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2022-03-28T21:47:27+02:0028 Marzo 2022|Senza categoria|

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MOONFALL [da venerdì 18 marzo 2022]

2022-03-23T22:53:25+01:0020 Marzo 2022|Archivio|

Proiezioni
Venerdì 18 marzo: ore 21,00
Sabato 19 marzo: ore 21,00
Domenica 20 marzo: ore 18,00 – 21,00
Mercoledì 23 marzo: ore 21,00

N.B.: Capienza 100%. Super Green Pass e mascherina FFP2 obbligatori.

 

 

 

 

 

 

 

Titolo originale: Moonfall
Nazione: Francia
Anno: 2022
Genere: Azione, fantascienza, fantastico, avventura, catastrofico
Durata: 130 min
Regia: Roland Emmerich
Cast: Halle Berry, Patrick Wilson,  John Bradley, Michael Peña, Charlie Plummer, Kelly Yu,
Donald Sutherland, Maxim Roy
Produzione: UK Moonfall, Lionsgate, Centropolis Entertainment, Huayi Brothers Media, Street Entertainment
Distribuzione: 01 Distribution

Trama

A causa di una forza misteriosa, la Luna esce dalla sua orbita attorno alla Terra e precipita in rotta di collisione con il pianeta. A poche settimane prima dell’impatto, con il mondo sull’orlo dell’annientamento, Jo Fowler, manager della NASA ed ex astronauta, è convinta di avere la soluzione per evitare il disastro ma gli unici a darle credito sono Brian Harper, anche lui ex astronauta, e il teorico della cospirazione K.C. Houseman. I tre organizzano un’impossibile e disperata missione nello spazio, lasciandosi alle spalle tutti coloro che amano, in cui scoprono che la “nostra” Luna non è ciò che in realtà pensiamo che sia…

Trailer

Recensione

Roland Emmerich non è estraneo ai film catastrofici, avendo diretto film famosi come Independence Day, The Day After Tomorrow e 2012. Simile a quest’ultimo, la sua ultima impresa da regista, Moonfall, coinvolge una teoria del complotto, ma la verità su ciò che è veramente succedere nella trama del film è in realtà molto più strano. Scritto in collaborazione da Emmerich, Harald Kloser e Spenser Cohen, Moonfall è in parte un film catastrofico e in parte un dramma di fantascienza hardcore che a volte è elettrizzante, ma diventa più ridicolo e disordinato più a lungo va avanti.

Nel 2011, Jocinda (Halle Berry) e Brian (Patrick Wilson) sono astronauti della NASA la cui missione spaziale va storta dopo che uno strano sciame li attacca e distrugge la loro tecnologia. Successivamente, Brian viene accusato della missione fallita e della morte di un collega astronauta. Viene licenziato dalla NASA e, poiché nessuno crede a ciò che ha visto nello spazio, trascorre il prossimo decennio in disgrazia e lottando. Dieci anni dopo, gli scienziati della NASA scoprono che la luna è stata buttata fuori dalla sua orbita in qualche modo: un teorico della cospirazione della scoperta KC Houseman (John Bradley) era a conoscenza, ma ha lottato per convincere la gente ad ascoltarlo. Mentre la luna inizia ad avvicinarsi alla Terra, distruggendo e inondando intere città, Jocinda, Brian e KC vanno in missione per sconfiggere lo sciame spaziale e salvare il mondo dall’annientamento.

Moonfall ha momenti di puro intrattenimento, con fughe elettrizzanti ed elementi visivi spettacolari che rendono la catastrofe un aspetto terribile ed eccitante. I misteriosi elementi spaziali del film si aggiungono all’idea che gli esseri umani potrebbero non sapere tanto della vastità e della storia dello spazio come credono. Detto questo, la spiegazione data per lo spostamento della luna in orbita e la successiva caduta sulla Terra è incredibilmente priva di senso e sembra che non appartenga affatto al film. Moonfall è occasionalmente divertente, ma lo sarebbe stato molto di più se non avesse avuto la sensazione di prendersi così sul serio. Il dialogo è goffo e spesso così sciocco che la rigidità del procedimento spesso non corrisponde. E mentre la premessa principale del film è abbastanza semplice, Moonfall è disseminato di esposizioni non necessarie che appesantiscono l’azione. Emmerich avrebbe potuto utilizzare queste istanze invece per mostrare al pubblico cosa sta succedendo piuttosto che spiegarle.

Le relazioni tra personaggi che sembrano ricche di tensione e angoscia hanno a malapena il tempo di respirare, il che lascia la posta in gioco personale carente tranne che per il viaggio di un personaggio. Anche la parte posteriore del film è caotica, con l’azione divisa tra Brian, Jocinda e KC sulla loro missione spaziale e coloro che hanno lasciato sulla Terra, incluso il figlio di Brian Sonny (Charlie Plummer), il figlio di Jocinda Jimmy (Zayn Maloney), e la studentessa di scambio Michelle (Kelly Yu). Con così tanti intrighi sul lato lunare delle cose, la sottotrama che coinvolge quest’ultimo gruppo che cerca di mettersi in salvo in mezzo a un disastro mentre viene inseguito da personaggi armati di pistola è incredibilmente piatta al confronto. Rallenta anche lo slancio della missione spaziale e le scoperte che Brian, Jocinda e KC fanno alla loro fine, tutte molto più coinvolgenti.

In Independence Day, ai personaggi vengono fornite pochissime informazioni sugli attacchi degli alieni, ma Moonfall fa l’esatto contrario fornendo troppe informazioni sulla luna, come per giustificare la trama e preparare il terreno per un sequel. Tuttavia, la spiegazione eccessiva fa sembrare l’ultimo film di Emmerich come due film disparati: uno che si attacca ai tropi di base di un film catastrofico e un thriller di fantascienza hardcore che cerca di espandere i misteri che circondano l’universo e il ruolo degli umani in esso. Non ha la capacità di essere quest’ultimo, anche se fa del suo meglio per farlo accadere.

Detto questo, Moonfall non è affatto male. La fotografia di Robby Baumgartner è stupenda e la Terra, dallo spazio e sul pianeta stesso, sembra sbalorditiva. Gli effetti visivi – la formazione di un maremoto, la distruzione di una montagna, i terremoti che sconvolgono il suolo – si aggiungono all’intensità e al presentimento del film. La spiegazione della trama è così ridicola che è quasi divertente e la convinzione con cui gli attori, in particolare John Bradley, che porta leggerezza in ogni situazione, affermano che le loro battute faranno credere a chiunque la gravità di ciò che sta succedendo. Se non altro, Emmerich sa certamente come creare catastrofi fornendo un senso di speranza nonostante tutto. Ciò salva Moonfall dall’essere disordinato? No, ma sicuramente alcuni lo troveranno divertente a prescindere.

 www.asiaticafilmmediale.it

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,00
BIGLIETTO RIDOTTO € 5,00

• BAMBINI da 4 a 12 anni
• ADULTI oltre 60 anni
• PORTATORI DI HANDICAP
• GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
• MILITARI
• il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
• il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura del comune di Imola
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

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SPENCER [da venerdì 25 marzo 2022]

2022-04-06T22:10:12+02:0018 Marzo 2022|Archivio|

Proiezioni
Mercoledì 30 marzo: ore 21,00
Venerdì 1 aprile: ore 21,00
Sabato 2 aprile: ore 21,00
Domenica 3 aprile: ore 16,00 – 18,30 – 21,00
Mercoledì 6 aprile: ore 21,00

N.B.: Capienza 100%. Super Green Pass e mascherina FFP2 obbligatori.

 

 

 

Titolo originale: Spencer
Nazione: Germania, Cile, Regno Unito
Anno: 2021
Genere: Drammatico, biografico
Durata: 111 min
Regia: Pablo Larraín
Cast: Kristen Stewart, Jack Farthing, Timothy Spall, Sean Harris, Sally Hawkins, Stella Gonet, Richard Sammel
Produzione: Komplizen Film, Fabula, Shoebox Films
Distribuzione: Leone Film Group, 01 Distribution

Trama

Spencer, film diretto da Pablo Larraín, è un biopic su Lady Diana, interpretata da Kristen Stewart. La storia è incentrata in un preciso momento della vita di Diana, quando nel dicembre del 1991, durante le vacanze di Natale con l’intera famiglia reale nella tenuta di Sandringham, a Norfolk. Il matrimonio Tra Diana e il Principe Carlo (Jack Farthing) è ormai alla deriva da diverso tempo e le continue voci di tradimentii, soprattutto quelli di lui con Camilla Parker-Bowles, non fanno altre che indebolire sempre più il loro legame. Nonostante ciò, quei giorni di festa sono un momento di pace, nei quali la Principessa può festeggiare, andare a caccia, giocare e rilassarsi. Proprio in questo clima natalizio, Diana ha modo di riflettere e prendere una decisione importante: quella di lasciare suo marito, dopo diversi anni in cui è stata costretta a fingere che tutto andasse bene e mantenere lo sguardo alto, nonostante tutte le terribili voci di infedeltà, che hanno minato non solo il suo matrimonio, ma anche la salute stessa della Principessa.
Il film ricostruisce quello che potrebbe essere accaduto in quei giorni di festa tra le mura di Sandringham.

