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AS BESTAS – LA TERRA DELLA DISCORDIA [da ven 14 apr]

2023-04-23T21:44:32+02:001 Aprile 2023|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 19 aprile: ore 21,00
Sabato 22 aprile: ore 21,00
Domenica 23 aprile: ore 18,30 – 21,00

Titolo originale: As bestas
Nazione: Spagna, Francia
Anno: 2022
Genere: Thriller, Drammatico
Durata: 137 min
Regia: Rodrigo Sorogoyen
Cast: Denis Ménochet, Marina Foïs, Luis Zahera, Diego Anido, Machi Salgado
Produzione: Arcadia Motion Pictures, Caballo Films, Canal+, Cronos Entertainment, Eurimages, Instituto de la Cinematografía y de las Artes Audiovisuales, Le Pacte, Movistar+, Radio Televisión Española
Distribuzione:Movies Inspired con Lucky Red

 

Trama

L’arrivo di una coppia di francesi all’interno di un villaggio delle campagne spagnole sconvolge gli equilibri degli abitanti del posto. Gli ‘stranieri’ diventano bersaglio di insulti e poi di minacce sempre più temibili. Ha vinto un premio ai Cesar, Il film ha ottenuto 2 candidature e vinto un premio ai Lumiere Awards…

Trailer

Recensione

UN TRATTATO PER IMMAGINI SU OPPOSTE VISIONI DEL MONDO CHE SFOCIANO IN UNA LOTTA PER LA SOPRAVVIVENZA.

In un villaggio rurale in Spagna una coppia di francesi decide di riattare dei ruderi con la prospettiva di realizzare un agriturismo. La popolazione locale però non vede di buon occhio la loro presenza. In particolare due fratelli, proprietari di una piccola fattoria confinante con la loro, non sopportano il fatto che i due non votino a favore dell’installazione di impianti eolici nell’area circostante. Le irrisioni prima e le minacce esplicite poi si fanno sempre più temibili.

Rodrigo Sorogoyen si conferma come un regista abilissimo nel dirigere attori che diano corpo e vitalità ai personaggi loro affidati.

Nel vedere As bestas (letteralmente traducibile come “Le bestie”) lo spettatore italiano (e non solo) non può non andare con la memoria a Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti. Come in quel film del 2007 abbiamo una coppia che decide di andare a vivere in un paesino suscitando la profonda diffidenza degli autoctoni. In cosa consiste allora la differenza e l’originalità del film di Sorogoyen? Consiste in una serie di elementi che fanno di quest’opera un trattato per immagini su opposte visioni del mondo che si trasformano in una lotta per la sopravvivenza.

A partire dalla diffidenza atavica verso lo ‘straniero’ che trova in vaghe reminiscenze storiche la motivazione per tenere a distanza e dileggiare ‘il francese’ che si vuole allontanare al più presto da un contesto che è contraddittoriamente chiuso se non sprangato nei confronti di chi viene da fuori. Contraddittoriamente perché nei confronti dell’installazione delle pale eoliche, che portano con sé il miraggio di un facile arricchimento, questa chiusura non si manifesta ma anzi anche i più alieni da qualsiasi mutamento ne vorrebbero l’immediata approvazione. Che non arriva, con un voto che è determinante, proprio dalla coppia francese che, sulla base di principi di rispetto dell’ambiente, vede quell’intervento come una deturpazione del paesaggio.

Da qui nasce il conflitto che vede in due fratelli, legati da un profondo spirito di rivalsa, i ‘giustizieri’ che, in un crescendo carico di tensione, si adoperano affinché gli intrusi abbandonino il luogo e le coltivazioni che hanno iniziato ad attivare.

Nello stesso anno in cui Alcarràs ha vinto l’Orso d’Oro a Berlino con una vicenda che vede comunque al centro il mondo rurale, diventa ancor più interessante chiedersi cosa stia accadendo in questa Europa che dovrebbe essere dei popoli che però non solo non sembrano avere una visione unitaria del futuro ma sono al centro di diatribe localizzate.

Significativo è un dialogo che ‘il francese’ ha con gli agenti di polizia locali i quali, di fronte alla sua denuncia delle minacce ricevute, gli rinfacciano la sua cultura superiore quasi a giustificare, grazie a questa differenza, il comportamento dei suoi aggressori.

Un ulteriore elemento di interesse nasce poi, in un film che avrebbe potuto essere circoscritto a un confronto tutto al maschile, dalla figura della moglie del protagonista. Si tratta di una donna che con la sua silente ed amorevole presenza sostiene ma anche ammonisce il compagno di una vita e saprà, al momento giusto, caricarsi di gravi responsabilità con una dignità con la quale anche i più determinati avversari dovranno fare i conti.

Giancarlo Zappoli – www.mymovies.it


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• il VENERDÌ (escluso festivi e prefestivi) per i soci i possessori di:
a) tessera “Vieni al cinema” con di foto di riconoscimento oppure senza foto purché accompagnata da tessera dell’Ente
b) tessera ACI (Automobile Club d’Italia)
c) card Cultura del comune di Imola
d) tesserati Azione Cattolica (adulti, giovani e giovanissimi)

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PASSEGGERI DELLA NOTTE [da venerdì 21 aprile]

2023-04-26T12:47:55+02:0018 Marzo 2023|Archivio|

Proiezioni

Venerdì 21 aprile: ore 21,00
Domenica 23 aprile: ore 16,30
Lunedì 24 aprile: ore 21,00

Titolo originale: Les passagers de la nuit
Nazione: Francia
Anno: 2022
Genere: Drammatico
Durata: 111 min
Regia: Mikhaël Hers
Cast: Charlotte Gainsbourg, Quito Rayon Richter, Noée Abita, Megan Northam, Thibault Vinçon, Emmanuelle Béart, Laurent Poitrenaux, Didier Sandre, Lilith Grasmug, Calixte Broisin-Doutaz, Eric Feldman, Raphaël Thiery, Zoé Bruneau, Mounir Margoum
Produzione: Canal+, Ciné+, Arte, Nord-Ouest Films, Arte France Cinéma
Distribuzione: Wanted

 

 

 

Trama

Passeggeri della Notte, scheda del film di Mikhaël Hers, è ambientato a Parigi negli anni ’80 e racconta la storia di Elisabeth (Charlotte Gainsbourg), lasciata di recente dal marito, si ritrova da sola a occuparsi dei suoi due figli adolescenti, Matthias e Judith (Quito Rayon Richter e Megan Northam).La donna riesce a trovare lavoro in un programma radiofonico notturno. Qui incontra Talulah (Noée Abita), una giovane molto pigra che Elisabeth decide di prendere sotto la sua ala protettrice. È così che grazie a lei, Talulah scopre com’è vivere in una famiglia e con Matthias vive la dolcezza del primo amore.

