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PARIGI, TUTTO IN UNA NOTTE [da venerdì 11 marzo]

2022-03-16T23:14:04+01:0026 Febbraio 2022|Archivio|

Proiezioni
Venerdì 11 marzo: ore 21,00
Sabato 12 marzo: ore 21,00
Domenica 13 marzo: ore 16,30 – 18,30 – 21,00
Mercoledì 16 marzo: ore 21,00

N.B.: Capienza 100%. Super Green Pass e mascherina FFP2 obbligatori.

 

 

 

 

 

Titolo originale: La fracture
Nazione: Francia
Anno: 2022
Genere: Drammatico
Durata: 108 min
Regia: Catherine Corsini
Cast: Pio Marmaï, Aïssatou Diallo Sagna, Valeria Bruni Tedeschi, Marina Foïs
Produzione: Chaz Productions, France 3 Cinéma, Le Pacte, Auvergne-Rhône-Alpes Cinéma
Distribuzione: Academy Two

Trama

Raf, una borghese che si sta separando dalla sua compagna dopo dieci anni insieme, finisce al pronto soccorso in seguito ad una frattura del gomito avvenuta durante un banale incidente. Accanto a lei viene ricoverato Yann, un camionista ferito dalla polizia mentre partecipava alle proteste dei gilet gialli. Mentre un pronto soccorso già ampiamente sovraffollato viene preso d’assedio da manifestanti e polizia, gli animi dei due – parti opposte della società francese – si fanno incandescenti…

Trailer

Recensione

Catherine Corsini torna in concorso a Cannes esattamente 20 anni dopo La repetition (nel 2012 Trois Mondes andò in Un Certain Regard).

Lo fa con La fracture, titolo che a dispetto di un incipit declinato sul versante della “classica” commedia romantica francese, trasforma la sua natura fortemente simbolica per rinchiuderci all’interno di un pronto soccorso parigino.

La prima frattura è quella tra Raf (Valéria Bruni Tedeschi) e Julie (Marina Foïs), coppia sull’orlo della rottura. La seconda è quella occorsa in modo accidentale al gomito della prima. La terza, la più violenta, è quella tra lo Stato e i suoi cittadini.

Sì, perché nel pronto soccorso dove finirà Raf (e dove poco dopo la raggiungerà la compagna) ci andrà a finire anche Yann (Pio Marmaï), camionista giunto appositamente a Parigi per unirsi alla manifestazione dei gilet gialli contro il governo.

L’incontro tra i due, tra la borghesia intellettuale, radical chic e le istanze proletarie di chi, ferito e arrabbiato, è stato colpito dai poliziotti, frantumerà qualsiasi certezza e qualsiasi pregiudizio. Intanto, fuori dall’ospedale, gli scontri si fanno ancora più violenti. Fino ad irrompere anche lì, generando ulteriore caos.

Di sicuro schierato, il film scritto e diretto dalla regista francese ha il grande merito di svelare la propria tesi lungo il percorso, di fatto costruendo un dramma di forte impegno politico e civile – senza dimenticare l’abnegazione e le fatiche improbe di un corpo sanitario allo stremo delle forze e chiamato a far fronte a qualsiasi tipo di emergenza (tra tutti, lo sguardo della Corsini si poggia con maggior profondità su un’infermiera, Kim, interpretata da Aissatou Diallo Sagna), immortalato in epoca pre-Covid – ma sfruttando al massimo le potenzialità da commedia “nevrotica” che un’attrice come Valeria Bruni Tedeschi sa sempre restituire con naturalezza sconvolgente.

È proprio in questa continua altalena tra registri che La fracture trova la sua migliore ragion d’essere, con impennate di tensione smorzate di colpo da situazioni quasi debitrici della comicità slapstick (la Bruni Tedeschi che in almeno un paio di circostanze cade dalla brandina), altalena che tiene in piedi un assunto rimarchevole e che funziona anche grazie ad un cast ottimamente assortito.

Valerio Sammarco – www.cinematografo.it

Riconoscimenti

2021 – Festival di Cannes
Queer Palm
Menzione speciale al premio AFCAE
In concorso per la Palma d’oro
2022 – Premio César
Migliore attrice non protagonista a Aissatou Diallo Sagna

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,00
BIGLIETTO RIDOTTO € 5,00

• BAMBINI da 4 a 12 anni
• ADULTI oltre 60 anni
• PORTATORI DI HANDICAP
• GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
• MILITARI
• il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
• il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura del comune di Imola
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

BIGLIETTO OMAGGIO

ACCOMPAGNATORE DI PORTATORE DI HANDICAP
BAMBINI fino a 3 anni
POSSESSORI DI TESSERA DEGLI ESERCENTI SALA CINEMATOGRAFICA (AGIS-ACEC, AGIS-ANEC, ANEM..)
POSSESSORI DI TESSERA ‘EUROPA CINEMAS’

DIAMO LUCE ALLA SOLIDARIETA’! [iniziativa]

2022-02-21T20:17:27+01:0020 Febbraio 2022|Approfondimenti|

Siamo arrivati a dicembre… e non siamo chiusi!

Poi sentiamo già odore di Natale e tutte le cose belle che questo periodo negli anni ha sedimentato nella nostra storia personale, famigliare, di amici e di comunità.

Per noi quel bambino piccolissimo, nato fra gli ultimi come tanti bambini di cui la cronaca purtroppo ci racconta, rappresenta davvero il Sol invictus, la Luce che vince sulle tenebre, anche quando il buio di certe (ed alle volte anche nostre) vicende umane ci sembra così fitto da non poter essere penetrato.

Come sala della comunità ACEC abbiamo dunque pensato di aderire a 2 iniziative:

 

1) Rassegna LA GRANDE LUCE 

Promossa da ACEC|ER e Regione Emilia Romagna, è un’ottima occasione per trovare tanta luce intorno a noi.

Un segno di luce è già il fatto che la facciamo in collaborazione con il cinema Pedagna, un’altra sala ACEC a Imola: 2 sale, 1 rassegna. Se si fa un abbonamento per due film, il secondo può essere usufruito anche nell’altra sala.

Trovate maggiori informazioni nella sezione relativa del sito

2) Campagna #lanterne verdi

Ovviamente a noi gente di cinema verrà subito da pensare al supereroe della DC Comics… In un certo senso sono eroiche quelle famiglie polacche che sfidano le imposizioni governative per accogliere i migranti che, disperati, riescono a varcare il confine con la Bielorussia. Ne avrete sentito parlare: accendono una luce verde ad una finestra della loro abitazione per far sapere che lì troveranno un pasto caldo ed il riparo per una notte.

In tutta Europa molte organizzazioni umanitarie, enti benefici e associazoni e movimenti religiosi, privati cittadini e sacerdoti hanno deciso per solidarietà di accendere una luce verde, ognuno nella propria casa, nel proprio presepe: “…non c’era posto per loro…” continua ad accadere, ma ci piacerebbe non accadesse più.

Oltre ad aderire simbolicamente mettendo una luce verde anche nella nostra sala, ci siamo accordati con le altre sale ACEC della diocesi di Imola (Cappuccini, Pedagna, Moderno di Castelbolognese, S. Rocco di Lugo) per donare dei biglietti omaggio alla Caritas perché pensiamo, in accordo con il nuovo direttore diocesano Alessandro Zanoni, che la soddisfazione dei bisogni primari è prioritaria, ma non va mai tralasciata la cura del cuore e dell’anima. E il cinema può dare un piccolo contributo.

E se la parrocchia attraverso la nostra sala riesce a fare questo, è grazie al pezzetto di disponibilità che ogni volontario offre e ad ogni singolo spettatore che ci frequenta.

Perciò INSIEME FACCIAMO ‘SOLO COSE BELLE’ *!

* parafrasando un meraviglioso film che racconta la storia una casa-famiglia dell’Associazione papa Giovanni XXIII

LA FIERA DELLE ILLUSIONI – NIGHTMARE ALLEY [dal 28/01]

2022-02-12T11:08:49+01:008 Febbraio 2022|Archivio|

Proiezioni
Venerdì 4 febbraio: ore 21,00
Sabato 5 febbraio: ore 21,00
Domenica 6 febbraio: ore 15,30 – 18,15 – 21,00
Mercoledì 9 febbraio: ore 21,00

N.B.: Capienza 100%. Super Green Pass e mascherina FFP2 obbligatori.

 

 

 

Titolo originale: Nightmare Alley
Nazione: U.S.A., Messico
Anno: 2021
Genere: Drammatico, thriller, noir
Durata: 150 min
Regia: Guillermo Del Toro
Cast: Bradley Cooper, Cate Blanchett, Rooney Mara, Toni Collette
Produzione: Fox Searchlight Pictures
Distribuzione: Walt Disney Pictures Italia

Trama

Un giostraio ambizioso con un talento per manipolare le persone con poche parole ben scelte inizia una relazione con una psichiatra che si rivela essere ancora più pericolosa di lui.