Trailer

Recensione

SPENCER – RECENSIONE: SOFFOCATI DA UNA COLLANA DI PERLE – VENEZIA 2021

C’è una famosa intervista fatta alla Principessa Diana e al Principe Carlo dove il giornalista pone una domanda abbastanza semplice per una coppia che si è appena fidanzata ufficialmente:

“Siete innamorati?”

Le due risposte però, in apparenza scontate, furono diverse e simbolo di quello che sarebbe stato il loro rapporto matrimoniale.  Se Lady Diana rispose prontamente dicendo di sì, Carlo sibilò un poco confortante “Qualsiasi cosa l’amore significhi”.

Il senso di desolazione, di vuoto interiore che una risposta simile può generare è stato trasposto su schermo perfettamente da Pablo Larraín con Spencer, il suo nuovo film che mette al centro proprio la persona – prima ancora del personaggio – della defunta principessa.

Esplicativa in tal senso la scelta del titolo che rimanda al cognome da nubile di Diana, in netto contrasto con Jackie, precedente lavoro di Larraín dove veniva messo in risalto il soprannome della First Lady di John Fitzgerald Kennedy.

Una presa di posizione che dichiara subito un aspetto predominante dell’ex Principessa del Galles: lei non si è mai sentita un membro della Corona. Durante il film viene spesso ripetuta la parola “perfetto”, indice di una tradizione reale che accompagna i residenti di Buckingham Palace da centinaia di anni.

Diana Spencer – anche se proveniva anche lei da una famiglia agiata e in ottimi rapporti con la Corona – rifiuta costantemente questo modo di vivere dove ogni cosa è decisa, dove il futuro è inesistente perché è già stato scritto nel presente. Larraín insiste molto sui dettagli della vita quotidiana all’interno del palazzo reale, come la squadra di chef organizzata come un esercito per poter esser pronti ad ogni evenienza o la scelta dell’abito prestabilito per ogni pasto.

Sebbene nei primi minuti si possa avere la sensazione di vedere un film ridondante, superato il primo atto si capisce perfettamente che il regista vuole farci vivere in prima persona l’angoscia della quotidianità di Lady Diana. Una routine logorante, atta a cambiare le abitudini e lo stile di vita della Principessa, per poter cancellare una volta per tutte quello Spencer simbolo di imperfezione. In una gabbia di cristallo, o meglio, come detto dalla stessa protagonista del film, sotto la lente di un microscopio si dipana quindi – citando la frase scritta prima dei titoli di testa – “Una favola tratta da una tragedia vera”.

Spencer diventa allora un dramma angosciante che sfiora a tratti il thriller psicologico, dove la grandiosa (c’era da stupirsi?) regia di Pablo Larraín costruisce sequenze asfissianti, inseguendo costantemente Diana in claustrofobici corridoi per poi soffermarsi spesso sul volto algido di un’anima che sta lentamente morendo; funzionale a tal proposito è la fotografia tutta giocata sui toni freddi.

Il viso, il fisico e l’immagine di Lady D. sono, all’interno del film, posti a un’attenzione mediatica senza pari – simbolico il non potersi cambiare con le tende aperte – da cui scaturisce la distruzione della sofferenza in ambito privato, deturpando anche di questo aspetto la madre di William e Henry. Tutto ciò non sarebbe possibile ovviamente se come attrice protagonista ci fosse stata un’interprete senza la fisicità e la bravura adatta.

Per fortuna Kristen Stewart ci regala quella che è probabilmente la miglior prova della sua carriera.
Grazie a una presenza scenica strabordante e alla capacità di creare malinconia solo attraverso uno sguardo, l’interpretazione della Stewart – che lavora benissimo per sottrazione – si adatta perfettamente al racconto, in un ballo con la morte, sulle note della colonna sonora ammaliante di Jonny Greenwood, che può rivelarsi liberatorio o tombale a seconda di come si è vissuto Spencer.

A Larraín non è mai interessato creare un biopic, anche se la storia segue la realtà, quanto creare un’opera in grado di far vivere allo spettatore tutta l’angoscia di una vita sulla carta da favola, dove i pochi sprazzi di luce all’interno del film – vedasi quasi tutti i momenti con William e Henry – commuovono istantaneamente.

Forse perché sono perfetti nella loro normalità.

 Emanuele Antoliniwww.cinefacts.it

Riconoscimenti

2022 – Premio Oscar: candidatura per la miglior attrice a Kristen Stewart
2022 – Golden Globe: candidatura per la migliore attrice in un film drammatico a Kristen Stewart
2021 – Mostra internazionale di Venezia: in concorso per il Leone d’oro al miglior film
2021 – Critics’ Choice Awards: candidatura per la migliore attrice a Kristen Stewart;
candidatura per la migliore colonna sonora a Jonny Greenwood

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,00
BIGLIETTO RIDOTTO € 5,00

• BAMBINI da 4 a 12 anni
• ADULTI oltre 60 anni
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b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
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LUNANA: IL VILLAGGIO ALLA FINE DEL MONDO

2022-04-13T22:09:11+02:0015 Marzo 2022|Archivio|

Proiezioni
Venerdì 8 aprile: ore 21,00
Sabato 9 aprile: ore 21,00
Domenica 10 aprile: ore 16,30 – 18,30 – 21,00
Mercoledì 13 aprile: ore 21,00

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Titolo originale: Lunana: A Yak In The Classroom
Nazione: Bhutan
Anno: 2019
Genere: Drammatico
Durata: 110 min
Regia: PawPawo Choyning Dorji
Cast: Sherab Dorji, Ugyen Norbu Lhendup, Kelden Lhamo Gurung, Pem Zam, Sangay Lham
Produzione: Dangphu Dingphu: A 3 Pigs Production
Distribuzione: Officine Ubu

Trama

Un giovane insegnante del Bhutan moderno, Ugyen, si sottrae ai suoi doveri mentre progetta di andare in Australia per diventare un cantante. Come rimprovero, i suoi superiori lo inviano nella scuola più remota del mondo, nel villaggio di Lunana a 4.800 metri di quota, per completare il suo periodo di servizio. Dopo un cammino di 8 giorni, Ugyen si ritrova esiliato dalle sue comodità occidentalizzate. A Lunana non c’è elettricità, né libri di testo e nemmeno una lavagna. Sebbene poveri, gli abitanti del villaggio porgono un caloroso benvenuto al loro nuovo insegnante, che deve affrontare il difficile compito di insegnare ai bambini del villaggio senza alcuno strumento didattico a disposizione.
Preso dallo sconforto, è sul punto di decidere di tornare a casa, ma poco a poco inizia a conoscere la felicità incondizionata degli abitanti del villaggio, dotati di una straordinaria forza spirituale in grado di contrastare le grandi avversità del luogo. Si ritroverà conquistato dall’adorazione che i bambini dimostreranno verso di lui, che lo vedono come una figura fondamentale per la costruzione del loro futuro.

Trailer

Recensione

LUNANA: la felicità nelle piccole cose

Non sorprende che Lunana fosse candidato agli Oscar 2022 per la categoria Miglior film internazionale. La sua forza visiva è prorompente, così come il modo con il quale le tematiche vengono affrontate: ponendo l’attenzione sul dettaglio.
Lunana è ambientato nel Buthan, luogo in cui vive il protagonista Ugyen. L’uomo è un’insegnante che viene trasferito in un paesino protetto dalle montagne per permettere ai bambini del posto di imparare a destreggiarsi tra inglese, matematica e canto.
Abituato alle comodità di una città moderna, dovrà reinventare il suo modo di insegnare.

