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SOUND OF FREEDOM [sabato 9 marzo ore 18:00]

2024-03-11T20:37:04+01:0025 Febbraio 2024|Archivio|

Proiezioni

Continua il successo di SOUND OF FREEDOM.
Spiacenti per chi non è riuscito ad entrare in sala nelle scorse proiezioni, abbiamo ritenuto opportuno aggiungere altre 2 date.

Sabato 9 marzo: ore 18,00

Titolo originale: Sound of freedom
Nazione: USA
Anno: 2023
Genere: Drammatico
Durata: 2 ora 11 minuti
Regia: Alejandro Monteverde
Cast: Jim Caviezel, Mira Sorvino, Bill Camp, José Zúñiga, Kurt Fuller, Eduardo Verástegui, Gerardo Taracena, Scott Haze, Ariel Sierra, Gary Basaraba, Manny Perez, Javier Godino, James Quattrochi, Gustavo Sánchez Parra
Produzione: Santa Fe Films
Distribuzione: Dominus Production

 

 

 

 

 

 

 

Trama

Sound of Freedom – Il Canto della Libertà, film basato su un’incredibile storia vera, punta i riflettori su uno degli argomenti più bui della nostra società. Dopo aver salvato un ragazzino da spietati trafficanti di bambini, un agente federale scopre che la sorellina è ancora prigioniera e decide di imbarcarsi in una pericolosa missione per salvarla. Con il tempo che stringe e fronteggiando numerosi ostacoli, lascia il lavoro e si addentra nella giungla colombiana, mettendo a rischio la sua stessa vita pur di liberarla da un destino peggiore della morte…

Trailer

 

Recensione

Rivelatosi come un inaspettato grande successo al box office americano, Sound of Freedom – Il canto della libertà esce in Italia per portare consapevolezza sulla pedofilia con un approccio stilistico che insegue un alto valore artistico.

Il più alto valore sociale che offre Sound of Freedom – Il canto della libertà è sensibilizzare sul tema portante della trama. La tratta dei minori ha radici lontane nella storia dell’umanità ed è agghiacciante pensare quanto sia ancora oggi una realtà in alcune zone del mondo. Il film solleva consapevolezza al riguardo, spingendo indirettamente l’interesse degli spettatori verso i rapporti dell’Unicef per la responsabilità e il dovere di esserne informati. I trafficanti trattano i bambini come merce qualsiasi, una merce proficua che trasportano da un paese all’altro, quando non da un continente all’altro, per venderla. Schiavitù e prostituzione è ciò che li aspetta, con una prospettiva di vita aberrante, lontana dai genitori che non vedranno mai più.

Sound of Freedom racconta questa sconcertante attualità, la pedofilia non solo come deviazione perversa, ma come business strutturato e redditizio. Il terreno fertile per entrare in affari in questo settore sono sempre quelle zone del mondo culturalmente ed economicamente povere, spesso sovraffollate, con governi vacillanti e democrazie corrotte, in cui le false promesse verso vite migliori traggono in inganno i genitori e i loro figli. Le indagini dell’agente Tim Ballard, interpretato da Jim Caviezel, riflettono la realtà ricordandoci che una delle vie del traffico dei minori collega il Sudamerica con il Sud-est asiatico. L’azione nel film si concentra sul viaggio in Colombia che Ballard intraprende inizialmente per il governo americano e successivamente per conto proprio, nel tentativo di andare alla fonte del traffico di minori e trovare una propria pace interiore, dopo anni di indagini e crudeltà di cui è stato testimone e che lo ossessionano.

Il più alto valore artistico, invece, è il lavoro sulla luce. Alejandro Gomez Monteverde insegue l’epica in questa storia tratta da una storia vera, come recita la didascalia all’inizio. Insieme al direttore della fotografia Gorka Gómez Andreu, il regista di Sound of Freedom si dedica con estrema cura all’estetica del film, incorniciando gli ambienti e mettendone in risalto i chiaroscuri, con movimenti di camera lenti e molte figure in silhouette. Nel ritmo dilatato degli eventi, Monteverde insiste più sull’intima missione del protagonista, cercando un’aura angelica intorno a Caviezel, biondo e con occhi azzurri spesso in lacrime.

Proprio la dilatazione dei tempi rischia di non essere giustificata in una narrazione lunga due ore e mezzo, nonostante possa essere un vanto rispetto all’esiguo budget di 15 milioni di dollari per la realizzazione e l’evidentente entusiamo del pubblico statunitense che lo ha eletto uno dei più redditizzi film indipendenti al box office, con 250 milioni di dollari di incasso. A dispetto di una reputazione che il film porta con sé, relativa alle voci che lo vogliono affiancare ai complottisti americani, o al fatto che sia prodotto dalla società Angel Studios specializzata in film su base religiosa, Sound of Freedom non è manipolatorio e può essere serenamente giudicato sull’aspetto artistico e sul messaggio che vuole dare. Proprio come qualunque altro film.

Antonio Bracco – www.comingsoon.it

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,50
BIGLIETTO RIDOTTO € 6,00

• BAMBINI da 4 a 12 anni
• ADULTI oltre 60 anni
• PORTATORI DI HANDICAP
• GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
• MILITARI
• il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
• il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura del comune di Imola
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

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DIECI MINUTI [mercoledì 7 febbraio – ore 21]

2024-02-08T07:24:03+01:006 Febbraio 2024|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 7 febbraio: ore 21,00

Nazione: Italia
Anno: 2024
Genere: Drammatico
Durata: 1 ora 42 minuti
Regia: Maria Sole Tognazzi
Cast:  Barbara Ronchi, Fotinì Peluso, Margherita Buy, Alessandro Tedeschi, Anna Ferruzzo
Produzione: Indiana Production e Vision Distribution
Distribuzione: Vision Distribution

 

 

 

 

 

 

Trama

Dieci Minuti racconta come anche soltanto dieci semplici minuti al giorno possano cambiare totalmente il corso dell’intera giornata. Trascorrere questi pochi minuti a fare qualcosa del tutto nuovo e mai fatto nella vita, può davvero cambiare il corso di un’intera esistenza. È questo quello che Bianca imparerà durante una crisi esistenziale.
Fare nuove conoscenze, scoprire legami speciali e ascoltare chi da sempre le vuole bene sembra poco, ma può permettere a una persona, in questo caso Bianca, di ricominciare e di rinascere.

