sconvolta, però, da una catena di lettere oscene che, d’improvviso, piove addosso a Edith. L’onta per mamma Victoria e il tirannico papà Edward è massima. Il caso rimbalza dalla costa sud dell’Inghilterra alle cronache nazionali. La ribelle Rose finisce subito dietro le sbarre su denuncia di Edith, salvo uscirne su cauzione poco dopo. Intanto gli insulti si moltiplicano e colpiscono tutti i cittadini di Littlehampton, mentre incombe il processo sulla testa di Rose. Il Ministro incalza, il commissario locale traccheggia, così la poliziotta Gladys – altra immigrata sminuita in un mondo maschiocentrico – s’incarica, a rischio di perdere il posto, di rischiarare un caso che aspetta solo il verdetto definitivo per essere archiviato…

Trailer

Recensione

UNA COMMEDIA IMPERDIBILE, PUNGENTE E SCORRETTA CON PERFORMANCE ATTORIALI MEMORABILI.

Nel 1922 a Littlehampton la routine di una piccola cittadina viene sconvolta da una serie di lettere anonime oscene e cariche di insulti, indirizzate a Edith Swan. È una donna devota, cristiana, la sua fama di rettitudine e impeccabilità morale la precede. Tutto il contrario della sua vicina di casa Rose Gooding, immigrata irlandese vivace, ribelle e anticonformista. Sarà lei la prima sospettata, e subito arrestata, come autrice delle anonime missive. Sarà vero? A fare luce sulla vicenda, una giovane poliziotta poco rispettata, che insieme alle donne di quartiere si impegnerà a scoprire la verità.

Fare commedia in modo arguto, sottile, raffinato, è arte sempre più rara. Appartiene di sicuro alla penna di Johnny Sweet e alla maestria registica di Thea Sharrock, che firmano un’opera deliziosa, scorretta e imperdibile.

Al centro c’è un mistero da risolvere: lettere oscene piene di insulte dal mittente sconosciuto. Siamo nel primo ventennio del Novecento, le donne non sono ben viste in società, e Sharrock ne sottolinea con amara ironia a più riprese la realtà ingiustamente subalterna. A partire dalla protagonista Edith Swan, che vive nella pia devozione cristiana ed è del tutto sottomessa ai voleri e alle isterie del padre/patriarca.

Due personaggi drammatici, resi più interessanti che mai non solo dall’abile scrittura, ma anche dalle titaniche performance degli attori Timothy Spall e Olivia Colman. Quest’ultima offre l’ennesima prova d’attrice maiuscola, riuscendo perfettamente a calarsi nei panni di una donna repressa, che trova una via di sfogo nell’amicizia inattesa con la vicina Rose Gooding. Rose è un personaggio-chiave, rappresenta la forza vitale che viene da fuori, un’immigrata irlandese con tanto di figlia al seguito, sboccata, anticonformista, ribelle, pronta a scoccare freccette sulla testa degli uomini, non certo a farsi comandare da loro.

Anche Jessie Buckley sfoggia una memorabile abilità recitativa, è perfetta nel dare corpo e grinta alla vera “outsider” della storia, una donna moderna, imperfetta, ritenuta “sbagliata” da tutti, eppure profondamente autentica. Il suo modo di vivere decisamente agli antipodi dell’apparente rettitudine di Edith insospettisce, tuttavia, il padre di quest’ultima, che la ritiene colpevole delle anonime sconce missive che gli arrivano in casa. Il sospetto diventa automaticamente accusa ed Edith viene incarcerata.

Qui la commedia si mischia prima con la “detection”, poi con il “legal movie” quando Rose dovrà affrontare il processo. Scene drammatiche si alternano a continui spunti di leggerezza, cesellati di ironia pungente e scorretta. Nel mirino della sceneggiatura c’è soprattutto l’ottusità e l’arroganza degli uomini del tempo, determinati a considerare le donne “di serie b”, mortificandone aspirazioni e talenti.

Succede anche alla poliziotta Gladys Moss (un’eccellente, anche qui, Anjana Vasan dallo sguardo più che espressivo), che ha nel sangue il dna del detective e si mette a indagare sul caso, per quanto il suo superiore glielo abbia vietato. In quanto donna non solo non può fare indagini, ma non può neanche avere figli o sposarsi.

