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IL RITORNO DI CASANOVA [da venerdì 31 marzo]

2023-04-11T18:35:02+02:0028 Febbraio 2023|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 5 aprile: ore 21,00
Sabato 8 aprile: ore 21,00
Domenica 9 aprile: ore 18,30 – 21,00
Lunedì 10 aprile: ore 18,30 – 21,00

Titolo originale: Il ritorno di Casanova
Nazione: Italia
Anno: 2023
Genere: Drammatico
Durata: 95 min
Regia: Gabriele Salvatores
Cast: Toni Servillo, Fabrizio Bentivoglio, Sara Serraiocco, Natalino Balasso, Alessandro Besentini
Produzione: Indiana Production, Rai Cinema, Ba.Be Productions, Edi Effetti Digitali Italiani, 3Marys Entertainment,
Distribuzione:01 Distribution

 

 

 

 

 

Trama

Al centro della vicenda c’è Leo Bernardi: un affermato regista, interpretato dall’ottimo Toni Servillo, ormai sul far del tramonto; Leo, tuttavia, non è assolutamente disposto ad accettare l’andamento discendente della sua parabola e sentendo addosso il peso di doversi riaffermare per un’ultima volta, si appresta a presentare il suo ultimo film basato sul Casanova di Arthur Schnitzler. Per quanto lui stesso non riesca inizialmente a vederne le analogie, il Casanova di Schnitzler gli somiglia terribilmente: è ormai vecchio, ha perso la capacità di esercitare alcun tipo fascino sulle persone e soprattutto nei confronti delle donne; gli rimane un solo obiettivo, quello di tornarsene a casa. E sarà proprio un incontro fatto nel viaggio verso casa a rendere il Casanova conscio dei suoi ormai evidenti limiti: si renderà conto inevitabilmente di rappresentare solo l’ombra dell’uomo che è stato in passato…

Trailer

Recensione

Nel suo ultimo film, in prima mondiale al 14° Bif&st, Gabriele Salvatores riflette sul tempo che passa, il decadimento fisico e il rapporto tra cinema e vita

La malinconia di Leo Bernardi la avverte anche l’appartamento dove vive, che è interamente domotizzato e iper accessoriato, e che a un certo punto sembra impazzire: le luci si accendono e si spengono da sole, i rubinetti sputano acqua all’improvviso, la tavoletta del bagno rimane bloccata a mezz’aria. Acclamato regista avviato verso il tramonto sia professionale che personale, Leo è il protagonista del nuovo film di Gabriele Salvatores, ha il volto di Toni Servillo e non riesce proprio ad accettare il suo lento declino. E così, mentre cerca di completare il suo ultimo film su Giacomo Casanova, pressato dalle aspettative del suo produttore che teme di perdere l’investimento (Antonio Catania), dalle sollecitazioni del suo montatore che vuole chiudere il film (Natalino Balasso) e dalla rivalità con un giovane cineasta che minaccia di soffiargli il posto alla Mostra del Cinema di Venezia, anche la sua casa manifesta disagio. È questo uno dei tocchi surreali che punteggiano Il ritorno di Casanova, il 20° lungometraggio del regista premio Oscar (con Mediterraneo, 1991), liberamente ispirato a “Il ritorno di Casanova” di Arthur Schnitzler. Un lungometraggio costruito come un gioco di specchi tra un regista e il protagonista del suo film (Casanova è interpretato da Fabrizio Bentivoglio), che parla di tempi di gloria andati e di giovinezza perduta, e che Salvatores ammette essere la sua opera più personale.

Proiettato in anteprima mondiale al 14° Bari International Film&Tv Festival, Il ritorno di Casanova salta dalla realtà alla finzione grazie al montaggio puntualmente alternato di Julien Panzarasa, distinguendo visivamente le due parti in modo netto: la vita vera, quella di Leo, oggi, che cerca di chiudere il suo film, è filmata in bianco e nero; il set in costume e parrucche del ‘700, che vede un Casanova ormai vecchio tentare miseramente di conquistare una giovane fanciulla (Bianca Panconi), è invece a colori. Mentre lavora, a fatica, al montaggio del suo film, l’ultrasessantenne Leo scopre di avere molto in comune con il suo personaggio principale, perché proprio come Casanova si è trovato di recente a vivere una passione per una giovane donna (Sara Serraiocco), e a dover fare i conti con il tempo che passa. Vanesio, ossessionato dal suo lavoro e dalla fama, Leo è travolto dai ricordi di questo amore che lo ha colto di sorpresa e che non ha avuto il coraggio di abbracciare fino in fondo.

Sono tanti i temi che si intrecciano in questa mise en abyme cinematografica, a tratti onirica, sceneggiata da Salvatores con Umberto Contarello (La grande bellezza) e Sara Mosetti (il trio ha già firmato insieme la sceneggiatura di Tutto il mio folle amore): il tema del doppio, il decadimento fisico (qui mostrato con coraggio e senza veli), la forza seduttiva che con il tempo svanisce, il rapporto tra cinema e vita, i capricci e le manie legate al mestiere, il nuovo che avanza. Ci entra anche l’assalto dei giornalisti, che come un esercito avanza a caccia di scoop e che Leo respinge a colpi di fioretto. Servillo e Bentivoglio brillano nei rispettivi ruoli: l’autoironia del primo finisce per rendere simpatico Leo anche nelle sue frivolezze; il secondo restituisce un Casanova che fa tenerezza nel suo rivelarsi totalmente impreparato alla vecchiaia. “Tu sei giovane, ma io sono Casanova”, dice quest’ultimo al suo aitante rivale in amore, ma questa sua ostinazione a voler ripetere se stesso è votata al fallimento. Anche perché, come controbatte idealmente la giovane amante di Leo: “Io ho tanta vita davanti e tutto il tempo per rinnamorarmi di nuovo”. E non poteva essere detto in modo più crudele.