 Trailer

Recensione

La fiera delle illusioni è il ritorno del miglior Guillermo Del Toro

Non ha bisogno di inseguire il proprio stereotipo per girare un film di eccezionale fattura e misterioso fascino, in cui non risparmia niente a nessuno

Se c’è un film che vale la pena di andare a vedere al cinema è La fiera delle illusioni, dal 27 gennaio in sala, non fosse altro che per apprezzare la caratteristica più avvincente dei film di Guillermo Del Toro, al di là delle maschere, dei mostri, del gotico e dell’incredibile maniera che ha di scrivere storie classiche in mondi originali, cioè come ci trascini quasi ogni volta in un posticino che conosce solo lui e a cui solo sembra avere accesso solo lui, quella terra di mezzo in cui il fantastico c’è e non c’è, in cui passiamo parte del tempo a chiederci se siamo di fronte ad un’illusione oppure no, in cui chi vuole credere ha gioco facile e chi non vuole credere è molto tentato. Spesso lo fa mescolando storia e fantasia, illudendoci a lungo che le visioni siano fantasie di bambini, altre volte che i mostri siano solo creature naturali che non conosciamo, in La fiera delle illusioni questo posticino è ancora più accogliente e ampio. A lungo veniamo infatti cullati sul crinale tra l’abile truffa e il desiderio di crederci tantissimo, a quella truffa.
Per fare una cosa del genere ad un pubblico che è molto esperto di storie fantastiche non è necessario solo scrivere bene una sceneggiatura convincente (e dialoghi in cui nessuna parola è casuale), non basta nemmeno solo trovare degli attori convinti, capaci e che abbiano capito perfettamente cosa serva. È necessario anche un controllo pazzesco sull’immagine, perché proprio i colori, il loro cambio, la particolare luce che crea il sole al tramonto, le giornate nuvolose (in questo film pare non ci sia un giorno di sole), i colori sbiaditi dei tendoni del circo ma anche i tipici barattoloni pieni di liquido in cui sta ammollo “qualcosa” e tutto quello che popola i film di Del Toro, servono a tenerci con il piede in due staffe, a farci aggrottare le ciglia e indagare quello che fanno i personaggi per capire di più, con dentro la testa un forte desiderio che sia tutto davvero paranormale. Che poi è il segreto del fascino.
Questa volta addirittura è la trama stessa ad affrontare la passione di Guillermo Del Toro per la terra di mezzo tra vero e fantastico (la storia è tratta da un romanzo già adattato in un film del 1947 dal medesimo titolo). È quella di un uomo con un passato che capiamo non essere piacevole che approda in un circo e lavorando lì impara l’arte del mentalismo, cioè il fingere di leggere nel pensiero ma in realtà utilizzare un set complicato di trucchi per capire cose sul pubblico e così illuderlo di avere poteri o essere in contatto con l’’aldilà. Con questi trucchi fa una scalata e il successo inizia a corromperlo. Semplicissimo e anche molto tagliato con l’accetta, come già La forma dell’acqua e diversi altri film di Del Toro anche La fiera delle illusioni nel suo livello di lettura più evidente è una storia di purezza contro corruzione, di una persona che quando comincia ad avere desidera sempre di più passando sopra i propri princìpi. Semplicissimo.
Più che altrove però questa volta il suo film va a fondo nel rapporto tra affabulazione e desiderio di credere. È una storia che parla di trucchi e illusioni che contemporaneamente ci spiega quei trucchi e quelle illusioni. Il film fa sempre attenzione a mostrarci prima il “prestigio” come fossimo parte del pubblico dei personaggi, facendo credere che sia davvero frutto di paranormale, e poi a spiegarci come è stato ottenuto, svelandone la semplicità e implicitamente esponendo il nostro desiderio di credere all’esistenza del paranormale. Desiderio condiviso da molte vittime di Stan, interpretato da Bradley Cooper con grande raffinatezza e abilità nel puntare su una delle sue caratteristiche principali: la capacità di piacere. Il suo personaggio è uno che piace e proprio perché fa strada, perché quel sorriso e quel viso appaiono familiari, potrebbero vendere di tutto e di fatto lo vende come lui (Bradley Cooper) ogni volta vende a noi (il pubblico) il suo trucco. Ma c’è da fare attenzione anche a quel che invece fa Cate Blanchett, personaggio speculare a lui e dalla medesima interpretazione a strati.
Cinema hollywoodiano al massimo, con un twist. I protagonisti non sono positivi come comanda Hollywood ma persone terribili, non sembrano tali perché si presentano bene, ma tengono esseri umani rinchiusi e trattati come bestie, non esitano di fronte a niente e hanno paura solo della polizia. Ci stanno simpatici ma ad una seconda occhiata sono orribili. Non hanno molto interesse per i sentimenti che sollecitano nel pubblico ingannandolo. Il creatore di illusioni (che poi anche un regista cinematografico lo è) insomma non appartiene ai migliori, anzi è pronto a passare sopra a tutto, pronto a trascurare le conseguenze delle sue azioni pur di avere successo. La fiera delle illusioni ci fa capire lungo tutto un film che in ogni illusione, quindi in ogni rappresentazione e in ogni messa in scena, ci sono cinismo, abuso e crudeltà e solo il nostro desiderio di crederci e la nostra passione per quel che queste cose scatenano in noi ce le fanno accettare. Invece che cantare le lodi del suo lavoro Del Toro ne mostra l’aspetto più brutale.
Passeremo per miliardari con figli morti, personaggi di dubbia morale con un passato che è meglio tenere nascosto, traumi, problemi e opportunismo (più una psichiatra con uno studio all’avanguardia per gli anni ‘40) e un gran finale di eccezionale ricostruzione in cui siamo ormai pratici dei trucchi e possiamo seguire la messa in scena dai due lati, quello di chi la fa e quello di chi la subisce senza perdere in emozione, ma alla fine del film, in una chiusa di incredibile ciclicità, ci sarà chiarissimo che il mondo di chi illude è terribile e se le illusioni (dei film, delle canzoni, dei libri…) non fossero così meravigliose non le potremmo tollerare.

Gabriele Niola– www.wired.it

L’intervista a Guillermo del Toro (da Film Tv)

Venghino signori venghino – Intervista a Guillermo del Toro che voleva farti leggere è questo:

«Non sono più un outsider ma sono ancora uno weirdo», ovvero “uno stramboide”, “un eccentrico”: così si definisce Guillermo del Toro, mentre ci racconta come ha dato vita a quello che, per chi scrive, è il suo miglior film sinora, ossia La fiera delle illusioni – Nightmare Alley, tratto dal romanzo di William Lindsay Gresham. Essere un regista weirdo, ci spiega, vuol dire «non prendere mai la strada più facile ed essere così ambizioso da fare quello che è un film d’epoca, ma anche completamente fantastico nell’atmosfera».

Ambizioso anche come budget, raddoppiato rispetto a quello di La forma dell’acqua – The Shape of Water, e con un cast interamente di star.
In realtà il budget non è mai abbastanza: anche quando la cifra è alta senti che per avere completa libertà ci sarebbe voluto di più. In questo caso avevo 60 milioni di dollari, ma me ne sarebbero serviti 100. È sempre così; probabilmente se un regista si ritrova ad avere davvero un budget sufficiente sta sbagliando qualcosa nel suo lavoro! Io temo che il successo sia un veleno, quindi ogni volta come film successivo scelgo quello più lontano possibile dal precedente.

Come è nata l’idea di adattare il romanzo?
Ho iniziato a concepire il film negli anni 90, quando io e Ron Perlman stavamo vedendo Il figlio di Giuda e lui disse «c’è un personaggio simile a questo che vorrei interpretare»; si riferiva a Stanton. Non potemmo farlo allora, ma l’idea è rimasta, e io e Kim (Morgan, moglie di Del Toro e co-sceneggiatrice, ndr) volevamo provare a scrivere insieme. Non solo siamo sopravvissuti al lavoro in coppia, ma in era pandemica perdipiù, e in completa armonia, perché condividiamo l’amore per la letteratura e per il cinema. Kim, però, avrebbe voluto un film più lungo: il libro è un affresco, un’esplorazione junghiana del sé, è come se tutte le parti del cervello del protagonista parlassero tra di loro. Per me, invece, era necessario concentrarsi su un aspetto solo, volevo provare a ritrarre Stanton, perché credo che un po’ di lui sia vivo in ognuno di noi, oggi. O che conosciamo qualcuno di simile a lui. Il libro di Gresham appartiene all’epoca che ha poi prodotto la letteratura hard boiled, che esprime lo scontro fra il Sogno americano idealizzato e la realtà brutale della vita urbana: libri come Il giorno della locusta, Non si uccidono così anche i cavalli?, Signorina cuorinfranti, Il figlio di Giuda, appunto, parlano dell’Incubo americano, piuttosto che del Sogno. Lo stesso vale per la pittura di quell’epoca, riferimento importante per il film: Thomas Hart Benton, Grant Wood, Andrew Wyeth, Edward Hopper.

Bradley Cooper, nei panni di Stanton, dà una delle sue prove migliori: come avete costruito l’ambiguità del suo personaggio?
Bradley ha un’aria da protagonista degli anni 40, c’è sempre un punto interrogativo sulla sua aura di divo; il suo personaggio, Stanton, per me è molto commovente, non deve piacere, ma può essere compreso. Le narrazioni oggi sono spesso semplicistiche nello scindere il bene e il male, ma entrambe le cose convivono in tutti noi, possiamo essere santi e stronzi. Il patto tra me e Bradley era di costruire un personaggio di cui potessimo capire il percorso anche senza approvarne le scelte, non volevo sposare il puro noir, un genere che esprime un forte giudizio morale.