L’ironia con cui Sharrock porta sullo schermo tutta questa narrazione è feroce e politicamente scorretta, ma soprattutto colpisce tutte e tutti indiscriminatamente: anche le manie delle donne vengono messe alla berlina, dall’irascibilità di Rose al bigottismo di Edith, passando per le loro – indimenticabili – vicine di quartiere, tra cui c’è chi che senza mangiare uova non sa stare. A tutto questo si aggiunge l’umorismo marcato, e amaro al tempo stesso, con cui si affronta in maniera narrativamente ammirevole il fenomeno contemporaneo degli “haters”, attraverso questa storia “più che vera” (avvertono i titoli di testa).

L’insulto anonimo selvaggio nasce – come il film non cessa di mostrare – dalla repressione, dalla violenza psicologica domestica, dalla reclusione. E anche un po’ dall’invidia verso chi ha la volontà e la possibilità di vivere una vita libera, lontana dalle imposizioni.

Claudia Catalli – mymovies.it

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50
BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00

_ BAMBINI da 4 a 12 anni
_ ADULTI oltre 60 anni
_ PORTATORI DI HANDICAP
_ GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
_ MILITARI
_ TITOLARI tessera ANEC – UNITA (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo)
_ il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
_ il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura del comune di Imola
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

BIGLIETTO OMAGGIO

ACCOMPAGNATORE DI PORTATORE DI HANDICAP
BAMBINI fino a 3 anni
POSSESSORI DI TESSERA DEGLI ESERCENTI SALA CINEMATOGRAFICA (AGIS-ACEC, AGIS-ANEC, ANEM..)
POSSESSORI DI TESSERA ‘EUROPA CINEMAS’

LA SALA PROFESSORI [da venerdì 15 marzo]

2024-04-02T18:14:56+02:0026 Marzo 2024|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 27 marzo: ore 21,00
Domenica 31 marzo: ore 16,30

Lunedì 1 aprile: ore 16,30

Titolo originale: Das Lehrerzimmer
Nazione: Germania
Anno: 2023
Genere: Drammatico
Durata: 1 ora 38 minuti
Regia: Ilker Çatak
Cast: Leonie Benesch, Leonard Stettnisch, Michael Klammer, Rafael Stachowiak
Produzione: If… Productions, Arte, Zweites Deutsches Fernsehen
Distribuzione: Lucky Red

 

 

 

 

 

 

Premio Oscar 2024
  [nomination] Miglior film internazionale

European Film Awards 2023 
   [nomination] Miglior attrice europea a Leonie Benesch
   [nomination] Miglior sceneggiatore europeo a Johannes Duncker

National Board of Review, USA 2023
 Migliore film in lingua straniera

Goya 2024
    [nomination] Miglior film europeo

Trama

Quando la nuova insegnante di matematica e di educazione fisica di una seconda media tedesca, Carla Nowak, decide di prendere l’iniziativa per scoprire chi è il responsabile dei furti che si sono verificati nella scuola, lo fa con le migliori intenzioni. Prima su tutte quella di interrompere la prassi degli interrogatori ai danni di studenti innocenti e di liberarli dall’ombra del pregiudizio che grava su di loro. Sa benissimo, perché lo ha visto con i suoi occhi, che, per esempio, anche tra il corpo docente c’è chi non brilla per onestà. E sa benissimo, perché lo insegna in classe, che una tesi ha bisogno di una dimostrazione valida, da condursi passaggio dopo passaggio, altrimenti si finisce nell’ambito dell’opinione, nel relativismo, nell’anarchia. Eppure la sua azione finisce per innescare una reazione a catena…

Trailer

Recensione

La sala professori è una grande lezione sulla vera educazione alla libertà

Tra i film che nel 1946 vinsero il festival di Cannes – ci fu una cerimonia ecumenica postbellica, che premiò anche Roma città aperta di Roberto Rossellini – va citato anche Spasimo, diretto da Alf Sjöberg e scritto da Ingmar Bergman. Spasimo è una pellicola sulla scuola, che mette in scena il rapporto tragico fra un professore autoritario con simpatie naziste e uno studente coraggioso che si ribella ai suoi metodi. Già nel primissimo dopoguerra Sjöberg e Bergman riuscirono a mettere in luce come i sistemi di educazione autoritari avessero favorito l’avvento dei fascismi, ma possiamo anche prendere Spasimo come un film paradigmatico del cinema che mette in scena la scuola: ogni volta abbiamo a che fare con un dramma che contrappone chi vuole educare per dominare qualcuno e chi vuole farlo per liberarlo.