Trailer

 

Recensione

UN FILM MORBIDO E GENTILE CHE ACCOMPAGNA LO SPETTATORE CON ACCORATA TENEREZZA. DAL ROMANZO DI CHIARA GAMBERALE.
Quando Niccolò lascia la moglie Bianca, dopo 18 anni di matrimonio, lei cade dalle nuvole: non si era accorta di nulla, né dell’infelicità del suo compagno di vita, né della sua relazione con un’altra donna. Da quel momento Bianca precipita in uno stato depressivo dal quale cerca di tirarla fuori una psicologa burbera dal cognome importante (si chiama Braibanti, come la vittima di un agghiacciante caso giudiziario), intenta a riportare la sua paziente ad un metro di realtà. Perché Bianca ha attraversato la vita, non solo il suo matrimonio, con eccessiva cautela verso se stessa, con la paura di confrontarsi con le cose che non si ritiene capace di tentare. Così la psicologa le propone un esercizio: fare per dieci minuti una serie di esperienze nuove e così addentrarsi in territori sconosciuti. Bianca, dopo essere stata sospesa dal giornale per cui collaborava, si mette alla prova: al funerale di uno sconosciuto, facendo l’autostop o un po’ di sesso occasionale, persino taccheggiare. Ma l’attende la sfida più grande di tutte: cominciare a fare ciò che non ha mai osato.

Dieci minuti, diretto da Maria Sole Tognazzi e da lei cosceneggiato insieme a Francesca Archibugi, è liberamente ispirato al romanzo “Per dieci minuti” di Chiara Gamberale, di cui conserva la componente fortemente autobiografica.

Inizialmente percepiamo il mondo attraverso il punto di vista soggettivo di Bianca, che “non vede e non ascolta”, poi a poco a poco allarghiamo lo sguardo a contemplare la complessità della sua realtà, e soprattutto dei suoi rapporti famigliari: con Niccolò, ma anche con i genitori, con l’amico di sempre e con la sorellastra.

Il film fa riferimento nei dialoghi ad alcune grandi scrittrici – Elsa Morante e Natalia Ginzburg – ma quella di cui è lontano parente potrebbe essere Elena Ferrante, un fantasma ingombrante con il suo “I giorni dell’abbandono” (già diventato un film di Roberto Faenza, con protagonista proprio quella Margherita Buy che qui interpreta la psicologa Braibanti).

Ma della scrittura della Ferrante (o anche della Morante e della Ginzburg) Dieci minuti purtroppo non ha la spietatezza, assestandosi su una corda morbida e gentile: paradossalmente lo strazio della separazione si coglie soprattutto sul volto di Alessandro Tedeschi, che ben interpreta il ruolo di Niccolò.

Barbara Ronchi aggiunge fragilità e dolcezza alla sua Bianca, ma non le è permesso tagliare fino in fondo attraverso il suo dolore, e anche la durezza della psicologa viene contraddetta da una scena finale che di fatto, annulla quello che era stato fino a quel momento un personaggio nuovo: un medico (donna) che affronta i pazienti con piglio quasi aggressivo. E le musiche di Andrea Farri sottolineano troppo incessantemente ogni emozione, come se la regia avesse paura del silenzio che accompagna la solitudine, soprattutto quella non scelta.

Tuttavia Dieci minuti può contare su un cast corale e coeso che lavora in armonia, e susciterà commozione in chi è più portato alla lettura soft del dolore. Tognazzi ha una bella mano di regia, e insieme ad Archibugi ha orchestrato una serie di interessanti slittamenti temporali che rendono la narrazione una sorta di detection, sfruttando proprio lo sfasamento percettivo della protagonista che siamo inizialmente chiamati a condividere.

Dieci minuti dunque si lascia vedere e accompagna lo spettatore con accorata tenerezza: ma un po’ di mordente in più l’avrebbe reso un’opera che ha il coraggio di entrare nel cuore di tenebra della vita – precisamente quello che è sempre mancato a Bianca.

Paola Casella – www.mymovies.it

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GREEN BORDER [da venerdì 9 febbraio]

2024-02-14T21:28:46+01:006 Febbraio 2024|Archivio|

Proiezioni

Venerdì 9 febbraio: ore 21,00
Sabato 10 febbraio: ore 21,00
Domenica 11  febbraio: ore 15,30 – 18,15
Domenica 11  febbraio: ore 21,00 in lingua originale con sottotitoli in italiano 
Mercoledì 14 febbraio: ore 21,00

 

Titolo originale: Zielona granica
Nazione: Polonia, Germania, Francia, Belgio
Anno: 2023
Genere: Drammatico
Durata: 2 ora 27 minuti
Regia: Agnieszka Holland
Cast: Behi Djanati Atai, Agata Kulesza, Maja Ostaszewska, Tomasz Wlosok, Piotr Stramowski
Produzione: Metro Films, Blick Productions, Marlene Film Production, Beluga Tree, Canal+ Polska
Distribuzione: Movies Inspired

 

 

 

 

Mostra Cinematografica di Venezia 2023 –

Premio speciale della giuria

 

 

Trama

Nelle gelide foreste che ricoprono il confine tra la Bielorussia e la Polonia, teatro dal 2021 della crisi migratoria istigata dal governo bielorusso, si incrociano le vicende di una famiglia di rifugiati siriani che lotta per attraversare il confine, della loro compagna di viaggio afghana, di una giovane guardia di frontiera polacca che sta per avere un bambino e di un gruppo di attivisti che aiuta i migranti respinti al confine.
Il film è stato premiato al Festival di Venezia, ha ottenuto 2 candidature agli European Film Awards.