A proposito di noir: la prima trasposizione del romanzo, quella di Goulding del 1947, era un noir classico, di ammonimento per gli americani del Dopoguerra che puntassero troppo in alto. Oggi, invece, come può parlare il romanzo al pubblico contemporaneo?
Ogni noir rappresenta l’epoca in cui è stato realizzato: il disincanto del Dopoguerra con Robert Mitchum, il disincanto del post Vietnam con Elliott Gould… Questo mio film parla di un momento di enorme ansia per il genere umano: un momento in cui le basi della dialettica tra verità e bugia si stanno disintegrando, e in cui vediamo e leggiamo solo le cose che confermano ciò in cui già crediamo. La politica populista, la fame di sempre più click, più follower, più soldi, più fama… Quello che sento, come narratore di storie, è che per molti versi l’apocalisse è già avvenuta e noi stiamo solo rimettendoci in pari. Non ho grande ottimismo per il genere umano. Come dico sempre: per me i mostri più spaventosi sono gli umani, e questo è il mio tentativo di ribadirlo in un modo più controllato, austero ed elegante di quanto abbia mai fatto finora.

Il suo film precedente, La forma dell’acqua, era una storia d’amore. Questo mi pare un film sull’opposto dell’amore: la paura.
Sono vecchio abbastanza da sapere questo: quando odi te stesso chiunque intorno a te è uno specchio di ciò che detesti; mentre quando non odi te stesso, chiunque è una finestra aperta su qualcos’altro. Alle radici di La fiera delle illusioni c’è l’idea che ogni cosa orribile derivi dalla paura; oggi stiamo tutti operando in un sistema chiuso in cui leggiamo, guardiamo, ascoltiamo solo cose che ci rendono ancora più separati dagli altri. Il film, invece, ci chiede di provare a capire l’imperfezione, di perdonarla, di seguire un personaggio che fa cose orrende provando comunque compassione per lui. È proprio lì che si distacca da un noir, e diventa altro. Stanton è vuoto, non può sentire se stesso perché c’è un grosso buco nel suo cuore, e tutti noi stiamo esistendo un po’ allo stesso modo, oggi. Non credo che il film sarà molto popolare, perché è come se reggesse uno specchio davanti a noi.

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,00
BIGLIETTO RIDOTTO € 5,00

• BAMBINI da 4 a 12 anni
• ADULTI oltre 60 anni
• PORTATORI DI HANDICAP
• GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
• MILITARI
• il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
• il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura del comune di Imola
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

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BAMBINI fino a 3 anni
POSSESSORI DI TESSERA DEGLI ESERCENTI SALA CINEMATOGRAFICA (AGIS-ACEC, AGIS-ANEC, ANEM..)
POSSESSORI DI TESSERA ‘EUROPA CINEMAS’

E’ ANDATO TUTTO BENE [da venerdì 14 gennaio]

2022-01-19T23:41:58+01:0017 Gennaio 2022|Archivio|

Proiezioni
Venerdì 14 gennaio: ore 21,00
Sabato 15 gennaio: ore 21,00
Domenica 16 gennaio: ore 16,00 – 18,30 – 21,00
Mercoledì 19 gennaio: ore 21,00

N.B.: Capienza 100%. Super Green Pass e mascherina FFP2 obbligatori.

 

Titolo originale: Tout s’est bien passé
Nazione: Francia
Anno: 2021
Genere: Drammatico
Durata: 113 min
Regia: François Ozon
Cast: Sophie Marceau, André Dussollier,  Hanna Schygulla, Charlotte Rampling
Produzione: Mandarin Films
Distribuzione: Academy Two

Trama

André,  85 anni, viene ricoverato a seguito di un ictus  Sua figlia Emmanuèle, scrittrice affermata, saputa la notizia, piomba in ospedale. Quando giunge sul posto, la donna trova suo padre malato e quasi paralizzato, immobile sul letto della clinica.
L’uomo ha condotto una vita stravagante, ha sempre dimostrato grande curiosità e uno smisurato amore verso la vita. Ma ora André a vedersi così non ce la fa e chiede a sua figlia di dargli una mano; è deciso, infatti, a mettere fine alla sua vita per sempre. La donna si ritrova così in una situazione difficile: accettare la richiesta del genitore e non vederlo mai più, ma riuscirà a mantenere fede alla promessa fatta al padre?

 Video recensione

Recensione

La vita di Emmanuèle Bernheim, scrittrice e sceneggiatrice francese, precipita con una telefonata. Il padre ha avuto un ictus e al suo risveglio chiede alla figlia di aiutarlo a morire. A sostenerla in quella missione impossibile ci sono Pascale, la sorella trascurata, e Serge, il compagno discreto. Debole e dipendente dalle sue ragazze, André è un uomo capriccioso ed egoista, incapace di comprendere il dolore che infligge alle figlie, mai amate come era necessario. Tra lucidità e terrore, Emmanuèle e Pascale navigano a vista nel dramma. Come rifiutare al proprio padre la sua ultima volontà? Ma come accettarla? Da bambina Emmanuèle ha sognato tante volte di ‘uccidere suo padre’, un genitore tossico e poco garbato, ma aiutarlo ‘a farla finita’ nella vita reale è un’altra cosa.

Tout s’est bien passé racconta il suo tragitto intimo, dal rifiuto iniziale all’accettazione, con un’intelligenza fedele al romanzo originale.

Alla precisione asciutta della storia autobiografica di Emmanuèle Bernheim, che si impone con la sua gravità, Ozon aggiunge esplosioni di umorismo, tutte a carico di André Dussollier. Il libro è di Emmanuèle Bernheim ma il film è decisamente di François Ozon. Sotto il racconto degli ultimi istanti dell’esistenza di un uomo, di un padre, Tout s’est bien passé è un’opera sulla narrazione e sulla scrittura, senza che nessuno scriva (o quasi) in campo, è un film di fantasmi, scritto proprio dal fantasma che abita ogni inquadratura.

Morta nel 2017, Emmanuèle Bernheim era complice di Olivier Assayas e compagna di Serge Toubiana, aveva scritto nove sceneggiature di cui tre per Ozon (Sotto la sabbia, Swimming Pool, Cinque per due). Dietro di lei ha lasciato un’opera sensibile, sospesa tra letteratura e cinema, marcando il paesaggio letterario francese.

Ozon rispetta la concisione della sua scrittura, lo spazio del silenzio e dei non detti, per rappresentare un fin di vita singolare. Certo, lo sono tutte le dipartite ma quella di André è definita da due frasi: “papà mi ha chiesto di aiutarlo a morire” ed “è andato tutto bene”. Maestro nel trattamento delle norme sociali e delle disfunzioni familiari, Ozon affronta il tema del suicidio assistito con un cast sofisticato che interpreta il quotidiano concreto del paziente e dei suoi cari.

André Dussollier incarna André Bernheim, gran borghese e collezionista d’arte che un ictus rende emiplegico e che sceglie di andare a morire in Svizzera. Le protesi deformano il volto dell’attore che trova la voce, le piccole risate e le considerazioni vertiginose, disegnando un personaggio umano troppo umano che diverte e infastidisce insieme.

Alla sua impazienza infantile e alla sua crudeltà, replicano Sophie Marceau e Géraldine Pailhas (impeccabili e maestose), figlie salde e determinate a cui impone il suo addio. Restituiscono la battuta mai la pariglia, perché Emmanuèle e Pascale hanno doppiato da tempo quel padre autoritario e charmeur a cui è davvero impossibile dire di no.

‘Uccidere il padre’ e andare avanti. Indietro resta la madre di Charlotte Rampling, scultrice malata di tutti mali del mondo che addensa da sola i misteri della famiglia. Piantato al centro del film e della vita delle sue figlie come un interrogativo, André vuole andarsene e vuole farlo a modo suo, ammutinare la vita con dignità e magari sulle note di Brahms.

Ozon si piazza invece dal côté della vita trovando il ritmo del suo film nella comicità delle situazioni. Mescolando lacrime e sorrisi, Tout s’est bien passé elude la gravità del suo soggetto e vola alto, superando la paura che ispirava al regista. Perché Emmanuèle Bernheim è un personaggio reale e un’amica perduta per l’autore. Ozon gira forse il suo film più classico, sottilmente perturbato dalle oscillazioni dei generi: dal burlesco, una sedia a rotelle che proprio non vuole entrare in ascensore, al polar, la necessità di nascondere l’ultimo viaggio di André alla polizia francese, passando per il dramma, l’igiene assistita di André, che ama talmente la vita da voler morire piuttosto che diminuirla.

Alla luce di Estate ’85 si oppone l’ombra di un film che tuttavia mantiene la buona distanza per mostrare lo smarrimento e la responsabilità che pesa sui familiari e l’illegalità a cui sono costretti. Duro e frontale, cinico e mordente, Tout s’est bien passé interroga gli aspetti più intimi della fine della vita, sofferta o scelta. Ancora una volta il lutto infonde l’opera di Ozon, scavando sotto la sabbia il tempo che resta. ‘Suicida’ e pudico come il suo protagonista, l’autore preferisce (sor)ridere che piangere. “Come fanno i poveri a morire?”, domanda André a sua figlia commentando ‘il costo’ di una ‘bella fine’. Tesa e ironica, Emmanuèle risponde: “Aspettano la morte…”. Voilà, Ozon in purezza.