Mentre Elisabeth cerca di trovare il suo percorso per realizzarsi, intorno a lei le persone vivono la loro esistenza tanto da portarla a chiedersi se la vita della sua famiglia sia ricominciata finalmente a scorrere come prima dell’addio di suo marito…

Trailer

Recensione

LA POESIA DELLA VITA ORDINARIA RACCONTATA PASSO DOPO PASSO DA UN REGISTA CON IL DONO DELLA SENSIBILITÀ.

La storia di una famiglia francese è raccontata in varie tappe attraverso gli anni ottanta. Subito dopo la storica elezione di Mitterrand nel 1981, Elisabeth si ritrova separata dal marito e in cerca di un lavoro per mantenere i due figli Matthias e Judith. Trova così impiego presso il programma radiofonico che ascolta durante le sue notti insonni, dopo aver scritto alla conduttrice Vanda Dorval. Tra esperienze quotidiane e nuovi amori la famiglia cresce, trovando anche il tempo di accogliere la giovane Talulah, ragazza dal passato difficile in cerca di un appoggio per qualche giorno.

Il cinema di Mikhaël Hers è fatto di momenti emozionanti, eppure rifugge il conflitto. Il trauma esiste, a volte è grande e fa da motore alla storia, ma i suoi film semplicemente si trovano meglio a raccontare l’intangibile: l’affetto, la malinconia, i piccoli gesti.

Ne dà riprova l’autore francese con Les passagers de la nuit, un’epopea quieta che corre indietro – e attraverso – gli anni ottanta, raccontando con delicatezza e incredibile sensibilità le cose semplici che fanno una famiglia.

Hers viene da un film precedente (Quel giorno d’estate, del 2018) che era un gioiello di naturalezza e introspezione. Qui sostituisce i colori vividi che lo animavano (il verde dei parchi, il blu del cielo e il sole pieno) con i toni più ambrati del classico décor dell’epoca in cui il regista è cresciuto, e rimpiazza il senso estemporaneo e fuggevole di Quel giorno d’estate con uno scorrere del tempo presente ma non crudele, che dà più opportunità di quante ne tolga. Specialmente per quei “passeggeri della notte” che magari non dormono e ne approfittano per scoprirsi pieni di risorse.

La cadenza temporale e i suoi effetti sui personaggi – principalmente Elisabeth e suo figlio Matthias, impegnati in due percorsi di crescita che si specchiano l’uno nell’altro – sono forse l’ingrediente segreto di Les passagers de la nuit, che però sa guardare non solo ai sentimenti ma anche al mood del periodo, ricreato con copiose incursioni nel mondo della musica (una scena sulle note di “Et si tu n’existais pas” di Joe Dassin regala un abbraccio catartico), del cinema e di una tradizione dell’intrattenimento radiofonico che ancora poteva legare le coscienze.

Tutt’attorno, Hers crea un ritratto granulare di Parigi attraverso immagini di repertorio che a volte sembrano casuali (c’è spazio anche per Jacques Rivette sulla metro, un passeggero della notte in mezzo a tanti, preso da un documentario di Claire Denis) ma che nel loro miscuglio di formati e di situazioni – treni in corsa, il lungo Senna, gente per strada – offrono un contraltare itinerante al sempre presente appartamento di Elisabeth. È un modo di planare sulla città di Parigi, altrimenti presa molto verticale dalla macchina da presa di Sébastien Buchmann, grazie anche all’ambientazione inusuale tra gli alti e imponenti complessi residenziali del quindicesimo arrondissement.

Da quella finestra sospesa ad altezza vertiginosa, una Charlotte Gainsbourg riflessiva si trova spesso a osservare il cielo e a scoprirsi orgogliosa, lei che a inizio film ci accoglieva in lacrime e convinta di non saper fare nulla. E noi con lei ci accorgiamo di averne fatta di strada, mentre i ragazzi adolescenti diventano grandi, si innamorano, faticano, vanno via di casa e iniziano a votare, riportando la mente a quel momento di infinite possibilità che aveva aperto il film, sulla storica vittoria socialista di Mitterrand.

Tommaso Tocci – www.mymovies.it

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EVERYTHING EVERYWHERE ALL AT ONCE [dal 12 marzo]

2023-03-30T09:29:35+02:0014 Marzo 2023|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 22 marzo: ore 21,00
Venerdì 24 marzo: ore 21,00
Sabato 25 marzo: ore 21,00
Domenica 26 marzo: ore 16,00 – 21,00
Mercoledì 29 marzo: ore 21,00

Titolo originale: Everything Everywhere All at Once
Nazione: USA
Anno: 2022
Genere: Commedia, Fantastico, Azione
Durata: 139 min
Regia: Dan Kwan, Daniel Scheinert
Cast: Michelle Yeoh, Stephanie Hsu, Ke Huy Quan, James Hong, Jamie Lee Curtis
Produzione: A24, AGBO, IAC Films, Year of the Rat
Distribuzione: I Wonder Pictures

 

 

 

 

Il film definitivo sul multiverso con le icone del cinema Michelle Yeoh e Jamie Lee Curtis dirette dal duo di registi visionari The Daniels.

Il film ha ottenuto 7 Premi Oscar su 11 candidature, 6 candidature e vinto 2 Golden Globes, 10 candidature a BAFTA, 13 candidature e vinto 5 Critics Choice Award, 4 candidature a SAG Awards, 7 candidature a Spirit Awards, 1 candidatura a Writers Guild Awards, 1 candidatura a CDG Awards, 1 candidatura a Producers Guild, Il film è stato premiato a AFI Awards.

Trama

Evelyn Quan Wang è un’immigrata cinese trapiantata negli Stati Uniti d’America che gestisce una lavanderia a gettoni insieme al marito Waymond. La tensione familiare è alta: la lavanderia a gettoni è tenuta sotto controllo dall’IRS (il Fisco USA), Waymond sta cercando di presentare le carte di divorzio a Evelyn, l’esigente padre di Evelyn, Gong Gong, è appena arrivato da Hong Kong e la figlia lesbica di Evelyn, Joy, cerca di convincere la madre ad accettare la sua ragazza Becky.

Durante un incontro con l’ispettore dell’IRS Deirdre Beaubeirdre, la personalità di Waymond cambia quando il suo corpo viene brevemente rilevato da Alpha Waymond, una versione di Waymond proveniente da un universo chiamato “Alphaverse”. Alpha Waymond spiega a Evelyn che esistono molti universi paralleli, poiché ogni scelta fatta crea un nuovo universo. Le persone dell’Alphaverse, guidate dalla defunta Alpha Evelyn, hanno sviluppato una tecnologia di “salto-verso” che consente alle persone di accedere alle abilità, ai ricordi e al corpo delle loro controparti dell’universo parallelo soddisfacendo condizioni specifiche…

Trailer

Recensione

Everything Everywhere, tutto sul film caso degli Oscar
Ben 11 nomination per l’indie movie sul metaverso

Ha sbancato alle nomination agli Oscar con ben 11 candidature dopo aver vinto due Golden Globe, protagonista come vada della notte delle stelle del 12 marzo, dopo aver avuto molti altri riconoscimenti e per questo torna in sala dal 2 febbraio con I Wonder Pictures, dopo un passaggio ‘pallido’ ad ottobre, il film sorpresa di cui tutti parlano: EVERYTHING EVERYWHERE ALL AT ONCE – La vita, il multiverso e tutto quanto.