Trailer

 

Recensione

AGNIESZKA HOLLAND TORNA IN PATRIA CON UNA FOTOGRAFIA BRUTALE DELLA CRISI DEI RIFUGIATI AL CONFINE POLACCO

2021. Una famiglia siriana atterra a Minsk per cercare di raggiungere il confine tra Bielorussia e Polonia e, una volta entrata nell’Unione Europea, raggiungere dei parenti in Svezia. Ma la foresta che separa i due paesi è ormai teatro di una guerra di sopravvivenza per i rifugiati, presi in mezzo tra la propaganda del presidente bielorusso Lukashenko, che li attira nel paese per sovraccaricare il confine e destabilizzare i governi occidentali, e la violenta repressione da parte della polizia di frontiera polacca, che su ordini del governo Duda cerca di ricacciarli indietro senza alcun riguardo.

Il cinema di denuncia sociale e politica di Agnieszka Holland non poteva non interessarsi alle turbolenze del presente che interessano in maniera diretta la sua patria, la Polonia, già in un tumulto interno per le politiche del governo e messa in una situazione ancor più delicata prima e durante l’invasione russa dell’Ucraina.

Proprio in Ucraina Holland aveva appena ambientato Mr. Jones nel 2019, ricordando la carestia di matrice sovietica che distrusse il paese negli anni trenta. Prima ancora, la regista si è occupata a più riprese dell’Olocausto, come nel suo film forse più celebre, Europa Europa, nel 1991.

Naturale quindi che uno dei nomi di spicco del cinema polacco moderno abbia deciso di mettere in scena il travaglio umano delle migliaia di persone coinvolte in un sadico gioco di rappresaglia politica tra paesi e tra blocchi globali, in un corposo dramma in bianco e nero che vuole offrire molteplici punti di vista sulla vicenda.

Lo fa in quel modo diretto, senza fronzoli e contundente che abbiamo imparato ad aspettarci da lei, autrice guidata dal principio – non privo di un certo didatticismo – che certe cose vadano semplicemente portate alla luce: The Green Border è pieno di sofferenza e angherie, non lesina negli appelli diretti alla pietà spettatoriale, cerca emozioni forti costruendo una storia di abusi vergognosi su donne, anziani e bambini.

Il fatto che sia storia recente, e anzi decisamente ancora in corso, impone una certa precisione documentaria seppur nei contorni della finzione. Holland in questo è diligente e cerca di non fare buoni e cattivi, mettendo in chiaro quanto i destini delle persone innocenti siano effetti diretti di propagande incrociate, che letteralmente si rimpallano corpi sopra una rete di filo spinato in un assurdo gioco senza fine.

Anche la struttura vuole coprire tutte le basi, concentrandosi non solo sulla famiglia di protagonisti ma sugli attivisti polacchi che offrono soccorso volontario lungo il confine, sulla singola guardia che sceglie di non bersi le istruzioni del superiore che equipara persone alle pallottole, e su una donna “civile” che scopre l’impegno quando viene messa di fronte alle atrocità.

Di particolare interesse per il pubblico italiano che è protagonista di un fronte diverso per quanto riguarda le emergenze migratorie, e che forse nello specchio di un’altra frontiera potrà mettere in prospettiva qualcuna delle impellenti questioni nostrane, il film non rinuncia poi a un’altra riflessione scomoda, arrivando a includere lo scoppio della guerra in Ucraina con conseguente afflusso di rifugiati diretti verso la Polonia, e conseguente ricordo dell’ipocrisia eurocentrica nei modi in cui classifichiamo “l’altro”.

Tommaso Tocci – www.mymovies.it

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IL RAGAZZO E L’AIRONE [domenica 21 e mercoledì 24 gennaio]

2024-01-25T07:41:23+01:0021 Gennaio 2024|Archivio|

Proiezioni

Domenica 21 gennaio: ore 18,30
Mercoledì 24 gennaio: ore 21,00

 

Nazione: Giappone
Anno: 2023
Genere: Animazione, Avventura, Drammatico
Durata: 2 ore 5 minuti
Regia: Hayao Miyazaki
Produzione: Studio Ghibli, Toho, Studio Ponoc
Distribuzione: Lucky Red

 

 

 

 

Trama

Spinto dal desiderio di rivedere sua madre, Mahito decide di avventurarsi in un regno abitato da creature incredibili e affascinantii; un luogo dove la morte finisce e la vita sembra trovare un nuovo inizio. Il ragazzo e l’airone è una storia sul mistero dell’esistenza e della creazione, un omaggio all’amicizia partorito dalla mente di uno dei più grandi maestri dell’animazione mondiale, Hayao Miyazaki.

Trailer

 

Recensione

A distanza di dieci anni dall’ultimo lungometraggio – Si alza il vento (2013) – il celebre regista d’animazione giapponese Hayao Miyazaki porta sul grande schermo la sua ultima fatica, che con ogni probabilità sarà anche l’ultima della sua lunga carriera artistica, come affermato da lui stesso. Dopo ben sette anni di lavorazione e dei costi di produzioni piuttosto elevati, lo Studio Ghibli – in collaborazione con Toho e Studio Ponoc – presenta al grande pubblico un’opera che prende spunto dall’infanzia dello stesso regista e dal romanzo E voi come vivrete?, opera del 1937 scritta da Genzabur? Yoshino.