Marzia Gandolfi– www.mymovies.it

Curiosità

Tratto dall’opera di Emmanuèle Bernheim, Tout s’est bien passé.
Presentato in concorso al Festival di Cannes 2021.

Da comingsoon.it

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,00
BIGLIETTO RIDOTTO € 5,00

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2022-01-27T18:53:47+01:0017 Gennaio 2022|Archivio|

Proiezioni
Venerdì 21 gennaio: ore 21,00
Sabato 22 gennaio: ore 21,00
Domenica 23 gennaio: ore 15,30 – 18,15 – 21,00
Mercoledì 26 gennaio: ore 21,00

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Titolo originale: Illusions perdues
Nazione: Francia
Anno: 2021
Genere: Drammatico, storico, commedia
Durata: 141 min
Regia: Xavier Giannoli
Cast: Benjamin Voisin, Cécile de France, Vincent Lacoste, Xavier Dolan, Jeanne Balibar, Gérard Depardieu, Louis-Do de Lencquesaing, André Marcon
Produzione: Curiosa Films, Gaumont, France 3 Cinéma, Pictanovo, Gabriel Inc., Umedia
Distribuzione: I Wonder Pictures

Trama

Adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Honoré de Balzac. Lucien è un poeta sconosciuto nella Francia del XIX secolo che lascia la sua provincia per tentare la fortuna a Parigi. Abbandonato a se stesso in questa città, il giovane scopre ben presto i retroscena di un mondo dedicato alla legge del profitto. Disilluso e mortificato, Lucien inizia a scrivere articoli controversi, ma in questo mondo così superficiale e cinico è tanto facile vendersi quanto comprarsi qualcuno, il giovane ragazzo di provincia riuscirà a rimanere se stesso?

 Video recensione

Recensione

Illusioni Perdute | Balzac, il tocco di Giannoli e un film che non dovete perdere
Nella pellicola, presentata in Concorso a Venezia 78, il protagonista è un grande Benjamin Voisin

Presentato in concorso alla Mostra di Venezia 78, riscuotendo favori di critica e pubblico, poi ha sbaragliato la concorrenza nelle nomination ai premi francesi Lumières. Di che film parliamo? Di Illusioni Perdute di Xavier Giannoli, tratto dall’omonima trilogia di Honoré de Balzac pubblicata tra il 1837 e il 1843. Il film narra la vicenda di Lucien de Rubempré, giovane poeta spiantato di provincia che, in cerca di fortuna, si getta in pasto a Parigi, dea pagana pronta ad accogliere talento e merito. Lasciata alle spalle la parentesi della Rivoluzione, Lucien muove i suoi passi in una Parigi in piena epoca di Restaurazione, in cui monarchici e liberali lottano per affermare i propri valori morali. Travolto da una gigantesca commedia umana in cui mezzi uomini, ominicchi e quaquaraquà recitano tutti la loro parte, Lucien scoprirà che il denaro sta diventando la nuova aristocrazia, ma stavolta nessuno è interessato a tagliargli la testa.

È con queste affascinanti premesse che Illusioni perdute racconta con arguzia mai didascalica l’ascesa del capitalismo moderno, smascherando inoltre annose pratiche malsane dell’editoria e del giornalismo. Per i “figli della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità” tutto è negoziabile: i fischi e gli applausi a teatro si vendono al migliore offerente, così come gli articoli e le recensioni. Un libro non si pubblica se chi lo ha scritto non ha un volto noto o perlomeno un nemico famoso: l’artefatta polemica si crea a tavolino per attrarre attenzione e battere cassa. Un giornale prende per vero tutto ciò che è probabile, perché l’unica verità sono i dati di vendita. I giornalisti, veri e propri trafficanti di parole, creano e influenzano le opinioni dei lettori.

Non è dunque difficile per lo spettatore contemporaneo comprendere che in realtà Balzac e Giannoli si stiano direttamente interfacciando con la nostra sensibilità di pedine immerse in un sistema mediatico corrotto, le cui regole non sono concettualmente diverse da quelle del diciannovesimo secolo. Sfruttando gli immancabili e onnipresenti inglesismi del nostro tempo parleremmo di dissing, di fake news e di social media, ma si tratterebbe soltanto dell’ennesima illusione che una nuova nomenclatura possa sfuggire a corsi e ricorsi storici. Balzac nell’Ottocento creò un universo e oggi Giannoli lo onora, facendosi egli stesso essenza generatrice entro i confini definiti dallo scrittore. In questo kolossal di due ore e mezza à la français, il regista fa incontrare in maniera simbolica diverse generazioni del cinema d’oltralpe.

Le illusioni nutrite e poi perdute da Lucien vengono affidate alle poco navigate, ma possenti spalle di Benjamin Voisin, rivelato al grande pubblico da Estate ‘85 di François Ozon e lanciato nell’Olimpo delle promesse francesi. Benjamin come Lucien è un giovane artista in un’industria dalle regole spietate, che dovrà lottare per non scendere a compromessi tanto quanto il personaggio che interpreta. Giannoli crea inoltre, in occasione del suo adattamento, il nuovo personaggio di Nathan Anastasio, che farà da narratore della vicenda. Il ruolo è affidato non casualmente alle cure di Xavier Dolan, uno degli autori cinematografici più emblematici della nostra contemporaneità, già enfant-prodige del cinema mondiale. A personificare il cinismo dell’editoria sono invece le figure chiave di Étienne Lousteau e Dauriat. Étienne, di poco più grande di Lucien ma con già tanta esperienza e compromessi alle spalle, prenderà il protagonista sotto la sua ala, insegnandogli tutti i trucchi del mestiere; il ruolo è toccato simbolicamente a Vincent Lacoste, giovane ma già super richiesto attore della sua generazione.

Il super navigato Dauriat, analfabeta editore senza scrupoli poco incline alle lettere ma esperto nell’ingrossare le tasche degli azionisti, è invece Gerard Depardieu che (meglio di chiunque altro) sa abilmente gigioneggiare nelle vesti del vecchio lupo del mestiere. Già la scelta dei ruoli la dice lunga su come nulla sia affidato al caso nell’opera di Giannoli che, nella sua composizione, non è in fondo meno letteraria del romanzo di Balzac. Lo si percepisce anche nel chiaro intento di rendere omaggio allo splendore parigino, al suo spirito, ai suoi tessuti, ai suoi salotti e ai suoi inestricabili intrighi. L’attenzione alle scenografie e ai costumi non è peraltro da meno rispetto alle scelte musicali che spaziano da Schubert a Bach passando per Rossini e Vivaldi, persino con una rilettura più sensibile al nostro tempo delle Quattro Stagioni. Illusioni perdute è dunque un grande film perché non perde mai in purezza, raccontando con cinismo un mondo che conosciamo molto bene, ma da cui non riusciamo a sfuggire per la sua sensualità e il morboso fascino della sua insania.

Adam Olivo– hotcorn.com

Curiosità… musicali

Il film è caratterizzato da una splendida colonna sonora. Ecco il commento in proposito di Emanuele Sacchi di www.mymovies.it:

Per Marcel Proust “Illusioni perdute” era il capolavoro nel capolavoro, il punto più alto della “Comédie humaine” in cui Honoré de Balzac ha scandagliato i turbamenti, le inquietudini e le storture dell’animo umano. La parabola in tre volumi di Lucien sussume tutti i temi cari al romanziere francese e li colloca in un’epoca di fondamentale transizione storica: quella della Restaurazione post-napoleonica, in cui l’ancien régime si riappropria degli antichi privilegi e gira all’indietro le lancette dell’orologio della Storia. Lucien Chardon, figlio di un farmacista che nasconde le proprie origini sotto il cognome della madre nobile, de Rubempré, è un giovane provinciale, ambizioso e ingenuo, amante della Marchesa de Bargeton e poeta, smanioso di essere accolto nell’alta società dell’aristocrazia.

L’affresco maestoso di Xavier Giannoli esalta i rimandi alla contemporaneità del romanzo, ma mantiene un linguaggio classico che si avvale della colonna sonora per contestualizzare e rafforzare i passaggi narrativi e i saliscendi della parabola di Lucien. Vivaldi, Schubert, Bach e Rossini, tra gli altri, accompagnano le gesta del giovane dalla campagna alla città. Il film ha inizio con il Concerto per 2 violoncelli e archi RV 523 di Vivaldi, introducendo la realtà decentrata in cui il protagonista, pieno di speranze, si affida alla Marchesa per cercare una affermazione letteraria.