Cosa ha di speciale e perchè è diventato il film must to watch della stagione con 179 vittorie e 283 candidature ai principali premi internazionali? Produzione e regia già dicono molto: è prodotto dai fratelli Russo e diretto da Daniel Kwan e Daniel Scheinert, noti collettivamente come i visionari Daniels, ossia la Hollywood più indipendente, il film è avventura, azione, fantascienza, dramma familiare con tematiche Lgbt, comedy e romance tutto frullato insieme e con lo sfondo di grandissima attrazione del metaverso, con protagonista una donna cinese americana (Michelle Yeoh) provata dalla crisi economica con la sua lavanderia al punto da non riuscire a pagare le tasse, pressata da una ispettrice implacabile (Jamiee Lee Curtis) e che invece diventa suo malgrado una wonderwoman, con molteplici versioni di se stessa dalla star del cinema a una chef giapponese.

Ce n’è abbastanza perchè tolte le arti marziali e i superpoteri Everything fa commuovere ed empatizzare con Michelle e la sua famiglia, il marito (Ke Huy Quan) e la figlia gay in cerca di riconoscimento (Stephanie Hsu). Si entra al cinema pensando ad un film leggero, divertente, caciarone e forse ‘stupido’ e si esce con le lacrime agli occhi.
In una parola spiazzante e forse questo ‘delirio’ originale è il segreto della strada che sta facendo. Poi c’è il cast tutti in nomination, protagonisti e non, a cominciare dalla candidata all’Oscar Michelle Yeoh, 60 anni, malese di origini cinesi, la fantastica attrice della Tigre e il dragone, la Bond girl del Domani non muore mai, di Memorie di una geisha e del film Marvel I guardiani della galassia, paladina dell’empowerment femminile asiatico. E la leggenda Jamie Lee Curtis, Leone d’oro alla carriera. Temi, citazioni, action, cuore, Everything è oltre i generi perchè li contiene tutti.

Dice Andrea Romeo, fondatore e direttore editoriale di I Wonder Pictures: “Il caos ha un suo ordine e una sua ciclicità.
E così è anche nel cinema. Ci sono film che arrivano al momento giusto. Spesso piccoli gusci di noce, indipendenti dalle major, sospinti in alto da un’onda che non hanno generato ma che sanno navigare al meglio”. È il caso di Everything Everywhere All at Once, prodotto della casa indipendente A24. Come fu per El Mariachi nella mia generazione cinefila e per Easy Rider in quella dei miei genitori, il Multiverso dei Daniels è cresciuto al Box office Usa settimana dopo settimana, ha ingrossato le fila dei suoi sostenitori statunitensi e globali superando i 10 milioni di spettatori. Everything Everywhere ha travolto con il suo immaginario i media e i social di mezzo mondo e ora si abbatte come uno tsunami sugli Oscar.

In Italia il film è arrivato per i più curiosi e per quanti lo conoscevano già ad ottobre scorso, ma adesso il 2 febbraio torna al cinema sospinto dalle nominations agli Oscar e dalla curiosità che ha generato in questi mesi”

Alessandra Magliaro – www.ansa.it

Riconoscimenti

2023 – Premio Oscar
Miglior film a Daniel Kwan, Daniel Scheinert e Jonathan Wang
Miglior regista a Daniel Kwan e Daniel Scheinert
Miglior attrice a Michelle Yeoh
Miglior attore non protagonista a Ke Huy Quan
Miglior attrice non protagonista a Jamie Lee Curtis
Miglior sceneggiatura originale a Daniel Kwan e Daniel Scheinert
Miglior montaggio a Paul Rogers
Candidatura per la miglior attrice non protagonista a Stephanie Hsu
Candidatura per i migliori costumi a Shirley Jurata
Candidatura per la migliore colonna sonora a Son Lux
Candidatura per la migliore canzone (This is a Life) a Ryan Lott, David Byrne e Mitski

2023 – Golden Globe

Migliore attrice in un film commedia o musicale a Michelle Yeoh
Miglior attore non protagonista a Ke Huy Quan
Candidatura per il miglior film commedia o musicale
Candidatura per il miglior regista a Daniel Kwan e Daniel Scheinert
Candidatura per la miglior sceneggiatura a Daniel Kwan e Daniel Scheinert
Candidatura per la miglior attrice non protagonista a Jamie Lee Curtis

2023 – Premi BAFTA

Miglior montaggio a Paul Rogers
Candidatura per il miglior film
Candidatura per il miglior regista a Daniel Kwan e Daniel Scheinert
Candidatura per la miglior sceneggiatura originale a Daniel Kwan e Daniel Scheinert
Candidatura per la miglior attrice protagonista a Michelle Yeoh
Candidatura per la miglior attrice non protagonista a Jamie Lee Curtis
Candidatura per il miglior attore non protagonista a Ke Huy Quan
Candidatura per la miglior colonna sonora a Son Lux
Candidatura per il miglior casting a Sarah Halley Finn
Candidatura per i miglior effetti speciali a Benjamin Brewer, Ethan Feldbau, Jonathan Kombrinck e Zak Stoltz

2023 – Screen Actors Guild Award

Miglior cast cinematografico a Jamie Lee Curtis, James Hong, Stephanie Hsu, Ke Huy Quan, Harry Shum Jr., Jenny Slate e Michelle Yeoh
Miglior attrice protagonista a Michelle Yeoh
Miglior attore non protagonista a Ke Huy Quan
Miglior attrice non protagonista a Jamie Lee Curtis
Candidatura per la miglior attrice non protagonista a Stephanie Hsu

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IL RITORNO DI CASANOVA [da venerdì 31 marzo]

2023-04-11T18:35:02+02:0028 Febbraio 2023|Archivio|

Proiezioni

Mercoledì 5 aprile: ore 21,00
Sabato 8 aprile: ore 21,00
Domenica 9 aprile: ore 18,30 – 21,00
Lunedì 10 aprile: ore 18,30 – 21,00

Titolo originale: Il ritorno di Casanova
Nazione: Italia
Anno: 2023
Genere: Drammatico
Durata: 95 min
Regia: Gabriele Salvatores
Cast: Toni Servillo, Fabrizio Bentivoglio, Sara Serraiocco, Natalino Balasso, Alessandro Besentini
Produzione: Indiana Production, Rai Cinema, Ba.Be Productions, Edi Effetti Digitali Italiani, 3Marys Entertainment,
Distribuzione:01 Distribution