Nei saggi che hanno esplorato la storia della scuola attraverso le immagini, come Visual history. Images of education, di Ulrike Mietzner, Kevin Myers e Nick Peim, viene fuori in modo molto netto come rappresentazione e istituzione si siano rispecchiate a vicenda nell’evoluzione mondiale del sistema scolastico. Del resto ognuno di noi ha avuto, da studente o educatore, modelli scolastici anche cinematografici a cui appassionarsi o da rifiutare, che sono diventati addirittura iconici, dalla signorina Rottermeier al professor Keating di L’attimo fuggente.

Quando andiamo a vedere un film che parla di scuola, e ambientato in una scuola, sappiamo già cosa aspettarci: un conflitto. Tra docenti e studenti, tra dirigenti e docenti, tra studenti e studenti, qualcosa che nell’equilibrio della comunità educante si spezza e fa deflagrare un dissidio latente, che non è mai solo della scuola o di quella scuola, ma di un mondo più grande di cui la scuola, com’è facile riconoscere, è solo una metonimia.

Succede anche con La sala professori di lker Çatak. In un buon istituto tedesco, la professoressa Carla Nowak (Leonie Benesch, un’interpretazione di precisione chirurgica) insegna matematica ed educazione fisica a una seconda media: è preparata, coinvolgente, amata, usa una maieutica che ogni volta va a segno con gli studenti. L’innesco della deflagrazione del conflitto è un piccolo consiglio disciplinare – nel quale sono chiamati a discutere anche due studenti rappresentanti di classe – convocato per scoprire chi è responsabile di alcuni piccoli furti che avvengono a scuola.

Da lì comincia la battaglia, prima sorda, poi fragorosa. I metodi che ognuno adotta per risolvere il problema sono diversi: la dirigente ci tiene a ribadire il valore della “tolleranza zero”, che la scuola ha scelto di applicare ai casi controversi; gli studenti e i genitori mostrano le loro ipotesi, che nascondono antipatie e idiosincrasie; Nowak cerca di gestire in autonomia la vicenda; altri colleghi convincono gli studenti a dire a mezza bocca chi sono i colpevoli e ipotizzano interventi della polizia. Come fare a educare alla giustizia e alla legalità quando i riferimenti alla legalità e alla giustizia sono in contrasto perfino tra gli adulti?

Si scatena così un dramma costruito con una sceneggiatura talmente ben annodata nei suoi passaggi da somigliare a un algoritmo morale. In un paio di scene Nowak rivela proprio come l’insegnamento delle sue materie, matematica ed educazione fisica, sia modellato secondo una didattica costruttivista, ossia usando la collaborazione per costruire lezioni che siano delle scoperte e delle ricerche collettive.

Ma il metodo della professoressa, la sua tenacia, la sua energia nello scoprire la verità sui furti e, al tempo stesso, nel tenere insieme la comunità educante, orientandola verso valori progressisti, di educazione alla democrazia, deve tenere a distanza, in ogni scena con più intensità, un fuoco incrociato di istanze difensive, rivendicative, personalistiche, di gruppo, corporative: la comunità educante si trasforma in guerriglia educante.

I rapporti cordiali diventano feroci, il giornale scolastico le fa un’intervista che impone una sua versione dei fatti e somiglia a una manipolazione, il collegio docenti diventa un processo permanente alle intenzioni, nel consiglio di classe i genitori si schierano come un plotone di esecuzione.

Per chi insegna o per i genitori questi momenti del film sono particolarmente toccanti e dolorosi. Se non nel modo paradossale, estremo di La sala professori, questo genere di scene sono la routine di ogni vita scolastica. Vedere lacerarsi man mano la trama della fiducia collettiva della classe o della scuola è uno spettacolo drammatico, esiziale, che lascia feriti. Accuse, incomprensioni, ingiustizie, punizioni esemplari che non portano a un granché, reprimende: molti di noi sanno come i contesti scolastici possono trasformarsi di frequente in arene di conflitti che s’infiammano, con escalation repressive e paternalismo apparentemente inarrestabili.