Il preludio al terzo atto di Hippolyte et Aricie di Jean-Philippe Rameau, con i suoi bassi e i suoi ottoni, diviene il contraltare ideale per l’ambiziosa marcia verso il successo di Lucien de Rubempré, disposto a tutto, anche a rinnegare il cognome paterno per poter aspirare ai privilegi di un ceto sociale superiore. Lucien cerca riscatto e sembra trovarlo tra le pagine di giornali anti-governativi, come Satan, e nel mondo dello spettacolo. L’amore per la giovane Coralie, attrice squattrinata e animo candido e sincero, è accompagnato dalle note del 4° movimento per quartetto d’archi di Guillaume Lekeu, intitolato Romance. Intenso e malinconico, quasi a presagire l’amarezza che seguirà alla gioia del momento.

I primi passi di Lucien nel grand monde della mondanità parigina trovano riscontro ideale nella Polonaise per violoncello e orchestra D 580 di Schubert. Un’immersione nel piacere della notorietà e della dissolutezza, guidata da consigli di lingue biforcute e melliflue. Il Canto del cigno, la serenata di Schubert, suona come un ulteriore presagio del destino che attende Lucien, dopo aver sceso la china. Schubert diviene uno dei legami invisibili tra il film di Giannoli e l’opera di Stanley Kubrick a cui è stato accostato, Barry Lyndon, che aveva nel compositore tedesco un costante contrappunto. Là si raccontava una scalata sociale nel Settecento prima della Rivoluzione, in Illusioni perdute il tentativo, ancor più anacronistico e disperato, di compiere analoga impresa nell’Ottocento della Restaurazione.

La Parigi di Balzac non ha pietà per i parvenus, i meno fortunati e mal raccomandati, ancor più – ma con molte somiglianze – di quanto avviene oggi. Un mondo di selvaggi vestiti alla moda e istruiti, come quello che emerge dalla Danza dei Selvaggi di Jean-Philippe Rameau, estratto da Les Indes Galantes. Trionfali ma inquietanti, gli archi sembrano preludere alla crudeltà dei “selvaggi” che popolano un mondo di ipocrisia imbellettata, senza pietà né amore. Lucien de Rubempré si reca al gran ballo per assaporare il proprio riscatto e pascersi di illusioni, ostentando il raggiungimento del suo nuovo status sociale sulle note di Johann Strauss e del Valzer Wiener Bonbons.

Johann Strauss diviene così la colonna sonora dell’affermazione di Lucien nell’alta società, o dell’illusione della stessa. Il ballo è il momento in cui i limiti vengono sfiorati o violati, in cui la ricerca del migliore aspetto e portamento si traduce in esibizione e conquista. Lucien danza con Strauss e crede di avere il mondo ai suoi piedi, come un bambino in una fabbrica di caramelle prima dell’indigestione.

A concludere il film e a sancire il crollo delle speranze di Lucien, destinato a tornare in provincia indebitato e screditato, è la Sonata in tre parti di Henry Purcell, un adagio dai toni funesti che avvolge di tristezza la discesa del sipario sul nostro protagonista.

Prezzi

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a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura del comune di Imola
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

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7 DONNE E UN MISTERO [mercoledì 12 gennaio]

2022-01-12T23:59:41+01:001 Gennaio 2022|Archivio|

Proiezioni
Mercoledì 5 gennaio: ore 21,00
Giovedì 6 gennaio: ore 21,00
Venerdì 7 gennaio: ore 21,00
Sabato 8 gennaio: ore 21,00
Domenica 9 gennaio: ore 21,00
Mercoledì 12 gennaio: ore 21,00

N.B.: Capienza 100%. Super Green Pass e mascherina FFP2 obbligatori.

 

 

Titolo originale: 7 donne e un mistero
Nazione: Italia
Anno: 2021
Genere: Commedia, giallo
Durata: 82 min
Regia: Alessandro Genovesi
Cast: Margherita Buy, Diana Del Bufalo, Sabrina Impacciatore, Benedetta Porcaroli, Micaela Ramazzotti, Luisa Ranieri, Ornella Vanoni
Produzione: Wildside, Warner Bros. Entertainment Italia
Distribuzione: Warner Bros. Italia

Trama

7 donne e un mistero, film diretto da Alessandro Genovesi, segue le ore successive all’omicidio di un uomo, un imprenditore con moglie e figlie, ucciso misteriosamente nella sua casa. Nella villa del morto sono riunite tutte le donne che, in un modo o nell’altro, sono appartenute alla sua vita e che invece di festeggiare la Vigilia di Natale, come previsto, si ritrovano con un omicidio da risolvere.
Tutte sono sospettate e, mentre ognuna cerca di buttare fango sulle altre, rivelando i segreti altrui, sono costrette ad affrontare situazioni che fino ad allora non avevano voluto mettere in luce. Ma chi è il vero omicida?

Trailer

Recensione

7 donne e un mistero: la recensione della commedia gialla al femminile

Nel 1958 il drammaturgo francese Robert Thomas scrisse la pièce teatrale Huit femmes, in cui otto donne, chiuse in una casa senza possibilità di uscirne, si trovavano a scoprire i propri segreti per risolvere il caso dell’omicidio del capofamiglia nella sua stanza da letto, alla vigilia di Natale. Nel 2002 François Ozon ne trae un film, 8 donne e un mistero, con alcune delle migliori attrici francesi (Danielle Darrieux, Catherine Deneuve, Isabelle Huppert, Emmanuelle Béart, Fanny Ardant, Virginie Ledoyen e Ludivine Sagnier), in cui accentua la cattiveria del testo e sottolinea il tema delle attrazioni omosessuali, interrompendo qua e là la narrazione con numeri musicali non indimenticabili. Non si tratta a parer nostro di uno dei film migliori del regista francese, che abbiamo volutamente rivisto, visto che sono passati quasi 20 anni dalla sua uscita. Detto questo, ci sembra ingeneroso affermare che 7 donne e un mistero, la versione di Alessandro Genovesi e della sua co-sceneggiatrice Lisa Nur Sultan (che fa confluire in un’unica donna di servizio due personaggi degli originali senza che la storia ne risenta minimamente) sia un remake vero e proprio del film di Ozon, perché se ne distacca molto, pur restando fedele alle battute del testo e lasciando ai personaggi gli stessi nomi, ovviamente in versione italiana. Se non appare molto significativo, se non esteticamente, il cambiamento dell’ambientazione temporale dagli anni Cinquanta agli anni Trenta, la storia è resa più divertente sfruttando maggiormente le sue potenzialità comiche ed emerge con più evidenza la struttura di giallo alla Agatha Christie, grazie anche all’utilizzo della musica e dell’ambientazione, uno splendido palcoscenico in cui oggetti, costumi e acconciature diventano parte integrante dell’azione.

E soprattutto il film ha la pregevole durata di 82 minuti, un minutaggio più che sufficiente per rappresentare un atto unico in modo più stringente e vivace. Quello che meno convince in un’operazione onesta e gradevole, perfetta per un pomeriggio natalizio al cinema, è a parer nostro l’ingenuità di dare un sottofinale che è una sorta di inno alla solidarietà femminile a quello che è un testo sicuramente antiborghese ma soprattutto (siamo nel 1958, prima delle grandi lotte femministe) molto misogino. Le otto o sette donne protagoniste infatti sono tutte pessime e il capofamiglia, Marcello, l’uomo chiuso nella stanza, non viene pianto veramente da nessuna. Superata la paura iniziale che l’assassino sia un estraneo ancora in mezzo a loro, inizia tra loro il gioco al massacro di insultarsi a vicenda e rinfacciarsi difetti, segreti e motivi nascosti. In questo senso il testo dipinge un microcosmo femminile arido, opportunista e un po’ perverso (nella versione di Ozon la figlia Susanna è addirittura incinta di Marcello) in cui non si salva proprio nessuno. È dunque difficile immaginare un patto di solidarietà tra queste donne tanto arriviste e ciniche, a meno che non sia per motivi di interesse. Se non fosse che si tratta di una storia al femminile, potrebbe essere una variante francese del Parenti Serpenti di Mario Monicelli.

Tra gli altri cambiamenti al testo c’è la trasformazione della sorella di Marcello (Fanny Ardant nell’originale, Micaela Ramazzotti in questo) che diventa qua una sua ex fiamma, anche se mantiene le caratteristiche di spregiudicatezza del personaggio. Per la nonna, nell’originale interpretata dalla veterana Danielle Darrieux, all’epoca 85enne), Genovesi ha scelto Ornella Vanoni, che di anni ne ha 87 e a parer nostro ha fatto bene. Al cinema la grande cantante è apparsa poco, anche se è stata diretta da Ugo Tognazzi ne I viaggiatori della sera, ma la sua stessa storia e personalità la rendono spontanea e credibile nel ruolo (forse con qualche “che palle” di troppo). Tutte più o meno in parte le protagoniste, da Margherita Buy a Luisa Ranieri, da Sabrina Impacciatore e Micaela Ramazzotti alle più giovani Benedetta Porcaroli e Diana Del Bufalo: di meglio non c’era, ha detto Genovesi sicuramente con l’intento di far loro un complimento, e non ha senso a nostro avviso fare confronti con le loro colleghe d’oltralpe, impegnate come abbiamo detto in un lavoro di tono molto diverso. A ben pensarci, il cinema italiano è pieno di film in cui le donne hanno spesso solo ruoli di contorno rispetto a cast di complici, amici, nemici esclusivamente maschi, e in questo senso 7 donne e un mistero potrebbe essere un esempio da seguire, magari partendo da storie originali.