 

 

 

 

 

Trama

Al centro della vicenda c’è Leo Bernardi: un affermato regista, interpretato dall’ottimo Toni Servillo, ormai sul far del tramonto; Leo, tuttavia, non è assolutamente disposto ad accettare l’andamento discendente della sua parabola e sentendo addosso il peso di doversi riaffermare per un’ultima volta, si appresta a presentare il suo ultimo film basato sul Casanova di Arthur Schnitzler. Per quanto lui stesso non riesca inizialmente a vederne le analogie, il Casanova di Schnitzler gli somiglia terribilmente: è ormai vecchio, ha perso la capacità di esercitare alcun tipo fascino sulle persone e soprattutto nei confronti delle donne; gli rimane un solo obiettivo, quello di tornarsene a casa. E sarà proprio un incontro fatto nel viaggio verso casa a rendere il Casanova conscio dei suoi ormai evidenti limiti: si renderà conto inevitabilmente di rappresentare solo l’ombra dell’uomo che è stato in passato…

Trailer

Recensione

Nel suo ultimo film, in prima mondiale al 14° Bif&st, Gabriele Salvatores riflette sul tempo che passa, il decadimento fisico e il rapporto tra cinema e vita

La malinconia di Leo Bernardi la avverte anche l’appartamento dove vive, che è interamente domotizzato e iper accessoriato, e che a un certo punto sembra impazzire: le luci si accendono e si spengono da sole, i rubinetti sputano acqua all’improvviso, la tavoletta del bagno rimane bloccata a mezz’aria. Acclamato regista avviato verso il tramonto sia professionale che personale, Leo è il protagonista del nuovo film di Gabriele Salvatores, ha il volto di Toni Servillo e non riesce proprio ad accettare il suo lento declino. E così, mentre cerca di completare il suo ultimo film su Giacomo Casanova, pressato dalle aspettative del suo produttore che teme di perdere l’investimento (Antonio Catania), dalle sollecitazioni del suo montatore che vuole chiudere il film (Natalino Balasso) e dalla rivalità con un giovane cineasta che minaccia di soffiargli il posto alla Mostra del Cinema di Venezia, anche la sua casa manifesta disagio. È questo uno dei tocchi surreali che punteggiano Il ritorno di Casanova, il 20° lungometraggio del regista premio Oscar (con Mediterraneo, 1991), liberamente ispirato a “Il ritorno di Casanova” di Arthur Schnitzler. Un lungometraggio costruito come un gioco di specchi tra un regista e il protagonista del suo film (Casanova è interpretato da Fabrizio Bentivoglio), che parla di tempi di gloria andati e di giovinezza perduta, e che Salvatores ammette essere la sua opera più personale.

Proiettato in anteprima mondiale al 14° Bari International Film&Tv Festival, Il ritorno di Casanova salta dalla realtà alla finzione grazie al montaggio puntualmente alternato di Julien Panzarasa, distinguendo visivamente le due parti in modo netto: la vita vera, quella di Leo, oggi, che cerca di chiudere il suo film, è filmata in bianco e nero; il set in costume e parrucche del ‘700, che vede un Casanova ormai vecchio tentare miseramente di conquistare una giovane fanciulla (Bianca Panconi), è invece a colori. Mentre lavora, a fatica, al montaggio del suo film, l’ultrasessantenne Leo scopre di avere molto in comune con il suo personaggio principale, perché proprio come Casanova si è trovato di recente a vivere una passione per una giovane donna (Sara Serraiocco), e a dover fare i conti con il tempo che passa. Vanesio, ossessionato dal suo lavoro e dalla fama, Leo è travolto dai ricordi di questo amore che lo ha colto di sorpresa e che non ha avuto il coraggio di abbracciare fino in fondo.

Sono tanti i temi che si intrecciano in questa mise en abyme cinematografica, a tratti onirica, sceneggiata da Salvatores con Umberto Contarello (La grande bellezza) e Sara Mosetti (il trio ha già firmato insieme la sceneggiatura di Tutto il mio folle amore): il tema del doppio, il decadimento fisico (qui mostrato con coraggio e senza veli), la forza seduttiva che con il tempo svanisce, il rapporto tra cinema e vita, i capricci e le manie legate al mestiere, il nuovo che avanza. Ci entra anche l’assalto dei giornalisti, che come un esercito avanza a caccia di scoop e che Leo respinge a colpi di fioretto. Servillo e Bentivoglio brillano nei rispettivi ruoli: l’autoironia del primo finisce per rendere simpatico Leo anche nelle sue frivolezze; il secondo restituisce un Casanova che fa tenerezza nel suo rivelarsi totalmente impreparato alla vecchiaia. “Tu sei giovane, ma io sono Casanova”, dice quest’ultimo al suo aitante rivale in amore, ma questa sua ostinazione a voler ripetere se stesso è votata al fallimento. Anche perché, come controbatte idealmente la giovane amante di Leo: “Io ho tanta vita davanti e tutto il tempo per rinnamorarmi di nuovo”. E non poteva essere detto in modo più crudele.

Vittoria Scarpa – www.cineuropa.org


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WHAT’S LOVE? [domenica 26 marzo – 18,30]

2023-03-28T21:56:15+02:0028 Febbraio 2023|Archivio|

Proiezioni

Domenica 26 marzo: ore 18,30

Titolo originale: What’s love?
Nazione: Regno Unito
Anno: 2022
Genere: Commedia, sentimentale
Durata: 108 min
Regia: Shekhar Kapur
Cast: Lily James, Emma Thompson, Sajal Ali, Shazad Latif
Produzione: Working Title Films, Instinct Productions
Distribuzione: Lucky Red

 

 

 

 

 

 

Trama

La regista Zoe, alla disperata ricerca di idee per il suo prossimo film, decide di girare un documentario in Pakistan sul matrimonio combinato del suo vicino e amico d’infanzia Kazim, ma durante le riprese tra i due nascono dei sentimenti…

Trailer

Recensione

UNA COMMEDIA CHE ENTRA ED ESCE CON GARBO DALLO STEREOTIPO ETNICO

Zoe è una documentarista inglese di successo, il suo vicino di casa Kazim un oncologo di origine pakistana, e le loro famiglie sono cresciute fianco a fianco nella Londra multietnica. Quando Kazim comunica a Zoe di volersi sposare secondo la tradizione, ovvero lasciando scegliere ai suoi genitori la sua sposa, Zoe decide di girare un documentario sui matrimoni combinati (anzi, “assistiti”, come vuole la nuova dicitura) nel Ventunesimo secolo dal titolo Love (contr)actually.