Mentre vediamo La sala professori speriamo che nella scena successiva la situazione si calmi, che qualcosa si aggiusti, e invece – incalzati dalla colonna sonora esplicitamente thriller di Marvin Miller – quel contrasto esplode e annichilisce ogni speranza, prima nel sistema e poi perfino nelle persone che consideravamo alleate: dal piano educativo si passa al sociale, dal sociale al giuridico, e l’episodio ormai si perde in una serie di fatti, sempre più difficile da recuperare. Una volta che una sanzione non produce l’effetto desiderato, spesso si innesca una specie di circolo vizioso che aggiunge extrema ratio a extrema ratio, fino a mettere in discussione l’idea stessa di relazione educativa.

Quante volte in classe, rispetto a dei ragazzi e di fronte a quello che consideriamo un errore, una mancanza, sentiamo dire, o pronunciamo noi stessi: “Eh, ma lo devono capire!”. E se non lo capiscono? Se i metodi che consideravamo efficaci non funzionano, se quel contesto che pensavamo fosse riconosciuto come autorevole ed educativo non lo è, che si fa?

Qui bisognerebbe fare spoiler su un pezzo di film. Molti critici hanno trovato il finale di La sala professori non solo aperto ma opaco ed evanescente, come se sfilacciasse con un allentamento dell’ordito la tessitura perfetta cucita dall’inizio. In realtà, pian piano che la vicenda va avanti e la crisi si amplifica e approfondisce, si crea un doppio movimento: l’istituzione scolastica mostra la sua ombra e il film diventa un’opera non più sulla scuola ma sul mondo, ossia sul potere. Quale è la funzione della scuola? A cosa si educa? A imparare a dominare o a liberare? Per riprodurre la struttura del potere già esistente o per metterla in discussione fino a distruggerla e a pensarne una nuova?

Allora, come capita nelle migliori relazioni educative, la vera sfida è se veramente il vecchio è disposto a lasciare campo al nuovo, se veramente quell’autonomia che noi adulti proclamiamo sempre come orizzonte di senso, possa comprendere un’accettazione radicale del fatto che noi adulti possiamo fallire, fallire del tutto, anche e soprattutto nel nostro progetto educativo. E questo a volte non è per niente un male, anzi spesso è l’esito migliore che possiamo augurarci per crescere anche da adulti.

Christian Raimo – www.internazionale.it

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50
BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00

_ BAMBINI da 4 a 12 anni
_ ADULTI oltre 60 anni
_ PORTATORI DI HANDICAP
_ GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
_ MILITARI
_ TITOLARI tessera ANEC – UNITA (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo)
_ il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
_ il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura del comune di Imola
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

BIGLIETTO OMAGGIO

ACCOMPAGNATORE DI PORTATORE DI HANDICAP
BAMBINI fino a 3 anni
POSSESSORI DI TESSERA DEGLI ESERCENTI SALA CINEMATOGRAFICA (AGIS-ACEC, AGIS-ANEC, ANEM..)
POSSESSORI DI TESSERA ‘EUROPA CINEMAS’

I BAMBINI DI GAZA – [mercoledì 3 aprile – ore 21]

2024-04-03T22:04:26+02:0026 Marzo 2024|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 3 aprile: ore 21,00

Titolo originale: Roll
Nazione: Italia, Belgio
Anno: 2024
Genere: Drammatico
Durata: 1 ora 52 minuti
Regia: Loris Lai,
Cast: Tom Rhys Harries, Lyna Khoudri, Marwan Hamdam, Mikhael Fridel, Ruth Rosenfeld, Husam Chadat, Eyad Hourani, Marwan Hamdan, Qassim Shareef Gdah
Produzione: B-Roll Production, Eagle Pictures, Jean Vigo Italia, Lawrence Bender Productions, Lazio Cinema International, Potemkino, Rai Cinema
Distribuzione: Eagle Pictures

 

 

 

Trama

Siamo nella Striscia di Gaza nel 2003, durante la Seconda Intifada. Mahmud (Marwan Hamdam) un ragazzino palestinese di undici anni, l’israeliano Alon (Mikhael Fridel) e l’ex campione di surf Dan (Tom Rhys Harries) si ritrovano a stringere un’amicizia profonda uniti dalla loro grande passione comune per il surf.
Intorno a loro ci sono bombardamenti e odio, bambini destinati al martirio e terrore quotidiano. In una Gaza devastata Mahmud e Alon incontrano Dan sulla spiaggia, si trova lì per riportare a casa le ceneri di sua sorella, un medico volontario, tragicamente morta sotto i bombardamenti. L’uomo oltre al tragico lutto sta affrontando una dura lotta contro la dipendenza da antidolorifici. Quel giorno tutto cambia.
I tre diventano inseparabili, Dan insegna surf ai suoi giovani amici e la loro amicizia si trasforma in una scuola di vita…