“Un giovane insegnante del Bhutan moderno, Ugyen, si sottrae ai suoi doveri mentre progetta di andare in Australia per diventare un cantante. Come rimprovero, i suoi superiori lo inviano nella scuola più remota del mondo, nel villaggio di Lunana a 4.800 metri di quota. L’obiettivo è completare il suo periodo di servizio. Dopo un cammino di 8 giorni, Ugyen si ritrova esiliato dalle sue comodità. A Lunana non c’è elettricità, né libri di testo e nemmeno una lavagna. Sebbene poveri, gli abitanti del villaggio porgono un caloroso benvenuto al loro nuovo insegnante. Quest’ultimo deve affrontare il difficile compito di insegnare ai bambini del villaggio senza alcuno strumento didattico a disposizione.“

Meno parole e più fatti. Una sceneggiatura minimalista ma efficace è quella che caratterizza Lunana, di cui vi proponiamo la recensione. Nel film si tende a dare maggior rilievo alle sfumature, alla bellezza delle ambientazioni e agli approcci tra i personaggi stessi. Il tutto lo si percepisce – sempre più chiaramente nel corso di Lunana – attraverso le immagini e le scelte di regia volte a dare spessore ai suoi protagonisti e al loro modo di vivere emozioni come la felicità; una felicità che a Lunana è data dalle piccole cose. Ciò non significa necessariamente accontentarsi, ma gioire di tutto quello che il creato ha donato loro.

La profondità con cui Pawo Choyning Dorji affronta la storia ha fatto il lavoro più grande. Il regista ha raccontato un mondo lontano dalla nostra realtà e allo stesso tempo così affascinante. Pare di tornare indietro nel tempo, quando i cellulari erano solo un’utopia. Nessuna comunicazione è facile, nemmeno quando si tratta di interazioni face to face. Il regista pone l’accento sulla spiritualità e felicità intrinseca che sembra governare gli abitanti del paesino di Lunana; un luogo in cui al centro di tutto c’è la gratitudine: verso il maestro, la natura e le cose belle del mondo.

È un aspetto che emerge sin dalle prime scene, quando il protagonista deve percorrere un lungo sentiero nel bosco per arrivare alla sua nuova meta. Già in questa circostanza Ugyen è costretto a rinunciare alla linea telefonica e riscontra i primi problemi con l’elettricità. Dall’altra parte, i suoi accompagnatori sono perfettamente a loro agio e si godono i suoni e le meraviglie dell’ambiente circostante: dai versi degli uccelli alla presenza di piante particolari. È un mondo che gli abitanti del posto hanno imparato ad apprezzare sino in fondo, tanto che la loro conoscenza in tal senso è impeccabile. Nel frattempo però il protagonista ascolta la musica con le cuffie invece di ammirare il panorama e ciò che l’Universo gli sta offrendo.

Quello che capiamo riguarda qualcosa di più complesso: cosa ci stiamo perdendo? In un mondo in cui telefoni, comfort e social la fanno da padrone, la bellezza della natura e i rapporti con gli altri hanno assunto una valenza diversa, meno importante. Lunana ci ricorda che si può essere felici vivendo a pieno ritmo la realtà e lasciando da parte le cose materiali; un sorriso, una voce, un suono possono regalarci tutto ciò di cui realmente abbiamo bisogno: emozioni. Non servono le comodità per stare bene, ma come si fa ad abituarsi al nulla quando hai avuto tutto? Altro dilemma esistenziale che porterà il nostro maestro ad avere dei forti dubbi sulla sua permanenza a Lunana. Eppure Ugyen si renderà conto di avere già tutto quello di cui ha bisogno: l’insegnamento, l’amicizia e l’amore, in particolare verso i bambini, anche se non mancherà un piccola parentesi amorosa.

La storia si svolge nell’arco di tre mesi circa, prima dell’arrivo dell’inverno che renderà Lunana un paesino completamente innevato. Sono giorni in cui abitanti e maestro impareranno ad apprezzarsi l’uno l’altro, portando Ugyen a cambiare prospettiva sulla situazione; un cambio di direzione reso molto bene nella pellicola, soprattutto grazie a una determinata scena e al confronto – verrà automatico – di quest’ultima con un momento precedente.

Di tutto quello che il regista ci mostra, ciò che rimane più vivo nella memoria di chi guarda è la fiducia e la gioia con cui il popolo del luogo ha accolto il maestro. Perché gli abitanti sanno che la vita al di fuori di Lunana e delle cittadine limitrofe è molto differente dalla loro, eppure nessuno sembra intenzionato a lasciare la propria casa per conoscere il diverso. Alla fine dei conti, quindi, possiamo dire che, trattandosi di due stili di vita differenti, con abitudini altrettanto diverse, ognuno è a suo agio nel proprio ambiente, fermo restando che tutto il mondo è Paese: problemi di stampo più generale, come l’alcolismo, riguardano anche Lunana.

D’altronde vi avevamo già anticipato nella recensione di Lunana che Pawo Choyning Dorji ha affrontato varie tematiche importanti. Talvolta i temi vengono solo accennati, anche per farci capire che ogni realtà ha i suoi pro e contro; altre volte approfonditi. Tutte le problematiche sono messe a fuoco con estrema eleganza e delicatezza, due elementi rafforzati dalla scelta dei brani musicali.

Così la vera ricchezza di Lunana sta nell’insieme, e uno degli ingredienti principali è l’interpretazione dei suoi protagonisti. Il peso maggiore, insieme a una regia caratterizzata dai movimenti di macchina lenti e inquadrature sopraffine, è lasciato alla forza espressiva di Ugyen Norbu Lhendup, il maestro. L’attore esprime le diverse emozioni – dall’angoscia alla gioia – che attraversano il suo personaggio con una certa compostezza, affidandosi a una mimica facciale minimalista quanto la sceneggiatura ma altrettanto proficua.

Rosanna Donatoorgoglionerd.it

Riconoscimenti

2022 – Premio Oscar: candidatura per la miglior film internazionale

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,00
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• BAMBINI da 4 a 12 anni
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TRA DUE MONDI [da sabato 16 aprile]

2022-04-20T21:55:58+02:004 Marzo 2022|Archivio|

Proiezioni
Sabato 16 aprile: ore 21,00
Domenica 17 aprile: ore 16,30 – 18,30 – 21,00
Lunedì 18 aprile: ore 16,30 – 18,30 – 21,00
Mercoledì 20 aprile: ore 21,00

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Titolo originale: Ouistreham
Nazione: Francia
Anno: 2021
Genere: Drammatico
Durata: 106 min
Regia: Emmanuel Carrere
Cast: Juliette Binoche, Hélène Lambert, Louise Pociecka, Steve Papagiannis, Aude Ruyter, Jérémy Lechevallier, Kévin Maspimby, Faïçal Zoua, Arnaud Duval, Didier Pupin, Léa Carne
Produzione: Ciné France Studios, Curiosa Films, France Télévision Distribution
Distribuzione: Teodora Film

Trama

Marianne Winckler (Juliette Binoche), una nota scrittrice che decide di iniziare a lavorare a un romanzo, che tratti il lavoro precario nella società francese. Per documentarsi sull’argomento, la donna decide di vivere lei stessa questa realtà e inizia a lavorare come “infiltrata” per alcuni mesi, come addetta alle pulizie sui traghetti che solcano la Manica.
Quello che scopre va oltre il problema della precarietà, infatti le donne sono costrette a lavorare per pochi spicci in condizioni misere e ritmi massacranti, che restano invisibili agli occhi della società. Nonostante il lavoro sia umiliante, tra le sue compagne c’è una grande solidarietà, che le unisce in questa situazione delicata; in particolare Marianne fa la conoscenza di Christèle (Hélène Lambert), una madre single che non si arrende mai. L’identità della reporter, però, presto verrà scoperta e quali saranno le conseguenze?

Trailer

Recensione

Tra Due Mondi e la dimensione sociale ed emotiva nel film di Emmanuel Carrère

Desta sempre curiosità quando un intellettuale sfrutta canali alternativi a quelli che gli son più congeniali per dare enfasi a quanto racconta. È questo probabilmente il motivo di maggior interesse di Tra due mondi, il nuovo film di Emmanuel Carrère che, a dire il vero, è ben più noto per la sua attività letteraria. Alla sua terza regia, Carrère adatta per lo schermo il romanzo-inchiesta di Florence Aubenas La scatola rossa (edito in Italia da Piemme). Più di un decennio fa, Aubenas si fece assumere, sotto mentite spoglie, come donna delle pulizie sui traghetti che attraversano la Manica per indagare sulle condizioni lavorative di chi vi operava. Ne emerse un best-seller che fece luce su una situazione penosa, oggi finalmente trasposta sullo schermo in tutta la sua drammaticità.