Daniela Catelli – comingsoon.it

Curiosità

Basato sul film “8 FEMMES” di François Ozon liberamente adattato dall’opera teatrale di ROBERT THOMAS adattamento, sceneggiatura e dialoghi di François Ozon con la collaborazione di Marina De Van.

Da comingsoon.it

Prezzi

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ME CONTRO TE – Persi nel tempo [pomeriggio 6 / 8 / 9 gennaio]

2022-01-10T22:17:23+01:0028 Dicembre 2021|Archivio|

Da giovedì 6 gennaio arriva al ‘donfiorentini’ il film più atteso dai bambini: Me contro Te – Persi nel tempo.

Per l’occasione, si richiama l’attenzione sulle principali regole anti-Covid da rispettare:
– Super Green Pass obbligatorio dai 12 anni.
– Mascherina Ffp2 obbligatoria dai 6 anni per tutta la permanenza all’interno del cinema.
– Divieto di consumo di cibo e bevande all’interno del cinema.
– Capienza sala al 100% (ma sarà garantito, nei limite del possibile, almeno un posto vuoto a destra e a sinistra di ciascun nucleo famigliare).
–
Inoltre, ai bambini sotto i 6 anni verrà regalata una simpatica mascherina chirurgica, che potranno indossare (senza obbligo) durante la proiezione.
– La prevendita biglietti (https://www.liveticket.it/donfiorentini) non è obbligatoria, ma è consigliata per ridurre i tempi di attesa in biglietteria.

 

Proiezioni
Giovedì 6 gennaio: ore 15,00 – 16,45 – 18,30
Sabato 8 gennaio: ore 18,30
Domenica 9 dicembre: ore 15,00 – 16,45 – 18,30

Titolo originale: Me contro Te – Persi nel tempo
Nazione: Italia
Anno: 2022
Genere: Commedia, giallo
Durata: 60 min
Regia: Gianuca Leuzzi
Cast: Luigi Calagna, Sofia Scalia, Michele Savoia, Antonella Carone, Pierpaolo Zizzi
Produzione: Warner Bros Italia Entertainment,ColoradoFilm, Me contro Te
Distribuzione: Warner Bros Italia

Trama

In questo terzo capitolo vivranno un’avventura e finiranno in Egitto insieme al loro nemico Signor S e Perfidia! Il loro amico Pongo li aiuterà a tornare nel presente insieme alle Fate e gli Scienziati! Luì scopre di avere un grande potere e Sofì ormai è una vera fata! Ci saranno 4 nuove canzoni da cantare e ballare! Nel trailer potete già sentire qualcosa!!

Trailer

Recensione

Arriva il terzo film dei Me contro Te, beniamini dei bambini. Lui e Sofì chiudono la trilogia che li ha visti impegnati a sconfiggere il Signor S. La regia del film è di Gianluca Leuzzi, in sala arrivano con Warner il 2 gennaio. Si viaggia nella storia “è bello conoscere le cose divertendosi, l’Egitto ci ha sempre affascinato”, dicono gli attori. Che raccomandano “Al cinema con gioia ma anche prudenza, rispettando le misure di sicurezza: bastano pochi semplici accorgimenti”.

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,00
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HOUSE OF GUCCI [dal 15 dicembre – ANTEPRIMA]

2021-12-31T19:30:41+01:0028 Dicembre 2021|Archivio|

Proiezioni
Venerdì 24 dicembre: ore 20,30
Sabato 25 dicembre: ore 15,00 – 18,00 – 21,00
Domenica 26 dicembre: ore 15,00 – 18,00 – 21,00
Lunedì 27 dicembre: ore 21,00
Martedì 28 dicembre: ore 21,00
Mercoledì 29 dicembre: ore 21,00

N.B.: Capienza 100%. Super Green Pass e mascherina FFP2 obbligatori.

Titolo originale: House of Gucci
Nazione: U.S.A.
Anno: 2021
Genere: Drammatico, biografico, giallo
Durata: 160 min
Regia: Ridley Scott
Cast: Lady Gaga, Adam Driver, Jared Leto, Jeremy Irons, Salma Hayek, Al Pacino, Jack Huston, Reeve Carney, Camille Cottin, M?d?lina Diana Ghenea
Produzione: Metro-Goldwyn-Mayer, Bron Studios, Scott Free Productions
Distribuzione: Eagle Pictures

Trama

House of Gucci è ispirato alla sconvolgente storia vera della famiglia che ha fondato Gucci. La casa di alta moda italiana diventata famosa in tutto il mondo. Il film racconta tre generazioni di Gucci attraverso tre decenni. Potere, Creatività, Ambizione, Tradimento, Vendetta e un omicidio. Tutto per il controllo della Maison che portava il nome della loro famiglia.

Trailer

Recensione

House of Gucci – Stereotipi e personaggi caricaturali per una farsa “all’italiana”

Sesso, potere, ambizione e omicidio sono gli elementi cardine per una storia avvincente che nel caso dell’ultimo film di Ridley Scott fa discutere ancora prima che arrivi al cinema: House of Gucci racconta la dinastia della celebre casa di moda e soprattutto la figura controversa di Patrizia Reggiani, interpretata da Lady Gaga, una ragazza di umili origini che sposa nel 1972 il rampollo Maurizio Gucci, figlio di Rodolfo, all’epoca maggiore azionista dell’azienda. La sete di potere e ricchezza della donna porteranno a uno dei delitti più discussi della cronaca italiana. Un cast d’eccezione per Ridley Scott: Adam Driver, Al Pacino, Jeremy Irons, Jared Leto, Salma Hayek, Jack Huston e Camille Cottin. In sala dal 16 dicembre distribuito da Eagle Pictures.

Patrizia Reggiani realizza il sogno di una vita esclusiva, fra case di lusso, ristoranti costosi, vestiti firmati e grandi privilegi, ha sposato un Gucci e tutto sembra andare per il verso giusto. Ma la donna vuole di più e si intromette negli affari di famiglia, una famiglia divisa al suo interno, e Rodolfo, Maurizio, Aldo e Paolo cominceranno a tramare l’uno contro l’altro per avere il controllo dell’azienda, ma a fare il gioco più sporco sarà la Reggiani incrinando presto il rapporto con il marito fino al tragico epilogo.

Dopo Tutti i soldi del mondo, per la seconda volta in pochi anni Ridley Scott racconta un fatto di cronaca avvenuto in Italia e come nel primo caso il risultato lascia perplessi su molti punti: House of Gucci appare, infatti, come il classico melodramma “all’italiana” infarcito di stereotipi e di personaggi caricaturali che rendono un’opera che poteva essere una cronaca puntuale ma comunque romanzata di uno dei delitti italiani più scioccanti una sorta di farsa che scatena più risate che sconcerto per i misfatti raccontati. Parliamo di una famiglia che si sfascia per i più ovvi motivi, soldi e potere, ma anche dell’omicidio di un uomo commissionato da un’ex moglie gelosa e vendicativa, un approccio diverso, più “crime”, nel raccontare una vicenda del genere avrebbe sicuramente aiutato il film. La scelta di rendere più “veri” i personaggi facendo parlare gli interpreti con un poco credibile accento italiano ha sicuramente peggiorato la situazione, problema che si riscontra in particolar modo in Paolo Gucci interpretato da un irriconoscibile Jared Leto “mascherato” da un trucco prostetico anche quello eccessivo: il Premio Oscar dà vita a un personaggio che regala tanti momenti esilaranti ma si rivela una macchietta poco caratterizzata come accade per altri personaggi, come Pina Auriemma interpretata da Salma Hayek, “maga” e amica di Patrizia Reggiani, condannata perché ritenuta intermediaria tra la donna e l’assassino di Maurizio Gucci.

A funzionare sono invece Al Pacino – e da un “monumento” del genere non ci si poteva aspettare altro – nel ruolo di Aldo Gucci che domina la scena, Adam Driver che interpreta Maurizio, tra i personaggi più misurati, Jeremy Irons nei panni di Rodolfo Gucci e Lady Gaga la protagonista assoluta del film. L’attrice e cantante conferma la sua bravura anche nella recitazione, la “sua” Patrizia Reggiani famelica e crudele convince con i suoi eccessi, l’avidità, il cinismo e la volgarità perché rispecchia in toto la personalità della vera Reggiani mostrata nelle diverse interviste concesse, nei suoi atteggiamenti in pubblico e durante il processo per l’omicidio del marito. Il regista ha rappresentato senza filtri la vita oltre ogni limite della Reggiani, la sua “fame” di soldi e potere, i suoi sentimenti incontrollabili, i più bassi istinti, facendo un ritratto inquietante della “vedova nera”.

Molti aspetti della tragica storia sono stati modificati e altri non inseriti nel film, come tutta la vicenda giudiziaria, che avrebbero arricchito il ritratto della protagonista di altre interessanti sfumature. House of Gucci, dal ritmo serrato nonostante la durata, anche quella “estrema” (157 minuti), riesce comunque a intrattenere raccontando, seppur con i problemi sopraelencati, le avvincenti e crudeli dinamiche di potere, gli intrighi e i tradimenti di famiglia. Un racconto shakespeariano in questo caso dalle tinte molto “pop” con la sua Lady Macbeth griffata Gucci, che si candida senza alcun dubbio a diventare presto un guilty pleasure per molti.