Panoramica

Il regista italo-americano Loris Lai debutta con il suo primo lungometraggio, da lui scritto e diretto. La storia narrata prende ispirazione da Sulle onde della libertà (2015), romanzo di Nicoletta Bortolotti ambientato sulla Striscia di Gaza, nel 2003, durante la seconda Intifada. Prodotto da Jean Vigo Italia e Eagle Pictures con Rai Cinema in coproduzione con Potemkino, in coproduzione con B-Roll Production e Panoramic Film, il film è distribuito da Eagle Pictures e vanta una colonna sonora realizzata da Nicola Piovani, vincitore di un Oscar per le musiche de La vita è bella (1997). Il cast include Marwan Hamdan, Mikhael Fridel e Tom Rhys Harries. L’opera ha ricevuto il plauso di Papa Francesco, che ha dichiarato: “Questo film, con le voci piene di speranza dei bambini palestinesi e israeliani, sarà un grande contributo alla formazione nella fraternità, l’amicizia sociale e la pace”.

Trailer

Recensione

La passione per il surf unisce le traiettorie di un bambino israeliano e di uno palestinese, e il risultato è sia struggente che altalenante

Non sarebbe potuto uscire in un momento più propizio I bambini di Gaza – Sulle onde della libertà, e non solo per la situazione sempre più drammatica che sta sconvolgendo la Palestina in seguito ai tragici avvenimenti del 7 ottobre (o da ben prima, ad esseri onesti). Il debutto cinematografico dell’italoamericano Loris Lai non è infatti un film dichiaratamente politico, non ha interesse nel prendere una posizione rispetto al conflitto ma ne denuncia la portata devastante sulle vite, le menti e i sogni dei bambini che loro malgrado ne sono vittime.

Due fazioni, lo stesso desiderio

In fondo, scavando un po’ più a fondo, I bambini di Gaza – Sulle onde della libertà potrebbe essere letto come una parabola sul desiderio: di libertà, quindi di sognare, di scappare via da un posto che assomiglia sempre di più all’inferno sulla terra ma anche di rimanere e lottare contro gli “invasori”. Ma anche un desiderio di pace, di fratellanza, di fermare una guerra che miete solo vittime ma non risolve i conflitti; una guerra in cui il regista Loris Lai sceglie di non schierarsi (o almeno non apertamente), perché al suo film e a quindi ad egli stesso interessa ragionare sulle possibili conseguenze, e magari anche sulle possibili soluzioni, e non sulle cause.

Mahmud e Alon diventano quindi i volti di due fazioni diverse costrette da una passione in comune a conoscersi, a provare a superare le diffidenze e le ostilità in nome di un obiettivo condiviso: quello di imparare a cavalcare le onde, a controllare ciò che non si potrebbe controllare. È proprio la metafora surfistica la più calzante e riuscita per ricalcare l’assurdità della guerra, di tutte le guerre, soprattutto se viste dagli occhi innocenti dell’infanzia; non è un caso che la bella inquadratura finale espliciti la vicinanza e la lontananza assieme dei due quasi amici, i quali non esitano a salvarsi la vita in acqua ma poi ritraggono le mani su quella terra martoriata, mentre alle loro spalle c’è solo morte.

La domanda più difficile

Il fatto che I bambini di Gaza – Sulle onde della libertà cerchi di porre domande sensate più che fornire risposte è evidente nelle intenzioni drammaturgiche, in alcuni dialoghi fortunatamente privi di retorica e nel modo in cui Lai ci espone il tema della discriminazione. In uno scambio tra Alon e il padre, quest’ultimo riferisce al figlio che ci sono soltanto due modi in cui questa guerra potrà finire: con la vittoria degli israeliani o con quella dei palestinesi. Alon, però, gli chiede se esista una terza opzione ma il padre, roso dal fondamentalismo, gli risponde di no. La stessa cosa avviene con Mahmoud e il suo padre spirituale Ahfar, e anche qui la risposta è secca, imprescindibile.