In realtà Zoe è delusa dalla scelta dell’amico di sempre per molti motivi, il più nascosto dei quali è l’attrazione segreta che prova per quell’uomo con cui c’è sempre stata un’intesa istintiva (e anche un primo bacio infantile), al cui confronto tutte le relazioni estemporanee della ragazza sembrano irrilevanti. Quando Zoe e la sua eccentrica madre si trasferiscono a Lahore per seguire il matrimonio di Kaz le tensioni aumentano: riusciranno i nostri eroi a gettare le rispettive maschere?

What’s Love Got to Do With It?, che non ha nulla a che vedere con la canzone di Tina Turner o con il film sulla vita della cantante dallo stesso titolo, rientra solo in parte nel filone sui matrimoni bollywoodiani e le tradizioni asiatiche paragonate a quelle anglosassoni, perché aggiunge ulteriori spunti di riflessione, in particolare riguardo al personaggio di Zoe, interpretato con grazia da Lily James.

Zoe è una giovane donna in perenne conflitto fra desiderio di affermazione professionale e pessime scelte private, il cui sogno romantico è “guardare fino in fondo una serie televisiva” insieme a “quello giusto”. Il paragone ricorrente è con le favole classiche (creando anche un piccolo inside joke, visto che James è stata una Cenerentola del grande schermo) e con le aspettative suscitate nelle bambine riguardo alla necessità di essere salvate da un principe azzurro. E se da un lato Zoe contesta apertamente la filosofia “sciovinista” delle fiabe, raccontando favole femministe alle nipoti, dall’altro soccombe a un autoisolamento deleterio.

Dietro la cinepresa c’è Shekhar Kapur, già regista di Elizabeth ed Elizabeth: The Golden Age, che è nato a Lahore, e la sceneggiatura è firmata dalla giornalista e produttrice anglopakistana Jemima Goldsmith (al secolo Jemima Khan), entrambi dotati di una conoscenza diretta sia della società indopakistana che di quella inglese.

La sceneggiatura entra ed esce dallo stereotipo etnico, aiutando il pubblico a ridere tanto dei pregiudizi inconsapevoli della madre very British di Zoe, spassosamente interpretata da Emma Thompson, quanto di quelli intenzionali della madre di Kaz, che ha il volto della star del cinema hindi Shabana Azmi: basti la sua descrizione sintetica della moglie ideale per suo figlio come “musulmana, non troppo femminista e non troppo scura di pelle, possibilmente beige”. Gustosa anche la caratterizzazione di un sensale pakistano 2.0 che cerca di abbinare coppie etnicamente corrette durante le sue riunioni motivazionali.

Naturalmente la morale è più anglosassone che pakistana, ma rispetto ad altri film dello stesso tenore c’è qualche sfumatura in più, e anche un paio di stoccate al politically correct nel cinema come nuova glassa su antiche consuetudini.

Paola Casella – www.mymovies.it


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LA COSPIRAZIONE DEL CAIRO [da Pasqua]

2023-04-12T23:47:15+02:0028 Febbraio 2023|Archivio|

 

Proiezioni


Mercoledì 12 aprile: ore 21,00

Titolo originale: Walad min al Janna
Nazione: Svezia, Francia, Danimarca
Anno: 2023
Genere: Drammatico, Thriller
Durata: 126 min
Regia: Tarik Saleh
Cast: Tawfeek Barhom, Fares Fares, Mehdi Dehbi, Mohammed Bakri, Makram Khoury, Yunus Albayrak, Sherwan Haji, Mouloud Ayad, Amr Mosad
Produzione: Atmo Production
Distribuzione:Movies Inspired

Trama

Ad Adam, figlio di un pescatore, viene offerto l’enorme privilegio di studiare all’Universitàal-Azhar del Cairo, epicentro del potere dell’Islam sunnita. Poco dopo il suo arrivo in città, però, il Grande Imam, massima autorità religiosa dell’università, muore improvvisamente. Presto Adam diventa una pedina in una spietata lotta di potere tra le élite religiose e politiche dell’Egitto…

Trailer

Recensione

Un thriller che mescola religione, politica e spionaggio, rielaborando le eredità del cinema americano della paranoia politica degli anni Settanta, e quella europea del cinema civile. Con l’Egitto contemporaneo nel mirino.

Fondata più o meno nel 970, l’università islamica di al-Azhar, presso l’omonima moschea del Cairo, è il più importante centro di studi islamici del mondo, il massimo punti di riferimento degli studi teologici e spirituali del mondo sunnita, di conseguenza un punto di riferimento imprescindibile per quel vastissimo mondo e i suoi innumerevoli fedeli.
Tanto che, come ci racconta questo film di Tarik Saleh (quello di Omicidio al Cairo) presentato in concorso al Festival di Cannes 2022, da tempo immemore la politica egiziana cerca di influenzarla, di controllarla, di avere alla sua guida un Gran Imam – che, mi si passi il paragone spericolato, ha un ruolo quasi papale nel mondo sunnita, con tutti i distinguo e le complessità del caso – allineato con le posizioni dello stato. Perché in quel mondo, ma non solo in quel mondo, chi ha il potere spirituale ha anche un potere chiaramente politico, per via della sua capacità di indirizzare la moltitudine dei fedeli.

È lì, ad al-Azhar, che all’inizio di La Cospirazione del Cairo, dopo un prologo vagamente nuchista che ce lo mostra nel suo ambiente d’origine, arriva il giovane Adam, figlio maggiore di un umile pescatore che, per via delle sue doti intellettuali, era stato raccomandato per quell’università dall’Imam locale.
Un Adam che arriva all’università carico di tutta la sua provinciale timidezza, della sua dimessa umiltà, ma anche con la sua affilata intelligenza, e che un po’ per caso un po’ no finisce nel mezzo di un intrigo politico-religioso che per lui ha conseguenze potenzialmente mortali.
Già, perché come è sempre stato, anche l’Egitto di oggi, quello del presidente al-Sisi, cerca nel film di Saleh di influenzare l’elezione del nuovo Gran Imam, dopo la morte improvvisa di quello in carica. Tanto che, per rimpiazzare un infiltrato morto misteriosamente, i servizi segreti, nella persona di un colonnello interpretato da Fares Fares, e su ordine dei suoi superiori, Adam sarà messo a fare lo stesso, pericoloso lavoro.

È tante cose assieme, questo La Cospirazione del Cairo. È una sorta di thriller politico, una storia di spionaggio alla John Le Carré, di quelle dove a contare non è l’azione, ma l’intreccio, e soprattutto come l’ingegno e l’acume dei suoi protagonisti, che qui agisce anche e nel finale soprattutto per le vie del sofismo filosofico-religioso, riescono a farli arrivare ai loro scopi, e alla sopravvivenza.
È un film che, nel modo in cui ritrae le dinamiche tristemente note (si pensi a Giulio Regeni, ma anche a Patrick Zaki) del potere dell’Egitto di oggi, senza sconti alcuni sulle manipolazioni, sulle trame oscure, sulle torture e sugli omicidi. Il tutto senza mai avere come necessità la rappresentazione esplicita della violenza, e avendo spazio anche per un pelo d’ironia, come quando al fianco del ritratto di al-Sisi, nell’ufficio del capo di Fares Fares, è incorniciata una maglia autografata di Mohamed Salah.
Ed è un film che racconta senza timori come (anche) nel mondo islamico sia pericolosa la commistione tra fede e politica.