Caterina Sabato – cinematographe.it

Curiosità

La pellicola, adattamento cinematografico del libro House of Gucci. Una storia vera di moda, avidità, crimine (The House of Gucci: A Sensational Story of Murder, Madness, Glamour, and Greed) scritto da Sara Gay Forden.

Le riprese principali sono iniziate a Roma il 25 febbraio 2021. Diverse scene sono state girate all’inizio di marzo nelle città di Gressoney-Saint-Jean e Gressoney-La-Trinité, in particolare nelle Alpi italiane della Valle d’Aosta, che sono state utilizzate per ricreare il complesso turistico di St. Moritz nel confine svizzero. Le riprese si sono svolte anche in altre località del paese, come Firenze, il Lago di Como e Milano. Alla fine di marzo tornarono a Roma per girare scene in Via Condotti.

Secondo l’amministratore delegato di Gucci, Marco Bizzarri, la casa di moda ha collaborato con la produzione e ha dato loro pieno accesso ai propri archivi per il guardaroba e gli oggetti di scena.

Da wikipedia.org

Sebbene questo progetto di Ridley Scott abbia messo insieme grandissimi nomi di Hollywood, le prime reazioni della famiglia Gucci che si è vista rappresentata da questi attori così importanti. Gli eredi di Aldo Gucci infatti, personaggio interpretato da Al Pacino, hanno scritto una lettera aperta indirizzata alla produzione spiegando che questo film lede la loro dignità.

Non si è fatta attendere la riposta di Ridley Scott che, parlando con Total Film, ha difeso il suo lavoro:
“Le parole degli eredi Gucci sono offensive in modo allarmante – ha detto il cineasta in quel caso. Dicono che Al Pacino non rappresentava fisicamente Aldo Gucci in nessun modo. Eppure, francamente, come potrebbero essere rappresentati meglio che da Al Pacino? Scusatemi! Probabilmente avete i migliori attori del mondo a interpretarvi, dovreste sentirvi così fottutamente fortunati”

Da lascimmiapensa.com

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CRY MACHO – Ritorno a casa [dal 3 al 12 dicembre]

2021-12-12T22:26:23+01:007 Dicembre 2021|Archivio|

Proiezioni
Mercoledì 8 dicembre: ore 16,15 – 18,30 – 21,00
Venerdì 10 dicembre: ore 21,00
Sabato 11 dicembre: ore 21,00
Domenica 12 dicembre: ore 16,15 – 18,30 – 21,00

N.B.: Capienza 100%. Green Pass e mascherina obbligatori.

 

 

 

 

Titolo originale: Cry Macho
Nazione: U.S.A.
Anno: 2021
Genere: Drammatico
Durata:  104 min
Regia: Clint Eastwood
Cast: Clint Eastwood, Eduardo Minett, Natalia Traven, Dwight Yoakam, Fernanda Urrejola, Horacio Garcia-Rojas
Produzione: Warner Bros., Malpaso Productions, Ruddy Productions
Distribuzione: Warner Bros.

Trama

Il nuovo intenso film drammatico del regista/produttore Clint Eastwood. Eastwood è anche protagonista del film, nel ruolo di Mike Milo, ex stella del rodeo e ora allevatore di cavalli in declino, che nel 1979 accettò l’incarico di un ex boss di riportare a casa il figlio dal Messico. Costretto a percorrere strade secondarie nel loro viaggio verso il Texas, l’improbabile coppia affronta un viaggio inaspettatamente arduo, durante il quale l’allevatore di cavalli, ormai stanco di tutto, trova dei legami imprevisti oltre che il suo senso di riscatto.

Trailer

Recensione

Cry Macho: Clint Eastwood, la vecchiaia e il falso mito della virilità

A 91 anni Clint torna dietro e davanti la macchina da presa, con la storia di un anziano cowboy che va in Messico per ritrovare il figlio di un amico. Un racconto rilassato e picaresco, in cui Eastwood ricapitola in chiave minore i temi del suo cinema.

Cry Macho – Ritorno A Casa è la 39esima regia di Clint Eastwood, tratta da una sceneggiatura di N. Richard Nash, da cui l’autore trasse anche un romanzo nel 1975. Lo script è girato a lungo tra gli studios, proposto molti anni fa, tra gli altri, allo stesso Eastwood e a Schwarzenegger, prima di ritornare al 91enne attore e regista, dopo la revisione del fido Nick Schenk (che aveva firmato gli script del capolavoro Gran Torino e de Il Corriere).

Al centro della storia, ambientata alla fine degli anni Settanta, c’è un anziano cowboy da rodeo, il texano Mike Milo (Eastwood). Nel suo ambiente è stato qualcuno, ma ormai è giunto alla fine della carriera per ragioni di età e, s’intuisce, per i segni dei terribili lutti che l’hanno colpito. Il suo ex datore di lavoro Howard (il cantante country Dwight Yoakam) gli chiede un ultimo favore, andare in Messico a riprendere il figlio adolescente Rafael (Eduardo Minett), perché, sebbene non abbia rapporti da anni con lui – infatti a Mike è in grado di dare solo una foto di lui bambino – è preoccupato dalle voci che gli giungono relative ai maltrattamenti, se non peggio, che subirebbe dalla madre e dal suo ambiguo entourage.

Intrapreso il viaggio oltrefrontiera, Mike non fatica a trovare Rafael, uno sbandato che si guadagna la vita per strada con i combattimenti di galli – ha battezzato Macho il suo campione da cui non si separa mai –, un ragazzo precocemente sfiduciato e, non è difficile comprenderlo, paurosamente bisognoso di affetto. Il ritorno in Texas si rivelerà però più laborioso del previsto, con vari scontri – gli scagnozzi che la madre di Rafael ha sguinzagliato alle calcagna di Mike – e incontri – la vedova Marta (Natalia Traven), proprietaria di una tavola calda, che aiuta i due malcapitati.

Non è difficile capire cosa della storia di Cry Macho abbia attratto Clint Eastwood, sedotto dall’idea di un western contemporaneo crepuscolare e meditabondo, in cui ricapitolare i temi delle sue opere maggiori, la vecchiaia, la disgregazione della famiglia, il mito della virilità a ogni costo. Certo, va detto subito, il rischio bignami è dietro l’angolo in quest’opera di una linearità piuttosto didascalica e di fattura estenuata – ma tutto il cinema recente di Eastwood ha messo da parte gli assilli formali. E abbondano tanto i clichés – la rappresentazione convenzionale del piccolo paesino messicano dove vive l’appetitosa vedova attorniata da un nugolo di simpatici marmocchi – quanto le inverosimiglianze del racconto – a partire dall’età del suo protagonista, decisamente troppo in là per il ruolo.

Si finisce però per accettare (quasi) ogni cosa. Da un lato, semplicemente, per la forza iconica del regista-protagonista Clint Eastwood, la cui sola presenza prosciuga, o almeno dissimula, gli stereotipi di Cry Macho. Dall’altro perché gli innegabili limiti, se posti nella prospettiva della sua vasta filmografia, acquisiscono nel gioco dei rimandi interni un significato più profondo. Lo smontaggio della retorica del machismo in sé non ha nulla di particolarmente originale, ma acquista spessore dal fatto stesso di essere indossata dal personaggio che Eastwood ha incarnato sullo schermo, che a torto o a ragione (più a torto, in verità) è sempre stato considerato un simbolo esemplare del maschio alfa americano.

Cry Macho propende per un racconto dall’andamento molto libero, che alla ferrea progressione narrativa antepone il gusto dell’avventura picaresca apparentemente inconcludente. Pedinando i protagonisti nel loro capriccioso itinerario da un lato approfondisce le relazioni tra i personaggi, dall’altro permette a Eastwood, come già in altri suoi film, Il Corriere in particolare, di esercitare la sua curiosità verso i luoghi e riti del piccolo mondo della provincia dimenticata, le persone che lo abitano, persino gli animali. E se in Filo Da Torcere (1978, diretto da James Fargo), Clint come compagno di viaggio aveva un orango, stavolta c’è l’inseparabile gallo Macho, che regala immediatamente un tono bizzarro, ironico e affettuoso alla vicenda.

In Cry Macho Eastwood incarna ancora una volta il cowboy fuori tempo massimo che preferisce dormire all’aperto sotto la luna, cullato dalla vastità dell’incomparabile paesaggio americano. Ma il suo non è un eroe senza macchia e senza paura, è un sopravvissuto consapevole tanto dei propri errori e cicatrici – che ha il coraggio di confessare solo nell’istante in cui l’oscurità della notte e il cappellaccio sempre calcato sul volto gli consentono di nascondere pudicamente le emozioni – quanto dell’impraticabilità del modello di virilità con cui è cresciuto e che continua a indossare come una maschera, sebbene abbia smesso di crederci da un pezzo.