La protagonista Marianne (Juliette Binoche) è una scrittrice affermata che, per il suo libro successivo, prende la decisione radicale di presentarsi all’ufficio di collocamento, senza dichiarare la sua identità e facendosi così assumere come donna delle pulizie sul traghetto della Manica. Lavorare lassù sarà l’occasione per conoscere i ritmi massacranti di un’attività estenuante e umiliante, ma sarà al contempo motivo di incontro con la più alta e pura solidarietà femminile, che mai conosce confini. A volere ardentemente questa pellicola è stata in origine la leggendaria Juliette Binoche, unica attrice ad aver vinto l’Oscar e i premi per la miglior interpretazione femminile a Venezia, Cannes e Berlino. Son passati più di dieci anni dalla pubblicazione del libro-inchiesta, ma lei ha tenacemente resistito alle ritrosie della Aubenas a concederle i diritti, finché la scrittrice non ha accettato, auspicando tuttavia fosse il collega Carrère a dirigerne l’adattamento.

Pur con l’impiego di attori non professionisti a fianco della Binoche, nasce dunque un film che, nella poetica del regista, non vuole essere strettamente documentaristico, ma volto altresì a indagare le emozioni di chi si muove sulla scena. La scelta di rendere Marianne una scrittrice più che una giornalista è anch’essa motivata dall’esigenza di Carrère di sentire il personaggio più vicino a se stesso e al suo modo di raccontare. Tra i punti di interesse de Tra due mondi figura la necessità di dare voce a chi non la ha. Il film, come il recente Parigi, tutto in una notte, cerca perlappunto di rendere manifesto (o perlomeno possibile) un incontro tra il mondo che Marianne abitualmente frequenta e quello in cui, con coraggio, decide di installarsi. Sono due realtà che coesistono (anche a bordo dello stesso traghetto), ma che spesso si ignorano del tutto: da un lato c’è chi ha il privilegio di potersi dedicare ad un mestiere intellettuale, dall’altro c’è chi deve accettare un lavoro massacrante e malretribuito, perché impossibilitato a far altro.

Ma accanto alla vocazione sociale della pellicola che la avvicina al cinema di Loach, Cantet e Brizé, non è meno importante la dimensione emotiva che Carrère è interessato a rappresentare. Se infatti inevitabile sarà per Marianne instaurare dei rapporti di vera sorellanza con le colleghe, altrettanto vibrante e complessa dovrà essere la tensione creata dal non poter mostrarsi del tutto trasparente rispetto alla sua missione e alla sua identità. Vale la pena in ultimo registrare quanto la produzione francese più recente si stia tanto focalizzando su tematiche sociali, testimonianza di una sentita necessità da parte della cultura di farsi portavoce del forte disagio della società francese meno abbiente. Se il cinema si conferma dunque un perfetto narratore dei nostri tempi, è parimenti doveroso porre l’attenzione sui segnali che sta al momento lanciando al suo pubblico.

Adam Olivo – hotcorn.com

Prezzi

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ASSASSINIO SUL NILO [da venerdì 11 febbraio]

2022-03-02T21:59:29+01:001 Marzo 2022|Archivio|

Proiezioni
Mercoledì 23 febbraio: ore 21,00
Venerdì 25 febbraio: ore 21,00
Sabato 26 febbraio: ore 21,00
Domenica 27 febbraio: ore 16,00 – 18,30 – 21,00
Mercoledì 2 marzo: ore 21,00

N.B.: Capienza 100%. Super Green Pass e mascherina FFP2 obbligatori.

 

 

 

 

Titolo originale: Death on the Nile
Nazione: U.S.A.
Anno: 2021
Genere: Giallo, drammatico, thriller
Durata: 127 min
Regia: Kenneth Branagh
Cast: Kenneth Branagh, Tom Bateman, Annette Bening, Russell Brand, Ali Fazal, Dawn French, Gal Gadot, Armie Hammer, Rose Leslie, Emma Mackey, Sophie Okonedo, Jennifer Saunders, Letitia Wright
Produzione: The Estate of Agatha Christie, 20th Century Studios, Scott Free Productions
Distribuzione: 20th Century Studios

Trama

Mentre è in vacanza sul Nilo, il detective di fama mondiale Hercule Poirot si propone di trovare l’assassino legato ad un misterioso triangolo amoroso.

 Trailer

Recensione

Egitto: basta il nome di questo paese per evocare sensazioni stupende, come il caldo della sabbia bianca che ti sfiora la pelle, il tramonto rosso che si riflette sull’acqua calma e limpida del Nilo, il verde acceso delle palme incastonato in un letto di sabbia d’oro, e infine le tre piramidi, che si ergono davanti alla Sfinge sorniona che ti domanda silenziosa “chi sei?“.

È in questo scenario di metà secolo che Hercule Poirot si trova: il più grande detective francese della storia, in bianco lino sorseggia un caffè proprio di fronte alla madre di tutte le enigmiste – appunto la Sfinge – domandandosi probabilmente se sarà in grado o meno di risolvere il mistero che avvolge ed affascina tutte le persone che hanno incontrato la fiera di pietra, secolo dopo secolo, da quando è stata costruita. Le vicende che Poirot andrà ad affrontare in questo nuovo e travolgente caso, sono ad onor del vero tra le più contorte ed efferate che l’intelligente criminologo abbia mai affrontato. Mettetevi comodi e godetevi la recensione, il viaggio e non sarà sereno, ve lo garantisco, del resto parliamo di Assassinio sul Nilo, non ci sarà troppo spazio per i festeggiamenti… o forse si?

L’acqua cristallina del Nilo invita il taciturno Hercule Poirot a salire a bordo della Karnak, un bianchissimo e solidissimo battello a vapore da fiume, tipico dell’anno in cui si trova il detective, il 1947. Gli anni delle due guerre sono passati – con l’ultima da poco tempo – ma l’integerrimo Poirot è rimasto l’uomo d’arme che era un tempo: guardingo, osservatore per eccellenza, al punto che rivaleggerebbe con il falco più abile di Ramses in persona, orgoglioso della sua intelligenza e del tutto permaloso se lo si provoca.

Il francese dall’aria non più tanto atletica è presente a bordo del battello sotto invito della coppia di sposi Linnet Doyle (Gal Gadot) ed il neo marito Simon Doyle (Armie Hammer). La facoltosa coppia di sposi in luna di miele chiede al criminologo di accompagnare loro e diversi tra amici e parenti lungo una visita sul famoso Nilo.

A tormentare la giovane coppia c’è la vecchia fiamma del neo maritino Simon Doyle, ovvero Jacqueline De Bellafort (Emma Mackey) tra l’altro ex-amica di Linnet, che sembra seguire ovunque i due innamorati senza lasciare che abbiano tregua.

A fare da cicerone in questa intricata situazione a bordo c’è anche un ottimo amico di Poirot ovvero Bouc (Tom Bateman) che spiega al nostro eroe tutti i segreti ed i dettagli delle relazioni che coinvolgono amici e parenti della coppia. Sebbene il caldo dell’Egitto rilassi gli animi e tutto sembra procedere per il meglio, durante la notte viene consumato un omicidio, ed è allora che Poirot entra in gioco: il coccodrillo è stato svegliato ed è suo compito scoprire chi si cela dietro al delitto.

Kenneth Branagh nei panni di regista e protagonista di questo spettacolare giallo firmato Agatha Christie è semplicemente sublime: descrive in maniera maniacale l’opulenza dell’Egitto con inquadrature sempre pulite, mai banali ed una fotografia da incorniciare. È sensazionale anche come attore ovviamente, permettendoci di scoprire il protagonista strato dopo strato, a piccole dosi, celando vizi, desideri, ansie e paure dietro enormi baffi, sebbene non bisogna mai farsi ingannare dalla tranquillità di un coccodrillo, perché scatterà in un lampo e sarà pronto a mordere chiunque, perfino gli amici.

Il film è una fotografia di un’epoca passatavibrante con una colonna sonora azzeccatissima capace di trasportare lo spettatore immediatamente nel 1947, facendo sentire il blues ed il jazz sotto la pelle, rivelando l’anima nera della musica “contemporanea”, scoprendo amori segreti ed appena sussurrati e perfino “proibiti” (per l’epoca, si intende).

Una sequenza di domande, vicissitudini e drammi esistenziali che mettono davvero a dura prova tanto il detective quanto lo spettatore che, con una certa dose di attenzione e di malizia, potrebbe mettere insieme i pezzi del puzzle arrivando alla giusta conclusione – ovvero scoprire chi è l’assassino – anche prima del nostro eroe, ma anche intuire quali sono i motivi che lo hanno spinto a compiere un tale gesto.