Senza nulla togliere al versante “civile” del film, è nel primo versante, quello più puramente di genere che si va a legare con originalità alla tradizione di certo cinema paranoide-politico degli anni Settanta, che La Cospirazione del Cairo colpisce di più, specie nel modo in cui Saleh racconta gli ambienti, i personaggi, gli spostamenti, e soprattutto in quello in cui fa emergere in maniera graduale, ma con progressione chiara e inarrestabile, la capacità di Adam (interpretato da un notevole Tawfeek Barhom che regge bene il confronto col più navigato Fares) di riuscire a districarsi tra le tante complesse e pericolose trame ordite attorno a lui grazie sì a una compiacenza del colonnello che l’ha reclutato, ma sempre più chiaramente grazie alla sua finezza intellettuale e dialettica, e alla sua competenza teologia.
Intelligenza e competenza. Qualcosa di cui oggi, tutti noi, anche al di fuori e lontani dalle dinamiche di questo film, abbiamo assoluto bisogno per salvarci. Metaforicamente o meno.

Federico Gironi – www.comingsoon.it


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TUTTO IN UN GIORNO [da venerdì 3 marzo]

2023-03-09T08:51:38+01:0028 Dicembre 2022|Archivio|

Proiezioni

Venerdì 3 marzo: ore 21,00
Sabato 4 marzo: ore 21,00
Domenica 5 marzo: ore 16,30 – 18,30 – 21,00
Mercoledì 8 marzo: ore 21,00

Titolo originale: En los márgenes
Nazione: Spagna
Anno: 2022
Genere: Drammatico, Thriller
Durata: 105 min
Regia: Juan Diego Botto
Cast: Penélope Cruz, Adelfa Calvo Soto, Luis Tosar, Nur Al Levi, Aixa Villagrán, Christian Checa, Ame Aneiros, Font García, Juan Diego Botto, María Isabel Díaz, Somaya Taoufiki, Salma Naim Annaassi, Nacho Marraco, Claudia Melo
Produzione: Amazon Prime Video, Ayuntamiento de Madrid, Head Gear Films, Morena Films, Radio Televisión Española
Distribuzione: BIM Distribuzione

 

 

Trama

Tutto in un giorno, film diretto da Juan Diego Botto, racconta le 24 ore di tre personaggi in lotta per la sopravvivenza che hanno in comune il tema drammatico dello sfratto. Storie che si intrecciano di persone comuni alle prese con problemi all’ordine del giorno ma determinanti nel corso delle loro vite.
Azucena (Penélope Cruz) è una madre di famiglia, coraggiosa ma disperata perché rischia di perdere la casa. La sua vita è una lotta quotidiana fatta di ristrettezze economiche visto che il marito è un operaio che guadagna una miseria. La banca ha deciso di toglierle la casa e lei ha 24 ore per risolvere questo dramma.
Poi c’è Teodora (Adelfa Calvo), alle prese con le scelte di vita sbagliate e i fallimenti di suo figlio. Lei lo cerca per aiutarlo ma lui si nega affranto dai suoi problemi.
E infine troviamo Rafa (Luis Tosar), un avvocato che ha come missione di aiutare realmente chi è in difficoltà senza trarne alcun vantaggio personale. Deciderà anzi di sacrificare tempo e energie dedicate alla propria famiglia per una causa sociale in cui crede profondamente. Si trova alle prese con un caso di custodia, una ragazza araba rischia di vedersi togliere la figlia e lui farà di tutto per impedirlo.
Storie di persone coraggiose che lottano nonostante le difficoltà e le ingiustizie sociali…

Trailer

Recensione

Per l’esordio alla regia, Botto porta in scena una denuncia verso la speculazione dei mutui e le privatizzazioni che colpiscono la Spagna da anni

Il cinema non si accontenta solo di spettacolarizzare un racconto. In una società ormai caratterizzata da una informazione che viaggia attraverso numerosi canali, esso si pone come strumento mediatico essenziale per la conoscenza della realtà circostante, poiché capace sempre di raggiungere un pubblico vasto e colto. Così Juan Diego Botto decide di sfruttarlo, con la sua opera prima Tutto in un giorno, per dare voce alle classi sociali spagnole vittime degli sfratti e della recessione.

Una scelta mirata, quella del regista, che innalza il racconto a dramma sociale, con l’obiettivo di portare all’attenzione di tutti la precarietà e la speculazione immobiliare che trascina ogni giorno il Paese nel baratro. La pellicola è stata presentata in anteprima mondiale nella sezione Orizzonti della 79esima Mostra del Cinema di Venezia, e sarà nelle sale cinematografiche dal 2 marzo.

“In Spagna ci sono circa 40 mila sfratti all’anno, più di 100 al giorno”. L’epilogo del film, che ne costituisce il fulcro, dà dei numeri spaventosi. Ma come si può descrivere l’angoscia di uno sfratto? Partendo dal concetto di casa. Una parola semplice ma pregna di significato. L’abitazione, intesa come spazio personale e unico, raffigura uno dei simboli principali della nostra società. Legato in senso stretto al concetto di famiglia, rappresenta per un individuo uno degli obiettivi primari nel suo percorso di realizzazione. Dentro le mura della propria casa ognuno si sente al sicuro, avvolto quasi in un abbraccio caldo, consapevole che lì il mondo esterno non avrà accesso. Eppure, nonostante sia la fetta di spazio ritagliatasi con sacrifici e sudore, può essere sottratto. E nessuno chiede il permesso. In molti casi funziona così. Botto parte da questo concetto tanto intimo quanto universale per introdurre tre storie apparentemente diverse, ma in realtà molto simili. Ognuna con il suo pesante fardello e ognuna con la sua lotta interiore e sociale.

Sin dalle prime inquadrature Tutto in un giorno ci regala i tre punti di vista attraverso cui gli eventi andranno snocciolandosi nel giro di 24 ore: Azucena, Teodora e Rafa. Ad ognuno di loro Botto affida una missione, alla cui base sta la paura di fallire, e una scadenza, scandita da un orologio invisibile che ne detta il ritmo. Un ritmo furioso e serrato, dentro al quale i personaggi si muovono frenetici, incalzati da un tempo che scorre inesorabile e non permette loro di fermarsi e riprendere fiato. Azucena, interpretata da una coinvolgente Penelope Cruz, è il volto in cui si riflette meglio la condizione di precarietà e disagio.