Vittoria Scarpa – www.cineuropa.org


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WHAT’S LOVE? [domenica 26 marzo – 18,30]

2023-03-28T21:56:15+02:0028 Febbraio 2023|Archivio|

Proiezioni

Domenica 26 marzo: ore 18,30

Titolo originale: What’s love?
Nazione: Regno Unito
Anno: 2022
Genere: Commedia, sentimentale
Durata: 108 min
Regia: Shekhar Kapur
Cast: Lily James, Emma Thompson, Sajal Ali, Shazad Latif
Produzione: Working Title Films, Instinct Productions
Distribuzione: Lucky Red

 

 

 

 

 

 

Trama

La regista Zoe, alla disperata ricerca di idee per il suo prossimo film, decide di girare un documentario in Pakistan sul matrimonio combinato del suo vicino e amico d’infanzia Kazim, ma durante le riprese tra i due nascono dei sentimenti…

Trailer

Recensione

UNA COMMEDIA CHE ENTRA ED ESCE CON GARBO DALLO STEREOTIPO ETNICO

Zoe è una documentarista inglese di successo, il suo vicino di casa Kazim un oncologo di origine pakistana, e le loro famiglie sono cresciute fianco a fianco nella Londra multietnica. Quando Kazim comunica a Zoe di volersi sposare secondo la tradizione, ovvero lasciando scegliere ai suoi genitori la sua sposa, Zoe decide di girare un documentario sui matrimoni combinati (anzi, “assistiti”, come vuole la nuova dicitura) nel Ventunesimo secolo dal titolo Love (contr)actually.

In realtà Zoe è delusa dalla scelta dell’amico di sempre per molti motivi, il più nascosto dei quali è l’attrazione segreta che prova per quell’uomo con cui c’è sempre stata un’intesa istintiva (e anche un primo bacio infantile), al cui confronto tutte le relazioni estemporanee della ragazza sembrano irrilevanti. Quando Zoe e la sua eccentrica madre si trasferiscono a Lahore per seguire il matrimonio di Kaz le tensioni aumentano: riusciranno i nostri eroi a gettare le rispettive maschere?

What’s Love Got to Do With It?, che non ha nulla a che vedere con la canzone di Tina Turner o con il film sulla vita della cantante dallo stesso titolo, rientra solo in parte nel filone sui matrimoni bollywoodiani e le tradizioni asiatiche paragonate a quelle anglosassoni, perché aggiunge ulteriori spunti di riflessione, in particolare riguardo al personaggio di Zoe, interpretato con grazia da Lily James.

Zoe è una giovane donna in perenne conflitto fra desiderio di affermazione professionale e pessime scelte private, il cui sogno romantico è “guardare fino in fondo una serie televisiva” insieme a “quello giusto”. Il paragone ricorrente è con le favole classiche (creando anche un piccolo inside joke, visto che James è stata una Cenerentola del grande schermo) e con le aspettative suscitate nelle bambine riguardo alla necessità di essere salvate da un principe azzurro. E se da un lato Zoe contesta apertamente la filosofia “sciovinista” delle fiabe, raccontando favole femministe alle nipoti, dall’altro soccombe a un autoisolamento deleterio.

Dietro la cinepresa c’è Shekhar Kapur, già regista di Elizabeth ed Elizabeth: The Golden Age, che è nato a Lahore, e la sceneggiatura è firmata dalla giornalista e produttrice anglopakistana Jemima Goldsmith (al secolo Jemima Khan), entrambi dotati di una conoscenza diretta sia della società indopakistana che di quella inglese.

La sceneggiatura entra ed esce dallo stereotipo etnico, aiutando il pubblico a ridere tanto dei pregiudizi inconsapevoli della madre very British di Zoe, spassosamente interpretata da Emma Thompson, quanto di quelli intenzionali della madre di Kaz, che ha il volto della star del cinema hindi Shabana Azmi: basti la sua descrizione sintetica della moglie ideale per suo figlio come “musulmana, non troppo femminista e non troppo scura di pelle, possibilmente beige”. Gustosa anche la caratterizzazione di un sensale pakistano 2.0 che cerca di abbinare coppie etnicamente corrette durante le sue riunioni motivazionali.

Naturalmente la morale è più anglosassone che pakistana, ma rispetto ad altri film dello stesso tenore c’è qualche sfumatura in più, e anche un paio di stoccate al politically correct nel cinema come nuova glassa su antiche consuetudini.

Paola Casella – www.mymovies.it


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LA COSPIRAZIONE DEL CAIRO [da Pasqua]

2023-04-12T23:47:15+02:0028 Febbraio 2023|Archivio|

 

Proiezioni


Mercoledì 12 aprile: ore 21,00

Titolo originale: Walad min al Janna
Nazione: Svezia, Francia, Danimarca
Anno: 2023
Genere: Drammatico, Thriller
Durata: 126 min
Regia: Tarik Saleh
Cast: Tawfeek Barhom, Fares Fares, Mehdi Dehbi, Mohammed Bakri, Makram Khoury, Yunus Albayrak, Sherwan Haji, Mouloud Ayad, Amr Mosad
Produzione: Atmo Production
Distribuzione:Movies Inspired

Trama

Ad Adam, figlio di un pescatore, viene offerto l’enorme privilegio di studiare all’Universitàal-Azhar del Cairo, epicentro del potere dell’Islam sunnita. Poco dopo il suo arrivo in città, però, il Grande Imam, massima autorità religiosa dell’università, muore improvvisamente. Presto Adam diventa una pedina in una spietata lotta di potere tra le élite religiose e politiche dell’Egitto…

Trailer

Recensione

Un thriller che mescola religione, politica e spionaggio, rielaborando le eredità del cinema americano della paranoia politica degli anni Settanta, e quella europea del cinema civile. Con l’Egitto contemporaneo nel mirino.