Forse c’è stata qualche leggerissima sbavatura nella ricostruzione finale degli eventi da parte di Poirot e, senza dubbio, anche la stessa sequenza finale potrebbe non essere del tutto identica e fedele all’opera letteraria. In questo però non ce la sentiamo minimamente di punire il regista e/o gli sceneggiatori per dei piccoli cambiamenti, insignificanti ai fini della trama e che non influisce nella valutazione finale di recensione: sarete stregati dall’innegabile cura dei dettagli che Assassinio sul Nilo vi metterà di fronte. Impossibile ad esempio non notare i baffi di Poirot, disegnati come le ali di uno scarabeo egizio. Due ore e sette minuti di perfetta ricostruzione storica degli abiti, ma con un pizzico di modernità che rende il tutto fluente come le sinuose curve del fiume su cui si svolgono i fatti.

Assassinio sul Nilo è un giallo senza tempo, come d’altronde il paese in cui si svolgono i fatti: l’Egitto. Brillante, vibrante e mai scontato, il film di Kenneth Branagh (che oltre essere il regista di questa opera è anche l’attore principale) dà vita ad uno straordinario Hercule Poirot, vivido e profondo al punto che possiamo scorgere della fragilità in quello che sulla carta è sempre sembrato un uomo di ferro. La pellicola vi terrà compagnia per due ore e poco più, sebbene vorreste non alzarvi mai dalla sedia per quanto vi sembrerà davvero di essere nel 1947 e passeggiare sulle rive di un azzurro Nilo. Non fatevi però ingannare dal verde delle palme e dall’oro della sabbia: presto si tingerà tutto di rosso ed il detective avrà pane per i suoi denti.

Tiziano Sbrozziwww.gamelegends.it

Curiosità

Branagh ha rivelato alcuni dettagli del film dicendo:

«Si tratta di un tipo di film molto cupo, sensuale e inquietante. Di certo è un film che porta avanti il tema del viaggio, che ci conduce in luoghi differenti, grandi ed emozionanti. Tuttavia la storia metterà a disagio in modi che la gente capirà, perché tratta amore, possesso, lussuria, gelosia ed emozioni primordiali che si mettono in mezzo tra le persone.»

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,00
BIGLIETTO RIDOTTO € 5,00

• BAMBINI da 4 a 12 anni
• ADULTI oltre 60 anni
• PORTATORI DI HANDICAP
• GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
• MILITARI
• il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
• il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura del comune di Imola
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

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CYRANO [fino a mercoledì 9 marzo]

2022-03-09T21:07:29+01:001 Marzo 2022|Archivio|

Proiezioni
Venerdì 4 marzo: ore 21,00
Sabato 5 marzo: ore 21,00
Domenica 6 marzo: ore 16,00 – 18,30 – 21,00
Mercoledì 9 marzo: ore 21,00

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Titolo originale: Cyrano
Nazione: Regno Unito, U.S.A., Canada, Italia
Anno: 2021
Genere: Musicale, drammatico
Durata: 124 min
Regia: Joe Wright
Cast: Peter Dinklage, Haley Bennett, Ben Mendelsohn,Bashir Salahuddin, Kelvin Harrison Jr., Scott Folan, Annarita Campo
Produzione: Metro-Goldwyn-Mayer, Bron Creative, Working Title Films
Distribuzione: Eagle Pictures

Trama

La storia è quella di Cyrano de Bergerac, poeta e spadaccino con lo spirito di un eroe romantico, ma calato nella Francia del diciassettesimo secolo. Dopo una serata a teatro è convinto che la sua amica Roxanne sia pronta a confessargli l’amore che da sempre sperava ricambiato. La sua amata invece gli confesserà di essere stata rapita dallo sguardo di un avventore visto per la prima volta proprio la sera prima, e che entrerà nello stesso reggimento di Cyrano.
L’affascinante Christian non possiede le qualità intellettuali di Cyrano, che diventerà l’autore nell’ombra delle sue missive d’amore. Inizierà così un improbabile triangolo amoroso fatto di lettere, segreti, bugie, di guerra e di morte…

Curiosità

La pellicola è l’adattamento cinematografico dell’omonimo musical di Erica Schmidt, a sua volta tratto dalla celebre commedia Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand.
Le riprese sono durate 68 giorni in Sicilia: 46 a Noto, 10 giorni sull’Etna, 3 giorni a Catania a Palazzo Biscari, 6 giorni a Siracusa al Castello Maniace e 3 giorni a Scicli nella Chiesa di San Matteo.

Trailer

Recensione

Cyrano è la trasposizione cinematografica della variazione musical della celebre commedia teatrale di Edmond Rostand. Il film porta la firma di Joe Wright, che ha portato sul grande schermo lo spettacolo di Erica Schmidt, e ha come protagonista, nei panni del burbero spadaccino, Peter Dinklage. Presentato in anteprima mondiale al Telluride Film Festival, Cyrano è in concorso alla Festa del Cinema di Roma. Uscirà nelle sale italiane il 22 gennaio 2022.

Cosa aggiungere potrebbe un narratore
a quanto già narrato dall’attore;
a me non resta altro che sparire,
fare un bell’inchino e poi svanire.
Come Cyrano che confessa e muore
ai piedi del suo grande eterno amore,
anch’io finito il mio cammino
mi accascio e vado verso il mio destino,
che è quello di chi inizia e già finisce,
sboccia e dopo un attimo appassisce,
di chi vive soltanto un paio d’ore,
sperando in un applauso e dopo muore.

In pochi non riusciranno ad associare a queste righe in rima baciata il monologo finale di Aldo in Chiedimi se sono felice. In fondo è merito anche dello struggente finale della trilogia originale di Aldo, Giovanni e Giacomo se il Cyrano de Bergerac fa così parte del nostro immaginario. Eppure il loro meta-teatro non era la prima volta che l’ossessione per lo spadaccino cercava di farsi cinema.

Dai primi esperimenti nel 1900 e nel 1908, fino al ben più noto Cyrano de Bergerac del 1990, che valse a Gerard Depardieu una nomination come migliore attore protagonista agli Oscar, sono numerosi i tentativi di trasformare in film il dramma d’amore di Cyrano. Ad oggi, probabilmente, il film-musical di Joe Wright rappresenta la migliore versione cinematografica di quest’opera immortale.

Il regista di The Darkest Hour torna per l’occasione alle radici del suo cinema, rivisitando il genere del dramma in costume pur raccogliendo tutta la sapienza e l’esperienza maturata nei sedici anni che lo separano da Orgoglio e pregiudizio. E in effetti la sua regia è l’ingrediente che rende possibile una formula davvero vincente.

Joe Wright direttore d’orchestra per Cyrano
Cyrano è uno di quei film in cui si avverte lo sforzo registico di armonizzare ogni elemento e ogni componente, perseguendo una visione che si costruisce dispiegando ogni possibile forza artistica. L’opening del film ne è un saggio magistrale. Il cinema si fa teatro, in una vera e propria ouverture dove la Commedia torna al suo luogo originale. La direzione della brulicante massa attoriale dà vita ad una perfetta coreografia che si fa specchio di tutte le contraddizioni insite nella mondanità parigina pre-rivoluzionaria.

Così i palchetti superiori vengono abitati da duchi e conti, dipinti in tutta la loro esecrabile ripugnanza dai soli trucchi e costumi. La platea si agita sotto di loro, pronta ad assistere allo spettacolo di un attorucolo di bassa lega. E con un singolo movimento di macchina, un ampio dolly a salire, Cyrano fa la sua comparsa, pronto a sfidarlo e a squalificarlo dal mondo del teatro, così offeso dalla sua presenza.

Manca solo il primo, magico, incontro tra Roxanne e Christiane, che Wright orchestra incastonando qualche campo e controcampo di sguardi nel numero musicale iniziale. È una sequenza praticamente perfetta, che si articola come un unico, precisissimo gesto. Wright ha davvero la bacchetta di un maestro in questo film, che come una partitura ha bisogno di qualcuno che la guidi per prendere vita. Ed è dalla partitura musicale che Cyrano non può prescindere, e che anzi rappresenta un suo punto di partenza essenziale.

Il musical di Erica Schimdt e il film di Joe Wright
Moglie di Peter Dinklage, direttrice del prestigioso New York Theatre, è lei l’autrice del musical ispirato alle vicende di Cyrano. Il punto di partenza sono quindi le musiche per questo allestimento off-broadway, ricche di momenti di buona inventiva e, soprattutto, di una solida drammaturgia musicale. Pur non essendo sostenute nel film da performance vocali sempre all’altezza, creano una struttura portante molto funzionale alla narrazione. L’utilizzo dei reprise di alcuni brani chiave funge da collante emotivo, lega le caratterizzazioni dei personaggi e le espande attraverso la musica.