La macchina da presa indugia spesso su di lei, sullo sguardo perso nel vuoto e sulla voglia di combattere nonostante l’instabile situazione socio-economica. Un desiderio di vincere, il suo, che si mescola ad una rabbia repressa mentre percorre una Madrid che si staglia silenziosa e immobile sullo sfondo. Pronta però a raccogliere le sue lacrime e incassare i suoi strazianti sfoghi. Immagini disturbate e sporche seguono lei e i suoi comprimari, enfatizzandone la frustrazione ma anche l’orgoglio, che cerca di sovrastare un senso di mortificazione sempre più invadente.

Se in un primo momento Tutto in un giorno mette a fuoco una solitudine che sfocia quasi in alienazione, con il progredire della storia questa cede il passo alla collettività. Si ramifica così una sub-trama in cui Botto, con approccio antropologico, fotografa l’evoluzione dei rapporti umani messi davanti a situazioni complesse. Lo fa con delicatezza, cogliendone dettagli ed espressioni cruciali, senza mai essere retorico. È un discorso che affida in particolare a Rafa, un uomo al servizio dei cittadini in crisi, che se all’inizio si trova ad affrontare una relazione incrinata – o forse mai nata – con il figliastro Raul, alla fine scopre essere l’unico in grado di capirlo. A differenza della moglie che, lontana dalla sua quotidianità, non comprende fino in fondo le sue scelte, limitandosi invece a segnarne gli errori.

Ma è solo imparando ad affrontare insieme la durezza della vita, come accade a Rafa e Raul, che si può trovare un punto di incontro. Un incontro che si riverbera anche su Tamara e il figlio German, che smette di negarsi alla madre quando trova il coraggio di accettare i fallimenti e scrollarsi via la vergogna. Tutto in un giorno mostra perciò la sua doppia natura: è una storia di denuncia verso le privatizzazioni e il sistema bancario, ma anche un racconto umano, semplice e pieno d’amore, in cui la solidarietà diventa il perno a cui aggrapparsi per superare le difficoltà. Proprio come ci dimostra il fermo immagine nella punch line: Azucena raccoglie le ultime forze per protestare con gli attivisti sociali, prima che la polizia la privi della casa per sempre.

Valeria Maiolino – www.cinefilos.it

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THE FABELMANS [dal 17 dicembre 2022]

2023-01-02T21:45:07+01:0016 Dicembre 2022|Archivio|

Proiezioni
Mercoledì 28 dicembre: ore 21,00
Giovedì 29 dicembre: ore 21,00
Venerdì 30 dicembre: ore 21,00
Sabato 31 dicembre: ore 20,30
Domenica 1 gennaio: ore 15,30 – 18,15 – 21,00
Lunedì 2 gennaio: ore 21,00

ANTEPRIMA NAZIONALE

Titolo originale: The Fabelmans
Nazione: U.S.A.
Anno: 2022
Genere: Drammatico
Durata: 151 min
Regia: Steven Spielberg
Cast: Gabriel LaBelle, Michelle Williams, Paul Dano, Seth Rogen, Jeannie Berlin, Keeley Karsten, Robin Bartlett, Oakes Fegley, Julia Butters, Gabriel Bateman, Judd Hirsch, Nicolas Cantu, Sam Rechner, Chloe East, Isabelle Kusman, David Lynch
Produzione: Amblin Entertainment, Amblin Partners, Universal Pictures
Distribuzione: 01 Distribution

 

Trama

The Fabelmans, film diretto da Steven Spielberg, è una storia semi-autobiografica, basata sull’infanzia e l’adolescenza del regista e in particolare si ispira al periodo tracorso in Arizona.
Il film racconta la storia di Sammy Fabelman, un ragazzo cresciuto tra l’Arizona e la California tra gli anni 50 e 60, che grazie all’amore di sua madre per la musica e il cinema, si appassiona anche lui alla settima arte.
Il giovane scopre uno sconvolgete segreto familiare e si rifugia nella magia del cinema, che con il suo potere salvifico può aiutarlo a vedere la verità…

Trailer

Recensione

Cos’è il cinema? A cosa serve?
Il cinema serve a esorcizzare paure.
Serve a cogliere la realtà che a occhio nudo non vediamo, o non vogliamo vedere. A manipolarla, anche, quella realtà, tagliando via le parti che non ci piacciono, o raccontando storie che con la realtà non hanno niente a che vedere. O, ancora, mettendo sullo schermo ciò che è diverso dal reale: dando magari dimensione superomistica a un bullo qualunque, o a ridimensionare finalmente, evidenziandone la dimensione ridicola, chi è cattivo e pericoloso.
Serve a far rimanere lo spettatore a bocca aperta, a farlo ridere, a farlo piangere.

È ciò che impara Sammy Fabelman (che è quasi fableman, l’uomo della fiaba) nella sua carriera di giovane spettatore e, immediatamente dopo, aspirante filmmaker, folgorato dalla visione del Più grande spettacolo del mondo, scioccato dalla scena dell’incidente ferroviario tanto da doverla replicare prima, e filmare poi, a casa sua.

Da quel momento in avanti, Sammy non smetterà mai di filmare, girare, inventare storie e situazioni, arrangiare effetti speciali. Affinare la sua arte. E imparare cosa sia il cinema, e a cosa possa servire.
L’ha imparato Sammy, quindi l’ha imparato Steven Spielberg, maestro indiscusso, uno che il cinema lo respira, lo vive, lo incarna. E allora è chiaro che The Fabelmans è tutto quello che è il cinema: è esorcismo (di una triste storia di divorzio e sofferenza), è fascinazione (per il racconto), è emozione, dramma e commedia, racconto di formazione. E è sicuramente, sarebbe sciocco e ingenuo non considerarlo, manipolazione: nessuno di noi potrà mai sapere se e quanto Spielberg abbia abbellito, imbruttito, modificato, censurato o esaltato la realtà dei fatti. Ma io, francamente, me ne infischio, e ve ne dovreste infischiare anche voi.
Perché questo è cinema, la verità andatevela a cercare altrove.

Cinefilo è cinefilo, The Fabelmans, ma non è mai inutilmente feticista, né assomiglia ad altri film sul cinema.  Nostalgico, forse, ma mai chiuso nel solipsistico rimpianto di un tempo che fu. Nemmeno sul fronte autobiografico, finalmente declinato secondo traiettorie diverse da quelle cui il cinema più recente ha abituato. Poi certo, che Sam sia Steven ce lo ricorda lo stesso regista, di continuo, specie nella scelta di un attore, Gabriel LaBelle, il Sam più “adulto” dei tre che vediamo sullo schermo, che di Spielberg è chiaramente più un sosia che un avatar. Ma Steven non è ripiegato dentro Sam, e Sam si apre per accogliere la proiezione di ogni spettatore.