Fondata più o meno nel 970, l’università islamica di al-Azhar, presso l’omonima moschea del Cairo, è il più importante centro di studi islamici del mondo, il massimo punti di riferimento degli studi teologici e spirituali del mondo sunnita, di conseguenza un punto di riferimento imprescindibile per quel vastissimo mondo e i suoi innumerevoli fedeli.
Tanto che, come ci racconta questo film di Tarik Saleh (quello di Omicidio al Cairo) presentato in concorso al Festival di Cannes 2022, da tempo immemore la politica egiziana cerca di influenzarla, di controllarla, di avere alla sua guida un Gran Imam – che, mi si passi il paragone spericolato, ha un ruolo quasi papale nel mondo sunnita, con tutti i distinguo e le complessità del caso – allineato con le posizioni dello stato. Perché in quel mondo, ma non solo in quel mondo, chi ha il potere spirituale ha anche un potere chiaramente politico, per via della sua capacità di indirizzare la moltitudine dei fedeli.

È lì, ad al-Azhar, che all’inizio di La Cospirazione del Cairo, dopo un prologo vagamente nuchista che ce lo mostra nel suo ambiente d’origine, arriva il giovane Adam, figlio maggiore di un umile pescatore che, per via delle sue doti intellettuali, era stato raccomandato per quell’università dall’Imam locale.
Un Adam che arriva all’università carico di tutta la sua provinciale timidezza, della sua dimessa umiltà, ma anche con la sua affilata intelligenza, e che un po’ per caso un po’ no finisce nel mezzo di un intrigo politico-religioso che per lui ha conseguenze potenzialmente mortali.
Già, perché come è sempre stato, anche l’Egitto di oggi, quello del presidente al-Sisi, cerca nel film di Saleh di influenzare l’elezione del nuovo Gran Imam, dopo la morte improvvisa di quello in carica. Tanto che, per rimpiazzare un infiltrato morto misteriosamente, i servizi segreti, nella persona di un colonnello interpretato da Fares Fares, e su ordine dei suoi superiori, Adam sarà messo a fare lo stesso, pericoloso lavoro.

È tante cose assieme, questo La Cospirazione del Cairo. È una sorta di thriller politico, una storia di spionaggio alla John Le Carré, di quelle dove a contare non è l’azione, ma l’intreccio, e soprattutto come l’ingegno e l’acume dei suoi protagonisti, che qui agisce anche e nel finale soprattutto per le vie del sofismo filosofico-religioso, riescono a farli arrivare ai loro scopi, e alla sopravvivenza.
È un film che, nel modo in cui ritrae le dinamiche tristemente note (si pensi a Giulio Regeni, ma anche a Patrick Zaki) del potere dell’Egitto di oggi, senza sconti alcuni sulle manipolazioni, sulle trame oscure, sulle torture e sugli omicidi. Il tutto senza mai avere come necessità la rappresentazione esplicita della violenza, e avendo spazio anche per un pelo d’ironia, come quando al fianco del ritratto di al-Sisi, nell’ufficio del capo di Fares Fares, è incorniciata una maglia autografata di Mohamed Salah.
Ed è un film che racconta senza timori come (anche) nel mondo islamico sia pericolosa la commistione tra fede e politica.

Senza nulla togliere al versante “civile” del film, è nel primo versante, quello più puramente di genere che si va a legare con originalità alla tradizione di certo cinema paranoide-politico degli anni Settanta, che La Cospirazione del Cairo colpisce di più, specie nel modo in cui Saleh racconta gli ambienti, i personaggi, gli spostamenti, e soprattutto in quello in cui fa emergere in maniera graduale, ma con progressione chiara e inarrestabile, la capacità di Adam (interpretato da un notevole Tawfeek Barhom che regge bene il confronto col più navigato Fares) di riuscire a districarsi tra le tante complesse e pericolose trame ordite attorno a lui grazie sì a una compiacenza del colonnello che l’ha reclutato, ma sempre più chiaramente grazie alla sua finezza intellettuale e dialettica, e alla sua competenza teologia.
Intelligenza e competenza. Qualcosa di cui oggi, tutti noi, anche al di fuori e lontani dalle dinamiche di questo film, abbiamo assoluto bisogno per salvarci. Metaforicamente o meno.

Federico Gironiwww.comingsoon.it


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TUTTO IN UN GIORNO [da venerdì 3 marzo]

2023-03-09T08:51:38+01:0028 Dicembre 2022|Archivio|

Proiezioni

Venerdì 3 marzo: ore 21,00
Sabato 4 marzo: ore 21,00
Domenica 5 marzo: ore 16,30 – 18,30 – 21,00
Mercoledì 8 marzo: ore 21,00

Titolo originale: En los márgenes
Nazione: Spagna
Anno: 2022
Genere: Drammatico, Thriller
Durata: 105 min
Regia: Juan Diego Botto
Cast: Penélope Cruz, Adelfa Calvo Soto, Luis Tosar, Nur Al Levi, Aixa Villagrán, Christian Checa, Ame Aneiros, Font García, Juan Diego Botto, María Isabel Díaz, Somaya Taoufiki, Salma Naim Annaassi, Nacho Marraco, Claudia Melo
Produzione: Amazon Prime Video, Ayuntamiento de Madrid, Head Gear Films, Morena Films, Radio Televisión Española
Distribuzione: BIM Distribuzione

 

 

Trama

Tutto in un giorno, film diretto da Juan Diego Botto, racconta le 24 ore di tre personaggi in lotta per la sopravvivenza che hanno in comune il tema drammatico dello sfratto. Storie che si intrecciano di persone comuni alle prese con problemi all’ordine del giorno ma determinanti nel corso delle loro vite.
Azucena (Penélope Cruz) è una madre di famiglia, coraggiosa ma disperata perché rischia di perdere la casa. La sua vita è una lotta quotidiana fatta di ristrettezze economiche visto che il marito è un operaio che guadagna una miseria. La banca ha deciso di toglierle la casa e lei ha 24 ore per risolvere questo dramma.
Poi c’è Teodora (Adelfa Calvo), alle prese con le scelte di vita sbagliate e i fallimenti di suo figlio. Lei lo cerca per aiutarlo ma lui si nega affranto dai suoi problemi.
E infine troviamo Rafa (Luis Tosar), un avvocato che ha come missione di aiutare realmente chi è in difficoltà senza trarne alcun vantaggio personale. Deciderà anzi di sacrificare tempo e energie dedicate alla propria famiglia per una causa sociale in cui crede profondamente. Si trova alle prese con un caso di custodia, una ragazza araba rischia di vedersi togliere la figlia e lui farà di tutto per impedirlo.
Storie di persone coraggiose che lottano nonostante le difficoltà e le ingiustizie sociali…