A Joe Wright quindi non può essere riconosciuto nessun merito, in questo ambito, se non di aver scelto una partitura di buona fattura e di averla saputa rispettare e adattare. Gli equilibri del cinema sono diversi da quelli del teatro, e molti musical falliscono dove manca la proporzione tra i numeri musicali e le scene. Cyrano trova invece una quadratura davvero perfetta, in cui le parentesi musicali non si rendono mai invadenti ma, al contrario, sorreggono la forma.

La loro inserzione non è mai banalizzata, e ogni innesto è anticipato da arrangiamenti strumentali che svelano una certa raffinatezza nel leggere e interpretare musicalmente la corte e gli eroi della Francia del diciassettesimo secolo. Un mondo sfarzoso e paradossale, bersaglio prediletto dal poeta e spadaccino, sempre pronto a sbeffeggiarlo con prodezze linguistiche estreme, e all’occorrenza di spingersi più in là con qualche fendente ben assestato.

L’assolo di Peter Dinklage
L’attore è perfetto per il ruolo, andando a sostituire al proverbiale naso che pare modellato con lo stucco la sua fisicità così unica. Una fisicità non nascosta, anzi esasperata. Degni di lode il regista e il direttore della fotografia, che tra inquadrature soggettive e oggettive trovano sempre la misura ideale per restituire la singolarità di Dinklage, e trasformare la scena intorno a lui attraverso la macchina da presa.

Non è però alla sua sola statura che si riduce il suo ruolo; al contrario, è soprattutto nel suo controllo dell’espressione mimica e vocale che il Cyrano, beffardo canzonatore, prende forma. Dinklage si conferma un attore capace di trovare sempre una dimensione naturale all’interno del ruolo che veste, lo spazio necessario per una prova che si fa espressione di tutte le sue migliori qualità. E anche se tra queste non rientra il canto, in Cyrano troviamo davvero una performance che meriterà, probabilmente più di un riconoscimento.
La sua recitazione è talmente naturale e trasparente da non oscurare i comprimari del triangolo d’amore. Le prove di Haley Bennett e Kelvin Harrison Jr. non brillano della stessa intensità di Dinklage, eppure il sistema dei personaggi è perfettamente in equilibrio. C’è una grande sinergia quindi anche tra i tre protagonisti, che dà vita a potenti sferzate emotive e momenti di grande cinema.

Cyrano è uno dei film della stagione
E poiché il destino è scritto in nel cammino di chi inizia e già finisce, l’ultimo appassionato slancio di Cyrano si chiude in ciò che meno di tutti assomiglia ad un palcoscenico, ed è per questo più teatro di tutti i possibili. Un teatro senza fondale, senza sipario, senza il formicolare del pubblico. Un teatro di sola architettura e luce, dove i due protagonisti trovano lo spazio ideale per la confessione di Cyrano.

Sono i titoli di coda a fare da sipario, lasciandoci con la certezza di aver assistito ad un piccolo miracolo. Uno dei film della stagione è l’eterna ed ineluttabile parabola di un ardente spirito romantico. Un classico che si rinnova continuamente, e che nel film di Joe Wright ha trovato una delle sue massime espressioni.

Leonardo Di Ninowww.lascimmiapensa.com

Riconoscimenti

2022 – Premio Oscar
– Candidatura per i Migliori costumi a Massimo Cantini Parrini e Jacqueline Durran
2022 – Golden Globe
– Candidatura per il Miglior film commedia o musicale
– Candidatura per il Miglior attore in un film commedia o musicale a Peter Dinklage
2022 – Premio BAFTA
– Candidatura per il Miglior film britannico
– Candidatura per la Migliore scenografia a Sarah Greenwood e Katie Spencer
– Candidatura per i Migliori costumi a Massimo Cantini Parrini
– Candidatura per il Miglior trucco e acconciatura a Alessandro Bertolazzi e Siân Miller
2022 – Costume Designers Guild Awards
– Candidatura per Excellence in Period Film a Massimo Cantini Parrini e Jacqueline Durran
2022 – Critics’ Choice Awards
– Candidatura per il Miglior attore a Peter Dinklage
2021– Washington D.C. Area Film Critics Association
– Candidatura per la migliore colonna sonora per Aaron e Bryce Dessner
2022–Satellite Award
– Candidatura per il miglior film
– Candidatura per il miglior attore a Peter Dinklage
– Candidatura per i migliori costumi a Massimo Cantini Parrini
2021 – Festa del Cinema di Roma
– In Concorso nella Selezione Ufficiale

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,00
BIGLIETTO RIDOTTO € 5,00

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• ADULTI oltre 60 anni
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PARIGI, TUTTO IN UNA NOTTE [da venerdì 11 marzo]

2022-03-16T23:14:04+01:0026 Febbraio 2022|Archivio|

Proiezioni
Venerdì 11 marzo: ore 21,00
Sabato 12 marzo: ore 21,00
Domenica 13 marzo: ore 16,30 – 18,30 – 21,00
Mercoledì 16 marzo: ore 21,00

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Titolo originale: La fracture
Nazione: Francia
Anno: 2022
Genere: Drammatico
Durata: 108 min
Regia: Catherine Corsini
Cast: Pio Marmaï, Aïssatou Diallo Sagna, Valeria Bruni Tedeschi, Marina Foïs
Produzione: Chaz Productions, France 3 Cinéma, Le Pacte, Auvergne-Rhône-Alpes Cinéma
Distribuzione: Academy Two

Trama

Raf, una borghese che si sta separando dalla sua compagna dopo dieci anni insieme, finisce al pronto soccorso in seguito ad una frattura del gomito avvenuta durante un banale incidente. Accanto a lei viene ricoverato Yann, un camionista ferito dalla polizia mentre partecipava alle proteste dei gilet gialli. Mentre un pronto soccorso già ampiamente sovraffollato viene preso d’assedio da manifestanti e polizia, gli animi dei due – parti opposte della società francese – si fanno incandescenti…

Trailer

Recensione

Catherine Corsini torna in concorso a Cannes esattamente 20 anni dopo La repetition (nel 2012 Trois Mondes andò in Un Certain Regard).

Lo fa con La fracture, titolo che a dispetto di un incipit declinato sul versante della “classica” commedia romantica francese, trasforma la sua natura fortemente simbolica per rinchiuderci all’interno di un pronto soccorso parigino.

La prima frattura è quella tra Raf (Valéria Bruni Tedeschi) e Julie (Marina Foïs), coppia sull’orlo della rottura. La seconda è quella occorsa in modo accidentale al gomito della prima. La terza, la più violenta, è quella tra lo Stato e i suoi cittadini.

Sì, perché nel pronto soccorso dove finirà Raf (e dove poco dopo la raggiungerà la compagna) ci andrà a finire anche Yann (Pio Marmaï), camionista giunto appositamente a Parigi per unirsi alla manifestazione dei gilet gialli contro il governo.

L’incontro tra i due, tra la borghesia intellettuale, radical chic e le istanze proletarie di chi, ferito e arrabbiato, è stato colpito dai poliziotti, frantumerà qualsiasi certezza e qualsiasi pregiudizio. Intanto, fuori dall’ospedale, gli scontri si fanno ancora più violenti. Fino ad irrompere anche lì, generando ulteriore caos.

Di sicuro schierato, il film scritto e diretto dalla regista francese ha il grande merito di svelare la propria tesi lungo il percorso, di fatto costruendo un dramma di forte impegno politico e civile – senza dimenticare l’abnegazione e le fatiche improbe di un corpo sanitario allo stremo delle forze e chiamato a far fronte a qualsiasi tipo di emergenza (tra tutti, lo sguardo della Corsini si poggia con maggior profondità su un’infermiera, Kim, interpretata da Aissatou Diallo Sagna), immortalato in epoca pre-Covid – ma sfruttando al massimo le potenzialità da commedia “nevrotica” che un’attrice come Valeria Bruni Tedeschi sa sempre restituire con naturalezza sconvolgente.

È proprio in questa continua altalena tra registri che La fracture trova la sua migliore ragion d’essere, con impennate di tensione smorzate di colpo da situazioni quasi debitrici della comicità slapstick (la Bruni Tedeschi che in almeno un paio di circostanze cade dalla brandina), altalena che tiene in piedi un assunto rimarchevole e che funziona anche grazie ad un cast ottimamente assortito.