Sebbene nella versione originale il film è intitolato proprio come il romanzo suddetto, la storia non ne riprende affatto la trama, ma bensì le sue tematiche. La colonna sonora è stata realizzata dal compositore giapponese Joe Hisaishi, che segna così la sua undicesima collaborazione con Hayao Miyazaki: sono note le sue musiche per Il mio vicino Totoro (1988) e Il castello errante di Howl (2004).

L’uscita in Giappone del film non è stata preceduta da alcun tipo di campagna promozionale: nonostante ciò l’opera ha riscosso un successo incredibile fra il pubblico, incassando oltre settanta milioni di dollari. Il ragazzo e l’airone è stato scelto come film d’apertura al Toronto International Film Festival 2023, dove è stato preceduto da un’introduzione di Guillermo del Toro.

Hayao Miyazaki ha cambiato idea, è tornato dalla pensione per donare a suo nipote e a noi Il ragazzo e l’airone. La nostra recensione e le nostre riflessioni sul nuovo anime dello Studio Ghibli.

In Giappone nella fine degli anni Trenta, il giovanissimo Mahito ha perso sua madre durante la guerra e ha lasciato Tokyo per la provincia rurale, in compagnia di suo padre, che sta per sposare la sorella della defunta. Esplorando i dintorni, Mahito scopre una torre misteriosa che è un portale verso un altro mondo, con più di un legame tuttavia con la realtà, compresa la sua.

Dopo Si alza il vento, che doveva essere nel 2013 il suo commiato dal cinema, Hayao Miyazaki non ha resistito molto da pensionato forzato: lo ritroviamo oggi insieme al suo Studio Ghibli, a 82 anni, forse per salutarci definitivamente con questo Il ragazzo e l’airone. Sarebbe lecito a questo punto non credergli fino in fondo, però ci sono buoni motivi adesso per riconoscere un reale sipario in questo anime, che sintetizza la gran parte delle caratteristiche del suo cinema, in particolare quelle più visionarie e immaginifiche.

Il controllo formale del film è finalizzato, come spesso è accaduto con Miyazaki, a favorire una vera abitabilità dell’esperienza cinematografica: lo spazio dell’inquadratura diventa ospitale, indugiando quanto basta sui fondali acquerellati che definiscono un mondo, ora con dettagli storicamente meticolosi (si osservino gli interni), ora con suggerimenti al limite dell’impressionismo negli esterni.
Ossessiva, nel ritmo di montaggio non convenzionale che sfida il rischio di tempi morti (non sempre evitandoli: un prezzo da pagare), è l’attenzione al sonoro che dà tangibilità a queste ambientazioni: tutto l’incipit del film è praticamente narrato dai movimenti di Mahito su diverse superfici e attraverso diversi ambienti, quasi ritrovassimo nell’eco di quei passi, di quegli inciampi, di quell’acqua, di quel materasso, la nostra esplorazione fisica di questo mondo alternativo. Al decollo della fantasia, la colonna sonora di Joe Hisaishi le dà ancora una volta voce, per andare lì dove i dialoghi e i rumori del reale non possono arrivare.

Insomma, chi cerchi l’Hayao Miyazaki classico in Il ragazzo e l’airone lo troverà, con tutti i suoi sprazzi grotteschi che hanno radici fiabesche lontane (le sette governanti sono un evidente omaggio ai sette nani, icone che immediatamente confermano l’affacciarsi del fantastico nella dura esistenza di Mahito).
Ma questa volta c’è qualcos’altro.

Abbiamo avuto modo spesso negli anni di notare, tramite interviste o resoconti di terzi, come Miyazaki non si sia mai risparmiato severità verso se stesso, suo figlio Goro o l’arte dell’animazione in generale, vissuta con meticolosità e rigore. Un atteggiamento perfettamente coerente con quella necessità di annunciare il proprio ritiro, azzerando ogni tipo di autoindulgenza.

L’esistenza stessa di Il ragazzo e l’airone a questo punto suonerebbe come una contraddizione, perché sembra andare contro questa volontà di risolvere il proprio rapporto con l’arte e con il pubblico. In realtà, dopo aver visto il film, si tocca con mano il motivo del dietrofront: era molto più coerente affidare questa risoluzione, questo commiato, a un film, piuttosto che a interviste o agenzie di stampa. Qualcosa era rimasto in sospeso: a salutarci doveva essere una storia, che per una volta non è abitata solo dal pubblico, ma dallo stesso autore. Sì, perché è difficile non pensare che l’anziano antenato di Mahito della storia, rimasto prigioniero di questo mondo alternativo, suo demiurgo, sia a tutti gli effetti proprio Hayao: c’è qualcosa di molto intimo nel modo in cui confida la sua sempre più faticosa difficoltà con cui lo tiene in piedi, ansioso di trasmettere un’eredità… che forse è intrasmettibile.

Il ragazzo e l’airone innalza l’arte (grafica, cinematografica, letteraria) a origine di tutto, della stessa vita, in un corto circuito tra procreazione e creazione artistica, in un annullamento – seppure provvisorio – delle distanze che il tempo impone a genitori e figli, a nuove e vecchie generazioni. Un messaggio potente quello che Hayao ha detto di voler dedicare a suo nipote, ma anche una considerazione saggia. Perché l’innalzamento, con dolcezza struggente, è tutt’altro che granitico, anzi: è destinato a lasciare spazio non solo a nuovi immaginari, nuove vite e nuove creazioni, ma anche alla natura stessa che da sempre era stata fonte d’ispirazione di quell’arte, e che ora merita di riavere indietro le sue creature.