Trailer

Recensione

Per l’esordio alla regia, Botto porta in scena una denuncia verso la speculazione dei mutui e le privatizzazioni che colpiscono la Spagna da anni

Il cinema non si accontenta solo di spettacolarizzare un racconto. In una società ormai caratterizzata da una informazione che viaggia attraverso numerosi canali, esso si pone come strumento mediatico essenziale per la conoscenza della realtà circostante, poiché capace sempre di raggiungere un pubblico vasto e colto. Così Juan Diego Botto decide di sfruttarlo, con la sua opera prima Tutto in un giorno, per dare voce alle classi sociali spagnole vittime degli sfratti e della recessione.

Una scelta mirata, quella del regista, che innalza il racconto a dramma sociale, con l’obiettivo di portare all’attenzione di tutti la precarietà e la speculazione immobiliare che trascina ogni giorno il Paese nel baratro. La pellicola è stata presentata in anteprima mondiale nella sezione Orizzonti della 79esima Mostra del Cinema di Venezia, e sarà nelle sale cinematografiche dal 2 marzo.

“In Spagna ci sono circa 40 mila sfratti all’anno, più di 100 al giorno”. L’epilogo del film, che ne costituisce il fulcro, dà dei numeri spaventosi. Ma come si può descrivere l’angoscia di uno sfratto? Partendo dal concetto di casa. Una parola semplice ma pregna di significato. L’abitazione, intesa come spazio personale e unico, raffigura uno dei simboli principali della nostra società. Legato in senso stretto al concetto di famiglia, rappresenta per un individuo uno degli obiettivi primari nel suo percorso di realizzazione. Dentro le mura della propria casa ognuno si sente al sicuro, avvolto quasi in un abbraccio caldo, consapevole che lì il mondo esterno non avrà accesso. Eppure, nonostante sia la fetta di spazio ritagliatasi con sacrifici e sudore, può essere sottratto. E nessuno chiede il permesso. In molti casi funziona così. Botto parte da questo concetto tanto intimo quanto universale per introdurre tre storie apparentemente diverse, ma in realtà molto simili. Ognuna con il suo pesante fardello e ognuna con la sua lotta interiore e sociale.

Sin dalle prime inquadrature Tutto in un giorno ci regala i tre punti di vista attraverso cui gli eventi andranno snocciolandosi nel giro di 24 ore: Azucena, Teodora e Rafa. Ad ognuno di loro Botto affida una missione, alla cui base sta la paura di fallire, e una scadenza, scandita da un orologio invisibile che ne detta il ritmo. Un ritmo furioso e serrato, dentro al quale i personaggi si muovono frenetici, incalzati da un tempo che scorre inesorabile e non permette loro di fermarsi e riprendere fiato. Azucena, interpretata da una coinvolgente Penelope Cruz, è il volto in cui si riflette meglio la condizione di precarietà e disagio.

La macchina da presa indugia spesso su di lei, sullo sguardo perso nel vuoto e sulla voglia di combattere nonostante l’instabile situazione socio-economica. Un desiderio di vincere, il suo, che si mescola ad una rabbia repressa mentre percorre una Madrid che si staglia silenziosa e immobile sullo sfondo. Pronta però a raccogliere le sue lacrime e incassare i suoi strazianti sfoghi. Immagini disturbate e sporche seguono lei e i suoi comprimari, enfatizzandone la frustrazione ma anche l’orgoglio, che cerca di sovrastare un senso di mortificazione sempre più invadente.

Se in un primo momento Tutto in un giorno mette a fuoco una solitudine che sfocia quasi in alienazione, con il progredire della storia questa cede il passo alla collettività. Si ramifica così una sub-trama in cui Botto, con approccio antropologico, fotografa l’evoluzione dei rapporti umani messi davanti a situazioni complesse. Lo fa con delicatezza, cogliendone dettagli ed espressioni cruciali, senza mai essere retorico. È un discorso che affida in particolare a Rafa, un uomo al servizio dei cittadini in crisi, che se all’inizio si trova ad affrontare una relazione incrinata – o forse mai nata – con il figliastro Raul, alla fine scopre essere l’unico in grado di capirlo. A differenza della moglie che, lontana dalla sua quotidianità, non comprende fino in fondo le sue scelte, limitandosi invece a segnarne gli errori.

Ma è solo imparando ad affrontare insieme la durezza della vita, come accade a Rafa e Raul, che si può trovare un punto di incontro. Un incontro che si riverbera anche su Tamara e il figlio German, che smette di negarsi alla madre quando trova il coraggio di accettare i fallimenti e scrollarsi via la vergogna. Tutto in un giorno mostra perciò la sua doppia natura: è una storia di denuncia verso le privatizzazioni e il sistema bancario, ma anche un racconto umano, semplice e pieno d’amore, in cui la solidarietà diventa il perno a cui aggrapparsi per superare le difficoltà. Proprio come ci dimostra il fermo immagine nella punch line: Azucena raccoglie le ultime forze per protestare con gli attivisti sociali, prima che la polizia la privi della casa per sempre.