Valerio Sammarcowww.cinematografo.it

Riconoscimenti

2021 – Festival di Cannes
Queer Palm
Menzione speciale al premio AFCAE
In concorso per la Palma d’oro
2022 – Premio César
Migliore attrice non protagonista a Aissatou Diallo Sagna

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,00
BIGLIETTO RIDOTTO € 5,00

• BAMBINI da 4 a 12 anni
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DIAMO LUCE ALLA SOLIDARIETA’! [iniziativa]

2022-02-21T20:17:27+01:0020 Febbraio 2022|Approfondimenti|

Siamo arrivati a dicembre… e non siamo chiusi!

Poi sentiamo già odore di Natale e tutte le cose belle che questo periodo negli anni ha sedimentato nella nostra storia personale, famigliare, di amici e di comunità.

Per noi quel bambino piccolissimo, nato fra gli ultimi come tanti bambini di cui la cronaca purtroppo ci racconta, rappresenta davvero il Sol invictus, la Luce che vince sulle tenebre, anche quando il buio di certe (ed alle volte anche nostre) vicende umane ci sembra così fitto da non poter essere penetrato.

Come sala della comunità ACEC abbiamo dunque pensato di aderire a 2 iniziative:

 

1) Rassegna LA GRANDE LUCE 

Promossa da ACEC|ER e Regione Emilia Romagna, è un’ottima occasione per trovare tanta luce intorno a noi.

Un segno di luce è già il fatto che la facciamo in collaborazione con il cinema Pedagna, un’altra sala ACEC a Imola: 2 sale, 1 rassegna. Se si fa un abbonamento per due film, il secondo può essere usufruito anche nell’altra sala.

Trovate maggiori informazioni nella sezione relativa del sito

2) Campagna #lanterne verdi

Ovviamente a noi gente di cinema verrà subito da pensare al supereroe della DC Comics… In un certo senso sono eroiche quelle famiglie polacche che sfidano le imposizioni governative per accogliere i migranti che, disperati, riescono a varcare il confine con la Bielorussia. Ne avrete sentito parlare: accendono una luce verde ad una finestra della loro abitazione per far sapere che lì troveranno un pasto caldo ed il riparo per una notte.

In tutta Europa molte organizzazioni umanitarie, enti benefici e associazoni e movimenti religiosi, privati cittadini e sacerdoti hanno deciso per solidarietà di accendere una luce verde, ognuno nella propria casa, nel proprio presepe: “…non c’era posto per loro…” continua ad accadere, ma ci piacerebbe non accadesse più.

Oltre ad aderire simbolicamente mettendo una luce verde anche nella nostra sala, ci siamo accordati con le altre sale ACEC della diocesi di Imola (Cappuccini, Pedagna, Moderno di Castelbolognese, S. Rocco di Lugo) per donare dei biglietti omaggio alla Caritas perché pensiamo, in accordo con il nuovo direttore diocesano Alessandro Zanoni, che la soddisfazione dei bisogni primari è prioritaria, ma non va mai tralasciata la cura del cuore e dell’anima. E il cinema può dare un piccolo contributo.

E se la parrocchia attraverso la nostra sala riesce a fare questo, è grazie al pezzetto di disponibilità che ogni volontario offre e ad ogni singolo spettatore che ci frequenta.

Perciò INSIEME FACCIAMO ‘SOLO COSE BELLE’ *!

* parafrasando un meraviglioso film che racconta la storia una casa-famiglia dell’Associazione papa Giovanni XXIII

LA FIERA DELLE ILLUSIONI – NIGHTMARE ALLEY [dal 28/01]

2022-02-12T11:08:49+01:008 Febbraio 2022|Archivio|

Proiezioni
Venerdì 4 febbraio: ore 21,00
Sabato 5 febbraio: ore 21,00
Domenica 6 febbraio: ore 15,30 – 18,15 – 21,00
Mercoledì 9 febbraio: ore 21,00

N.B.: Capienza 100%. Super Green Pass e mascherina FFP2 obbligatori.

 

 

 

Titolo originale: Nightmare Alley
Nazione: U.S.A., Messico
Anno: 2021
Genere: Drammatico, thriller, noir
Durata: 150 min
Regia: Guillermo Del Toro
Cast: Bradley Cooper, Cate Blanchett, Rooney Mara, Toni Collette
Produzione: Fox Searchlight Pictures
Distribuzione: Walt Disney Pictures Italia

Trama

Un giostraio ambizioso con un talento per manipolare le persone con poche parole ben scelte inizia una relazione con una psichiatra che si rivela essere ancora più pericolosa di lui.

 Trailer

Recensione

La fiera delle illusioni è il ritorno del miglior Guillermo Del Toro

Non ha bisogno di inseguire il proprio stereotipo per girare un film di eccezionale fattura e misterioso fascino, in cui non risparmia niente a nessuno

Se c’è un film che vale la pena di andare a vedere al cinema è La fiera delle illusioni, dal 27 gennaio in sala, non fosse altro che per apprezzare la caratteristica più avvincente dei film di Guillermo Del Toro, al di là delle maschere, dei mostri, del gotico e dell’incredibile maniera che ha di scrivere storie classiche in mondi originali, cioè come ci trascini quasi ogni volta in un posticino che conosce solo lui e a cui solo sembra avere accesso solo lui, quella terra di mezzo in cui il fantastico c’è e non c’è, in cui passiamo parte del tempo a chiederci se siamo di fronte ad un’illusione oppure no, in cui chi vuole credere ha gioco facile e chi non vuole credere è molto tentato. Spesso lo fa mescolando storia e fantasia, illudendoci a lungo che le visioni siano fantasie di bambini, altre volte che i mostri siano solo creature naturali che non conosciamo, in La fiera delle illusioni questo posticino è ancora più accogliente e ampio. A lungo veniamo infatti cullati sul crinale tra l’abile truffa e il desiderio di crederci tantissimo, a quella truffa.
Per fare una cosa del genere ad un pubblico che è molto esperto di storie fantastiche non è necessario solo scrivere bene una sceneggiatura convincente (e dialoghi in cui nessuna parola è casuale), non basta nemmeno solo trovare degli attori convinti, capaci e che abbiano capito perfettamente cosa serva. È necessario anche un controllo pazzesco sull’immagine, perché proprio i colori, il loro cambio, la particolare luce che crea il sole al tramonto, le giornate nuvolose (in questo film pare non ci sia un giorno di sole), i colori sbiaditi dei tendoni del circo ma anche i tipici barattoloni pieni di liquido in cui sta ammollo “qualcosa” e tutto quello che popola i film di Del Toro, servono a tenerci con il piede in due staffe, a farci aggrottare le ciglia e indagare quello che fanno i personaggi per capire di più, con dentro la testa un forte desiderio che sia tutto davvero paranormale. Che poi è il segreto del fascino.
Questa volta addirittura è la trama stessa ad affrontare la passione di Guillermo Del Toro per la terra di mezzo tra vero e fantastico (la storia è tratta da un romanzo già adattato in un film del 1947 dal medesimo titolo). È quella di un uomo con un passato che capiamo non essere piacevole che approda in un circo e lavorando lì impara l’arte del mentalismo, cioè il fingere di leggere nel pensiero ma in realtà utilizzare un set complicato di trucchi per capire cose sul pubblico e così illuderlo di avere poteri o essere in contatto con l’’aldilà. Con questi trucchi fa una scalata e il successo inizia a corromperlo. Semplicissimo e anche molto tagliato con l’accetta, come già La forma dell’acqua e diversi altri film di Del Toro anche La fiera delle illusioni nel suo livello di lettura più evidente è una storia di purezza contro corruzione, di una persona che quando comincia ad avere desidera sempre di più passando sopra i propri princìpi. Semplicissimo.
Più che altrove però questa volta il suo film va a fondo nel rapporto tra affabulazione e desiderio di credere. È una storia che parla di trucchi e illusioni che contemporaneamente ci spiega quei trucchi e quelle illusioni. Il film fa sempre attenzione a mostrarci prima il “prestigio” come fossimo parte del pubblico dei personaggi, facendo credere che sia davvero frutto di paranormale, e poi a spiegarci come è stato ottenuto, svelandone la semplicità e implicitamente esponendo il nostro desiderio di credere all’esistenza del paranormale. Desiderio condiviso da molte vittime di Stan, interpretato da Bradley Cooper con grande raffinatezza e abilità nel puntare su una delle sue caratteristiche principali: la capacità di piacere. Il suo personaggio è uno che piace e proprio perché fa strada, perché quel sorriso e quel viso appaiono familiari, potrebbero vendere di tutto e di fatto lo vende come lui (Bradley Cooper) ogni volta vende a noi (il pubblico) il suo trucco. Ma c’è da fare attenzione anche a quel che invece fa Cate Blanchett, personaggio speculare a lui e dalla medesima interpretazione a strati.
Cinema hollywoodiano al massimo, con un twist. I protagonisti non sono positivi come comanda Hollywood ma persone terribili, non sembrano tali perché si presentano bene, ma tengono esseri umani rinchiusi e trattati come bestie, non esitano di fronte a niente e hanno paura solo della polizia. Ci stanno simpatici ma ad una seconda occhiata sono orribili. Non hanno molto interesse per i sentimenti che sollecitano nel pubblico ingannandolo. Il creatore di illusioni (che poi anche un regista cinematografico lo è) insomma non appartiene ai migliori, anzi è pronto a passare sopra a tutto, pronto a trascurare le conseguenze delle sue azioni pur di avere successo. La fiera delle illusioni ci fa capire lungo tutto un film che in ogni illusione, quindi in ogni rappresentazione e in ogni messa in scena, ci sono cinismo, abuso e crudeltà e solo il nostro desiderio di crederci e la nostra passione per quel che queste cose scatenano in noi ce le fanno accettare. Invece che cantare le lodi del suo lavoro Del Toro ne mostra l’aspetto più brutale.
Passeremo per miliardari con figli morti, personaggi di dubbia morale con un passato che è meglio tenere nascosto, traumi, problemi e opportunismo (più una psichiatra con uno studio all’avanguardia per gli anni ‘40) e un gran finale di eccezionale ricostruzione in cui siamo ormai pratici dei trucchi e possiamo seguire la messa in scena dai due lati, quello di chi la fa e quello di chi la subisce senza perdere in emozione, ma alla fine del film, in una chiusa di incredibile ciclicità, ci sarà chiarissimo che il mondo di chi illude è terribile e se le illusioni (dei film, delle canzoni, dei libri…) non fossero così meravigliose non le potremmo tollerare.