Nella complessa stratificazione di rimandi e significati di Il ragazzo e l’airone ci si può perdere, ci si può anche annoiare occasionalmente per una struttura slegata di stampo carrolliano (non è sacrilego ammetterlo), ma non si perde mai la riconoscenza per essere stimolati nella nostra curiosità. Hayao Miyazaki non è solo un autore che si prende sul serio, ma pretende che prendiamo sul serio noi stessi, nel ruolo di spettatori e spettatrici.

Ci mancherà.

Domenico Misciagna – www.comingsoon.it

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XXIV rassegna dialettale Don Romano Fiorentini

2024-03-07T21:36:03+01:0019 Gennaio 2024|Archivio|

 

XXIV RASSEGNA TEATRO AMATORIALE DIALETTALE

DON ROMANO FIORENTINI

Torna al donfiorentini, nel periodo gennaio – marzo 2024 con una singola serata (lunedì), la Rassegna dialettale Don Romano Fiorentini. Siamo giunti alla XXIV edizione! Le Compagnie, con le consuete passione e verve, porteranno sul palco i loro testi per mantenere vivo il dialetto romagnolo che, con la sua espressività ed immediatezza nel descrivere le situazioni quotidiane, porterà sicuramente le persone a sorridere!


Ingresso € 8,00
La Rassegna verrà effettuata nella sola serata del Lunedì.

Sarà possibile la prenotazione dei posti nelle sole serate della Rassegna previo pagamento del costo del biglietto e successivamente a partire dall’8 gennaio 2024 (dalle ore 20.00) presso la biglietteria del Cinema -Teatro. Sarà altresì possibile l’acquisto dei biglietti in prevendita online tramite il sito www.donfiorentini.it o direttamente su www.liveticket.it/donfiorentini a decorrere dal 3 gennaio 2024
(sull’acquisto online viene applicata la commissione del 10%).


PERFECT DAYS [prosegue da mercoledì 17 gennaio]

2024-01-23T20:49:19+01:0031 Dicembre 2023|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 17 gennaio: ore 21,00
Venerdì 19 gennaio: ore 21,00
Sabato 20 gennaio: ore 21,00
Domenica 21 gennaio: ore 16,00
Domenica 21 gennaio: ore 21,00 (in lingua originale sottotitolato in italiano)

Nazione: Giappone, Germania
Anno: 2023
Genere: Drammatico
Durata: 2 ore 5 minuti
Regia: Wim Wenders
Cast:  Kôji Yakusho, Tokio Emoto, Arisa Nakano, Aoi Yamada
Produzione: Master Mind
Distribuzione: Lucky Red

 

 

 

 


Palma d’oro 2023 al Festival di Cannes
per il migliore attore protagonista

 


Candidato nipponico all’Oscar 2024

Trama

Hirayama conduce una vita semplice scandita da una routine perfetta. Si dedica con cura e passione a tutte le attività della sua giornata, dal lavoro come addetto alle pulizie dei bagni pubblici di Tokyo all’amore per i libri, le piante, la musica che specialmente lo accompagna, attraverso la diffusione di audiocassette, mentre guida per andare e tornare dal lavoro, alla fotografia e a tutte le piccole cose a cui si può dedicare un sorriso. Nel ripetersi del quotidiano una serie di incontri inaspettati riveleranno qualcosa di più sul suo passato. Il film è stato premiato al Festival di Cannes, ha ottenuto 1 candidatura a Critics Choice Award ed è il candidato nipponico nella corsa agli Oscar 2024.

Trailer

 

Recensione n°1

IL RITRATTO DELLA SERENA E COMPOSTA SOLITUDINE DI UN UOMO CHE HA FATTO PACE CON I SUOI ERRORI DEL PASSATO

Tokyo, oggi. Hirayama è un sessantenne giapponese che pulisce i bagni pubblici della città con attenzione meticolosa ai dettagli e dedizione certosina al suo lavoro. Ogni giorno segue la stessa routine: un’attenta pulizia personale prima e dopo quella dei bagni altrui, un’innaffiata alle piante che ha salvato dalla disattenzione cittadina, un panino al parco all’ora di pranzo. Lungo il suo percorso talvolta si ferma a osservare le piante che lo sovrastano scattando foto alle chiome, o fa uno spuntino presso qualche tavola calda. E ogni tanto fa qualche incontro: con Takashi, il ragazzo che rileva il turno pomeridiano di pulizia dei bagni, con una ragazza al parco, con un senzatetto scollato dalla realtà, con la proprietaria di un ristorante che gli riserva piccoli trattamenti di favore. E quando sale a bordo del suo furgone ascolta Lou Reed (con e senza i Velvet Underground) e Patti Smith, The Animals e Van Morrison, Otis Redding a Nina Simone, così come quando è a casa legge William Faulkner e Patricia Highsmith, ma anche la “sottovalutata” Aya Koda.

Perfect Days racconta le “giornate perfette” di Hirayama come una quieta affermazione di dignità quotidiana.

L’uomo svolge il suo lavoro con gesti precisi ed essenziali, accogliendo l’occasionale contatto umano (anche nella forma anonima di una partita a tris proposta su un foglietto) con generosità e rispetto. Tutto in lui è rimasto analogico, come le musicassette che ascolta o la macchina fotografica i cui rullini vanno fatti sviluppare, e le fotografie vengono collezionate in scatole numerate che archiviano la nostalgia del tempo che passa.

Wim Wenders, in veste di regista e sceneggiatore (con Takuma Takasaki), mette a frutto la sua grande familiarità con il documentario per creare un film di finzione che segue le giornate del suo protagonista come una camera nascosta, e poi però racconta i sogni di Hirayama come un’elaborazione artistica del giorno appena vissuto.