Valeria Maiolino – www.cinefilos.it

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THE FABELMANS [dal 17 dicembre 2022]

2023-01-02T21:45:07+01:0016 Dicembre 2022|Archivio|

Proiezioni
Mercoledì 28 dicembre: ore 21,00
Giovedì 29 dicembre: ore 21,00
Venerdì 30 dicembre: ore 21,00
Sabato 31 dicembre: ore 20,30
Domenica 1 gennaio: ore 15,30 – 18,15 – 21,00
Lunedì 2 gennaio: ore 21,00

ANTEPRIMA NAZIONALE

Titolo originale: The Fabelmans
Nazione: U.S.A.
Anno: 2022
Genere: Drammatico
Durata: 151 min
Regia: Steven Spielberg
Cast: Gabriel LaBelle, Michelle Williams, Paul Dano, Seth Rogen, Jeannie Berlin, Keeley Karsten, Robin Bartlett, Oakes Fegley, Julia Butters, Gabriel Bateman, Judd Hirsch, Nicolas Cantu, Sam Rechner, Chloe East, Isabelle Kusman, David Lynch
Produzione: Amblin Entertainment, Amblin Partners, Universal Pictures
Distribuzione: 01 Distribution

 

Trama

The Fabelmans, film diretto da Steven Spielberg, è una storia semi-autobiografica, basata sull’infanzia e l’adolescenza del regista e in particolare si ispira al periodo tracorso in Arizona.
Il film racconta la storia di Sammy Fabelman, un ragazzo cresciuto tra l’Arizona e la California tra gli anni 50 e 60, che grazie all’amore di sua madre per la musica e il cinema, si appassiona anche lui alla settima arte.
Il giovane scopre uno sconvolgete segreto familiare e si rifugia nella magia del cinema, che con il suo potere salvifico può aiutarlo a vedere la verità…

Trailer

Recensione

Cos’è il cinema? A cosa serve?
Il cinema serve a esorcizzare paure.
Serve a cogliere la realtà che a occhio nudo non vediamo, o non vogliamo vedere. A manipolarla, anche, quella realtà, tagliando via le parti che non ci piacciono, o raccontando storie che con la realtà non hanno niente a che vedere. O, ancora, mettendo sullo schermo ciò che è diverso dal reale: dando magari dimensione superomistica a un bullo qualunque, o a ridimensionare finalmente, evidenziandone la dimensione ridicola, chi è cattivo e pericoloso.
Serve a far rimanere lo spettatore a bocca aperta, a farlo ridere, a farlo piangere.

È ciò che impara Sammy Fabelman (che è quasi fableman, l’uomo della fiaba) nella sua carriera di giovane spettatore e, immediatamente dopo, aspirante filmmaker, folgorato dalla visione del Più grande spettacolo del mondo, scioccato dalla scena dell’incidente ferroviario tanto da doverla replicare prima, e filmare poi, a casa sua.

Da quel momento in avanti, Sammy non smetterà mai di filmare, girare, inventare storie e situazioni, arrangiare effetti speciali. Affinare la sua arte. E imparare cosa sia il cinema, e a cosa possa servire.
L’ha imparato Sammy, quindi l’ha imparato Steven Spielberg, maestro indiscusso, uno che il cinema lo respira, lo vive, lo incarna. E allora è chiaro che The Fabelmans è tutto quello che è il cinema: è esorcismo (di una triste storia di divorzio e sofferenza), è fascinazione (per il racconto), è emozione, dramma e commedia, racconto di formazione. E è sicuramente, sarebbe sciocco e ingenuo non considerarlo, manipolazione: nessuno di noi potrà mai sapere se e quanto Spielberg abbia abbellito, imbruttito, modificato, censurato o esaltato la realtà dei fatti. Ma io, francamente, me ne infischio, e ve ne dovreste infischiare anche voi.
Perché questo è cinema, la verità andatevela a cercare altrove.

Cinefilo è cinefilo, The Fabelmans, ma non è mai inutilmente feticista, né assomiglia ad altri film sul cinema.  Nostalgico, forse, ma mai chiuso nel solipsistico rimpianto di un tempo che fu. Nemmeno sul fronte autobiografico, finalmente declinato secondo traiettorie diverse da quelle cui il cinema più recente ha abituato. Poi certo, che Sam sia Steven ce lo ricorda lo stesso regista, di continuo, specie nella scelta di un attore, Gabriel LaBelle, il Sam più “adulto” dei tre che vediamo sullo schermo, che di Spielberg è chiaramente più un sosia che un avatar. Ma Steven non è ripiegato dentro Sam, e Sam si apre per accogliere la proiezione di ogni spettatore.

È, anche, The Fabelmans, il film (volutamente) forse meno compatto, il più frastagliato e il più ondivago, tra tutti quelli diretti da Spielberg in carriera, che pure gli stanno tutti dentro in immagini, figure e personaggi.
Un film sempre soggetto a sbalzi di tono, di umore, di situazioni. A cambi di fuoco repentini. Ma questo lo rende più umano, se vogliamo, mentre la capacità di Spielberg di flirtare con questa indeterminatezza senza mai perdere, nemmeno per un istante, il controllo totale sulla sua arte, quello ha del superumano.
Basta pensare a quando Spielberg, nel momento in cui i suoi genitori, i genitori si Sam, annunciano ai figli la decisione di divorziare, ed è tutto un continuo e isterico passare da un primo all’altro, e un tutto un traboccare di sentimento, inserisca un’inquadratura quasi subliminale in cui Sam si vede, si immagina, in uno specchio mentre filma quella scena.
Razionalità e sentimento. Scienza e arte. Distanza e partecipazione. Padre e madre. Queste sono le dicotomie (la dicotomia) alla base di questo film.
Per questo, qui, ci si commuove meno che in altri film di questo maestro. Per Spielberg era fondamentale tenere l’equilibrio. La barra al centro.

Forse, però, la cosa più bella di tutte arriva sorprendentemente alla fine. In un finale rischioso, che potrebbe essere scambiato per sfacciato, o perfino macchiettistico, a rischio figurina, nella sua testarda voglia di mettere a confronto il giovane Sam con la leggenda John Ford (interpretato da un altro regista, a pensarci straordinariamente somigliante, ma davvero inatteso: il nome non lo dico per non rovinare la sorpresa), ma che non lo è affatto. Al contrario.
La cosa più bella di tutte, dicevo, è che al termine di questa sarabanda di situazioni e sentimenti, che tirano in ballo il personale di Spielberg, e la memoria degli spettatori, e l’amore per il cinema, e per la vita, Spielberg stesso decida di chiudere ricordando che il cinema può – deve anzi – essere una cosa semplice. Un gioco, per divertirsi e divertire.
È semplice: orizzonte alto o orizzonte basso. Mai in mezzo.
Un aggiustamento della macchina da presa.
Nero.
Fine.
Applausi.