Il vecchio Mike, infatti, è tutt’altro che granitico nei suoi intendimenti. Al contrario, sarà lui ad attraversare la trasformazione più profonda, obbligato prima a vestirsi come un messicano per non dare troppo nell’occhio e poi, poco a poco, disposto a lasciarsi cambiare e sedurre da un diverso modo di stare al mondo. Giungendo a una conclusione inattesa che, a proposito di riferimenti alle sue opere precedenti, ha qualche parentela col finale di Million Dollar Baby, in cui l’eroe ha capito e accettato che il suo posto è diverso da quello che aveva sempre immaginato. Naturamente, volendo, ci si può concentrare sulle varie implausibilità di Cry Macho. La verità è che Clint Eastwood si è da tempo guadagnato il diritto di fare ciò che vuole.

 Stefano Fedele – www.optimagazine.com

Curiosità

Del film fanno parte anche Eduardo Minett nel ruolo del ragazzo, Rafo, al suo debutto cinematografico.

Ad inizio anni settanta, N. Richard Nash scrisse una sceneggiatura intitolata Macho, ma la 20th Century Fox la rifiutò due volte; Nash allora trasformò la sceneggiatura in un romanzo dal titolo Cry Macho, pubblicato l’11 giugno 1975.

Dopo le critiche positive ricevute dal romanzo, Nash insistette per la realizzazione della sua sceneggiatura originaria, spedendola a svariate case di produzione fino alla sua morte, avvenuta nel 2000; nel corso di questi anni, molti attori sono stati vicini al ruolo da protagonista, tra cui Roy Scheider, Burt Lancaster, Pierce Brosnan, Arnold Schwarzenegger e lo stesso Eastwood.

Nel 1988 Clint Eastwood rinunciò al film per interpretare nuovamente l’ispettore Callaghan in Scommessa con la morte.

Nel 1991 la produzione del film, con protagonista Roy Scheider, iniziò in Messico ma non fu mai completata.

Nel 2003 Arnold Schwarzenegger annunciò che Cry Macho sarebbe stato il primo film realizzato al termine del suo mandato come governatore della California nel 2011, con Brad Furman alla regia e le riprese fissate nel Nuovo Messico; il progetto fu annullato a causa di uno scandalo che colpì Schwarzenegger, che portò anche al divorzio dall’allora moglie Maria Shriver.

Nell’ottobre 2020 viene annunciato che Clint Eastwood sarà regista, protagonista e produttore del film per la Warner Bros.,[15] sulla sceneggiatura di Nash e Nick Schenk, già collaboratore di Eastwood in Gran Torino (2008) e Il corriere – The Mule (2018).

Da wikipedia.org

Prezzi

BIGLIETTO INTERO € 7,00
BIGLIETTO RIDOTTO € 5,00

• BAMBINI da 4 a 12 anni
• ADULTI oltre 60 anni
• PORTATORI DI HANDICAP
• GIORNALISTA, dietro presentazione di tesserino
• MILITARI
• il MERCOLEDÌ (escluso festivi e prefestivi, e nel giorno di uscita di un film): per TUTTI
• il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura del comune di Imola
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

BIGLIETTO OMAGGIO

ACCOMPAGNATORE DI PORTATORE DI HANDICAP
BAMBINI fino a 3 anni
POSSESSORI DI TESSERA DEGLI ESERCENTI SALA CINEMATOGRAFICA (AGIS-ACEC, AGIS-ANEC, ANEM..)
POSSESSORI DI TESSERA ‘EUROPA CINEMAS’

 

VOLAMI VIA [martedì 14 dicembre]

2021-12-14T21:36:44+01:007 Dicembre 2021|Archivio|

Nell’ambito della rassegna

LA GRANDE LUCE
[in collaborazione con Cinema Pedagna]

Martedì 14 dicembre: ore 21,00

N.B.: Capienza 100%. Green Pass e mascherina obbligatori.

 

Titolo originale: Envole-moi
Nazione: Francia
Anno: 2021
Genere: Commedia
Durata:  91 min
Regia: Christophe Barratier
Cast: Victor Belmondo, Yoann Eloundou
Produzione: Chapter 2, France 2 Cinéma, LDRP II
Distribuzione: I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection

Trama

Volami via, il film diretto da Christophe Barratier, segue la storia di Thomas (Victor Belmondo), figlio di un noto medico, che, all’età di quasi 30 anni, non ha ancora trovato la propria strada nella vita e si comporta ancora come un adolescente. Thomas non ha un impiego e l’unica cosa che ama fare è divertirsi, uscire e fare festa tutte le sere. Il padre stufo del comportamento immaturo del figlio, con la speranza di stimolare Thomas e farlo crescere, decide di affidargli Marcus, un suo paziente di 12 anni gravemente disabile. Nonostante la sua malattia Marcus è un ragazzo pieno di entusiasmo e interessato a tutto ciò che fa parte della vita. Thomas dovrà prendersi cura di Marcus nel migliore dei modi altrimenti suo padre lo caccerà fuori di casa. Tra i due ragazzi nascerà un’importante amicizia, che permetterà a Thomas di crescere e di fare finalmente i conti con la realtà, fino a riportarlo a ciò che conta davvero nella vita.

Trailer

Recensione

“Volami via” di Christophe Barratier racconta una storia vera ed è il remake del film tedesco “Conta su di me” del 2017 diretto da Marc Rothemund, tratto dal romanzo “Dieses bescheuerte Herz: Über den Mut zu träumen”, scritto da Lars Amend e Daniel Meyer. Il regista francese con la sua opera prima “Les Choristes” del 2005 ha ricevuto due candidature agli Oscar ed è diventato un’icona in Francia.

I due protagonisti di “Volami via” sono il ricco e viziato Thomas (Victor Belmondo) e il ragazzino di colore malato Marcus (Yoann Eloundou), curato dal padre cardiologo di Thomas. Quest’ultimo, interpretato da Gérard Lanvin, costringe il figlio a occuparsi del “disabile” con la minaccia di toglierli tutti i suoi privilegi.

Tra mille difficoltà, tra i due si creerà un legame magico, che cambierà le loro vite arricchendo entrambi. I francesi sanno bene come rendere leggere storie drammatiche, basti ricordare il mitico “Quasi amici” di Olivier Nakache e Éric Toledano. Lo stesso succede in questo film che riesce perfettamente a bilanciare il registro comico con quello serio.

L’inizio è rocambolesco con l’arrivo di Thomas in piscina in macchina dopo una nottata brava. E non poteva che presentarsi così il suo personaggio, un ragazzo bello ma superficiale… almeno apparentemente. Lo sguardo perso del padre è poi tutto un programma per quello che dovrà accadere. Sull’altro fronte arriva la disperazione della madre di Marcus, che lotta sin dall’infanzia con una serie di malattie che potrebbero farlo morire giovanissimo.

Scorre fluido il film di Barratier che riesce a raccontare la vita difficile di un ragazzino gravemente malato, cresciuto troppo velocemente per la sua età, temendo di morire ogni giorno della sua esistenza. Esattamente il contrario di Thomas che è fermo all’adolescenza nonostante i suoi quasi trenta anni. Il contrasto tra i due opposti fa da detonatore a una grande amicizia.

Thomas fa compilare a Marcus una lista dei desideri, che diventa per i due una serie di avventure, compresa una folle corsa in macchina e l’incontro insperato del ragazzino con la sua prima fidanzatina. C’è da dire che il cambiamento del figlio del medico appare molto veloce, forse troppo, ma si tratta di un peccato veniale, perché “Volami via” è una favola per i più giovani e tale vuole essere.

Il regista è sin dai suoi primi lavori un attento osservatore del mondo dei ragazzi e ha un approccio quasi pedagogico nella narrazione. Almeno un paio dei suoi film precedenti sono passati con successo al Festival di Giffoni, fatto da e per i più giovani. Non manca tuttavia di quel piccolo tocco ironico e politicamente scorretto.

L’opera, anche se tutto sommato un po’ piatta, risulta perfetta per un pubblico di adolescenti. Il giovane Yoann Eloundou per la prima volta sullo schermo è Marcus leggero e ironico. Funziona benissimo nel suo ruolo anche Victor Belmondo nei panni dello scapestrato di gran cuore e in fondo portatore di grande fragilità.

Recita, invece, per sottrazione Gérard Lanvin, un uomo apparentemente privo di emozioni, completamente preso dal suo lavoro.

Il finale della storia è un trionfo di buoni sentimenti in location favolose in stile “Pretty Woman”, forse un pizzico eccessive. “Volami via”, senza essere perfetto è un ottimo prodotto per un target familiare con un bellissimo messaggio di speranza, cosa di cui abbiamo molto bisogno mai come ora.

Daniele Romeo – www.ecodelcinema.com

Curiosità

Il film è un adattamento del romanzo tedesco Dieses bescheuerte Herz: Über den Mut zu träumen(2013) di Lars Amend e Daniel Meyer, già portato sullo schermo nel 2017 con Conta su di me di Marc Rothemund.

Prezzi

1 BIGLIETTO € 5,00

2 INGRESSI IN ABBONAMENTO € 8,00

BIGLIETTO OMAGGIO
ACCOMPAGNATORE DI PORTATORE DI HANDICAP
BAMBINI fino a 3 anni
POSSESSORI DI TESSERA DEGLI ESERCENTI SALA CINEMATOGRAFICA (AGIS-ACEC, AGIS-ANEC, ANEM..)
POSSESSORI DI TESSERA ‘EUROPA CINEMAS’

 

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