È, anche, The Fabelmans, il film (volutamente) forse meno compatto, il più frastagliato e il più ondivago, tra tutti quelli diretti da Spielberg in carriera, che pure gli stanno tutti dentro in immagini, figure e personaggi.
Un film sempre soggetto a sbalzi di tono, di umore, di situazioni. A cambi di fuoco repentini. Ma questo lo rende più umano, se vogliamo, mentre la capacità di Spielberg di flirtare con questa indeterminatezza senza mai perdere, nemmeno per un istante, il controllo totale sulla sua arte, quello ha del superumano.
Basta pensare a quando Spielberg, nel momento in cui i suoi genitori, i genitori si Sam, annunciano ai figli la decisione di divorziare, ed è tutto un continuo e isterico passare da un primo all’altro, e un tutto un traboccare di sentimento, inserisca un’inquadratura quasi subliminale in cui Sam si vede, si immagina, in uno specchio mentre filma quella scena.
Razionalità e sentimento. Scienza e arte. Distanza e partecipazione. Padre e madre. Queste sono le dicotomie (la dicotomia) alla base di questo film.
Per questo, qui, ci si commuove meno che in altri film di questo maestro. Per Spielberg era fondamentale tenere l’equilibrio. La barra al centro.

Forse, però, la cosa più bella di tutte arriva sorprendentemente alla fine. In un finale rischioso, che potrebbe essere scambiato per sfacciato, o perfino macchiettistico, a rischio figurina, nella sua testarda voglia di mettere a confronto il giovane Sam con la leggenda John Ford (interpretato da un altro regista, a pensarci straordinariamente somigliante, ma davvero inatteso: il nome non lo dico per non rovinare la sorpresa), ma che non lo è affatto. Al contrario.
La cosa più bella di tutte, dicevo, è che al termine di questa sarabanda di situazioni e sentimenti, che tirano in ballo il personale di Spielberg, e la memoria degli spettatori, e l’amore per il cinema, e per la vita, Spielberg stesso decida di chiudere ricordando che il cinema può – deve anzi – essere una cosa semplice. Un gioco, per divertirsi e divertire.
È semplice: orizzonte alto o orizzonte basso. Mai in mezzo.
Un aggiustamento della macchina da presa.
Nero.
Fine.
Applausi.

Federico Gironi – www.comingsoon.it

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LA BELLA STAGIONE [TUTTO ESAURITO – Mar 3 gennaio]

2023-01-03T21:54:28+01:0015 Dicembre 2022|Archivio|

Proiezioni

Martedì 3 gennaio: ore 20,30

TUTTO ESAURITO

Titolo originale: La bella stagione
Nazione: Italia
Anno: 2022
Genere: Documentario
Durata: 151 min
Regia: Marco Ponti
Cast: Gianluca Vialli, Roberto Mancini, Gianluca Pagliuca, Giulio Nuciari, Luca Pellegrini, Toninho Cerezo, Fausto Pari, Moreno Mannini, Ivano Bonetti, Giovanni Invernizzi, Pietro Vierchowod, Attilio Lombardo, Marco Lanna, Giuseppe Dossena, Giuseppe Bergomi, Federico Chiesa, Franco Ordine, Paolo Condò
Produzione: Groenlandia, Rai Cinema
Distribuzione: 01 Distribution

 

Trama

Un film su una squadra di calcio unica, che ha deciso, di punto in bianco, di diventare per una stagione non solo la più forte, ma soprattutto la più bella.
Gianluca Vialli, Roberto Mancini, Toninho Cerezo, Gianluca Pagliuca e molti altri protagonisti raccontano la cavalcata che portò la Sampdoria dei miracoli a vincere lo scudetto nella stagione 90-91 e a duellare alla pari con il Barcellona nella finale di coppa dei campioni l’anno successivo. Tra aneddoti, gol, storia, vittoria e sofferenza, viene fuori l’anima di questi uomini, campioni dentro e fuori dal campo.

Trailer

Recensione

UN DELIZIOSO AMARCORD CHE TRASCENDE LA DIMENSIONE SPORTIVA PER RACCONTARE EMOZIONI E VALORI UNIVERSALI

La bella stagione è un delizioso amarcord del bel tempo che fu: la grande stagione della Samp. Attraverso le voci degli stessi campioni, ma anche di magazzinieri e opinionisti, emerge un racconto corale in cui aneddotica, calcio, amicizia e sofferenza si mischiano.

Genova 1990, Vialli, Mancini, Pagliuca e gli altri senatori dello spogliatoio della Samp si trovano in un’antica osteria genovese per sottoscrivere un patto tra gentiluomini: nessuno di loro se ne andrà prima di aver regalato alla squadra e alla città il primo scudetto della storia della Samp. Ancora oggi lo scudetto vinto da quei ragazzi rimane l’unico nel palmares, e la loro storia sarà per sempre impressa nei cuori delle persone che hanno avuto l’ardire di sognare insieme a questi campioni.

Ma prima che essere una storia di vittorie e di calcio, La bella stagione racconta di amicizia e di rivalsa, una di quelle storie che sono possibili solo nello sport. Marco Ponti inserisce di diritto la cavalcata della Sampdoria del 90-91 tra le grandi epopee popolari del calcio, assieme allo scudetto del Napoli di Maradona, al miracolo del Leicester di Ranieri e le gesta epiche del Grande Torino.

Contro l’Inter dei tedeschi, freschi freschi di coppa del mondo, il Milan degli olandesi, il Napoli di Maradona e la Juve di Baggio e Schillaci non doveva esserci spazio per la Sampdoria di Boskov, ma nel calcio, come nell’amore, la razionalità non ha alcun peso. C’era infatti un fattore incalcolabile che dava alla Samp uno scatto in avanti: non è chiaro se sia stato merito dei gemelli del gol Vialli-Mancini, dell’intelligenza tattica e la capacità di pensare fuori dagli schemi di Boskov, o se invece fu grazie all’atteggiamento quasi paterno del presidente Mantovani nei confronti dei suoi giocatori, o forse di tutte queste cose insieme.

Altafini e Cerezo definirebbero questo “fattore x” magia, Lele Adani parlerebbe di garra charrua, dell’artiglio che graffia, o come viene detto nel film, la Samp del 90-91 aveva la luce negli occhi. Quella stessa luce la vediamo brillare negli occhi di Vialli e di Mancini, mentre si abbracciano in una notte di luglio del 2021, a Wembley, dopo aver portato la nazionale italiana sul tetto di Euro 2020. Mancini guida da c.t. della nazionale una delegazione tutta blu-cerchiata, e ancora una volta non è possibile trovare alcuna spiegazione razionale per questa vittoria, se non chiamando in causa la luce negli occhi di quel gruppo di amici che nel ’91 fece la storia della Samp.

Archimede Favini – www.mymovies.it

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