Federico Gironi – www.comingsoon.it

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LA BELLA STAGIONE [TUTTO ESAURITO – Mar 3 gennaio]

2023-01-03T21:54:28+01:0015 Dicembre 2022|Archivio|

Proiezioni

Martedì 3 gennaio: ore 20,30

TUTTO ESAURITO

Titolo originale: La bella stagione
Nazione: Italia
Anno: 2022
Genere: Documentario
Durata: 151 min
Regia: Marco Ponti
Cast: Gianluca Vialli, Roberto Mancini, Gianluca Pagliuca, Giulio Nuciari, Luca Pellegrini, Toninho Cerezo, Fausto Pari, Moreno Mannini, Ivano Bonetti, Giovanni Invernizzi, Pietro Vierchowod, Attilio Lombardo, Marco Lanna, Giuseppe Dossena, Giuseppe Bergomi, Federico Chiesa, Franco Ordine, Paolo Condò
Produzione: Groenlandia, Rai Cinema
Distribuzione: 01 Distribution

 

Trama

Un film su una squadra di calcio unica, che ha deciso, di punto in bianco, di diventare per una stagione non solo la più forte, ma soprattutto la più bella.
Gianluca Vialli, Roberto Mancini, Toninho Cerezo, Gianluca Pagliuca e molti altri protagonisti raccontano la cavalcata che portò la Sampdoria dei miracoli a vincere lo scudetto nella stagione 90-91 e a duellare alla pari con il Barcellona nella finale di coppa dei campioni l’anno successivo. Tra aneddoti, gol, storia, vittoria e sofferenza, viene fuori l’anima di questi uomini, campioni dentro e fuori dal campo.

Trailer

Recensione

UN DELIZIOSO AMARCORD CHE TRASCENDE LA DIMENSIONE SPORTIVA PER RACCONTARE EMOZIONI E VALORI UNIVERSALI

La bella stagione è un delizioso amarcord del bel tempo che fu: la grande stagione della Samp. Attraverso le voci degli stessi campioni, ma anche di magazzinieri e opinionisti, emerge un racconto corale in cui aneddotica, calcio, amicizia e sofferenza si mischiano.

Genova 1990, Vialli, Mancini, Pagliuca e gli altri senatori dello spogliatoio della Samp si trovano in un’antica osteria genovese per sottoscrivere un patto tra gentiluomini: nessuno di loro se ne andrà prima di aver regalato alla squadra e alla città il primo scudetto della storia della Samp. Ancora oggi lo scudetto vinto da quei ragazzi rimane l’unico nel palmares, e la loro storia sarà per sempre impressa nei cuori delle persone che hanno avuto l’ardire di sognare insieme a questi campioni.

Ma prima che essere una storia di vittorie e di calcio, La bella stagione racconta di amicizia e di rivalsa, una di quelle storie che sono possibili solo nello sport. Marco Ponti inserisce di diritto la cavalcata della Sampdoria del 90-91 tra le grandi epopee popolari del calcio, assieme allo scudetto del Napoli di Maradona, al miracolo del Leicester di Ranieri e le gesta epiche del Grande Torino.

Contro l’Inter dei tedeschi, freschi freschi di coppa del mondo, il Milan degli olandesi, il Napoli di Maradona e la Juve di Baggio e Schillaci non doveva esserci spazio per la Sampdoria di Boskov, ma nel calcio, come nell’amore, la razionalità non ha alcun peso. C’era infatti un fattore incalcolabile che dava alla Samp uno scatto in avanti: non è chiaro se sia stato merito dei gemelli del gol Vialli-Mancini, dell’intelligenza tattica e la capacità di pensare fuori dagli schemi di Boskov, o se invece fu grazie all’atteggiamento quasi paterno del presidente Mantovani nei confronti dei suoi giocatori, o forse di tutte queste cose insieme.

Altafini e Cerezo definirebbero questo “fattore x” magia, Lele Adani parlerebbe di garra charrua, dell’artiglio che graffia, o come viene detto nel film, la Samp del 90-91 aveva la luce negli occhi. Quella stessa luce la vediamo brillare negli occhi di Vialli e di Mancini, mentre si abbracciano in una notte di luglio del 2021, a Wembley, dopo aver portato la nazionale italiana sul tetto di Euro 2020. Mancini guida da c.t. della nazionale una delegazione tutta blu-cerchiata, e ancora una volta non è possibile trovare alcuna spiegazione razionale per questa vittoria, se non chiamando in causa la luce negli occhi di quel gruppo di amici che nel ’91 fece la storia della Samp.

Archimede Favini – www.mymovies.it

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NON COSI’ VICINO [da venerdì 17 febbraio]

2023-03-01T21:16:06+01:0014 Dicembre 2022|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 22 febbraio: ore 21,00
Venerdì 24 febbraio: ore 21,00

Sabato 25 febbraio: ore 21,00
Domenica 26 febbraio: ore 16,15 – 18,30 – 21,00
Mercoledì 1 marzo: ore 21,00

Titolo originale: A Man Called Otto
Nazione: Svezia, USA
Anno: 2023
Genere: Commedia
Durata: 126 min
Regia: Marc Forster.
Cast: Tom Hanks, Mariana Treviño, Rachel Keller, Manuel Garcia-Rulfo, Cameron Britton.
Produzione: 2DUX², Playtone, SF Studios, STX Entertainment, Sony Pictures Entertainment
Distribuzione: Warner Bros Italia

 

 

 