La concezione architettonica di Wenders incastona la figura umana in spazi ben squadrati e confinanti (a cominciare dal formato 4:3 che ad un certo punto diventa quello ancora più ristretto dell’inquadratura da cellulare), e in una Tokyo in cui il sole sorge (non a caso siamo nel Paese del Sol Levante”) accompagnato dalla canzone perfetta (The House of the Rising Sun). La fotografia nitida e precisa di Franz Lustig accompagna il ritratto della serena e composta solitudine di un uomo che sa di appartenere ad un’altra epoca e che ha fatto pace con i suoi errori del passato.

Koji Yakuso, che alcuni ricorderanno in Babel di Alejandro Inarritu ma anche ne Il terzo omicidio di Hirokazu Kore’eda o The Eel di Imamura Shohei, è lo straordinario interprete di questo film quasi muto che si snoda in purezza attraverso uno sguardo contemplativo ma mai artefatto.

Il suo Hirayama è il baluardo di un passato recente che è già modernariato, e conserva un afflato poetico persino attraverso il lavaggio di bagni frequentati da persone per cui è invisibile. Hirayama continua la sua metodica affermazione di sé all’interno di un universo per molti versi indifferente, consapevole che “il mondo è fatto di molti mondi” e solo alcuni sono connessi, ricordandoci che esiste un “ora” che va rispettato in quanto tale senza correre dietro al futuro, perché “il futuro succederà la prossima volta”.

Paola Casella – www.mymovies.it

Recensione n°2 – L’OSSERVATORE ROMANO

Recensione n°3 – AVVENIRE


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a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura del comune di Imola
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

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UN COLPO DI FORTUNA [mercoledì 13 dicembre]

2023-12-13T21:12:15+01:0012 Dicembre 2023|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 13 dicembre: ore 21,00

Titolo originale: Coup de chance
Nazione: Francia, Gran Bretagna
Anno: 2023
Genere: Drammatico
Durata: 1 ora 36 minuti
Regia: Woody Allen
Cast: Sara Martins, Lou de Laâge, Melvil Poupaud, Elsa Zylberstein, Niels Schneider
Produzione: Dippermouth
Distribuzione: Lucky Red

 

 

 

 

 

Trama

Un Colpo di Fortuna, il film diretto da Woody Allen, è ambientato a Parigi e dintorni e racconta la storia di Fanny e Jean (Lou de Laâge e Melvil Poupaud), una coppia all’apparenza perfetta. I due sono molto soddisfatti della loro vita, vivono in un bellissimo appartamento in uno dei migliori quartieri della città e, nonostante del tempo sia passato, sembrano innamorati come il primo giorno.
Quando Fanny incontra Alain (Niels Schneider), un suo ex compagno del liceo, rimane completamente affascinata da lui. I due iniziano a incontrarsi con molta frequenza, cosa che li porterà ad avvicinarsi sempre di più..

Trailer

Recensione

ALLEN TORNA SUI TEMI A LUI PIÙ CARI: LE DINAMICHE DI COPPIA E IL RAPPORTO TRA SENTIMENTI E FREDDA RAZIONALITÀ

Jean e Fanny formano una coppia apparentemente ben assortita. Hanno un lavoro redditizio, vivono in un quartiere elegante di Parigi e sembrano innamorati come all’inizio della loro relazione. Di lui si mormora che abbia uno scheletro nell’armadio sul piano professionale. Lei invece inizia a provare un senso di colpa che si unisce alla passione che sente nascere per un compagno di liceo incontrato un giorno in modo casuale.

Woody Allen torna in una Parigi autunnale per proporci una sintesi dei temi che più lo hanno interessato nel corso degli anni e che ancora gli offrono materia di riflessione.

Lasciatisi alle spalle Un giorno di pioggia a New York dove i ventenni parlavano come anziani intellettuali e il cinefilo Rifkin’s Festival Woody affronta nuovamente il tema che più lo affascina: le dinamiche di coppia e il rapporto tra la fredda razionalità (anche se mascherata da sentimentalismo) e il flusso dei sentimenti veri.

Fanny ama realmente il suo secondo marito anche se il dubbio di essere per lui la moglie trofeo da esibire in società non ha mancato di sfiorare la sua mente. Mentre lui ha un rapporto con il denaro che lo porta ad affermare che non si è mai troppo ricchi, lei ai benestanti vende opere d’arte in una prestigiosa casa d’aste. Tutto va bene finché ‘il caso’ non mette letteralmente sulla sua strada Alain, un compagno di liceo, ora scrittore, da sempre innamorato di lei senza averglielo mai rivelato.

Da questo momento Woody si diverte a lavorare su due termini che, fin dal tempo del teatro greco, attraversano la vita degli esseri umani e la sua rappresentazione scenica. Si tratta di due termini che la lingua francese con cui gli interpreti si esprimono sa distinguere con sottigliezza. Lo ha fatto nel passato Claude Lelouch intitolando un suo film “Hasard ou coincidences”.

Il caso, la coincidenza può trasformarsi in un rischio? Woody pensa di sì ma ritiene anche che si tratti di un’opportunità. Ricorda, fin dai tempi di Match Point, che in fondo tutti noi siamo in balia di questi due elementi a cui aggiunge una riflessione che porta, ancora una volta, con sé sin dall’età giovanile e dalla passione per Dostoevski.

Quali sono le vere colpe commesse dagli esseri umani? Vivere una modalità di relazione appagante senza per questo smettere di provare un sentimento sincero nei confronti della persona con cui si divide da anni il quotidiano è davvero una colpa? O ce ne sono altre, ben più gravi, che meritano una punizione ad esse commisurata?