Ecco, il film di Lai ha il merito di mostrarci entrambi i lati di questa profonda spaccatura, di un odio viscerale alimentato dall’intolleranza e dall’ignoranza. Noi li vediamo i bambini palestinesi che vengono plagiati e addestrati ad uccidere e a morire come martiri, ma anche il plagio di Alon è altrettanto violento seppur più sottile. Nonostante quindi un voice-over troppo insistito e un doppiaggio decisamente non all’altezza, oltre a qualche ingenuità di scrittura che appesantisce un po’ la narrazione, I bambini di Gaza – Sulle onde del destino azzecca un paio di splendide sequenze dal taglio onirico come quella dei bambini al tramonto in un enorme deserto che potrebbe essere un aldilà ideale o, come già scritto, quella finale.

Ma soprattutto riesce in più occasioni ad uscire dal reale per entrare nell’immaginario, ad utilizzare l’interessante fotografia un po’ ruvida e molto calda di Shane Sigler per miscelare i due piani e dare così più morbidezza alle trucide e realistiche sequenze di guerra. Grazie anche alle buone prove attoriali, soprattutto dei due giovani protagonisti, quella dei bambini di Gaza è una storia che abbraccia lo zeitgeist e rilancia ad un futuro migliore auspicabile, se non propriamente possibile, mentre cavalca le onde su una tavola da surf.

Daniele Luciani – https://www.spettacolo.eu

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50
BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00

_ BAMBINI da 4 a 12 anni
_ ADULTI oltre 60 anni
_ PORTATORI DI HANDICAP
_ GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
_ MILITARI
_ TITOLARI tessera ANEC – UNITA (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo)
_ il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
_ il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura del comune di Imola
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)
e) tessera ANEC – UNITA (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo)

BIGLIETTO OMAGGIO

ACCOMPAGNATORE DI PORTATORE DI HANDICAP
BAMBINI fino a 3 anni
POSSESSORI DI TESSERA DEGLI ESERCENTI SALA CINEMATOGRAFICA (AGIS-ACEC, AGIS-ANEC, ANEM..)
POSSESSORI DI TESSERA ‘EUROPA CINEMAS’

PRISCILLA [da venerdì 5 aprile – ore 21]

2024-04-09T21:52:15+02:0025 Marzo 2024|Archivio|

Proiezioni

Venerdì 5 aprile: ore 21,00
Sabato 6 aprile: ore 21,00
Domenica 7 aprile: ore 18,30
Domenica 7 aprile: ore 21,00
in lingua originale con sottotitoli italiani

Titolo originale: Priscilla
Nazione: USA
Anno: 2023
Genere: Drammatico, sentimentale, musicale
Durata: 1 ora 53 minuti
Regia: Sofia Coppola
Cast: Jacob Elordi, Cailee Spaeny, Emily Mitchell, Jorja Cadence, Tim Post, Ari Cohen, Josette Halpert, Deanna Jarvis, Luke Humphrey, R Austin Ball, Rodrigo Fernandez-Stoll, Tonia Venneri
Produzione: The Apartment, American Zoetrope, Standalone Pictures
Distribuzione: Vision Distribution

 

Trama

Quando l’adolescente Priscilla Beaulieu incontra Elvis Presley a una festa lui, lui che è già una superstar del rock’n’roll, si rivela a lei come un uomo completamente diverso. Sarà un colpo di fulmine, ma anche un uomo capace di essere un alleato nella solitudine di questa ragazza, un migliore amico vulnerabile. Attraverso gli occhi di Priscilla, Sofia Coppola ci racconta il lato nascosto di un grande mito americano, attraverso un lungo corteggiamento e un matrimonio turbolento. Una storia iniziata in una base dell’esercito tedesco e proseguita nella sua tenuta da sogno a Graceland. Una storia d’amore fatta di amore, sogni e fama…

Trailer

Recensione

Tratto dalla autobiografia “Elvis and Me”, la regista americana dirige un lungometraggio che racconta la relazione amorosa tra  Priscilla Ann Wagner Beaulieu e il re del Rock and Roll . Protagonisti Cailee Spaeny (premiata con la Coppa Volpi a Venezia) e Jacob Elordi. 