Trama

Otto Anderson, rimasto da poco vedovo, è un uomo rigido e incapace di relazionarsi con gli altri. Se la prende con qualunque persona che non rispetta alla lettera i regolamenti. Quando qualcuno entra senza permesso con l’auto nell’area riservata dove c’è anche il suo appartamento o non fa correttamente la raccolta differenziata, ci pensa lui a farglielo notare. Ogni giorno organizza infatti una ronda per controllare se c’è qualcosa che non va. In più non si è mai ripreso dalla morte della moglie Sonya a cui era legatissimo e programma il suicidio in più di un’occasione. A movimentare improvvisamente la sua esistenza c’è l’arrivo di Marisol e del marito che hanno affittato una casa di fronte alla sua…

Trailer

Recensione

IL REMAKE DI MR. OVE SI SCIOGLIE GRADUALMENTE E TROVA I TEMPI GIUSTI. PER TOM HANKS È UNO DEI FILM RECENTI PIÙ ISPIRATI

Otto Anderson, rimasto da poco vedovo, è un uomo rigido e incapace di relazionarsi con gli altri. Se la prende con qualunque persona che non rispetta alla lettera i regolamenti. Quando qualcuno entra senza permesso con l’auto nell’area riservata dove c’è anche il suo appartamento o non fa correttamente la raccolta differenziata, ci pensa lui a farglielo notare. Ogni giorno organizza infatti una ronda per controllare se c’è qualcosa che non va. In più non si è mai ripreso dalla morte della moglie Sonya a cui era legatissimo e programma il suicidio in più di un’occasione. A movimentare improvvisamente la sua esistenza c’è l’arrivo di Marisol e del marito che hanno affittato una casa di fronte alla sua. La giovane donna, già madre di due bambine e in attesa del terzo, irrompe come un uragano nella sua vita e tra loro nasce gradualmente un’amicizia che resterà per sempre.

Una ragazza che sta correndo per prendere un treno, un libro che cade per terra. Già questa immagine, come ricordo personale e come flashback, segna Non così vicino. È una pagina della vita di Otto che diventa un crocevia esistenziale decisivo.

E sono proprio i frammenti del passato, con i colori sfumati della fotografia di Matthias Koenigswieser a dare il tono di una favola dove però l’incantesimo sta per rompersi da un momento all’altro che riporta il cinema di Marc Forster verso gli esiti più riusciti del suo cinema come Neverland – Un sogno per la vita ma anche dalle parti della crudezza e anche umanità di Monster’s Ball. La memoria riprende vita sempre attraverso dettagli (il viaggio alle cascate del Niagara), oggetti, sogni spezzati e illusioni perdute.

Tratto dal bestseller “L’uomo che metteva in ordine il mondo” dello scrittore svedese Fredrick Backman e remake cinematografico di Mr. Ove, Non così vicino sembra un film realizzato agli inizi degli anni Duemila, con i tempi di un cinema sentimentale ormai perduto e Tom Hanks che caratterizza il suo personaggio con tratti che arrivano da Jack Nicholson e Robert Duvall dove dietro la scorza dura e il carattere intrattabile c’è tutta la sua storia che aspetta di essere raccontata. Inizialmente è troppo legato al film svedese del 2015 dove nella descrizione della quotidianità del protagonista del primo incontro con Marisol e la sua famiglia, c’è una scrittura così netta che non concede spazi.

Poi Non così vicino si scioglie progressivamente, trova il giusto equilibrio tra commedia e dramma (le lezioni di guida, lo scontro con il clown in ospedale) e rimanda alle atmosfere più intime del cinema di Robert Benton e ai magici fantasmi dei film di Brad Silberling che si affacciano nelle scene in cui Otto è davanti la tomba della moglie.

Le visioni dal passato rallentano il film, gli fanno trovare il suo tempo e anche i personaggi secondari prima solo abbozzati (l’amico vicino di casa ormai paralizzato a cui stanno per portare via la casa, la ragazza transgender che ha avuto Sonya come insegnante) riescono ad essere maggiormente definiti e a entrare in sintonia con una storia che racconta una vita normale che ai nostri occhi diventa eccezionale, con tappe dolorose dove una sequenza fondamentale e sulla carta scontata raggiunge una temperatura emotiva altissima trascinata dallo splendido brano di Kate Bush “This Woman’s Work”.

Tim Burton e il suo Big Fish non c’entrano probabilmente nulla. Ma Non così vicino gli parla direttamente e per Tom Hanks è probabilmente tra i suoi film recenti più sentiti. In questa storia familiare ci mette anche un pezzo della sua storia con la moglie Rita Wilson che è, come lui, tra i produttori del film e il figlio Truman che interpreta con bravura Otto da giovane

Simone Emilianiwww.mymovies.it

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TRE DI TROPPO [da mer 4 gennaio 2023]

2023-01-18T21:05:18+01:0013 Dicembre 2022|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 11 gennaio: ore 21,00
Venerdì 13 gennaio: ore 21,00
Sabato 14 gennaio: ore 21,00
Domenica 15 gennaio: ore 16,30 – 18,30 – 21,00
Mercoledì 18 gennaio: ore 21,00

Titolo originale: Tre di troppo
Nazione: Italia
Anno: 2022
Genere: Commedia
Durata: 107 min
Regia: Fabio De Luigi
Cast: Fabio De Luigi, Virginia Raffaele, Barbara Chichiarelli, Renato Marchetti, Fabio Balsamo, Marina Rocco, Beatrice Arnera, Valerio Marzi, Greta Santi, Francesco Quezada
Produzione: Warner Bros. Entertainment Italia, Colorado Film, Alfred Film
Distribuzione: Warner Bros. Pictures

 

 

 

Trama

Tre di troppo, film diretto da Fabio De Luigi, racconta la storia di Marco (Fabio De Luigi) e Giulia (Virginia Raffaele), una coppia che trascorre la sua vita in modo perfetto. Sono passionali, in forma, alla moda e soprattutto… senza figli. Per loro la vita di coppia può essere vissuta in due modi: all’Inferno con bambini pestiferi che rendono la vita dei genitori un incubo, portandoli all’esasperazione più totale, o in Paradiso, dove le coppie senza figli possono godersi le giornate in tranquillità, in ordine e senza urla o piagnistei. Loro hanno scelto di essere in Paradiso e ne sono fermamente convinti. Inoltre, cercano di distanziarsi dalle coppie di amici che non hanno intrapreso la loro stessa strada e che si ritrovano esauriti dalla loro stessa prole e con una vita matrimoniale sull’orlo del baratro.
Ma il destino ha in serbo per la coppia altri piani: senza alcun motivo, una mattina i due si svegliano con la casa invasa da tre bambini di 10, 9 e 6 anni. Essere la mamma e il papà di tre figli sconvolgerà enormemente le loro esistenze e ogni loro certezza, portata avanti fino ad allora, si sgretolerà in mille pezzi. Marco e Giulia devono trovare un modo per liberarsi dei tre bambini e tornare alla loro tranquilla e spensierata vita, ma come?