Gabriele Niolawww.wired.it

L’intervista a Guillermo del Toro (da Film Tv)

Venghino signori venghino – Intervista a Guillermo del Toro che voleva farti leggere è questo:

«Non sono più un outsider ma sono ancora uno weirdo», ovvero “uno stramboide”, “un eccentrico”: così si definisce Guillermo del Toro, mentre ci racconta come ha dato vita a quello che, per chi scrive, è il suo miglior film sinora, ossia La fiera delle illusioni – Nightmare Alley, tratto dal romanzo di William Lindsay Gresham. Essere un regista weirdo, ci spiega, vuol dire «non prendere mai la strada più facile ed essere così ambizioso da fare quello che è un film d’epoca, ma anche completamente fantastico nell’atmosfera».

Ambizioso anche come budget, raddoppiato rispetto a quello di La forma dell’acqua – The Shape of Water, e con un cast interamente di star.
In realtà il budget non è mai abbastanza: anche quando la cifra è alta senti che per avere completa libertà ci sarebbe voluto di più. In questo caso avevo 60 milioni di dollari, ma me ne sarebbero serviti 100. È sempre così; probabilmente se un regista si ritrova ad avere davvero un budget sufficiente sta sbagliando qualcosa nel suo lavoro! Io temo che il successo sia un veleno, quindi ogni volta come film successivo scelgo quello più lontano possibile dal precedente.

Come è nata l’idea di adattare il romanzo?
Ho iniziato a concepire il film negli anni 90, quando io e Ron Perlman stavamo vedendo Il figlio di Giuda e lui disse «c’è un personaggio simile a questo che vorrei interpretare»; si riferiva a Stanton. Non potemmo farlo allora, ma l’idea è rimasta, e io e Kim (Morgan, moglie di Del Toro e co-sceneggiatrice, ndr) volevamo provare a scrivere insieme. Non solo siamo sopravvissuti al lavoro in coppia, ma in era pandemica perdipiù, e in completa armonia, perché condividiamo l’amore per la letteratura e per il cinema. Kim, però, avrebbe voluto un film più lungo: il libro è un affresco, un’esplorazione junghiana del sé, è come se tutte le parti del cervello del protagonista parlassero tra di loro. Per me, invece, era necessario concentrarsi su un aspetto solo, volevo provare a ritrarre Stanton, perché credo che un po’ di lui sia vivo in ognuno di noi, oggi. O che conosciamo qualcuno di simile a lui. Il libro di Gresham appartiene all’epoca che ha poi prodotto la letteratura hard boiled, che esprime lo scontro fra il Sogno americano idealizzato e la realtà brutale della vita urbana: libri come Il giorno della locustaNon si uccidono così anche i cavalli?Signorina cuorinfrantiIl figlio di Giuda, appunto, parlano dell’Incubo americano, piuttosto che del Sogno. Lo stesso vale per la pittura di quell’epoca, riferimento importante per il film: Thomas Hart Benton, Grant Wood, Andrew Wyeth, Edward Hopper.

Bradley Cooper, nei panni di Stanton, dà una delle sue prove migliori: come avete costruito l’ambiguità del suo personaggio?
Bradley ha un’aria da protagonista degli anni 40, c’è sempre un punto interrogativo sulla sua aura di divo; il suo personaggio, Stanton, per me è molto commovente, non deve piacere, ma può essere compreso. Le narrazioni oggi sono spesso semplicistiche nello scindere il bene e il male, ma entrambe le cose convivono in tutti noi, possiamo essere santi e stronzi. Il patto tra me e Bradley era di costruire un personaggio di cui potessimo capire il percorso anche senza approvarne le scelte, non volevo sposare il puro noir, un genere che esprime un forte giudizio morale.

A proposito di noir: la prima trasposizione del romanzo, quella di Goulding del 1947, era un noir classico, di ammonimento per gli americani del Dopoguerra che puntassero troppo in alto. Oggi, invece, come può parlare il romanzo al pubblico contemporaneo?
Ogni noir rappresenta l’epoca in cui è stato realizzato: il disincanto del Dopoguerra con Robert Mitchum, il disincanto del post Vietnam con Elliott Gould… Questo mio film parla di un momento di enorme ansia per il genere umano: un momento in cui le basi della dialettica tra verità e bugia si stanno disintegrando, e in cui vediamo e leggiamo solo le cose che confermano ciò in cui già crediamo. La politica populista, la fame di sempre più click, più follower, più soldi, più fama… Quello che sento, come narratore di storie, è che per molti versi l’apocalisse è già avvenuta e noi stiamo solo rimettendoci in pari. Non ho grande ottimismo per il genere umano. Come dico sempre: per me i mostri più spaventosi sono gli umani, e questo è il mio tentativo di ribadirlo in un modo più controllato, austero ed elegante di quanto abbia mai fatto finora.

Il suo film precedente, La forma dell’acqua, era una storia d’amore. Questo mi pare un film sull’opposto dell’amore: la paura.
Sono vecchio abbastanza da sapere questo: quando odi te stesso chiunque intorno a te è uno specchio di ciò che detesti; mentre quando non odi te stesso, chiunque è una finestra aperta su qualcos’altro. Alle radici di La fiera delle illusioni c’è l’idea che ogni cosa orribile derivi dalla paura; oggi stiamo tutti operando in un sistema chiuso in cui leggiamo, guardiamo, ascoltiamo solo cose che ci rendono ancora più separati dagli altri. Il film, invece, ci chiede di provare a capire l’imperfezione, di perdonarla, di seguire un personaggio che fa cose orrende provando comunque compassione per lui. È proprio lì che si distacca da un noir, e diventa altro. Stanton è vuoto, non può sentire se stesso perché c’è un grosso buco nel suo cuore, e tutti noi stiamo esistendo un po’ allo stesso modo, oggi. Non credo che il film sarà molto popolare, perché è come se reggesse uno specchio davanti a noi.

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,00
BIGLIETTO RIDOTTO € 5,00

• BAMBINI da 4 a 12 anni
• ADULTI oltre 60 anni
• PORTATORI DI HANDICAP
• GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
• MILITARI
• il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
• il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura del comune di Imola
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

BIGLIETTO OMAGGIO

ACCOMPAGNATORE DI PORTATORE DI HANDICAP
BAMBINI fino a 3 anni
POSSESSORI DI TESSERA DEGLI ESERCENTI SALA CINEMATOGRAFICA (AGIS-ACEC, AGIS-ANEC, ANEM..)
POSSESSORI DI TESSERA ‘EUROPA CINEMAS’

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