È affascinante e parimenti  complesso, vivere all’ombra di un gigante. Lo sa benissimo Priscilla Ann Wagner Beaulieu che nel 1959 conobbe Elvis Presley nella base militare americana di Wiesbaden, in Germania. Successivamente sposò il re del rock’n’ roll il primo maggio del 1967, partorì Lisa Marie, nove mesi dopo e, infine, divorziò dal King nell’ottobre del 1973. E in fondo anche Sofia Coppola, con modalità e grado parentale completamente differente, ha vissuto con una figura artistica assai importante, un titano del grande schermo, ovvero suo padre Francis Ford, uno dei più importanti registi della storia del cinema. E forse per questo la talentuosa cineasta ha deciso di firmare un biopic su una delle love story più note e discusse in ambito musicale e non solo. Un lungometraggio che arriva nelle sale cinematografiche italian da mercolefì 27 marzo, dopo essere stato presentato in concorso alla 80.ma edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

In Priscilla, Sofia Coppola gioca per sottrazione. Opta per la sineddoche, la parte per raccontare il tutto. Si parte con un florilegio glamour e stilosissimo di dettagli. Piedini accuratamente smaltati che calpestano una coloratissima moquette, ciglia lunghissime applicate con la dovuta perizia, un’epifania di bigodini, lacca spruzzata come se non ci fosse un domani, rossetto lucido  sulle labbra e profumo Chanel numero 5, a impreziosire la forma, da sempre contenuto, soprattutto negli anni Sessanta. Poi il film parte con la cronaca. Priscilla Ann Wagner Beauli, nata a New  York, il 24 maggio del 1945, ha 14 anni e si annoia moltissimo. Il suo padre biologico, il pilota James Wagner, è  deceduto in un incidente aereo quando la ragazza aveva sei mesi. La madre, Anna Lillian Iversen (di origini norvegesi), si è sposata con Paul Beaulieu, un ufficiale della United States Air Force. La famiglia vive nella base di Wiesbaden città extracircondariale della Germania centro-occidentale. La ragazza si sente triste e sola. Ma quando Priscilla incontra a una festa Elvis Presley, l’uomo, che è già una superstar del rock’n’roll, le cose cambiano radicalmente. Nella sfera privata, il cantante  si rivela come qualcuno di completamente diverso: un amore travolgente, un alleato nella solitudine e un amico vulnerabile. Attraverso lo sguardo di Priscilla, la regista illustra il lato meno noto di un iconico mito americano. Una storia iniziata tra le uniformi militari e proseguita nella famosissima tenuta da sogno a Graceland. Una storia fatta di amore, sogni e fama.

La venticinquenne Cailee Spaeny (che  prossimamente vedremo nellì’atteso Civil War di Alex Garland e in Alien Romolus) si cala con il giusto piglio nei panni di Priscilla. Tra sguardi, gesti e acconciature, l’attrice restituisce sullo schermo, con la dovuta grazia, tutte le fasi dell’innamoramento, della passione, della delusione, sino alla fine di un amore che entrambi i protagonisti credevano eterno. Non a caso l’attrrice, grazie a questa performance, l’attrice ha vinto la  Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile.

Di contro per Jacob Elordi, la sfida si preannunciava assai ardua, soprattutto a causa del biopic firmato da Baz Luhrmann con cui Austin Butler si era portato a casa una nomination all’Oscar. Eppure, l’attore, ottimo nella parte di Nate Jacobs nella serie Euphoria, se la cava egregiamente nel ruolo di Elvis. In un film che ci mostra soprattutto il lato più fragile e meno carismatico del grande artista, Jacob funziona sia quando chiama l’amata con il vezzeggiativo “Cilla”, sia quando mostra la sua dipendenza da anfetamine e sonniferi. Insomma, ci si commuove davanti a questa accurata rappresentazione di una love story che non a caso termina con I Will Always Love You, cantata da Dolly Parton, si finisce per convincersi che certi amori, in fondo non finiscono mai. Almeno al cinema.

tg24.sky.it

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50
BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00

_ BAMBINI da 4 a 12 anni
_ ADULTI oltre 60 anni
_ PORTATORI DI HANDICAP
_ GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
_ MILITARI
_ TITOLARI tessera ANEC – UNITA (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo)
_ il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
_ il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura del comune di Imola
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

BIGLIETTO OMAGGIO

ACCOMPAGNATORE DI PORTATORE DI HANDICAP
BAMBINI fino a 3 anni
POSSESSORI DI TESSERA DEGLI ESERCENTI SALA CINEMATOGRAFICA (AGIS-ACEC, AGIS-ANEC, ANEM..)
POSSESSORI DI TESSERA ‘EUROPA CINEMAS’

Go to Top