Allen, in una Parigi autunnale come piace a lui (ed esaltata in questo dalle scelte cromatiche di Storaro) con i toni delle sue commedie più riuscite ci mostra come la vita in fondo sia una lotteria. A partire dal giorno in cui siamo entrati in questo mondo. Tanti anni fa, in Mariti e mogli ci ricordava che Dio non gioca a dadi con l’umanità ma solo a nascondino. Oggi, senza aver bisogno di citarlo, cerca di scoprire cosa si nasconda dietro la chance, invitandoci a tenerne conto senza però pretendere di trovare la soluzione.

Giancarlo Zappoli – www.mymovies.it

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PALAZZINA LAF [da venerdì 1 dicembre]

2023-12-03T21:02:16+01:0029 Novembre 2023|Archivio|

Proiezioni

Venerdì 1 dicembre: ore 21,00
Sabato 2 dicembre: ore 21,00
Domenica 3 dicembre: ore 16,30 – 18,30 – 21,00

Titolo originale: Palazzina LAF
Nazione: Italia
Anno: 2023
Genere: Drammatico
Durata: 1 ora 39 minuti
Regia: Michele Riondino
Cast: Michele Riondino, Elio Germano, Vanessa Scalera, Domenico Fortunato, Gianni D’Addario
Produzione: Bravo, Palomar, Paprika Films, Rai Cinema
Distribuzione: Bim Distribuzione

 

 

 

 

Trama

L’operaio Caterino Lamanna vive in una masseria caduta in disgrazia a causa della vicinanza al siderurgico e sta per sposarsi con Anna con cui condivide il sogno di andare a vivere in città. Quando i dirigenti aziendali decidono di fare di lui una spia per individuare gli operai di cui sarebbe bene liberarsi, Caterino comincia a pedinare i colleghi con lo scopo di denunciarli.

Ben presto, non comprendendone il degrado, chiede di essere collocato anche lui alla Palazzina LAF (acronimo di laminatoio a freddo) il reparto-lager dell’Ilva riservato agli operai “scomodi”. Sarà lì che Caterino scoprirà che ciò che credeva un paradiso in realtà è un inferno.

Trailer

Recensione

IL FULMINANTE ESORDIO ALLA REGIA DI MICHELE RIONDINO PORTA CON SÉ L’EREDITÀ DI MOLTO CINEMA

1997. All’ILVA di Taranto è appena avvenuta l’ennesima morte sul lavoro, ma Caterino Lamanna, operaio addetto ai lavori di fatica nell’industria siderurgia, è pronto a darne la colpa ai sindacati. Caterino è un cane sciolto che pensa al suo imminente matrimonio con la giovane albanese Anna e si fa i fatti suoi, finché Giancarlo Basile, dirigente dell’ILVA, non lo recluta per “farsi un giro e dirgli quello che succede” in fabbrica, e resoconti in particolare le attività del sindacalista Renato Morra, che infiamma gli animi degli operai e li spinge alla ribellione. Basile offre a Lamanna la promozione a caposquadra e l’auto aziendale, ma Caterino chiede di essere mandato alla Palazzina Laf pensando che sia un luogo di privilegio riservato a pochi eletti. In realtà è un edificio in disarmo, incrocio fra una riserva indiana, un manicomio e una prigione, dove sono rinchiusi in orario di lavoro i dipendenti qualificati che hanno fatto l’onda, e che quindi sono invitati a licenziarsi o ad accettare un incarico demansionato e incoerente con la loro preparazione.

Palazzina Laf segna l’esordio alla regia dell’attore Michele Riondino, ed è un esordio fulminante, che porta con sé non solo la conoscenza approfondita della storia ignobile dell’ILVA e delle sue ricadute sul territorio tarantino (dove Riondino è nato e cresciuto), ma anche l’eredità di molto cinema, dalla saga grottesca di Fantozzi fino all’alienazione stralunata di La pecora nera di Ascanio Celestini, Brazil di Terry Gilliam e Tony Manero di Pablo Larrain.

Più di tutti però il personaggio di Caterino Lamanna, che Riondino si cuce addosso ricavandone la miglior interpretazione della sua carriera, è un “poveraccio orgoglioso” degno del cinema anarcoide di Lina Wertmuller: un ruolo che negli anni Settanta sarebbe stato interpretato da Giancarlo Giannini, ma che porta con sé anche la “rabbia proletaria” di Gian Maria Volonté.
“ILVA is a killer” dice una scritta nel film, e non lo è solo in senso fisico, date le morti per malattie causate dalla vicinanza agli altiforni e dal mancato rispetto delle norme di sicurezza sul luogo di lavoro, ma anche nella volontà di umiliare sistematicamente i suoi dipendenti con strategie che da allora in poi sarebbero state definite mobbing. I continui tagli del personale e aumenti dei turni, il tentativo di far pagare ai lavoratori il prezzo di una fantomatica ristrutturazione si traducono in una spada di Damocle perennemente sollevata sulla testa di tutti, impiegati come operai.
La sceneggiatura, dello stesso Riondino saggiamente affiancato dall’esperienza di Maurizio Braucci, non fa sconti a nessuno e crea dinamiche relazionali allo stesso tempo credibili e lunari. E a fare la differenza nel raccontare questa storia è la volontà di non farne semplicemente un “film a tema” ma un lavoro artistico che trova la sua originalità in una serie di scelte molto precise di regia, di montaggio (del bravissimo Julien Panzarasa) e di commento sonoro minaccioso e incombente (le musiche originali sono di Teho Teardo, la canzone finale è di Diodato, che ha origini tarantine).
Dalla scena in cui Caterino emerge con un occhio nero alle visioni (o anticipazioni temporali) che precedono e preconizzano le conseguenze delle azioni in scena, Palazzina Laf costruisce in modo asciutto ed essenziale, ma mai minimalista o documentario, la parabola di un Giuda inconsapevole che è a suo modo anche un povero Cristo. E finalmente torna a mettere il diritto dei cittadini al lavoro – e a condizioni che lo rendano possibile – all’interno del nostro cinema che, dagli anni Settanta in poi, ha in gran parte evitato di parlarne.