Trailer

Recensione

Tre di troppo, Fabio De Luigi e Virginia Raffaele genitori all’improvviso
Esce in sala il 1 gennaio distribuito da Warner Bros. il secondo film diretto dall’attore romagnolo che ne è anche protagonista.

Una coppia convintamente child-free e che mal sopporta anche la genitorialità degli amici, a causa di un sortilegio si ritrova a vestire i panni che mai avrebbe immaginato né voluto: quelli di mamma e papà. Il secondo lungometraggio diretto da Fabio De Luigi è una commedia per tutta la famiglia in uscita a Capodanno. A interpretare i protagonisti della storia sono lo stesso regista nella parte di Marco e Virginia Raffaele nella parte della sua compagna Giulia. Nel cast, tra gli altri, anche Barbara Chichiarelli (Anna),  Renato Marchetti (Carlo) e i piccoli Valerio Marzi (Simeone), Greta Stanchi (Sofia) e Francesco Quezada (Max)

Tre di troppo: Fabio De Luigi esplora la scelta della genitorialità in una commedia per tutta la famiglia
Giulia e Marco sono liberi e quindi felici, e da un giorno all’altro, anzi dalla sera al mattino, piombano nel loro incubo peggiore: una vita condizionata, rallentata, imbrigliata, scolorita dalla presenza non di uno ma di ben tre ragazzini! Come reagiranno alla rivoluzione che rappresenta la presenza di un figlio nella vita dei genitori? Cosa scopriranno che non avrebbero mai immaginato facendo questa esperienza totalizzante che fino ad ora si sono limitati a guardare ( e a giudicare) dal di fuori?

Le premesse di Tre di troppo sono semplici ma intriganti, e danno modo di esplorare, attraverso una commedia adatta a tutta la famiglia, il tema della genitorialità e quello ancor più complesso della scelta di fare o non fare figli.

L’approccio di De Luigi, che nella vita è padre di due bambini, vuole essere il più possibile bipartisan e ci riesce abbastanza bene, mantenendo un equilibrio che si concretizza nell’uso dell’ironia e della satira sociale sia quando si segue la vicenda principale di Marco e Giulia, sottolineando le loro ossessioni da coppia libera e dedita ai piaceri e alle comodità, sia quando si mettono in scena certe esasperazioni tipiche dei genitori di questa epoca, totalmente votati all’ansia e all’accudimento dei propri pargoli, in un modo del tutto sconosciuto alle precedenti generazioni.

La coppia di protagonisti è ben assortita e visibilmente affiatata. Virginia Raffaele, a cui viene cucito addosso per la prima volta un ruolo principale in un film se la cava con gran disinvoltura ed è una Giulia capace di passare credibilmente dal cinismo dell’inizio all’empatia della fine della storia.

Tre di troppo è una commedia che parla di famiglia, ma che può piacere a un pubblico di tutte le età e che trova il modo di affrontare con leggerezza ed equilibrio temi attuali e universali,  con il merito ulteriore di sforzarsi di raccontarli attraverso una narrazione non stucchevole, come invece spesso accade.

Valentina Di Ninowww.today.it

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UNA STORIA DI SPORT, UNA SCUOLA DI VITA [14 gen 23]

2023-01-15T14:08:56+01:007 Dicembre 2022|Archivio|

 

Una storia di sport, una scuola di vita. I 70 anni della Polisportiva Juvenilia.

Il titolo del nuovo libro dell’Editrice Il Nuovo Diario Messaggero ben riassume quale sarà il contenuto del volume: non una mera cronaca sportiva, ma una storia fatta di persone, di impegno, di sport e di crescita.

«Ho iniziato a lavorarci nell’estate 2022, dopo la festa che ha celebrato i 70 anni di una delle più importanti e antiche società sportive imolesi – racconta l’autore Giacomo Casadio che, per la realizzazione del libro, si è avvalso della collaborazione di Edoardo Messina, come lui giornalista del nostro settimanale -. Il presidente Maurizio Migliori ci ha suggerito i personaggi più rappresentativi di ieri e oggi da sentire e consultare. Altrettanto hanno fatto don Massimo Martelli e monsignor Gian Luigi Dall’Osso». Una storia, quella raccontata nelle oltre 150 pagine del libro, resa speciale dalle persone che l’hanno creata, cresciuta e amata per più di 70 anni.
Da don Giovanni Vecere al primo presidente Celso Grandi, passando per tutti i ragazzi, i giocatori, gli allenatori, e i dirigenti, tra curiosità, ricordi, emozioni e anche qualche rimpianto. «La speranza è di essere riusciti a rendere onore a una società che ha fatto dell’amicizia, del rispetto e della serietà il suo marchio di fabbrica».

Il libro è disponibile sullo shop online de Il Nuovo Diario (fai click qui) e presso i loro nostri uffici di Imola (via Emilia 77-79).
Per informazioni: 0542-22178 oppure info@nuovodiario.com
È inoltre disponibile presso la parrocchia del Carmine, nella segreteria della società (martedì/giovedì dalle 18 alle 19.30), al Cafè del Grillo (via Emilia 96) e presso il campo Pambera.

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