Paola Casella – www.mymovies.it

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THE OLD OAK [mercoledì 29 novembre]

2023-11-29T21:50:45+01:0028 Novembre 2023|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 29 novembre: ore 21,00

Titolo originale: The old oak
Nazione: Francia
Anno: 2023
Genere: Drammatico
Durata: 1 ora 53 minuti
Regia: Ken Loach
Cast: Dave Turner, Ebla Mari, Claire Rodgerson, Trevor Fox, Chris McGlade
Produzione: Sixteen Films, StudioCanal UK, Why Not Productions, Les Films du Fleuve
Distribuzione: Lucky Red

 

 

 

 

 

Trama

The Old Oak è un posto speciale. Non è solo l’ultimo pub rimasto, è anche l’unico luogo pubblico in cui la gente può incontrarsi in quella che un tempo era una fiorente località mineraria e che oggi attraversa momenti molto duri, dopo 30 anni di ininterrotto declino.

Il proprietario del pub, TJ Ballantyne (Dave Turner) riesce a mantenerlo a stento, e la situazione si fa ancora più precaria quando The Old Oak diventa territorio conteso dopo l’arrivo dei rifugiati siriani trasferiti nel villaggio. Stabilendo un’improbabile amicizia, TJ si lega ad una giovane siriana, Yara (Ebla Mari). Riusciranno le due comunità a trovare un modo di comunicare?

Trailer

Recensione

UN FILM NECESSARIO CHE RIFLETTE SUL RUOLO DEL DOCUMENTO CHE SI FA MEMORIA

L’Old Oak è un posto speciale. Non è soltanto l’unico pub aperto in un ex cittadina mineraria del nord est dell’Inghilterra, è l’unico luogo pubblico in cui le persone possono ritrovarsi. TJ Ballantyne lo tiene in piedi con buona volontà ma rischia di perdere una parte degli avventori affezionati quando nel quartiere vengono accolti alcuni rifugiati siriani. In particolare TJ si interessa alla giovane Yara che si è vista rompere, con un atto di intolleranza, la macchina fotografica a cui tiene in modo particolare. Per l’uomo è l’inizio di un tentativo di far sì che le due comunità possano trovare un modo per comprendersi.

Ken Loach ha dichiarato che, considerata la sua non più tenera età, questo probabilmente sarà il suo ultimo lungometraggio.

Lo ha già però detto in passato regalandoci in seguito altre opere che restano nel cuore e nella mente di chi ancora conservi anche un minimo di sensibilità. Speriamo che anche in questa occasione si tratti solo di un, per quanto doveroso, allarme senza conseguenze. Perché anche questa volta Loach, con il fedele Laverty, ci regala un film necessario. Entrambi sembrano avere in mente una frase di Abraham Lincoln: “Possiamo lamentarci perché i cespugli di rose hanno le spine o gioire perché i cespugli spinosi hanno le rose”. La cittadina in cui è ambientato il film di spine ne ha tante.

Non c’è più quella che era una comunità che costruiva la solidarietà intorno alla comune operatività (e, quando è stato necessario) alla comune lotta per la difesa del posto di lavoro nell’attività mineraria. Sono rimasti nuclei familiari isolati tra cui sembrano prevalere solo coloro che vivono di recriminazioni e vedono in chiunque altro si avvicini loro un profittatore che vuole togliergli quel poco che gli è rimasto. Laverty, in un’annotazione sul protagonista TJ aveva scritto “TJ ha perso la speranza”. La domanda che lui e Ken si pongono è se sia possibile coltivarne ancora un possibile germoglio. Lo trovano nei siriani che vengono alloggiati in appartamenti vuoti e che sin da subito vengono più respinti che accolti.

Loach sin dalle prime immagini ci fa riflettere sul ruolo del documento che si fa memoria. Yara scatta foto al suo arrivo, prima che la macchina fotografica, le venga fatta cadere a terra rompendosi. Nella sala ormai chiusa da tempo che si trova dietro il bancone del pub ci sono, appese alle pareti, foto degli scioperi degli anni Ottanta. L’arrivo di Yara ridà vita e senso non solo a quelle immagini ma anche a quel locale. La solidarietà che nasce dal basso per Loach è sempre stata la chiave di volta sia di storie individuali che collettive.

Non gli difetta però la lucidità per rendersi conto che a quest’ultima si oppongano forze disgreganti sempre più attive e invasive (social compresi). È contro questa deriva che fa sì che l’incontro con l’altro non sia più un arricchimento ma rappresenti solo una minaccia, che il suo cinema si fa speranza contro ogni possibile resa. Se poi qualcuno pensasse che Ken, con la lunga sequenza nella cattedrale della città, si sia in tarda età convertito può stare tranquillo. La sua è sempre stata una fede, nonostante tutto, nell’uomo. Questo però non lo ha mai spinto a posizioni manichee nei confronti della religione o dei suoi esponenti.

Fin dai tempi di Piovono pietre aveva dimostrato di saper trovare nel sacerdote l’unica persona ancora attenta alle condizioni del singolo. Oggi, in quella chiesa e con un coro che sta provando dei canti, ci offre una riflessione sull’integralismo musulmano. Perché Loach è stato e continua ad essere un uomo libero, privo di steccati mentali e capace di distinguere. Senza arrendersi mai di fronte ai tentativi, oggi sempre più massicci, di dividere scientemente le persone in ‘noi’ e ‘loro’ . The Old Oak (la vecchia quercia) è lui.

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